A tale imagine eran fatti quelli

15^ canto dell’Inferno

Prima parte.

Adesso ci porta là uno dei bordi di pietra; e il fumo del ruscello forma al di sopra una nube simile a un’ombra, così che protegge dal fuoco il ruscello e gli argini. Quali Fiamminghi tra Wissan e Bruges, temendo il flutto del mare che si scaglia contro di loro, costruiscono le dighe affinché il mare si ritiri; e quali Padovani lungo il Brenta, per difendere le loro città e i castelli, prima che la Carinzia avverta il calore della stagione: a tale immagine erano costruiti quelli, quantunque l’artefice, chiunque fosse, li costruì né così alti né così grandi.

@ A TALE IMAGINE ERAN FATTI QUELLI

Poi che la carità del natio loco

14^ canto dell’Inferno.

(Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.)

Poi che la carità del natio loco mi strinse, raunai le fronde sparte e rende’le a colui, ch’era già fioco. Indi venimmo al fine ove si parte lo secondo giron dal terzo, e dove si vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove, dico che arrivammo ad una landa che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda intorno, come ‘l fosso tristo ad essa; quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa, non d’altra foggia fatta che colei che fu da’ piè di Caton già soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge che piangean tutte assai miseramente, e parea posta lor diversa legge. Supin giacea in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, e altra andava continüamente.

Quella che giva ‘ntorno era più molta, e quella men che giacëa al tormento, ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento, piovean di foco dilatate falde, come di neve in alpe sanza vento. Quali Alessandro in quelle parti calde d’Indïa vide sopra ‘l süstuolo fiamme cadere infino a terra salde, per ch’ei provide a scalpitar lo suolo con le sue schiere, acciò che lo vapore mei si stingueva mentre ch’era solo: tale scendeva l’etternale ardore; onde la rena s’accendea, com’esca sotto focile, a doppiar lo dolore. Sanza riposo mai era la tresca de le misere mani, or quindi or quinci escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci tutte le cose, fuor che ‘ demon duri ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, chi è quel grande che non par che curi lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto, sì che la pioggia non par che ‘l marturi?”.

E quel medesmo, che si fu accorto ch’io domandava il mio duca di lui, gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto. Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui crucciato prese la folgore aguta onde l’ultimo dì percosso fui; o s’elli stanchi li altri a muta a muta in Mongibello a la focina negra, chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, sì com’el fece a la pugna di Flegra, e me saetti con tutta sua forza: non ne potrebbe aver vendetta negra”.

Allora il duca mio parlò di forza tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: “O Capaneo, in ciò che non s’ammorza la tua superbia, se’ tu sei più punito; nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al tuo furor dolor compito”.

Poi si rivolse a me con miglior labbia, dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi; ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti sono al suo petto assai debiti fregi. Or mi vien dietro, e guarda che non metti, ancor, li piedi ne la rena arsiccia; ma sempre al bosco tien li piedi stretti”.

Quale del Bulicame esce ruscello che parton poi tra lor le peccatrici, tal per la rena giù sen giva quello.

“Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, poscia che noi intrammo per la porta lo cui sogliare a nessuno è negato, cosa non fu da li tuoi occhi scorta notabile com’è ‘l presente rio, che sovra sé tutte fiammelle ammorta”.

Queste parole fuor del duca mio; per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto di cui largito m’avëa il disio.

“In mezzo mar siede un paese guasto”, diss’elli allora, “che s’appella Creta, sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto. Una montagna v’è che già fu lieta d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida; or è diserta come cosa vieta. Rëa la scelse già per cuna fida del suo figliuolo, e per celarlo meglio, quando piangea, vi facea far le grida.

“Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, che tien volte le spalle inver’ Dammiata e Roma guarda come süo speglio. La sua testa è di fin oro formata, e puro argento son le braccia e ‘l petto, poi è di rame infino a la forcata; da indi in giuso è tutto ferro eletto, salvo che ‘l destro piede è terra cotta; sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.

“Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta d’una fessura che lagrime goccia, le quali, accolte, fóran quella grotta. Lor corso in questa valle si diroccia; fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; poi se sen van giù per questa stretta doccia, infin, là dove più non si dismonta, fanno Cocito; e qual sia quello stagno tu lo vedrai, però qui non si conta”.   

E io a lui: “Se ‘l presente rigagno si diriva così dal nostro mondo, perché ci appar pur a questo vivagno”.

Ed elli a me: “Tu sai che ‘l loco è tondo; e tutto che tu sie venuto molto, pur a sinistra, giù calando al fondo, non se’ ancor per tutto ‘l cerchio vòlto; per che, se cosa n’apparisce nova, non de’ addur maraviglia al tuo volto”.

E io ancor: “Maestro, ove si trova Flegetonta e Letè? ché de l’un taci, e l’altro di’ che si fa d’esta piova?”.

“In tutte tue question certo mi piaci”, rispuose, “ma il bollor de l’acqua rossa dovea ben solver l’una che tu faci. Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, là dove vanno l’anime a lavarsi quando la colpa pentuta è rimossa”. Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi dal bosco; fa che di retro a me vegne: li margini fan via, che non son arsi, e sopra loro ogne vapor si spegne”.

@ POI CHE LA CARITÀ DEL NATIO LOCO

Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta

14^ canto dell’Inferno.

I fiumi infernali.

Nel terzo girone del settimo cerchio, Dante, nel citare il Veglio di Creta, lo fa per parlare, attraverso la voce di Virgilio, dellorigine dei fiumi infernali. Essi nascono dalle lacrime che scendono copiose dalle ferite che ricoprono le membra di tale personaggio e che, raccogliendosi ai suoi piedi, perforano la roccia del monte Ida, a Creta, nelle viscere del quale dimora la sua statua, fino a che forma, di balzo in balzo, prima l’Acheronte, poi, in ordine di discesa, lo Stige, il Flegetonte e il Cocito.

Ora, senza tediare oltremodo il lettore coi riferimenti della mitologia classica, ci limiteremo a dare conto di questi fiumi al modo in cui sono trattati dal poeta. Precisiamo subito che detti fiumi sono, in realtà, uno solo, che di volta in volta assume nomi diversi, a seconda della dislocazione, nonché degli aspetti che mutano di volta in volta: l‘Acheronte è una ‘livida palude’, lo Stige, uno stagno fangoso, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente e, da ultimo, il Cocito, un lago ghiacciato. Bene. Procediamo in ordine di citazione.

L’Acheronte dantesco è un fiume attraverso il quale Caronte traghetta le anime dannate. Si trova nel vestibolo dell’Inferno, subito dopo gli ignavi, e divide costoro dai non battezzati e dagli ‘spiriti magni del Limbo. “Vidi anime presso la riva di un ampio fiume”, narra il poeta; e perciò egli invita Virgilio a dirgli chi sono e quale usanza le fa apparire ansiose di andare da una parte allaltra, avendo come risposta che le cose gli sarebbero state note una volta arrestatisi sulla dolorosa riva di quel fiume.

Lo Stige è un pantano che si trova nel quinto cerchio e circonda le mura della città di Dite, da cui ha inizio lInferno vero e proprio; in esso sono immersi dannati imbrattati di fango, tutti nudi, con il viso crucciato, che si battono non soltanto con le mani, ma con la testa e col petto e coi piedi, mordendosi violentemente coi denti pezzo a pezzo, vale a dire gli iracondi, “sotto l’acqua vi sono dannati che sospirano, e fanno ribollire quest’acqua alla superficie, come ti rivela l’occhio, dovunque si volga tutto a giro”, cioè gli accidiosi, come specifica Virgilio a Dante.

Il Flegetonte è un fiume di sangue nel quale sono immersi gli omicidi e i predoni. Lo stesso forma il primo girone del settimo cerchio, nonché circonda la selva dei suicidi e degli scialacquatori, per riemergere con una diramazione, il picciol fiumicello che attraversa il terreno sabbioso, costituente il terzo girone del settimo cerchio, e precipitare a Malebolge, l’ottavo cerchio.

Da cui, alla fine di un lungo percorso, diventerà il Cocito, del quale Virgilio non vuole parlare a Dante, dopo avergli descritto la modalità di formazione dei fiumi. Ma sarà il poeta a parlarne diffusamente negli ultimi tre canti, come luogo di espiazione dei traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori, nel nono e ultimo cerchio. Egli, infatti, immagina Cocito a mo’ di una grande distesa ghiacciata, divisa in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, formata dai venti prodotti dalle sei ali di Lucifero, e rappresentata come un’imbuto inclinato.

@ FANNO ACHERONTE, STIGE E FLEGETONTA