9^ canto dell’Inferno

(Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio e Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.)

Quel color che viltà di fuor mi pinse

veggendo il duca mio tornare in volta,

più tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;

ché l’occhio nol potea menare a lunga

per l’aere nero e per la nebbia folta.

«Pur a noi converrà vincer la punga»,

cominciò el, «se non… Tal ne s’offerse.

Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse

lo cominciar con l’altro che poi venne,

che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,

perch’io traeva la parola tronca

forse a peggior sentenzia che non tenne.

«In questo fondo de la trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca?».

Questa question fec’io; e quei «Di rado

incontra», mi rispuose, «che di noi

faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,

congiurato da quella Eritón cruda

che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,

ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,

per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,

e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira:

ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che ‘l gran puzzo spira

cigne dintorno la città dolente,

u’ non potemo intrare omai sanz’ira».

E altro disse, ma non l’ho a mente;

però che l’occhio m’avea tutto tratto

ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto

tre furïe infernal di sangue tinte,

che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;

serpentelli e ceraste avien per crine,

onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine

de la regina de l’etterno pianto,

«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.

Quest’è Megera dal sinistro canto;

quella che piange dal destro è Aletto;

Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;

battiensi a palme e gridavan sì alto,

ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

«Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto»,

dicevan tutte riguardando in giuso;

«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».

«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;

ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi,

nulla sarebbe di tornar mai suso».

Così disse ‘l maestro; ed elli stessi

mi volse, e non si tenne a le mie mani,

che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani.

E già venìa su per le torbide onde

un fracasso d’un suon, pien di spavento,

per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento

impetüoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz’alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo

del viso su per quella schiuma antica

per indi ove quel fummo è più acerbo».

Come le rane innanzi a la nimica

biscia per l’acqua si dileguan tutte,

fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’io più di mille anime distrutte

fuggir così dinanzi ad un ch’al passo

passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,

menando la sinistra innanzi spesso;

e sol di quell’angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,

e volsimi al maestro; e quei fé segno

ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Venne a la porta e con una verghetta

l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,

cominciò elli in su l’orribil soglia,

«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia

a cui non puote il fin mai esser mozzo,

e che più volte v’ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo».

Poi si rivolse per la strada lorda,

e non fé motto a noi, ma fé sembiante

d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;

e noi movemmo i piedi inver’ la terra,

sicuri appresso le parole sante.

Dentro li ‘ntrammo sanz’alcuna guerra;

e io, ch’avea di riguardar disio

la condizion che tal fortezza serra,

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:

e veggio ad ogne man grande campagna,

piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,

sì com’a Pola, presso del Carnaro

ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,

così facevan quivi d’ogne parte,

salvo che ‘l modo v’era più amaro;

ché tra gli avelli fiamme erano sparte,

per le quali eran sì del tutto accesi,

che ferro più non chiede verun’arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,

e fuor n’uscivan sì duri lamenti,

che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: «Maestro, quai son quelle genti

che, seppellite dentro da quell’arche,

si fan sentir coi sospiri dolenti?».

E quelli a me: «Qui son li eresïarche

con lor seguaci, d’ogne setta, e molto

più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,

e i monimenti son più e men caldi».

E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

 

Dal volto rimovea quell’aere grasso

9^ canto dell’Inferno

L’inviato celeste

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Come le rane al cospetto dell’ostile serpe si allontanano tutte sull’acqua, fino a che ciascuna fa un mucchio di sé e della terra, così io vidi più di mille anime dannate correre fuggendo di fronte a uno che camminando su per le acque attraversava lo Stige senza bagnarvi le piante. Allontanava dal volto quell’aria densa di caligine, agitando spesso avanti la mano sinistra; e sembrava affaticato solo da quella molestia. Senz’altro capii che egli era un inviato celeste, e mi volsi al maestro; e lui a sua volta fece segno che stessi riverente e piegassi il corpo verso di lui. Ahi quanto mi sembrava irato! Raggiunse la porta e l’aprì con un’insegna di comando, per modo che non vi ebbe nessun impedimento”.

Questo personaggio, inviato in soccorso Dante in questo cerchio, ha rappresentato nei secoli per i commentatori della Commedia uno dei suoi enigmi più celebri, che gli stessi hanno cercato in tutti i modi di risolvere, attraverso le congetture più bizzarre. Il poeta lo vede quando i dannati fuggono di fronte a uno che al passaggio attraversa lo Stige senza bagnarvi le piante dei piedi, nonché allontana dal volto l’aria densa di caligine, subito dopo Virgilio facendogli segno che stesse riverente e piegasse il corpo verso di lui.

La Chiavacci Leonardi, riprendendo l’antica querelle sull’identità da attribuire a costui, si è così espressa: “Escludiamo il riferimento – da molti proposto – ad un personaggio storico qualsiasi (Arrigo VII, Enea, ecc.), perché non ve n’è alcuna traccia nel testo, mentre l’indicazione dell’angelo appare chiara sia nelle parole da ciel messo (n.d.r. Dante le usa nella narrazione quando si rende conto della natura del personaggio), sia nel riscontro con la scena Purg. VIII, sia nel compito a lui affidato, sia nell’esortazione di Virgilio a Dante perché s’inchini davanti a lui, come farà per gli angeli del Purgatorio”.

© DAL VOLTO RIMOVEA QUELL’AERE GRASSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Inferno, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quest’è Megera dal sinistro canto

9^ canto dell’Inferno

Le Erinni

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Guarda le crudeli Erinni. Questa che sta al lato sinistro è Megera; quella che piange al destro è Aletto; Tesifone è nel mezzo».

Figure del mito classico, le Erinni o Furie, poste dal poeta in questo cerchio, furono Megera, Aletto e Tesifone. Nate dal sangue di Urano, quando costui fu mutilato dal figlio Crono, il padre di Giove, furono considerate le dee della vendetta, perché perseguitavano gli omicidi. E non appena il colpevole otteneva dagli dèi l’assoluzione sotto forma di purificazione, esse diventavano benevole: le Eumenidi.

Trasferite nel campo letterario, in particolar modo quello latino, esse, quali figlie della Notte, avevano un aspetto orrendo e dimoravano nell’Ade. Quando vi uscivano, sotto forma di mostri alati e dietro specifica richiesta di Giunone, seminavano la discordia tra gli uomini.

Aletto fu la più tremenda delle tre: fu lei che, nell’Eneide di Virgilio, indusse gli indigeni a ribellarsi contro Enea e i suoi, spargendo qua e là equivoci, rancori e rappresaglie. Tesifone, per non essere da meno, inculcò nella mente di Atamante la follia che lo porterà a uccidere la moglie e i figli. Di Megera, preposta a suscitare l’invidia e l’infedeltà matrimoniale tra gli esseri umani, ne parlò Stazio nella sua Tebaide.

A detta della maggior parte dei commentatori antichi e moderni della Commedia, che nel tempo si sono sforzati di cercare un significato allegorico, tentativo perlopiù rivelatosi inutile, non pare che le Erinni assolvessero a una funzione ben precisa. E ammesso che ne avessero una, sempre dai più, la stessa sarebbe da ricondurre a semplici rappresentanti di Medusa.

© QUEST’È MEGERA DAL SINISTRO CANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Treccani, Roma, 1970

 

Di poco era di me la carne nuda

9^ canto dell’Inferno

La leggenda sulla discesa di Virgilio all’Inferno

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio al poeta: «Raramente accade che qualcuno del nostro cerchio compia il viaggio per il quale io procedo. È vero che un’altra volta fui all’Inferno, costretto con scongiuri da quella terribile Eritone che chiamava di nuovo le anime dei morti nei corpi loro. Da poco era privo dell’anima, quando ella mi ingiunse di entrare oltre quel muro, per estrarne uno spirito dal cerchio di Giuda».

La leggenda della discesa di Virgilio all’Inferno fu molto popolare nel Medioevo. Questa si fondava sul fatto che costui rientrasse a pieno titolo nell’ampio stuolo dei magi che popolavano il mondo antico. Leggenda, peraltro, che qualche commentatore della Commedia vide accennata in diversi luoghi dell’Inferno, il primo dei quali nel passo sopra citato.

Fin qui i riferimenti, verso i quali altri commentatori hanno parlato invece di ‘occhio disattento’. A partire da Pietro, il figlio di Dante, da Benvenuto da Imola e dal Lana, costoro si sono trovati concordi nel ritenere la discesa una mera invenzione letteraria suggerita loro, aggiungono altri, da un’analoga circostanza esistente nell’Eneide, dove la Sibilla, guida di Enea, racconta a costui di essere già scesa un’altra volta nell’Ade, insieme a Ecate.

Per cui, il riferimento all’intervento di Eritone, per esempio, non sarebbe altro che un artificio creato ad hoc dal poeta, per rendere attendibile la preventiva conoscenza di Virgilio dei luoghi da attraversare. Infatti, ci si è chiesto, in quale altro modo la guida spirituale di Dante avrebbe potuto accompagnare speditamente il poeta nei meandri dell’Inferno, se non lo avesse già visitato?

Tuttavia, a fine ‘800, la secolare querelle sul Virgilio – mago fu chiusa dal Comparetti, nel suo Virgilio nel Medio Evo (1872), che ammoniva: “… è un errore ben grande… il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c’è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago e taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità”.

© DI POCO ERA DI ME LA CARNE NUDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8^ canto dell’Inferno

(Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato d’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite.)

Io dico, seguitando, ch’assai prima

che noi fossimo al piè de l’alta torre,

li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,

e un’altra da lungi render cenno,

tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;

dissi: «Questo che dice? e che risponde

quell’altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?».

Ed elli a me: «Su per le sucide onde

già scorgere puoi quello che s’aspetta,

se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde».

Corda non pinse mai da sé saetta

che sì corresse via per l’aere snella,

com’io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,

sotto ‘l governo d’un sol galeoto,

che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,

disse lo mio segnore, «a questa volta:

più non ci avrai che sol passando il loto».

Qual è colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand’io fui dentro parve carca.

Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,

segando se ne va l’antica prora

de l’acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;

ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».

Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui:«Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;

per che ‘l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi ‘l volto e disse: «Alma sdegnosa,

benedetta colei che ‘n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s’è l’ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!».

E io: «Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago».

Ed elli a me: «Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disïo convien che tu goda».

Dopo ciò poco vid’io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;

e ‘l fiorentino spirito bizzarro

in sé medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;

ma ne le orecchie mi percosse un duolo,

per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,

s’appressa la città c’ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo».

E io: «Maestro, già le sue meschite

là entro certe nella valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno

ch’entro l’affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno».

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».

Io vidi più di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: «Chi è costui che sanza morte

va per lo regno della morta gente?».

E ‘l savio mio maestro fece segno

di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno

e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada

che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:

pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,

che li ha’ iscorta sì buia contrada».

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

nel suon de le parole maladette,

ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette

volte m’hai sicurtà renduta e tratto

d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss’io, «così disfatto;

e se ‘l passar più oltre ci è negato,

ritroviam l’orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m’avea menato,

mi disse: «Non temer; ché ‘l nostro passo

non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso

conforta e ciba di speranza buona,

ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».

Così sen va, e quivi m’abbandona

lo dolce padre, e io rimagno in forse,

che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;

ma ei non stette là con essi guari,

che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari

nel petto al mio segnor, che fuor rimase

e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

d’ogne baldanza,e dicea ne’ sospiri:

«Chi m’ha negate le dolenti case!».

E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri,

non sbigottir, ch’io vincerò la prova,

qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;

ché già l’usaro a men segreta porta,

la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’essa vedestù la scritta morta:

e già di qua da lei discende l’erta,

passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

 

S’appressa la città c’ha nome Dite

8^ canto dell’Inferno

La città di Dite

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «A questo punto, figliolo, si avvicina la città che ha nome Dite, coi dannati aggravati dalle pene, con la grande schiera dei diavoli».

La città di Dite, il sesto cerchio dell’Inferno, è serrata da alte mura dalle sembianze ferrigne, e munite di fortificazioni simili ai minareti delle moschee di una qualsiasi città musulmana; mura che, agli occhi di Dante, appaiono vermiglie tanto sono divorate da un fuoco interno, e sono circondate per tutta la loro estensione dalle acque paludose dello Stige.

Fuori della porta, il poeta vede frotte di diavoli che fanno la guardia con gli arpioni alzati e già atteggiati, come accadrà di lì a poco, a sbarrare il passo a lui e Virgilio, appena lasciati da Flegias sulla sponda limacciosa della palude. Ma che cosa vedranno essi, una volta che finalmente potranno mettere piede dentro questo luogo grazie all’intervento provvidenziale di un inviato celeste? Lo sapremo quanto prima.

In base alla struttura morale dell’Inferno, che, nell’undicesimo canto, Virgilio esporrà a Dante quando saranno costretti a sostare all’interno della città di Dite, appoggiati entrambi alla copertura sollevata dell’avello di Anastasio II, per abituarsi al fetore che risale dal basso prima di scendere il pendio, se fuori della stessa, quindi dal secondo al quinto cerchio, sono puniti gli incontinenti (lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi), oltre le sue mura, quindi nel sesto cerchio, sono puniti gli eretici e gli epicurei e, dopo il “burrato”, nel settimo i violenti: quelli contro il prossimo (omicidi e predoni), quelli contro sé stessi (suicidi e scialacquatori) e quelli contro Dio, la Natura e l’Arte (bestemmiatori, sodomiti e usurai).

© S’APPRESSA LA CITTÀ C’HA NOME DITE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quei fu al mondo persona orgogliosa

8^ canto dell’Inferno 

Filippo Argenti

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Animo che disdegna il male, sia lodata colei che fu incinta di te! Quegli fra i vivi fu una persona iraconda e tracotante; non c’è opera buona che ne nobiliti la fama: così la sua ombra qui è violenta e rabbiosa. Quanti si ritengono ora sulla Terra insigni personaggi che staranno qui come maiali nella melma schifosa, lasciando di sé spregevoli ricordi!».

È Filippo de’ Cavicciuli, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli iracondi e gli accidiosi. Questo personaggio fu un eminente membro della consorteria degli Adimari, detto Argenti perché, secondo Boccaccio, fece rivestire di ferro il suo cavallo, appunto, con ferri d’argento. L’Argenti fu un Guelfo appartenente alla fazione dei Neri, dunque avversario acerrimo del poeta, il quale apparteneva ai Bianchi. E sempre da Boccaccio veniamo a sapere che “fu cavaliere ricchissimo, uomo di persona grande e nerboruto e di meravigliosa forza e più che altro iracundo”.

Alle cronache del tempo, peraltro, è ascritto un fatto, non proprio edificante, cui prese parte il nostro iracondo: un litigio con il poeta, culminato con uno ceffone patito proprio da Dante. Sarà per questo che egli, poi, lo collocherà all’Inferno tra gli iracondi e gli accidiosi? Possiamo scommetterci.

Il primo episodio in cui facciamo la sua conoscenza è nel dialogo concitato con il poeta, che inizia quando chiede a Dante: “Chi sei tu che vieni prima del tempo?”, e il poeta gli risponde che se è venuto prima del tempo, non è certo per rimanervi, per chiedergli a sua volta chi egli sia, atteggiandosi a disprezzo, e poi, finalmente riconoscendolo, augurandogli di rimanere nella palude a espiare i suoi peccati.

Nel secondo assistiamo al suo gesto minaccioso, che si accosta alla barca e sarà proprio Virgilio a ricacciarlo in mezzo al fango, rimbrottandolo malamente. Il terzo riguarda sempre Virgilio, il quale, elogiando dapprima Dante per la severità del suo comportamento tenuto in precedenza verso questo collerico spirito fiorentino, poi glielo descrive nel modo riportato in apertura. Nell’ultimo, lo vediamo attaccato dai suoi stessi compagni di pena, al grido di «Addosso a Filippo Argenti!».

© QUEI FU AL MONDO PERSONA ORGOGLIOSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Più non ci avrai che sol passando il loto

8^ canto dell’Inferno

Flegias




Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Flegias: «Flegias, Flegias, tu gridi inutilmente per questa volta: più non ci avrai che solo mentre attraverseremo la palude fangosa».

Figura del mito classico, Flegias, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Marte e Crise e, secondo il Sapegno, “per vendicarsi di Apollo che gli aveva sedotto la figlia, diede fuoco al tempio del dio a Delfi”. Il poeta lo trasformò “in un demone con la funzione di nocchiero dello Stige e di guardiano dei dannati puniti nel quinto cerchio dell’Inferno. Viene assurto a simbolo dell’ira, perché questo peccato si traduce in un cieco impulso di vendetta e distrugge negli uomini il timore e il rispetto per la divinità. Flegias è una figura vivente dell’ira, alla quale le fonti classiche hanno dato a Dante poco più che lo spunto iniziale e il nome”, ancora il Sapegno .

Infatti, il poeta trasse le sembianze demoniache di questo personaggio in piena autonomia, visto che le citazioni provenienti dalle fonti classiche (su tutte, l’Eneide, libro VI, di Virgilio e la Tebaide, libro I, di Stazio) non lo confortarono di certo ai fini di una precisa e attendibile caratterizzazione, benché solo e squisitamente mitologica. Dunque, il Flegias dantesco nulla a che vedere con il Flegias del mito. Questi è l’unico nocchiero di una barca che attraversa lo Stige alla velocità di un freccia; così Dante descrive il suo arrivo inaspettato, anticipato da alcuni segnali luminosi lampeggianti nelle tenebre, che coprono la palude come un macabro sudario.

Durante il successivo e breve viaggio nello Stige e il violento diverbio fra il poeta e Filippo Argenti, Flegias non parla mai e ritrova la parola soltanto quando, arrivato non senza aver fatto prima un lungo giro intorno alle mura della città di Dite, avvisa i due viaggiatori che possono uscire dalla barca, essendo giunti all’ingresso. Così ci ricorderemo di lui per due sole battute: all’arrivo, quando grida all’indirizzo di Dante e Virgilio: «Ora sei raggiunta, anima malvagia!» e nel momento di congedarsi. Mera comparsa? Sì, ma molto significativa.

© PIÙ NON CI AVRAI CHE SOL PASSANDO IL LOTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

 

 

 

 

7^ canto dell’Inferno

(Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.)

«Pape Satàn, pape Satàn, aleppe!»,

cominciò Pluto con la voce chioccia;

e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia

la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,

non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,

e disse: «Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:

vuolsi ne l’alto, là dove Michele

fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele

caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,

tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,

pigliando più de la dolente ripa

che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

nove travaglie e pene quant’io viddi?

e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l’onda là sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s’intoppa,

così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,

e d’una parte e d’altra, con grand’urli,

voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi ‘ncontro; e poscia pur lì

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro

da ogne mano a l’opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,

per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.

E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra

che gente è questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci

sì de la mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,

quando vegnono a’ due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio».

E io: «Maestro, tra questi cotali

dovre’ io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:

la sconoscente vita che i fé sozzi

ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:

questi resurgeranno del sepulcro

col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

d’i ben che son commessi a la fortuna,

per che l’umana gente si rabuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’anime stanche

non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss’io lui, «or mi dì anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E quelli a me: «Oh creature sciocche!

quanta ignoranza è quella che v’offende!

Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e diè lor chi conduce

sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d’uno in altro sangue,

oltre la difension di senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,

seguendo lo giudicio di costei,

che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:

questa provede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:

necessità la fa esser veloce;

sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:

con l’altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;

già ogne stella cade che saliva

quand’io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva

sovr’una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;

e noi, in compagnia de l’onde bige,

intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige

questo tristo ruscel, quand’è disceso

al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi

l’anime di color cui vinse l’ira;

e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,

e fanno pullular quest’acqua al summo,

come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo

ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,

portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,

ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza

grand’arco, tra la ripa secca e ‘l mézzo,

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Ordinò general ministra e duce

7^ canto dell’Inferno

La Fortuna

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «Colui la cui suprema intelligenza supera la totalità dell’esistente, creò i cieli e assegnò loro chi li muove così, che ogni coro angelico riflette il suo splendore su ogni sfera celeste, ripartendo in modo uguale la luce. In modo simile destinò ai beni del mondo una generale amministratrice e guida che trasferisse a tempo debito i beni fallaci di popolo in popolo e da una stirpe a un’altra, senza che il senno degli uomini potesse ripararsi da lei; per cui una popolazione domina e l’altra è oppressa, uniformandosi al decreto di costei, che è nascosto come il serpente nella vegetazione bassa e folta».

Virgilio parla della Fortuna, un tema che aveva larghissima eco nel Medioevo, che fu utile a Dante per far conoscere al lettore la propria concezione riguardo a questa entità ultramondana. Dunque, per lui, costei è una divinità che gira la sua ruota, incaricata da Dio a distribuire tra gli esseri umani (intesi come individui e popolazioni) i beni terreni, sotto forma di ricchezze, bellezza, onori, forza, potere, gloria, e di trasferirli, di tanto in tanto, secondo i suoi disegni preordinati. Perciò si rivelano inutili la difese approntate dagli uomini, i quali, per non avvedersi dell’origine ultraterrena di questa divinità, talvolta inveiscono ingiustamente al suo indirizzo. Ma essa è felice e non bada a ciò.

Nella compilazione di questo passo, il poeta deve aver tenuto sicuramente presente l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, come si può evincere dall’aver accostato questa entità alla Provvidenza, ancorché il tema è stato svolto in forma poetica; e a tale riguardo ci aiuta Boccaccio, che riporta: “In questa parte, l’autore, quanto più può, secondo il costume poetico, parla”.

Questa sulla Fortuna è la prima digressione dantesca di una certa ampiezza posta in bocca a Virgilio, che nell’Eneide ricorda di continuo tale entità divina, identificandola con il volere di Giove. E non casualmente Virgilio dice a Dante: «Ora voglio che tu di ciò riceva il mio ragionamento», prima di dare il via alla sua lunga dissertazione.

© ORDINÒ GENERAL MINISTRA E DUCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970