Quivi la ripa fiamma in fuor balestra

25^ canto del Purgatorio.

Il muro di fuoco e gli esempi di castità.

Nella settima cornice. Il poeta narra: “Ed eravamo già giunti all’ultima cornice, e volti a destra, ed eravamo attenti a un’altra cosa che ci attirava a sé. Lì la parete scaglia fuori una cortina di fuoco, e l’orlo esterno della balza soffia verso l’alto un vento che la respinge e porta via da essa un passaggio allontanandola; per cui era necessario che noi avanzassimo uno per volta dalla parte aperta verso il vuoto; e io di qua temevo il fuoco, e di là temevo di precipitare.

“La mia guida diceva: «In questo punto si devono frenare gli occhi, poiché si potrebbe deviare facilmente dalla via». In quel momento in mezzo alle grandi fiamme udii spiriti che cantavano ‘Dio di somma clemenza’, che mi fece importare di volgermi al canto non meno di tenere a freno gli occhi; e vidi spiriti andanti attraverso la cortina di fuoco; per cui io guardavo loro e i miei passi, alternando gli sguardi ora verso gli spiriti ora verso il cammino.

“Dopo l’ultima parte che si recita di quell’inno, gridavano forte: ‘Non conosco uomo’; dopo riprendevano a cantare l’inno a bassa voce. Finito questo, di nuovo gridavano: «Diana visse ritirata nei boschi, e ne scacciò Elice che aveva gustato il veleno dell’amore». Dopo tornavano a cantare; dopo gridavano mogli e mariti che furono esenti dalla colpa come ci prescrive di essere la virtù morale e l’obbligo della fedeltà coniugale. E credo che questo comportamento sia loro sufficiente per tutto il tempo che il fuoco li brucia: con tale cura e con tali nutrimenti spirituali alla fine è inevitabile che si rimargini la ferita del peccato”.

© QUIVI LA RIPA FIAMMA IN FUOR BALESTRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Apri a la verità che viene il petto

25^ canto del Purgatorio

L’origine dell’essere umano, dell’anima e del corpo aereo delle ombre

Tra la sesta e la settima cornice. Stazio a Dante: «Se l’intelletto tuo, figlio, esamina attentamente e accoglie in sé le parole mie, ti saranno luce al dubbio che tu esprimi. Il sangue che stilla puro, che poi non viene assorbito dalle avide vene, e rimane come un cibo che si toglie da una tavola, deriva dal cuore paterno la potenza formativa a tutte le membra del corpo umano, come quello che va attraverso le vene a nutrire quelle formate del corpo.

«Elaborato di nuovo, si raccoglie dov’è più conveniente tacere che parlare; e di lì in seguito stilla sopra il sangue dell’altro sesso nel recipiente naturale. Lì si riuniscono insieme l’uno e l’altro, l’uno predisposto a subire, e l’altro ad agire a causa del perfetto luogo da cui è spremuto; e, congiunto con esso, inizia a esercitare la sua operazione prima formando un coagulo, e poi dà vita a ciò che fece trasformare in materia consistente.

«Diventata un’anima la potenza formativa quale è quella di una pianta, divergente in ciò, che la prima continua a operare e la seconda è già compiuta, poi agisce tanto, che già si muove e sente, come una spugna marina; e dopo comincia a formare gli organi dei sensi di cui è il principio generativo. Una volta si allarga, figliolo, una volta si spande, la potenza che è derivata dal cuore del genitore, in cui la natura è intenta a formare tutte le parti del corpo umano.

«Ma come da feto divenga parlante, tu non lo comprendi ancora: questo è un tale argomento, che già indusse in errore uno più sapiente di te, sicché secondo il suo insegnamento affermò come separato dall’anima l’intelletto possibile, perché non vide nessun organo del corpo assunto da esso. Accogli la verità che sto per annunciarti; e sappi che, appena nel feto il formare del cervello è compiuto, il primo Motore si volge verso di lui soddisfatto sopra una così mirabile opera della natura, e v’infonde uno spirito nuovo, ricolmo di potenza intellettiva, che assimila al suo essere ciò che trova in atto nel feto, e si forma un’anima sola, che ha facoltà vegetativa e sensitiva e riflette sé stessa su sé stessa.

«E affinché provi meno stupore del mio discorso, guarda il calore del sole che diventa vino, congiunto alla linfa che stilla dai tralci della vite. Quando Lachesi non ha più di quel lino di cui dispone, l’anima si scioglie dal corpo, e ne porta via con sé virtualmente sia le facoltà umane e sia le divine: le facoltà sprovviste di organi sono tutte quante inerti; la memoria, l’intelligenza e la volontà sono attive molto più che durante la vita.

«Senza fermarsi, con un mirabile impulso interno l’anima precipita a una delle sponde; lì per la prima volta comprende quale sarà la sua sorte in eterno. Appena lì uno spazio aereo la circonda, la potenza formativa irradia intorno così e quanto nel corpo vivente. E come l’aria, quando è molto pregna di umidità, a causa del raggio di sole che si riflette su sé stesso, si abbellisce dei vari colori dell’arcobaleno; così lì si dispone lo spazio aereo circostante e secondo quella parvenza corporea che è in lui informa di sé per effetto della sua virtù l’anima che si fermò; e simile poi alla fiamma che asseconda la lingua di fuoco là dovunque si trasferisca, la sua nuova parvenza corporea segue l’anima.

«Poiché di conseguenza ha in seguito la sua visibilità, è chiamata ombra; e di conseguenza forma poi ogni organo di senso fino alla vista. Di conseguenza parliamo e di conseguenza noi ridiamo; di conseguenza produciamo le lacrime e i sospiri che puoi aver udito per il monte. A seconda di come ci tormentano i desideri e gli altri sentimenti, l’ombra li esprime sensibilmente; e questa è la causa del fatto di cui tu provi meraviglia».

© APRI A LA VERITÀ CHE VIENE IL PETTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

25^ canto del Purgatorio.

La magrezza dei golosi.

Tra la sesta e la settima cornice. Il poeta narra: “Era l’ora in cui il salire non consentiva indugio; perché il sole aveva lasciato il meridiano alla costellazione del Toro e la notte a quella dello Scorpione: per cui, come agisce chi non si ferma ma prosegue il suo cammino, qualsiasi cosa gli si mostri, se lo colpisce l’incitamento della necessità, così noi ci avviammo per il passaggio stretto, uno davanti all’altro inoltrandoci per la scala che a causa della strettezza obbliga coloro che salgono ad avanzare in fila.

“E quale il piccolo della cicogna che solleva l’ala per il desiderio di volare, e non si azzarda di allontanarsi dal nido, e la piega; tale ero io con il desiderio di domandare che si accendeva e si spegneva, giungendo fino al gesto che fa colui che si dispone a parlare. Il mio caro padre non tralasciò di parlare, per quanto fosse rapido l’andare; ma disse: «Distendi l’arco del dire, che hai teso fino alla punta ferrata della freccia».

“Quindi aprii tranquillamente la bocca e iniziai a dire: «Come può dimagrire un corpo in cui non si fa sentire bisogno di nutrirsi?».

“«Se ti rammentassi come Meleagro si logorò al ridurre a nulla di un tizzone ardente, questo non ti sarebbe così ostico», disse; «e se tu considerassi come, al guizzo della persona, l’immagine umana guizza all’interno dello specchio, ciò che sembra arduo a comprendere ti sembrerebbe agevole. Ma affinché ti acquieti dentro al tuo desiderio, ecco qui Stazio; e io lo invoco e prego che adesso sia il risanatore delle piaghe della tua mente».

“«Se gli rivelo la conoscenza delle cose eterne dandogli la possibilità di vederle», rispose Stazio, «quando ci sei tu, mi sia di scusa il non poter io rifiutarmi»”.

© ECCO QUI STAZIO; E IO LUI CHIAMO E PREGO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970