Donna è gentil nel ciel che si compiange

v.m. blog

Virgilio ha detto a Dante, riferendosi alla “donna beata e bella” che nel Limbo gli aveva fatto visita, quanto segue: “I suoi occhi brillavano più delle stelle, e mi cominciò a dire con affabile pacatezza, con voce celestiale, nel suo eloquio: ‘O nobile anima mantovana, la cui gloriosa celebrità sussiste tuttora sulla Terra, e continuerà a sussistere lungamente quanto questa, il mio vero amico, e non di quelli che vanno e vengono secondo la fortuna, è così impedito nel viaggiare nel solitario pendio, che si è volto indietro a causa della paura; e temo che sia già così turbato, che sia accorsa a soccorrerlo dopo il tempo conveniente, in seguito a quel che ho sentito dire di lui in Paradiso.

‘Ora vai, e con la tua eloquenza e con ciò che è necessario alla sua salvezza, aiutalo in modo che ne sia confortata. Io che ti faccio andare sono Beatrice; provengo dall’Empireo; m’ispirò l’amore divino, che mi fa parlare. Quando sarò al cospetto di Dio, spesso dirò le tue lodi a Lui’ “.

A quel punto Beatrice ha smesso di parlare, “e poi cominciai io”, ha detto Virgilio a Dante.   

2^ canto dell’Inferno. Nel cuore dello stesso. In cui egli risponde così a Beatrice: ” ‘O signora della sola virtù per opera della quale il genere umano si eleva su tutte le creature terrene, mi piace tanto il tuo ordine, che l’ubbidire, se già fosse in atto, sarebbe in là col tempo; a te non occorre altro che dichiararmi il tuo desiderio. Ma dimmi la causa per la quale non ti astieni dal discendere quaggiù all’Inferno dall’Empireo dove tu brami ritornare’.

‘Dal momento che tu desideri conoscere tanto addentro, ti dirò in breve perché non temo di scendere all’Inferno. Si devono temere solamente quelle cose che hanno la possibilità di danneggiare l’uomo; le altre no, perché non fanno paura. Sono creata da Dio, per Sua grazia, tale, che l’infelicità dei dannati non mi fa male, né l’Inferno mi può prendere in possesso.

‘Nell’Empireo vi è una donna nobile che si duole per questo ostacolo verso cui io t’invio, sicché lassù infrange il severo decreto di Dio’ “. Così Beatrice. Che continuerà a parlare.     

Tal mi fece la bestia sanza pace

la lupa

Parte iniziale del 1^ canto dell’Inferno. Eravamo rimasti al momento in cui il poeta, attraversata la selva oscura, e fatto riposare il suo corpo affaticato, si è diretto verso il dilettoso monte – il solo luogo che può salvare la sua anima – lasciandosi alle spalle le due fiere, la lonza e il leone.

La lonza gli si è manifestata quasi all’inizio del declivio, impedendogli talmente il cammino, che lo ha fatto dubitare sulla meta da raggiungere. La comparsa improvvisa di un leone, poco dopo, ha peggiorato non poco la situazione. Con l’arroganza tipica di una bestia affamata, il leone gli si è parato davanti, ma Dante in qualche modo è riuscito a distrarlo, superando così la pur momentanea difficoltà.

Poi, narra il poeta, “una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e rese già infelici molte persone, mi turbò tanto con la paurosa minaccia che nasceva dal suo aspetto, che io persi la speranza di raggiungere la vetta del colle”.

La lupa, con i denti digrignanti e con la bava che gli cola dai lati della bocca, lo incalza e lo spinge gradualmente verso la selva. “E com’è quello che accumula denaro”, dice Dante, “e giugne ’l tempo che perder lo face, che soffre e si rattrista in tutti i suoi pensieri; tal mi fece la bestia sanza pace…

E sarà a questo punto, vedendosi costretto a scendere a valle, che vedrà una figura umana che appariva indistinta a causa del pendio non illuminato.

Incontanente intesi e certo fui

ignavi blog

3^ canto dell’Inferno.

Ed egli a me: “In questa triste condizione stanno le anime sciagurate degli ignavi. Sono frammiste all’abietta schiera degli angeli che non furono ribelli né furono fedeli a Dio, ma furono imbelli. I cieli li scacciano per non essere meno belli, né l’Inferno li accoglie nel profondo, dal momento che i ribelli avrebbero su di essi qualche compiacimento”.

E io: “Che cosa c’è di tanto doloroso per loro che li fa lamentare tanto?”. Rispose: “Te lo dirò molto brevemente. Questi non hanno la speranza nella morte dell’anima, e la loro condizione è tanto spregevole, che sono invidiosi di ogni altro altro stato. L’umanità non tollera che resti il loro ricordo; la compassione e la giustizia di Dio li disdegnano: non parliamo di loro, ma volgi lo sguardo e tira dritto”.

E io, che rivolsi nuovamente lo sguardo, vidi una bandiera che andando in tondo si muoveva tanto rapida, che non mi poteva mai apparire ferma; e la seguiva una fila così lunga di anime, che non avrei pensato che la morte ne avesse distrutte tante. Dopo che io ne ebbi riconosciuto qualcuno, vidi e riconobbi l’ombra di colui che rinunciò a una carica importante a causa della codardia.

Immediatamente compresi e fui sicuro che questa era la schiera degli ignavi, sgraditi a Dio e ai diavoli. Questi esseri ignobili, che non hanno mai vissuto del tutto, erano nudi e punti continuamente dai mosconi e dalle vespe che erano lì. Gli insetti striavano loro il viso di sangue, che, fuso con le lacrime, era messo insieme ai loro piedi da vermi ripugnanti.

E dopo che mi dedicai con zelo a guardare più avanti, vidi anime presso la riva di un grande fiume; e perciò io dissi: “Maestro, ora consentimi che apprenda chi sono, e quale usanza le fa apparire così ansiose di andare da una parte all’altra, come vedo con difficoltà attraverso la debole luce”.