Alte terrà lungo tempo le fronti

6^ canto dell’Inferno.

La profezia di Ciacco.

Eserciterà a lungo il suo dominio”, dice Ciacco a Dante nel terzo cerchio dell’Inferno, riferendosi alla parte Nera dei Guelfi fiorentini. Poco prima, infatti, il dannato, incalzato dal poeta, che ci teneva a sapere l’immediato futuro della sua città, e soprattutto il suo, aveva cominciato a raccontare i fatti che Dante temeva di più, l’esito dei quali lo porterà all’esilio.

Tale ‘profezia’ viene resa possibile da una legge dell’Inferno, per la quale i dannati possono leggere il futuro, ma non gli risulta nulla di quanto accade nel presente. Ovviamente, nelle predizioni come queste di Ciacco, ci troviamo di fronte a una mera finzione letteraria, nel senso che i fatti storici preannunziati a Dante, a partire da Ciacco per finire all’avo Cacciaguida, in Paradiso, passando per Farinata degli Uberti, Brunetto Latini e Vanni Fucci nell’Inferno, per Corrado Malaspina, Oderisi da Gubbio e Ugo Capeto in Purgatorio, durante l’intero viaggio nei tre regni ultraterreni, sono già avvenuti. E quindi questi personaggi dicono a Dante ciò che il poeta sa.

Altra cosa sono, invece, le profezie tout court, dove si preconizza ciò che potrà accadere. Una di tali profezie, molto famosa, è quella della venuta di un veltro, per bocca di Virgilio; un’altra, meno nota, è quella dell’avvento di un Dux inviato da Dio, per bocca di Beatrice, in Purgatorio. In entrambe, sia nella figura del primo, sia in quella del secondo, le opinioni al riguardo sembrano convergere ormai, dopo secoli di divergenze, verso un generico riformatore, forse un imperatore. In questi due casi, il poeta, per il tramite di Virgilio e Beatrice, si veste da profeta, animato chiaramente più da un proprio convincimento, che dalla certezza che quanto sperato e immaginato avvenga realmente.

E tale tensione profetica, tipica del suo tempo, l’attesa escatologica aveva caratterizzato, nell’Alto Medio Evo, l’operato di papa Gregorio Magno, che aveva speso tutte le sue energie in una predicazione diretta a convincere il suo gregge su un imminente ritorno di Cristo, si riverbera per tutta la Commedia, mirabile visione in cui ognuno può rivivere la propria esperienza.

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Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

6^ canto dell’Inferno.

Ciacco.

Ciacco. Chi è costui? Diciamo subito che, più che un nome, ha tutta l’aria di essere un appellativo. I commentatori della Commedia, sin dall’inizio, profusero tutti i loro sforzi nel tentativo di dare un’identità sicura a una figura così rilevante della prima cantica.

Così, da un Ciacco di Buoninsegna, rinvenuto in un documento del 1264, passando per Tuccio del Ciacco, del popolo di San Pier Maggiore, “sindaco per la locazione del carcere dei Magnati” nel 1293, si è giunti a tale Ciacco di Pietro. Qualcuno addirittura pensò d’identificare il nostro Ciacco col rimatore Ciacco dell’Anguillara. Ma tutto ciò, nel corso del tempo, si è rivelato velleitario, tanto è che ancora oggi non si conosce la vera identità del Ciacco dantesco.

Scavando nel personaggio, il modo stesso in cui Dante lo presenta a chi legge, vale a dire: “Voi concittadini mi deste il nome Ciacco”, dà ad intendere che tale nomignolo gli sia venuto dopo la nascita, forse, ad opera dei compagni.

E se il soprannome in qualche maniera sconcerta, ancor di più lo fa la scenografia in cui è inserito il personaggio Ciacco. E il fatto che in vita sia stato noto a Firenze per la sua golosità, lo possiamo reputare vero in virtù della citazione dantesca: se il poeta lo ha scelto a figura preminente del terzo cerchio dell’Inferno, ciò significa che egli merita sì il suo posto tra i golosi, ma vuol dire anche che egli è ritenuto il solo capace di riferire certe cose che qualcun altro non saprebbe o potrebbe dire.

Così che pronuncia la prima profezia sulle vicende politiche della città, la seconda essendo quella di Brunetto Latini, nel settimo cerchio, terzo girone, dopo che il poeta lo ha opportunamente interrogato, chiedendogli, tra lʼaltro, “a quali estremi approderanno i cittadini della città divisa…”

La risposta? A Calendimaggio del 1300, la parte dei Guelfi Bianchi (la famiglia dei Cerchi) e quella dei Neri (i Donati), si azzufferanno a Piazza Santa Trinita per ingraziarsi, pare, alcune floride e danzanti fanciulle. Da questo fatto in apparenza banale, si scatenerà la classica reazione a catena, fino al più nefasto degli eventi per il poeta: il bando perenne dalla sua patria.

@ VOI CITTADINI MI CHIAMASTE CIACCO