Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

30^ canto del Purgatorio.

Beatrice rimprovera Dante e gli angeli gli manifestano compassione.

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “Come un ammiraglio che a poppa e a prua passa in rassegna l’equipaggio che adempie ai suoi compiti sulle altre navi, e lo esorta a fare cose buone; così sul fianco sinistro del carro, quando mi volsi al suono del nome mio, che solo necessariamente a questo punto è scritto nel testo, vidi la donna che prima mi apparve velata sotto la nuvola di fiori fatti cadere dagli angeli in segno di festosa accoglienza, rivolgere lo sguardo verso di me al di qua del fiume.

Quantunque il velo che le pendeva dalla testa, cinto da un ramoscello d’alloro, facesse sì che non apparisse chiaramente visibile, ancora nel contegno di altero e regale disdegno seguitò come colui che parla e lascia in serbo le parole più vibranti: «Guarda proprio qui! Sono proprio, sono proprio Beatrice. Come osasti di salire al monte? tu non sapevi che qui l’uomo è felice?».

Gli occhi si abbassarono e si fissarono sul limpido corso d’acqua; ma vedendomi in esso, li rivolsi verso il terreno, tanta vergogna mi fece abbassare la testa. Così la madre sembra spietata al figlio, come ella sembrò a me; perché la compassione espressa in modi aspri ha il gusto d’amaro. Ella tacque; e gli angeli cantarono improvvisamente ‘In te, Signore, ho sperato’; ma non andarono oltre ‘i piedi miei’.

Come la neve diventa dura e compatta come ghiaccio tra i vivi alberi montani diritti come travi sui gioghi dell’Appennino, portata e addensata sotto l’urto dei venti di nord-est, poi, resa liquida, gocciola attraverso il suo stesso spessore dagli strati superiori agli inferiori, soltanto che soffi il vento caldo della terra meridionale che non ha l’ombra, sicché somiglia alla candela che il fuoco scioglie; così fui senza lacrime e sospiri prima del canto di quelli che cantano in eterno seguendo la musicale armonia dei cieli; ma dopo che ebbi intesonelle dilettevoli modulazioni del canto il loro essere partecipi con me, come se avessero detto: ‘Donna, perché lo avvilisci così?’, il doloreche mi si era addensato intorno al cuore, diventò sospiri e lacrime, e con fatica uscì dal petto per la via della bocca e degli occhi.

© QUASI AMMIRAGLIO CHE IN POPPA E IN PRORA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Donna m’apparve, sotto verde manto

30^ canto del Purgatorio

Appare Beatrice

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Quando il gruppo dei sette candelabri, che mai ebbe cognizione né del tramonto né della nascita né del velame d’altra caligine che quello del peccato, e che lì faceva edotto del proprio dovere, come fa quello delle sette stelle dell’Orsa Minore con chi volga il timone per giungere in porto, si fermò: i vegliardi portatori di verità, giunti prima tra il grifone ed essi, si volsero al carro come alla loro meta; e uno di loro, come un inviato celeste, cantando gridò tre volte ‘Vieni dal Libano, mia sposa’, e tutti gli altri di seguito.

“Quali i beati all’ultimo suono delle trombe angeliche risorgeranno solleciti ognuno dalla sua sepoltura, mentre la voce restituita al corpo intonerà l’alleluia, tali sul carro divino, al canto di tanto insigne vegliardo, si alzarono cento esecutori e messaggeri della vita eterna. Tutti dicevano: ‘Benedetto tu che vieni!’, e scagliando fiori sia al di sopra sia intorno, ‘Oh, spargete gigli a piene mani!’.

“Io vidi già al principiare del giorno la zona orientale tutta sfumata nel colore della rosa, e il cielo rimanente adornato di un bel colore celeste; e la faccia del sole sorgere velata dall’ombra, sicché a causa dei vapori umidi che ne mitigavano lo splendore l’occhio la tollerava per lungo tempo: così all’interno di una nuvola di fiori che dalle mani degli angeli andava su e cadeva di nuovo in basso dentro e di fuori, mi apparve una donna fasciata di foglie d’ulivo addosso a un velo bianchissimo, vestita del colore di luce purpurea sotto un verde mantello.

“E lo spirito mio, che era già così a lungo che al suo cospetto non era stato, pieno di tremore, afflitto dal turbamento, senza aver più conoscenza con gli occhi, a causa di un misterioso potere che promanò da lei, avvertì la grande forza dell’amore di un tempo. Appena mi ferì negli occhi la profonda potenza d’amore che mi aveva già colpito prima che io fossi fuori della fanciullezza, mi volsi a sinistra con l’ansiosa attesa con la quale il bimbo accorre dalla mamma quando ha paura o quando è addolorato, per dire a Virgilio: ‘Meno che una quantità minima di sangue mi è rimasta che non tremi: riconosco i segni dell’ardore di un tempo’.

“Ma Virgilio ci aveva lasciati privi di sé, Virgilio carissimo padre, Virgilio a cui mi affidai per la salvezza della mia anima; né tutto quello di cui privò sé stessa la progenitrice del genere umano, poté impedire alle guance lavate con la rugiada che, piangendo, non ritornassero macchiate di lacrime. «Dante, per il fatto che Virgilio se ne sia andato, non aver fretta di piangere, non piangere ancora; perché è necessario che tu pianga per un dolore più grave»”.

© DONNA M’APPARVE, SOTTO VERDE MANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Sotto così bel ciel com’io diviso

29^ canto del Purgatorio

La processione mistica

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Questi stendardi si allungavano nella lontananza tanto che la mia facoltà visiva non ne discerneva la fine; e, secondo me, quelle esterne erano lontane dieci passi. Sotto un cielo così bello come io lo descrivo, ventiquattro vegliardi, a due a due, venivano cinti di una corona di gigli. Tutti cantavano: «Tu sia lodata tra le figlie di Adamo, e siano lodate in eterno le bellezze tue!».

“Dopo che i fiori e le altre erbe tenere e fresche di fronte a me sulla riva opposta furono sgombre da quelle figure insigni, come nel movimento del cielo una costellazione ne segue un’altra nella rotazione del cielo, quattro animali le seguirono, ciascuno cinto di un ramoscello d’alloro. Ognuno era dotato di sei ali; le piume ricoperte di occhi; e gli occhi di Argo, se fossero di un uomo vivo, sarebbero di tal fatta.

“Più non diffondo versi a rappresentare il loro aspetto, lettore; poiché mi costringe un’altra necessità, tanto che per questa non posso essere generoso; ma leggi Ezechiele, che li raffigura come li vide arrivare da settentrione con il vento e con le nuvole e con il fuoco; e quali li troverai nelle sue pagine, tali erano lì, eccetto che quanto al numero delle ali Giovanni è con me e si allontana da Ezechiele.

“La superficie interna a loro quattro teneva in sé un carro trionfale, su due ruote, che veniva trainato dal collo di un grifone. Esso teneva tese verso l’alto l’una e l’altra ala tra la mediana e le tre e tre strisce, sicché, tagliando l’aria, nessuna ledeva. Si elevavano tanto che non se ne vedeva l’estremità; le parti di aquila erano di colore aureo, e le altre bianche, mescolate di rosso. Non solo Roma non onorò Scipione l’Africano, ovvero Augusto, con un carro così bello, ma anche quello del Sole sarebbe apparso povero paragonato con esso; quello del Sole che, deviando dal suo cammino, fu bruciato per la preghiera della Terra docile, quando Giove fu giusto in modo arcano.

“Tre donne danzavano con moto circolare dalla parte della ruota destra; l’una tanto ardente che a stento si sarebbe distinta all’interno del fuoco; l’altra era come se tutto il corpo fosse stato fatto di smeraldo; la terza somigliava a neve caduta di fresco; e una volta sembravano guidate dalla bianca, una volta dalla rossa; e le altre regolavano dal canto di questa l’andare sia lento sia veloce. Quattro danzavano dalla parte sinistra, vestite di color rosso vivo, seguendo il ritmo di una di loro che aveva tre occhi in testa.

“Dietro a tutto il gruppo appena descritto vidi due vecchi diversi quanto alla veste, ma uguali in atteggiamento sia dignitoso sia austero. L’uno si dimostrava come qualcuno dei discepoli di quell’eccelso Ippocrate che la natura creò a beneficio degli esseri viventi che essa ama di più; l’altro manifestava l’occupazione opposta con una spada lucente e aguzza, tale che mi fece paura al di qua del fiume.

“Poi vidi quattro di umile apparenza; e dietro a tutti un vecchio solo, assorto in una visione estatica, con la faccia espressiva di penetrazione e di acume. E questi sette erano vestiti di bianco come quelli della prima schiera, ma non erano incoronati di gigli intorno al capo, bensì di rose e di altri fiori rossi; uno sguardo poco lontano avrebbe giurato che tutti ardessero al di sopra delle sopracciglia. E quando il carro fu di fronte a me, si udì un fragore, e fu chiaro che quelle figure degne sembrarono avere vietato il camminare oltre, arrestandosi lì con i sette candelabri”.

Fin qui la descrizione dantesca. Ora vediamo, in ordine di apparizione, che cosa simboleggiano tutti questi personaggi: i ventiquattro vegliardi i libri dell’Antico Testamento, i quattro animali i libri del Nuovo Testamento, il carro trionfale la Chiesa di Roma, il grifone Cristo, le tre donne le virtù teologali, le quattro donne le virtù cardinali, i due vecchi gli Atti degli Apostoli di san Luca e delle Epistole di san Paolo, i quattro vecchi le Epistole cattoliche di san Pietro, di san Giacomo, di san Giovanni Evangelista e di san Giuda, infine, il vecchio solo l’Apocalisse di san Giovanni Evangelista.

© SOTTO COSÌ BEL CIEL COM’IO DIVISO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970