Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse

Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse

Finalmente! Il poeta si è deciso a rendere edotti i lettori sul nome del dannato coperto di fango, che ha tentato di rovesciare la barca, guidata con molta maestria dal demone Flegias, nella quale poco prima è entrato insieme a Virgilio, al fine di attraversare lo  Stige, nel quinto cerchio dell’Inferno.

E lo fa subito dopo aver lodato e ringraziato Dio dello scempio cui quegli è sottoposto da parte degli altri iracondi, che gli si scagliano contro, vedendolo respinto violentemente da Virgilio, che poco prima lo invitato gentilmente – si fa per dire – a tornarsene con gli altri cani.

Ma facciamo parlare il poeta: “Tutti gridavano: ‘A Filippo Argenti!’; e il collerico spirito fiorentino si mordeva”. Per proseguire in tal modo: “Lo facemmo restare lì, in modo che non ne parlo più; ma un confuso suono di lamenti mi colpì l’udito, e per questo io acuisco la vista per guardare intensamente davanti”.

D’un tratto, mentre egli è tutto concentrato a verificare l’origine e la natura del frastuono, Virgilio gli dice con tono didascalico: “A questo punto, figliolo, si avvicina la città che prende il nome di Dite, coi dannati puniti più duramente, con la schiera dei diavoli”. 8^ canto dell’Inferno, nel cuore dello stesso.

E Dante, continuando a guardare davanti a sé, ribatte: “Maestro, vedo già le sue costruzioni distinte là dentro nella pianura, incandescenti come se fossero state forgiate dal fuoco ”.

Allora il maestro, annuendo – egli ha compreso che il suo pupillo si è avveduto della rilevanza di ciò che andranno ad affrontare – gli conferma che il fuoco eterno, il quale infuoca dentro le mura di Dite, fa apparire roventi quelle, come il poeta può vedere dalla distanza in cui si trovano. Detto ciò, entrano nella parte più interna dei profondi fossati che delimitano la città di Dite.

Infatti, “Noi pur giugnemmo  dentro a l’alte fosse, narra il poeta, “che vallan quella terra sconsolata“; ed egli, davanti alle mura arroventate che si mostrano ai suoi occhi in tutta la loro imponenza, può constatare che “le mura mi parean che ferro fosse“.  

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Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche

Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche

Inferno, 7^ canto. Abbiamo lasciato il poeta un po’ perplesso, non appena si è sentito replicare da Virgilio – seduto accanto a lui su un masso posto a metà di un declivio – che “tutta la ricchezza che è in Terra e che vi fu già, non potrebbe concedere la quiete a una sola di queste anime sfinite”.

Anime che, nel quarto cerchio dell’Inferno, sono impegnate in un’attività non propriamente edificante: procedere avanti e indietro per questo cerchio, spingendo enormi pietre con il petto e, al contempo, ingiuriarsi a vicenda: gli avari e i prodighi.

Tale perplessità dantesca si manifesta, di lì a poco, con la fatidica domanda che andiamo a riportare: “Maestro mio”, non distogliendo gli occhi da Virgilio, “ora dimmi ancora: questa Fortuna di cui tu mi accenni, che possiede così bramosamente i beni mondani, che cos’è?”.

Allora Virgilio prorompe con rabbia a stento trattenuta: “Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offende! Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche”.

Poi, lanciando uno sguardo al fondovalle, prosegue nella sua elucubrazione che tanto intriga il suo allievo: “Dio creò i cieli e assegnò loro le Intelligenze motrici, in modo che ciascuna riflettesse sul suo cielo la luce, distribuendola ugualmente. Analogamente destinò un’amministratrice ai beni terreni che trasferisse le ricchezze a tempo opportuno di popolo in popolo e da una stirpe all’altra, senza che il senno degli uomini potesse ripararsi da lei; per questo un popolo domina e un altro è oppresso, uniformandosi al decreto di costei, che è nascosto come il serpente nell’erba”.

A questo punto, come se volesse riprendere fiato, il maestro dà uno stop improvviso alla sua filippica, e con la mano sfrega la veste alquanto spiegazzata, mostrando apertamente il suo nervosismo. Perché? Che cosa sta per svelare a Dante? Niente di preoccupante. Lo sapremo presto.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani

O voi ch'avete li 'ntelletti sani

Dunque Virgilio non ha finito di tranquillizzare il poeta, dicendogli che lui conosce esattamente la strada ancora da percorrere, che dall’alta torre della città di Dite in un attimo si sono trovate subito levate in piedi le tre Furie infernali macchiate di sangue.

Le stesse hanno lanciato in basso un’occhiata sprezzante ai due intrusi, sempre fermi davanti alla porta suddetta, nel quinto cerchio dell’Inferno, e il maestro ne ha approfittato per declinare a Dante le loro generalità, per la cronaca Megera, Aletto e Tesifone in ordine di citazione, per zittirsi poi di colpo.

Ora, mentre si graffiano violentemente il petto con le unghie, e si percuotono con i palmi delle mani, gridando così forte che Dante si addossa a Virgilio, tra gli urli si fa largo una voce cavernosa che dice: “Venga Medusa all’Inferno: così lo trasformeremo in pietra; con nostro danno non  punimmo Teseo quando tentò di rapire Proserpina”.  

Udendo ciò, Virgilio spia il suo pupillo con la coda dell’occhio, e gli intima con prontezza: “Vogliti ‘n dietro e tien lo viso chiuso; perché se appare Medusa e tu la vedessi, non sarebbe più possibile ritornare sulla Terra”.

Poi fa rivolgere Dante nella direzione opposta, e non si contenta che questi tiene le mani sugli occhi, ma vi aggiunge anche le sue, mentre noi a rapidi passi ci avviciniamo al cuore del 9^ canto dell’Inferno.  

Dove, una volta giunti, leggiamo una frase criptica. Questa:  “O voi ch’avete li ’ntelletti sani, sforzatevi d’intendere l’ammaestramento che si cela sotto il senso letterale dell’allegoria”.

Per la qual cosa, caro lettore, che hai avuto la costanza di seguire fin qui le gesta dei nostri eroi, presta ora la dovuta attenzione a non prendere troppo alla lettera gli eventi che ci saranno raccontati di qui in avanti, ma di trarne in qualche modo il giusto insegnamento.

Eventi che prendono il via da un rumore violento e improvviso, spaventoso, che arriva su per le acque fangose, “per cui tremavano ambedue le rive, non diverso da un vento vorticoso per i vapori caldi e secchi elevati dalla terra”, narra il poeta, “che colpisce la selva e senza nessun ostacolo rompe, getta a terra e trascina fuori i rami; avanza con il suo alto fronte in un nugolo di polvere, e mette in fuga gli animali e i pastori”.

Allor distese al legno ambo le mani

Allor distese al legno ambo le mani

Che violenza mostra quel dannato, coperto di fango – del quale il poeta ancora non ci fa sapere il nome – non appena afferra con le mani il bordo del natante pilotato da Flegias, su cui Virgilio e Dante sono entrati da poco, e che speditamente sta attraversando lo Stige, nel quinto cerchio dell’Inferno!

Allor distese al legno ambo le mani”, narra il poeta, infatti, dopo aver rimproverato costui, ammettendo di averlo riconosciuto, sebbene quegli fosse tutto sporco di melma. Per proseguire nella narrazione riportando che il maestro, nel vedere la scena, lo allontana dalla barca con una spinta, mentre grida: “Via in codesto posto con gli altri iracondi!”.

Siamo tornati nell’8^ canto dell’Inferno, del quale stiamo avvistando la parte centrale dello stesso, avendo abbondantemente oltrepassato quella di esordio.

Detto ciò, Virgilio  abbraccia Dante al collo; gli bacia il viso e gli dice: “Animo disdegnoso, sia santificata tua madre! Quello tra i vivi fu un individuo tracotante; non vi è un’opera buona che nobiliti la sua memoria: perciò qui la sua ombra è rabbiosa”.

E qui Virgilio, volgendo lo sguardo in alto, con tono di malinconica rassegnazione, ci regala una ‘perla’ quanto mai attuale, proseguendo: “Quanti si tegnon or là sù gran regi che staranno qui come porci in brago, facendo restare di sé un ricordo infame!”.

Al che Dante ribatte, lanciando uno sguardo furente al dannato che, nel frattempo, è piombato di nuovo sotto la mota della palude: “Maestro, sarei molto desideroso di vederlo aggredito e immerso in questa fanghiglia prima che noi si venga fuori dallo Stige”.

E questi, con un sorriso maligno sulle labbra: “Prima che ti si renda visibile la sponda, sarai soddisfatto: devi provare il godimento di questo desiderio”. E poco dopo…