Già eravam da la selva rimossi

Già eravam da la selva rimossi

Inferno, canto 15^, inizio dello stesso. Virgilio e Dante, camminando nei pressi della selva dei suicidi e degli scialacquatori – che costituisce il secondo girone del settimo cerchio, quello che castiga i violenti contro sé stessi, e che hanno percorso in tutta la sua ampiezza, dopo avervi fatto degli incontri non poco interessanti e istruttivi – raggiungono gli argini di pietra di un rivo dal liquido rosso, che sgorga appena al di fuori di quella.

Qui il poeta mantovano avverte Dante di stare attento e di continuare a seguirlo come sempre, perché di lì in avanti il cammino non sarà per niente agevole – ammesso che fino a quel momento lo sia stato. Questi argini furono costruiti non si sa da chi – ma forse sarà stata la mano di Dio! – per contenere in un alveo sicuro il sangue bollente – è questo il liquido rosso ivi racchiuso. Ora uno di quegli argini permette loro di andarsene da questo luogo, mentre “lʼevaporazione del sangue bollente forma sopra lo stesso una fitta nube”, chiosa il poeta.

Nel seguito di detta descrizione, che, come detto, forma la parte iniziale del canto, egli, nellʼintento di presentare il nuovo ambiente che si staglia loro davanti (si tratta del terzo girone del settimo cerchio), dice: “Come i Fiamminghi nella Fiandre, nel timore che lʼalta marea si riversi su di loro, edificano le dighe per contrastare la forza dʼurto del Mar del Nord; e come i Padovani lungo il Brenta, allo scopo di difendere le loro città e i loro borghi, prima che in Carinzia si sciolgano le nevi, provocando con ciò la piena dei fiumi che scendono nella Pianura Padana; a questa configurazione si ispiravano quegli argini, sebbene non fossero così alti né così grandi”.

Già eravam da la selva rimossi” di quel tanto, che non si può vederla, per quanto sforzo si faccia nel voltarsi, quando una schiera di anime viene avanti lungo lʼargine, e tutte insieme li scrutano come si fa di sera nel guardare un amico con cui si sta parlando alla luce scarsa del plenilunio; e quelle anime strizzano gli occhi nella loro direzione, così come un abile sarto stringe le palpebre e aguzza lo sguardo per infilare il filo nella cruna di un ago.

Così guardato da cotal famiglia…”, ci informa il poeta; ma fermiamoci qui.

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Era lo loco ov’a scender la riva

Era lo loco ov'a scender la riva

INFERNO

CANTO XII

Era lo loco ov’a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco, tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del monte, onde si mosse, al piano è sì la roccia discoscesa, ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: cotal di quel burrato era la scesa; e ’n su la punta de la rotta lacca l’infamïa di Creti era distesa che fu concetta ne la falsa vacca; e quando vide noi, sé stesso morse, sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, che sù nel mondo la morte ti porse? Pàrtiti, bestia, ché questi non vene ammaestrato da la tua sorella, ma vassi per veder le vostre pene”.

Qual è quel toro che si slaccia in quella c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, che gir non sa, ma qua e là saltella, vid’io lo Minotauro far cotale; e quello accorto gridò: “Corri al varco; mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale”.

Così prendemmo vià giù per lo scarco di quelle pietre, che spesso moviensi sotto i miei piedi per lo novo carco. Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi forse a questa ruina, ch’è guardata da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi. Or vo’ che sappi che l’altra fïata ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata. Ma certo poco pria, se ben discerno, che venisse colui che la gran preda levò a Dite del cerchio superno, da tutte parti l’alta valle feda tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo sentisse amor, per lo qual è chi creda più volte il mondo in caòsso converso; e in quel punto questa vecchia roccia, qui e altrove, tal fece riverso. Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per vïolenza in altrui noccia”.

***

Oh cieca cupidigia e ira folle, che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta, come quella che tutto ’l piano abbraccia, secondo ch’avea detto la mia scorta; e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia corrien centauri, armati di saette, come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette, e de la schiera tre si dipartiro con archi e asticciuole prima elette; e l’un gridò da lungi: “A qual martiro venite voi che scendete la costa? Ditel costinci; se non, l’arco tiro”.

Lo mio maestro disse: “La risposta farem noi a Chirón costà di presso: mal fu la voglia tua sempre sì tosta”.

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso, che morì per la bella Deianira, e fé di sé la vendetta elli stesso. E quel di mezzo, ch’al petto si mira, è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira. Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue più che sua colpa sortille”.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Chirón prese uno strale, e con la cocca fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, disse a’ compagni: “Siete voi accorti che quel di retro move ciò ch’el tocca? Così non soglion far li piè d’i morti”.

E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, dove le due nature son consorti, rispuose: “Ben è vivo, e sì soletto mostrar li mi convien la valle buia; necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. Tal si partì da cantare alleluia che mi commise quest’officio novo: non è ladron, né io anima fuia. Ma per quella virtù per cu’ io movo li passi miei per sì selvaggia strada, danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, e che ne mostri là dove si guada, e che porti costui in su la groppa, ché non è spirto che per l’aere vada”.

***

Chiròn si volse in su la destra poppa, e disse a Nesso: “Torna. E sì li guida, e fa cansar s’altra schiera v’intoppa”.

Or ci muovemmo con la scorta fida lungo la proda del bollor vermiglio, dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio,

e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni; quivi è Alessandro, e Dïonisio fero che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ’l pel così nero, è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo, è Opizzo da Esti, il qual per vero fu spento dal figliastro sù nel mondo”.

Allor mi volsi al poeta, e quei disse: “Questi ti sia or primo, e io secondo”.

Poco più oltre il centauro s’affisse sovr’una gente che ’nfino a la gola parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola”.

Poi vidi gente che di fuor del rio tenean la testa e ancor tutto ’l casso; e di costoro assai riconobb’io.

Così a più a più si facea basso quel sangue, sì che cocea pur li piedi; e quindi fu del fosso il nostro passo.

Sì come tu da questa parte vedi lo bulicame che sempre si scema”, disse ’l centauro, “voglio che tu credi che da quest’altra a più a più giù prema lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge ove la tirannia convien che gema. La divina giustizia di qua punge quell’Attila che fu flagello in terra, e Pirro e Sesto; e in etterno munge le lagrime, che col bollor diserra, a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, che fecero a le strade tanta guerra”.

Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.

In su l’estremità d’un’alta ripa

In su l'estremità d'un'alta ripa

INFERNO

CANTO XI

In su l’estremità d’un’alta ripa che facevan gran pietre rotte in cerchio, venimmo sopra più crudele stipa; e quivi per l’orribile soperchiodel puzzo che ’l profondo abisso gitta, ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta che dicea: ‘Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotino de la via dritta’.

Lo nostro scender conviene esser tardo, sì che s’ausi un poco in prima il senso al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”.

Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”, dissi lui, “trova che ’l tempo non passi perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”.

Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”, cominciò poi a dir, “son tre cerchietti di grado in grado, come que’ che lassi. Tutti son pien di spirti maladetti; ma perché poi ti basti pur la vista, intendi come e perché son costretti. D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale o con forza o con frode altrui contrista. Ma perché frode è de l’uom proprio male, più spiace a Dio; e però stan di sotto li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto; ma perché si fa forza a tre persone, in tre gironi è distinto e costrutto. A Dio, a sé, al prossimo si pòne far forza, dico in loro e in lor cose, come udirai con aperta ragione. Morte per forza e ferute dogliose nel prossimo si danno, e nel suo avere ruine, incendi e tollette dannose; onde omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo per diverse schiere.

***

Puote omo avere in sé man vïolenta, e ne’ suoi beni; e però nel secondo giron convien che sanza pro si penta qualunque priva sé del vostro mondo, biscazza e fonde la sua facultade, e piange là dov’esser de’ giocondo. Puossi far forza ne la deïtade, col cor negando e bestemmiando quella, e spregiando natura e sua bontade; e però lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi, spregiando Dio col cor, favella. La frode, ond’ogne coscïenza è morsa, può l’omo usare in colui che ’n lui fida e in quel che fidanza non imborsa. Questo modo di retro par ch’incida pur lo vinco d’amor che fa natura; onde nel cerchio secondo s’annida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura. Per l’altro modo quell’amor s’oblia che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, di che la fede spezïal si cria; onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto de l’universo in su che Dite siede, qualunque trade in etterno è consunto”.

E io: “Maestro, assai chiara procede la tua ragione, e assai ben distingue questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. Ma dimmi: quei de la palude pingue, che mena il vento, e che batte la pioggia, e che s’incontran con sì aspre lingue, perché non dentro da la città roggia sono ei puniti, se Dio li ha in ira? e se non li ha, perché sono a tal foggia?”.

***

Ed elli a me: “Perché tanto delira”, disse, “lo ’ngegno tuo da quel che sòle? o ver la mente dove altrove mira? Non ti rimembra di quelle parole con le quai la tua Etica pertratta le tre disposizion che ’l ciel non vole, incontenenza, malizia e la matta bestialitade? e come incontenenza men Dio offende e men biasimo accatta? Se tu riguardi ben questa sentenza, e rechiti a la mente chi son quelli che sù di fuor sostegnon penitenza, tu vedrai ben perché da questi felli sien dipartiti, e perché men crucciata la divina vendetta li martelli”.

O sol che sani ogne vista turbata, tu mi contenti sì quando tu solvi, che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. Ancora in dietro un poco ti rivolvi”, diss’io, là dove di’ ch’usura offende la divina bontade, e il groppo solvi”.

Filosofia”, mi disse, “a chi la ’ntende, nota, non pure in una sola parte, come natura lo suo corso prende dal divino ’ntelletto e da sua arte; e se tu ben la tua Fisica note, tu troverai, non dopo molte carte, che l’arte vostra quella, quanto pote, segue, come ’l maestro fa ’l discente; sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote. Da queste due, se tu ti rechi a mente lo Genesì dal principio, convene prender sua vita e avanzar la gente; e perché l’usuriere altra via tene, per sé natura e per la sua seguace dispregia, poi ch’in altro pon la spene. Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, e ’l balzo via là oltra si dismonta”.

Ora sen va per un secreto calle

Ora sen va per un secreto calle

INFERNO

CANTO X

Ora sen va per un secreto calle, tra ’l muro de la terra e li martìri, lo mio maestro, e io dopo le spalle.

O virtù somma, che per li empi giri mi volvi”, cominciai, “com’a te piace, parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. La gente che per li sepolcri giace potrebbesi veder? già son levati tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.

E quelli a me: “Tutti saran serrati quando di Iosafàt qui torneranno coi corpi che là sù hanno lasciati. Suo cimitero da questa parte hanno con Epicuro tutti suoi seguaci, che l’anima col corpo morta fanno. Però a la dimanda che mi faci quinc’entro satisfatto sarà tosto, e al disio ancor che tu mi taci”.

E io: “Buon duca, non tegno riposto a te mio cuor se non per dicer poco, e tu m’hai non pur mo a ciò disposto”.

O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patrïa natio, a la qual forse fui troppo molesto”.

Subitamente questo suono uscìo d’una de l’arche; però m’accostai, temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s’è dritto: da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.

Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s’ergea col petto e con la fronte com’avesse l’inferno a gran dispitto. E l’animose man del duca e pronte mi pinser tra le sepulture a lui, dicendo: “Le parole tue sien conte”.

Com’io al piè de la sua tomba fui, guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.

***

Io ch’era d’ubidir disideroso, non gliel celai, ma tutto gliel’apersi; ond’ei levò le ciglia un poco in suso; poi disse: “Fieramente furo avversi a me e a miei primi e a mia parte, sì che per due fïate li dispersi”.

S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”, rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata; ma i vostri non appreser ben quell’arte”.

Allor surse a la vista scoperchiata un’ombra, lungo questa, infino al mento: credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento avesse di veder s’altri era meco; e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: “Se per questo cieco carcere vai per altezza d’ingegno, mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.

E io a lui: “Da me stesso non vegno: colui ch’attende là, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

Le sue parole e ’l modo de la pena m’avean di costui già letto il nome; però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: “Come? dicesti ‘elli ebbe’? non viv’elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.

Quando s’accorse d’alcuna dimora ch’io facëa dinanzi a la risposta, supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta restato m’era, non mutò aspetto, né mosse collo, né piegò sua costa; e se continüando al primo detto, “S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa, ciò mi tormenta più di questo letto. Ma non cinquanta volte fia raccesa la faccia de la donna che qui regge, che tu saprai quanto quell’arte pesa. E se tu mai nel dolce mondo regge, dimmi: perché quel popolo è sì empio incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.

Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso, tal orazion fa far nel nostro tempio”.

***

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, “A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo sanza cagion con li altri sarei mosso. Ma fu’ io solo, là dove sofferto fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, colui che la difesi a viso aperto”.

Deh, se riposi mai vostra semenza”, prega’ io lui, “solvetemi quel nodo che qui ha ’nviluppata mia sentenza. El par che voi veggiate, se ben odo, dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, e nel presente tenete altro modo”.

Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, le cose”, disse, “che ne son lontano; cotanto ancor ne splende il sommo duce. Quando s’appressano o son, tutto è vano nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, nulla sapem di vostro stato umano. Però comprender puoi che tutta morta fia nostra conoscenza da quel punto che del futuro fia chiusa la porta”.

Allor, come di mia colpa compunto, dissi: “Or direte dunque a quel caduto che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, fate i saper che ’l fei perché pensava già ne l’error che m’avete soluto”.

E già ’l maestro mio richiamava; per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio: qua dentro è ’l secondo Federico e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico poeta volsi i passi, ripensando a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando, mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.

E io li sodisfeci al suo dimando.

La mente tua conservi quel ch’udito hai contra te”, mi comandò quel saggio; “quando sarai dinanzi al dolce raggio di quella il cui bell’occhio tutto vede, da lei saprai di tua vita il vïaggio”.

Appresso mosse a man sinistra il piede: lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo per un sentier ch’a una valle fiede, che ’nfin la sù facea spiacer suo lezzo.