E perché l’usuriere altra via tene

E perché l'usuriere altra via tene

Quando Virgilio decide la sosta nel sesto cerchio dell’Inferno, per abituare l’olfatto suo, e quello di Dante, al ripugnante eccesso del fetore che il basso Inferno esala, protetti entrambi dalla pietra sepolcrale dell’avello del papa Anastasio II – 11^canto  dell’Inferno – egli, tra l’altro, illustra all’allievo, che lo ha interrogato in proposito, il motivo per cui l’usura viene punita nel terzo girone del settimo cerchio, e non nella città di Dite, che è la dimora degli incontinenti.

E lo fa con un’interessante dissertazione, partendo dalla Fisica di Aristotele e finendo alla Genesi, col sostenere, in sostanza, che l’uomo ricava i mezzi per il proprio sostentamento lavorando, mentre chi pratica l’usura privilegia altre modalità di vita, in ciò disprezzando sia la natura, intesa come creazione divina, sia il lavoro, interpretato come valore, e strettamente connesso a essa. Peccato dunque contro natura e contro l’arte – vedi il richiamo all’opera aristotelica sopra citata.

Mettendo in bocca a Virgilio questa tesi, si ha la conferma di quanto Dante soffrisse per l’usura. E che a cavallo tra i secoli XIII e XIV lo status quo fosse influenzato fortemente da questo che la Chiesa considerava un vero e proprio peccato, è dimostrato dalla copiosa letteratura teologica fiorita a quel tempo. A mo’ di esempio citiamo il trattato di Remigio de’ Girolami, il quale batté forte sul carattere di contrasto alla natura che l’usura comportava – e qui torniamo ad Aristotele, ripreso da Tommaso d’Aquino.

Dunque per Dante l’usura appariva come una delle manifestazioni di un male più alto, che attraversava in modo particolare la sua epoca, ma che in realtà da sempre fa parte dell’indole umana, cioè la cupidigia. Da qui alla sua concezione sulle ‘ricchezze’ nel Convivio, parte IV^, il passo è breve.

Infatti per lui, queste, benché lecitamente procurate, hanno un non so che d’ingiusto e di non compiuto, anche e proprio in funzione della ‘fortuna’ che determina il loro conseguimento, tanto che il poeta non riesce nemmeno a giustificare i proventi derivanti da una mercatantia lecita, figuriamoci quando quelli sono il frutto di un illicito procaccio, “vera rapina propria di un uomo malvagio, perché l’uomo onesto mai accetterebbe un guadagno illecito”.

Tornando all’usura, i peccatori di tale colpa il poeta li incontrerà fisicamente – come preannunciatogli da Virgilio durante la sosta – nel terzo girone del settimo cerchio (17^ canto dell’Inferno), non tralasciando di dire che in un’altra circostanza, precisamente in Paradiso, 22^ canto – egli accennerà a questo peccato, nel momento in cui condanna il comportamento dei Frati Benedettini, che cercano in tutti i modi di accaparrarsi le ‘ricchezze’ della Chiesa destinate ai poveri.

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Tal orazion fa far nel nostro tempio

Tal orazion fa far nel nostro tempio

Tra gli avelli di cui al 10^ canto dellʼInferno, quelli dove sono sepolti gli epicurei, Dante intrattiene un drammatico tête-à-tête con Farinata degli Uberti, il capo ghibellino che, avendolo visto aggirarsi in compagnia di Virgilio proprio tra gli stessi, lo ha apostrofato con una delle battute più famose della letteratura mondiale:O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco”. Città del foco, vale a dire il sesto cerchio dell’Inferno

Bene. A un dato punto di questo concitato scontro verbale – interrotto brevemente dallʼintervento di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, grande amico di Dante – il dannato chiede al poeta perché i suoi concittadini sono tanto severi con la consorteria cui apparteneva in vita, ogni volta che assumono delle decisioni che riguarda la stessa nei consigli cittadini. Al che, Dante risponde con sprezzo: “La sconfitta e il sangue versato a  Montaperti, tal orazion fa far nel nostro tempio”.

Già, Montaperti. Alzi la mano colui che non ha mai sentito nominare, almeno per una volta, la battaglia che porta il nome di questo castello, ormai scomparso? Qui, in val dʼArbia, nel Senese, alla confluenza tra il Malena e lʼArbia, il 4 Settembre 1260 si trovarono di fronte i fuoriusciti ghibellini fiorentini, capitanati da Farinata degli Uberti e Guido Novello, i Senesi e la cavalleria tedesca comandata da Giordano di Anglano, vicario di Manfredi di Svevia in Toscana, da una parte; e Fiorentini, Perugini, Lucchesi e Orvietani dallʼaltra.

Lo scontro si risolse con una sconfitta di questi ultimi, dovuta principalmente al tradimento di Bocca degli Abati, che spinse alla fuga i cavalieri di Guido Guerra, e costrinse i fanti a una disperata quanto vana resistenza. I morti fiorentini oscillarono tra i 2.500 e i 10.000, e per Firenze lʼumiliazione fu enorme.

Infatti, la battaglia di Montaperti si rivelò la “tempesta perfetta” per Firenze, come città in sé e come potenza regionale. In conseguenza di ciò, si ebbe il crollo del cd. primo popolo, cui Dante guardava con nostalgia, protagonista dellʼetà felice di Firenze, menzionata da Cacciaguida in Paradiso, e soprattutto il fallimento del progetto, portato avanti con ostinazione da Firenze, di unificare tutta la Toscana sotto la sua egemonia.

Comunque, non è da sottovalutare che Montaperti sia un episodio dʼarmi salito a fama universale, come del resto quello di Campaldino (11 Giugno 1289), oltre che per la sua importanza storica, come rilevato sopra, per essere stato ricordato proprio dal poeta, nella occasione in cui egli ci presenta la figura di un condottiero straordinario: Farinata degli Uberti.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola

Mostrocci un'ombra da l'un canto sola

Dodicesimo canto dellʼInferno. I due pellegrini, insieme al centauro Nesso, si sono fermati presso i dannati, che spuntano fino alla gola dal bollore del Flegetonte. Nesso, additando uno di loro discosto alquanto, dice che quello è lʼassassino di Arrigo di Cornovaglia. Così, senza aggiungere altro. E prosegue il cammino, portando Dante sulla groppa e  Virgilio al suo fianco.

Il dannato additato dal centauro è Guido di Monfort, e la sua figura emerge dal bollor vermiglio del fiume di sangue nel settimo cerchio dellʼInferno, precisamente nel girone dei violenti contro il prossimo. In perfetta solitudine, come se perfino gli altri dannati, peraltro assassini della peggior specie, non volessero stargli vicino.

Figlio di Simone, conte di Leicester, fu avversario dello zio, il re Enrico III dʼInghilterra e di suo zio, il principe Edoardo I, nella battaglia di Evesham (1265), dove perse il padre e il fratello maggiore, i corpi dei quali furono oltraggiati, ed egli stesso fu fatto prigioniero. Riuscito a fuggire, dopo varie vicissitudini in tutta Europa, finì sotto la protezione di Carlo I dʼAngiò, da costui ricevendo poi il feudo di Nola, in Campania, e la nomina di vicario in Toscana, dove si distinse per la sua crudeltà. Morì in prigione a Messina nel 1288, dopo essersi impegnato nella guerra del Vespro e fatto prigioniero da Ruggero di Lauria a Castellamare di Stabia (1287).

Dante lo pone nel Flegetonte, senza nemmeno citarlo per nome, ma solo con una perifrasi, immerso fino alla gola e in posizione defilata dagli altri, perché in vita si rese protagonista di un agghiacciante fatto di sangue che, ai suoi tempi, fece grande scalpore. Nel 1272, infatti, Guido di Montort pugnalò a morte in una chiesa di Viterbo, durante la messa (nel grembo di Dio), il giovane Arrigo, cugino del summenzionato Edoardo I e figlio del conte di Cornovaglia, per vendicare la morte dei suoi parenti più stretti.

La ʻvendetta di Viterboʼ, come venne chiamata, perpetrata alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I dʼAngiò, pur destando il clamore di cui si è detto – anzitutto per il luogo in cui avvenne il fatto, nonché per il successivo vilipendio del cadavere – ebbe come conseguenza soltanto la scomunica per lʼassassino, a causa della protezione accordatagli dallʼAngioino, il quale lo spinse a nascondersi nei possedimenti di Maremma del conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi, di cui era divenuto congiunto, avendo sposato la figlia.

La fulminante battuta, messa da Dante in bocca a Nesso, cioè “Colui fesse in grembo a Dio lo cor che ʼn su Tamisi ancor si cola” – racconta il Villani che “il cuore di Arrigo fu posto in una coppa dʼoro… su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi” – rappresenta una delle più mirabili sintesi storiche della intera Commedia.

Tutti son pien di spirti maladetti

Tutti son pien di spirti maladetti

Una volta allontanatisi da Farinata degli Uberti, incontrato tra gli eretici del sesto cerchio dell’Inferno, i due poeti si riparano dietro la pietra sepolcrale dell’avello del papa Anastasio II, sempre nello stesso cerchio, per abituarsi al ripugnante eccesso del fetore che il basso Inferno esala.

Qui Virgilio dà il via a una lunga descrizione riguardante la tipologia dei dannati – di tutti, quelli già incontrati e quelli che dovranno incrociare – nonché le modalità attraverso cui la giustizia divina li ha suddivisi nelle varie partizioni dell’Inferno.

Così il maestro ricorda all’allievo che, fatta eccezione delle anime del Limbo e degli eretici, hanno fatto la conoscenza degli incontinenti: gli iracondi e gli accidiosi, i lussuriosi, e i golosi, e gli avari e i prodighi, cioè coloro che hanno avuto in vita quella disposizione d’animo consistente nel cercare a tutti i costi il godimento fine a sé stesso, al di là di ciò che è ritenuto giusto e lecito dalla morale corrente.

Nei cerchi del basso Inferno, continua Virgilio, che tutti son pien di spirti maladetti, si troveranno a contatto, più o meno stretto, con i peccatori che ebbero come unico scopo della loro vita l’ingiuria, ossia l’infrazione della legge di Dio o della natura, che sancisce rapporti e obblighi dell’uomo nei confronti della divinità, rispetto a sé stessi e verso il prossimo.

La suddetta infrazione, specifica il maestro, può manifestarsi con la violenza o con l’inganno. E il secondo è più grave in quanto è indirizzato contro chi è legato a noi da legami dovuti all’affetto naturale. Così Virgilio spiega a Dante che nel prosieguo del viaggio, s’imbatterà nei peccatori di violenza, nel settimo cerchio, e nell’ottavo, ripartiti in dieci fosse concentriche, le famigerate bolge, troverà la specie di fraudolenti che fidanza non imborsa, poi nel nono, distinti in quattro schiere, quelli che hanno usato l’inganno contro chi si fida: i traditori. 

Insomma, l’11^ canto dell’Inferno, quello dove si svolge quanto sopra – dove in verità di poesia ce n’è ben poca – “nel suo genere, è un modello di esposizione lucida, ordinata, ben distribuita nelle sue parti e giova a far meglio comprendere al lettore la qualità specifica dell’arte di Dante e la presenza in essa di un robusto e non trascurabile scheletro dottrinale”. Sapegno docet. Come dargli torto?