Tratto m’avea nel fiume infin la gola

31^ canto del Purgatorio.

Dante si pente e viene immerso nel Lete da Matelda.

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “Quali i fanciulli, provando vergogna, stanno silenziosi con gli occhi a terra, ascoltando e avendo coscienza delle proprie colpe e profondamente pentiti, tale stavo io; ed ella disse: «Dal momento che per ascoltare sei contrito, solleva la barba, e proverai una sofferenza maggiore guardandomi». Un robusto cerro si sradicacon meno resistenza, ovvero al vento di tramontana ovvero a quello della terra di Iarba, di quanto io dovessi superarla quando al suo ordine sollevai il mento; e quando per indicare il viso disse la barba, compresi esattamente l’amaro rimprovero del suo modo di argomentare.

“E quando la mia faccia si tese verso l’alto, l’occhio vide quelle prime creature essersi fermate dal loro spargere fiori; e i miei occhi, ancora esitanti per vergogna e timore, videro Beatrice volta sul grifone che nella sua doppia natura è una sola persona. Sotto il suo velo e al di là del fiume mi sembrava che superasse in bellezza la sé stessa di un tempo, più che superasse le altre in Terra, quando ella c’era.

“L’ortica del pentimento allora mi punse così, che quella fra tutte le altre cose che mi attirò di più con il suo piacere, più mi diventò odiosa. Tanta consapevolezza delle mie colpe mi tormentò il cuore, che io mi afflosciai sopraffatto dal rimorso; e come diventai in quel momento, lo sa colei che mi apportò la causa. Poi, quando il cuore mi rese di fuori la forza vitale, vidi sopra di me la donna che io avevo trovato sola, e diceva: «Stringimi, stringimi!».

“Mi aveva immerso nel fiume fino alla gola, e traendomi dietro di sé se ne andava sopra l’acqua leggera come una barchetta. Quando fui vicino alla beata sponda, udii così soavemente intonare ‘Mi aspergerai’, che non sono in grado di ricordarlo, non che io lo scriva. La bella donna distese le braccia; mi abbracciò la testa e m’immerse in tal modo che fu inevitabile che io bevessi l’acqua.

© TRATTO M’AVEA NEL FIUME INFIN LA GOLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Era la mia virtù tanto confusa

31^ canto del Purgatorio.

Altre accuse di Beatrice a Dante e l’ammissione del poeta. Nuovi rimproveri a costui.

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “«O tu che sei al di là del fiume santo», indirizzando direttamente verso di me il suo discorso, che anche soltanto indirettamente mi era sembrato pungente, riprese a dire, seguitando senza indugio, «di’, di’ se questo è vero; a così grave accusa è necessario che si accompagni la tua confessione». Le facoltà della mia anima erano tanto sopraffatte, che la voce si formò, e venne meno prima che fosse emessa dagli organi suoi. Aspettò poco; poi disse: «Che cosa pensi? Rispondimi; perché i ricordi delle colpe in te ancora non sono stati cancellati dall’acqua».

“Vergogna e paura mescolate insieme mi spinsero fuori della bocca un tale «sì», a intendere il quale furono necessari gli occhi. Come una balestra, quando lascia partire il colpo da un’eccessiva tensione, spezza la sua corda e l’arco, e la freccia raggiunge il bersaglio con meno impeto, così io proruppi sotto l’eccessivo peso di confusione e paura, a far uscire fuori con impeto lacrime e sospiri, e la voce si affievolì attraverso il suo passaggio.

“Ed ella a me: «Attraverso il desiderio di me, che ti conduceva a desiderare il Bene al di là del quale non c’è nulla a cui si aspiri, quali ostacoli posti di traverso o quali impedimenti trovasti, per cui tu dovessi perdere la speranza dell’andare avanti? E quali comodità o quali profitti si offrirono al tuo sguardo nell’aspetto degli altri beni, per cui fossi indotto a vagheggiarli?».

“Dopo aver tratto un sospiro pieno di tristezza, a stento ebbi la voce che rispose, e le labbra la generarono faticosamente. Piangendo dissi: «I beni che avevo davanti agli occhi mi distolsero dal retto cammino con la loro fallace bellezza, appena il vostro viso si tolse alla mia vista».

“Ed ella: «Se tacessi o se negassi ciò che ammetti, il peccato tuo non sarebbe meno palese: lo si conosce da tale giudice! Ma quando la confessione del peccato esce con forza e con pena dalla bocca del peccatore, l’ira divina nel tribunale celeste si mitiga come la mola ruota nel senso contrario a quello necessario per affilare la spada. Nondimeno, affinché ora tu provi vergogna della tua colpa, e affinché un’altra volta, cedendo alle sirene, tu sia più forte, abbandona la ragione del tuo piangere e ascolta: così apprenderai come l’essere io morta ti doveva spingere nella direzione opposta.

«La natura o una creazione artistica non portarono mai alla tua presenza una bellezza tanto grande, quanto il bel corpo in cui io fui racchiusa, e che giace disteso dentro la terra; e se la somma bellezza, venne così a mancarti a causa della mia morte, quale attrattiva terrena doveva poi attirarti nel desiderio di sé? Proprio in seguito alla prima ferita inferta in te dalle cose ingannevoli, avresti dovuto sollevarti a volo seguendo me che non ero più tale. Non avrebbe dovuto appesantire le tue ali in basso, in attesa di un maggiore dolore, o una giovane donna o un’altra novità con l’utilizzo di durata così breve. L’uccellino appena nato attende due o tre colpi prima di fuggire; ma davanti agli occhi degli uccelli fatti adulti si tende la rete o si scagliano frecce inutilmente».

© ERA LA MIA VIRTÙ TANTO CONFUSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

30^ canto del Purgatorio

(Canto XXX, dove narra come Beatrice apparve a Dante e Virgilio il lasciò, e lo recitare per l’alta donna de la incostanza e difetto di Dante, e qui l’auttore piange i suoi difetti con vergogna compuntiva.)

Quando il settentrïon del primo cielo,

che né occaso mai seppe né orto

né d’altra nebbia che di colpa velo,

e che faceva lì ciascuno accorto

di suo dover, come ‘l più basso face

qual temon gira per venire a porto,

fermo s’affisse: la gente verace,

venuta prima tra ‘l grifone ed esso,

al carro volse sé come a sua pace;

e un di loro, quasi da ciel messo,

Veni, sponsa, de Libano‘ cantando

gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

Quali i beati al novissimo bando

surgeran presti ognun di sua caverna,

la revestita voce alleluiando,

cotali in su la divina basterna

si levar cento, ad vocem tanti senis,

ministri e messaggier di vita etterna.

Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!‘,

e fior gittando e di sopra e dintorno,

Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte orïental tutta rosata,

e l’altro ciel di bel sereno addorno;

e la faccia del sol nascere ombrata,

sì che per temperanza di vapori

l’occhio la sostenea lunga fïata:

così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma’.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’mi;

né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

«Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada».

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

viene a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l’incora;

in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

che di necessità qui si registra,

vidi la donna che prima m’appario

velata sotto l’angelica festa,

drizzar li occhi ver’ me di qual dal rio.

Tutto che ‘l vel che le scendea di testa,

cerchiato de le fronde di Minerva,

non la lasciasse parer manifesta,

regalmente ne l’atto ancor proterva

continüò come colui che dice

e ‘l più caldo parlar dietro reserva:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

Come degnasti d’accedere al monte?

non sapei tu che qui è l’uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;

ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,

tanta vergogna mi gravò la fronte.

Così la madre al figlio par superba,

com’ella parve a me; perché d’amaro

sente il sapor de la pietade acerba.

Ella si tacque; e li angeli cantaro

di sùbito ‘In te, Domine, speravi‘;

ma oltre ‘pedes meos‘ non passaro.

Sì come neve tra le vive travi

per lo dosso d’Italia si congela,

soffiata e stretta da li venti schiavi,

poi, liquefatta, in sé stessa trapela,

pur che la terra che perde ombra spiri,

sì che par foco fonder la candela;

così fui sanza lagrime e sospiri

anzi ‘l cantar di quei che notan sempre

dietro a le note de li etterni giri;

ma poi che ‘ntesi ne le dolci tempre

lor compartire a me, par che se detto

avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,

spirito e acqua fessi, e con angoscia

de la bocca e de li occhi uscì del petto.

Ella, pur ferma in su la detta coscia

del carro stando, a le sustanze pie

volse le sue parole così poscia:

«Voi vigilate ne l’etterno die,

sì che notte né sonno a voi non fura

passo che faccia il secol per sue vie;

onde la mia risposta è con più cura

che m’intenda colui che di là piagne,

perché sia colpa e duol d’una misura.

Non pur per ovra de le rote magne,

che drizzan ciascun ad alcun fine

secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine,

che sì alti vapori hanno a loro piova,

che nostre viste là non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova

virtüalmente, ch’ogne abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova.

Ma tanto più maligno e più silvestro

si fa ‘l terren col mal seme e non cólto,

quant’elli ha più di buon vigor terrestro.

Alcun tempo il sostenni col mio volto:

mostrando li occhi giovanetti a lui,

meco il menava in dritta parte vòlto.

Sì tosto come in su la soglia fui

di mia seconda etade e mutai vita,

questi si tolse a me, e diesse altrui.

Quando di carne a spirto era salita,

e bellezza e virtù cresciuta m’era,

fu’ io a lui men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera,

imagini di ben seguendo false,

che nulla promession rendono intera.

Né l’impetrare ispirazion mi valse,

con le quali e in sogno e altrimenti

lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

Tanto giù cadde, che tutti argomenti

a la salute sua eran già corti,

fuor che mostrarli le perdute genti.

Per questo visitai l’uscio d’i morti,

e a colui che l’ha qua sù condotto,

li preghi miei, piangendo, furon porti.

Alto fato di Dio sarebbe rotto,

se Letè si passasse e tal vivanda

fosse gustata sanza alcuno scotto

di pentimento che lagrime spanda.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Alcun tempo il sostenni col mio volto

30^ canto del Purgatorio.

Dante è accusato da Beatrice di traviamento.

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Ella, sempre immobile sulla predetta sponda del carro, indirizzò il suo discorso così in seguito verso le Intelligenze pietose: «Voi vegliate nel giorno di Dio, sicché la notte né il sonno non vi nascondono qualsiasi azione che il mondo degli uomini compia nel suo cammino; per cui la mia replica è che mi comprenda con maggiore intenzione colui che piange dall’altra parte, affinché il peccato e il dolore siano proporzionati.

«Non soltanto a causa dell’influsso delle sfere celesti, che indirizzano ogni creatura umana a uno scopo determinato a seconda di come i pianeti siano congiunti con esse, ma per l’abbondanza di doni della grazia divina, che hanno la loro pioggia da nuvole così alte, che nell’Empireo non vi arrivano neppure le nostre viste, questi nella sua età giovanile fu tale in potenza attiva, che ogni buona disposizione naturale avrebbe prodotto in lui una straordinaria riuscita.

«Ma il terreno diventa tanto più sterile e più selvatico col cattivo seme e non coltivato, quanto più esso è più dotato di una buona fertilità naturale. Per qualche tempo lo mantenni sulla retta via con la mia presenza: facendogli vedere gli occhi giovanili, lo conducevo con me volto nella giusta direzione. Appena fui all’inizio della mia giovinezza e passai dalla vita terrena a quella eterna, questi si staccò da me, e si concesse ad altri.

«Quando ero ascesa dalla vita del corpo a quella dello spirito, e mi erano aumentate sia la bellezza sia i poteri della sua essenza, io da lui fui meno amata e meno apprezzata; e si miseper una via falsa, andando dietro a fallaci apparenze di bene, che nessuna promessa di felicità mantengono mai interamente. Né mi giovò l’ottenere con preghiere da Dio buone ispirazioni, con le quali in sogno e in modo diverso lo richiamai a me: gliene importò così poco!

«Scese tanto in basso, che tutti i mezzi erano già insufficienti per la salvezza dell’anima sua, eccetto che fargli conoscere le anime dannate. Per questo discesi alla porta dei dannati, e la mia preghiera, piangendo, fu rivolta a colui che l’ha accompagnato quassù. Sarebbe violato un arcano decreto di Dio, se il Lete fosse attraversato e fosse assaporata tale bevanda senza nessun pagamento che faccia spargere lacrime di pentimento»”.

© ALCUN TEMPO IL SOSTENNI COL MIO VOLTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970