Donna è gentil nel ciel che si compiange

v.m. blog

Ancora Virgilio e Beatrice. Siamo nella parte centrale del secondo canto dell’Inferno. Virgilio ha appena finito di tessere l’elogio di Beatrice e gli ha dichiarato, senza farsi pregare più di tanto, la sua completa disponibilità a mettersi al servizio di lei, affinché l’anima di Dante venga salvata dalla dannazione eterna.

Inquadriamo entrambi all’interno di un chiarore color smeraldo, che a malapena scalfisce l’oscurità del Limbo, intenti a parlare fittamente, mentre il soffuso ansimare delle anime prosegue incessante.

La fanciulla, da par suo, udita l’elaborata lode del poeta latino, alla domanda di questi relativa ai motivi che l’hanno indotta a scendere all’Inferno dall’Empireo, dove dimora tra le anime beate e dove di certo non vede l’ora di fare ritorno, replica in tal modo:

Dal momento che tu desideri così tanto conoscere a fondo la causa della mia discesa, ti dirò brevemente il motivo per cui non temo di scendere quaggiù. Si devono temere solamente quelle cose che sono potenzialmente dannose per il prossimo; le altre no, perché non sono tali da far paura. Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo impedimento ov’io ti mando, tanto che lassù essa allevia la severità del decreto divino”.

Chi sarà mai questa donna gentil nel ciel che si compiange…? Ma, caro lettore, è la Vergine Maria! Così veniamo ad apprendere dalla voce cristallina di Beatrice, che perfino lei ha mostrato interesse per le sorti del Sommo Poeta!

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Tal mi fece la bestia sanza pace

la lupa

All’attenzione di chi guarda c’è il Divino Poeta, nuovamente alle prese con quanto gli accade nella parte iniziale del primo canto dell’Inferno. Eravamo rimasti al momento in cui egli, attraversata la selva del peccato e del dolore, e fatto riposare il suo corpo stanco, si è diretto verso il dilettoso monte – il solo luogo che può salvare la sua anima perduta – lasciandosi alle spalle le due fiere: la lonza e il leone.

La lonza gli si è manifestata quasi all’inizio del declivio, impedendogli talmente il cammino, che lo ha fatto dubitare sulla meta da raggiungere. La comparsa improvvisa di un leone, poco dopo, ha peggiorato non poco la situazione. Con l’arroganza tipica di una bestia affamata, il leone gli si è parato davanti, ma Dante in qualche modo è riuscito a distrarlo, superando così la pur momentanea difficoltà.

Poi, narra il poeta, “una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e che aveva ridotto in miseria molte persone, mi turbò tanto con la paurosa minaccia che derivava dal suo aspetto, che io disperai di raggiungere la vetta del colle”.

La lupa, con i denti digrignanti e con la bava che gli cola dai lati della bocca, lo incalza e lo spinge gradualmente a ritornare verso la selva. “E com’è il tale che accumula denaro”, dice Dante, “e giugne ’l tempo che perder lo face, che in tutti i suoi pensieri soffre e si rattrista, tal mi fece la bestia sanza pace”.

E sarà a questo punto, vedendosi costretto a scendere a valle, che gli apparirà una figura umana, sfocata a causa dell’oscurità del pendio.

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

ignavi blog

Abbiamo lasciato i due poeti immobili subito dopo la porta dell’Inferno. L’hanno oltrepassata da poco e stanno guardando con lo sguardo fisso verso l’interno tenebroso, da dove proviene una cacofonia di suoni che fa rabbrividire. Ci troviamo ancora nella parte iniziale del terzo canto dell’Inferno.

E Virgilio si è appena sentito chiedere in tono accorato da Dante: “Maestro, che cos’è quel che odo? e quali anime sono che sembrano così addolorate?”

E questi, con lo sguardo mesto, come se provasse una sorta di pudore nel rispondere: “Questo misero modo tegnon l’anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo. Si accompagnano a quella pessima schiera di angeli che non si ribellarono a Dio né osservarono la Sua parola, ma furono neutrali. Caccianli i ciel per non esser men belli, né li trattiene l’Inferno più profondo, ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

Allora Dante, con una insistenza non tanto mascherata: “Maestro, che cosa c’è di tanto doloroso che li fa lamentare tanto?”

E qui Virgilio, aprendosi a Dante col sorriso più affettuoso possibile – in cuor suo è felice che l’allievo si mostri così partecipe -, ribatte: “Dicerolti molto bene. Questi non hanno speranza di morte, e la loro esistenza è tanto abietta, che invidiano ogni condizione diversa. L’umanità non ammette che resti il loro ricordo; Dio li disprezza: non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.