Sotto ‘l governo d’un sol galeoto

8^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

Io dico, proseguendo, che assai prima che noi fossimo alla base dell’alta torre, i nostri occhi si diressero alla sommità per due fiamme piccole e sottili che vi vedemmo collocare, e un’altra rispondere da lontano, tanto che a stento l’occhio lo poteva percepire. E io mi rivolsi al principio di tutto il sapere; dissi: “Che cosa significa questo? e che cosa replica quell’altro segnale luminoso? e chi sono quelli che lo hanno fatto?”.

Ed egli a me: Già puoi vedere su per le sporche acque quello che si aspetta, se non te lo nasconde la caligine della palude”.

Una corda d’arco non scagliò mai da sé freccia che si muovesse così veloce attraverso l’aria, come io vidi un’imbarcazione piccola e leggera avvicinarsi a noi nell’acqua in quel mentre, sotto la direzione di un unico nocchiero, che gridava: “Adesso sei arrivata, anima malvagia!”.

@ SOTTO ‘L GOVERNO D’UN SOL GALEOTO

Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

7^ canto dell’Inferno

(Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.)

Pape Satàn, pape Satàn, aleppe!”, cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe, disse per confortarmi: “Non ti noccia la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, non ci torrà lo scender questa roccia”.

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia, e disse: “Taci, maladetto lupo! consuma dentro te con la tua rabbia. Non è sanza cagion l’andare al cupo: vuolsi ne l’alto, là dove Michele fé la vendetta del superbo strupo”.

Quali dal vento le gonfiate vele caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele. Così scendemmo ne la quarta lacca, pigliando più de la dolente ripa che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa nove travaglie e pene quant’io viddi? e perché nostra colpa sì ne scipa? Come fa l’onda là sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s’intoppa, così convien che qui la gente riddi. Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa, e d’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa. Percotëansi ncontro; e poscia pur lì si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: “Perché tieni?” e “Perché burli?”.

Così tornavan per lo cerchio tetro da ogne mano a l’opposito punto, gridandosi anche loro ontoso metro; poi si volgea ciascun, quand’era giunto, per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. E io, ch’avea lo cor quasi compunto, dissi: “Maestro mio, or mi dimostra che gente è questa, e se tutti fuor cherci questi chercuti a la sinistra nostra”.

Ed elli a me: “Tutti quanti fuor guerci sì de la mente in la vita primaia, che con misura nullo spendio ferci. Assai la voce lor chiaro l’abbaia, quando vegnono a’ due punti del cerchio dove colpa contraria li dispaia. Questi fuor cherci, che non han coperchio piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio”.

E io: “Maestro, tra questi cotali dovre’ io ben riconoscere alcuni che furo immondi di cotesti mali”.

Ed elli a me: “Vano pensiero aduni: la sconoscente vita che i fé sozzi ad ogne conoscenza or li fa bruni. In etterno verranno a li due cozzi: questi resurgeranno del sepulcro col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. Mal dare e mal tener lo mondo pulcro ha tolto loro, e posti a questa zuffa: qual ella sia, parole non ci appulcro. Or puoi, figliuol, veder la corta buffa d’i ben che son commessi a la fortuna, per che l’umana gente si rabuffa; ché tutto l’oro ch’è sotto la luna e che già fu, di quest’anime stanche non poterebbe farne posare una”.

Maestro mio”, diss’io lui, “or mi dì anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?”.

E quegli a me: “Oh creature sciocche! quanta ignoranza è quella che v’offende! Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche. Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli e diè lor chi conduce sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, distribuendo igualmente la luce. Similemente a li splendor mondani ordinò general ministra e duce che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e d’uno in altro sangue, oltre la difension di senni umani; per ch’una gente impera e l’altra langue, seguendo lo giudicio di costei, che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei: questa provede, giudica, e persegue suo regno come il loro li altri dèi. Le sue permutazion non hanno triegue: necessità la fa esser veloce; sì spesso vien chi vicenda consegue. Quest’è colei ch’è tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode, dandole biasmo a torto e mala voce; ma ella s’è beata e ciò non ode: con l’altre prime creature lieta volve sua spera e beata si gode. Or discendiamo omai a maggior pieta; già ogne stella cade che saliva quand’io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta”.

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva sovr’una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva. L’acqua era buia assai più che persa; e noi, in compagnia de l’onde bige, intrammo giù per una via diversa. In la palude va c’ha nome Stige questo tristo ruscel, quand’è disceso al piè de le maligne piagge grige. E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso. Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: “Figlio, or vedi l’anime di color cui vinse l’ira; e anche vo’ che tu per certo credi che sotto l’acqua è gente che sospira, e fanno pullular quest’acqua al summo, come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. Fitti nel limo, dicon: ‘Tristi fummo ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, portando dentro accidïoso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra’. Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra”.

Così girammo de la lorda pozza grand’arco, tra la ripa secca e ‘l mézzo, con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

@ PAPE SATÀN, PAPE SATÀN ALEPPE!

Ordinò general ministra e duce

7^ canto dell’Inferno.

La Fortuna.

Nel quarto cerchio dell’Inferno, quello dove gli avari e i prodighi fanno rotolare massi spingendoli con il petto avanti e indietro, ingiuriandosi a vicenda fino a scontrarsi sul limite divisorio tra i due emicicli del cerchio, a conclusione di una dettagliata spiegazione relativa alla natura della pena cui sono soggetti, il maestro dice al poeta: “Pertanto, figliolo, puoi comprendere il breve inganno dei beni che sono affidati alla Fortuna, per i quali l’umanità intera si accapiglia”.

Già, la Fortuna. In tal caso Dante, attraverso le parole di Virgilio, presenta ai lettori il compendio più elevato della sua personalissima concezione di questa entità ultramondana. Dunque costei è una divinità che gira la sua ruota, incaricata da Dio a distribuire tra gli esseri umani (intesi come individui e popolazioni) i beni terreni, sotto forma di ricchezze, bellezza, onori, forza, potere, gloria, e di trasferirli, di tanto in tanto, secondo i suoi disegni preordinati.

Perciò, prosegue Virgilio, si rivelano inutili la difese approntate dagli uomini, i quali, per non avvedersi dell’origine ultraterrena di questa divinità, talvolta inveiscono ingiustamente al suo indirizzo. Ma essa non bada a ciò.

Nella compilazione di questo passo, Dante deve aver tenuto sicuramente presente l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, come si può evincere dall’aver accostato questa entità alla Provvidenza, ancorché il tema è stato svolto in forma poetica; e a tale riguardo ci aiuta Boccaccio, che riporta: “In questa parte, l’autore, quanto più può, secondo il costume poetico, parla”.

Questa sulla Fortuna è la prima digressione teorica di una certa ampiezza posta in bocca a Virgilio, che nell’Eneide ricorda di continuo tale entità divina, identificandola con il volere di Giove. E non casualmente Virgilio dice a Dante: “Ora voglio che tu accolga il mio ragionamento”, prima di dare il via alla sua lunga dissertazione.

@ ORDINÒ GENERAL MINISTRA E DUCE

In etterno verranno a li due cozzi

7^ canto dell’Inferno.

Gli avari e i prodighi.

Come fanno le onde del mare presso Cariddi, che s’infrangono contro quelle in cui si scontrano, così qui è destino che i dannati ballino”. Così Dante a proposito degli avari e dei prodighi, nel quarto cerchio dell’Inferno, dopo che Virgilio ha inveito contro Pluto, il demonio guardiano dello stesso.

Il vizio di questi dannati ha come motivazione il tronfio desiderio delle ricchezze che gli uni accumulano per il diletto del mero possesso, e gli altri per sperperarle senza fondamento alcuno. E sono posti subito dopo i lussuriosi e i golosi, mentre in Purgatorio sono collocati nella cornice precedente a quelle di costoro.

La pena degli avari e dei prodighi, distinti in due gruppi contrapposti, è quella di provenire da una direzione e dall’altra, con grida disumane, facendo rotolare massi spingendoli con il petto. Entrambi, quando si scontrano sul limite divisorio tra i due emicicli del cerchio, si ingiuriano e si rinfacciano a vicenda le loro colpe, gridando: “Perché sei parsimonioso nello spendere?” e “Perché dilapidi?”, per volgersi indietro e ripetere lo stesso movimento, e ancora scontrarsi sulla parte opposta del semicerchio, e così all’infinito.

In questo cerchio, riporta Dante, i dannati sono decisamente più numerosi che nei precedenti cerchi visitati fino a quel momento, quasi a voler sottolineare la preminenza di questo vizio sugli altri prima trattati (lussuria e gola), e tra di essi spicca una nutrita rappresentanza di ecclesiastici. Dante non ne riconosce nessuno, e Virgilio gli dice che vita senza discernimento che li macchiò col vizio, ora li rende impenetrabili ad ogni riconoscimento.

Per specificare poi che, nel giorno del Giudizio, i membri di entrambe le schiere rivestiranno le loro spoglie: gli uni, gli avari, con la mano chiusa e gli altri, i prodighi, con i capelli tagliati. Di certo il poeta, a proposito di questi ultimi, ebbe a mente il pensiero di Aristotele al riguardo; per il grande filosofo greco lo sperpero delle ricchezze con cui l’uomo sostenta la propria vita, è una vera e propria distruzione della loro intima essenza.

@ IN ETTERNO VERRANNO A LI DUE COZZI