Non fronda verde, ma di color fosco

13 canto dell’Inferno.

Prima parte.

Nesso non era fino allora giunto di là, quando noi ci avviammo attraverso un bosco che non era delineato da nessun tracciato. Non foglie verdi, ma di colore scuro; non rami lisci e nodosi, ma contorti e intrecciati; non vi erano frutti, ma spine con veleno. Non hanno dimora tra cespugli spinosi così pungenti né così fitti quegli animali selvatici che sfuggono tra Cecina e Corneto i luoghi coltivati.

Lì costruiscono i loro nidi le sozze Arpie, che scacciarono i Troiani dalle Strofadi con la funesta predizione di una futura rovina. Hanno larghe ali, e colli e volti umani, zampe con artigli, e il grande addome ricoperto di penne; emettono lamenti terrificanti sopra gli alberi.

E il valente maestro mi cominciò a dire: “Prima che t’inoltri maggiormente, sappi che sei nel secondo girone, e vi sarai fino a quando tu giungerai nello spaventoso terreno sabbioso. Perciò presta attenzione appieno; così vedrai cose che priverebbero di fiducia il mio ragionamento”.

@ NON FRONDA VERDE, MA DI COLOR FOSCO

Era lo loco ov’a scender la riva

12^ canto dell’Inferno.

(Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.)

Era lo loco ov’a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco, tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. Qual è quella ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del monte, onde si mosse, al piano è sì la roccia discoscesa, ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: cotal di quel burrato era la scesa; e ‘n su la punta de la rotta lacca l’infamïa di Creti era distesa che fu concetta ne la falsa vacca; e quando vide noi, sé stesso morse, sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene, che sù nel mondo la morte ti porse? Pàrtiti, bestia, ché questi non vene ammaestrato da la tua sorella, ma vassi per veder le vostre pene”.

Qual è quel toro che si slaccia in quella c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale, che gir non sa, ma qua e là saltella, vid’io lo Minotauro far cotale; e quello accorto gridò: “Corri al varco; mentre ch’e’ ‘nfuria, è buon che tu ti cale”.

Così prendemmo via giù per lo scarco di quelle pietre, che spesso moviensi sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi forse a questa ruina, ch’è guardata da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi. Or vo’ che sappi che l’altra fïata ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, questa roccia non era ancor cascata. Ma certo poco pria, se ben discerno, che venisse colui che la gran preda levò a Dite del cerchio superno, da tutte parti l’alta valle feda tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo sentisse amor, per lo qual è chi creda più volte il mondo in caòsso converso; e in quel punto questa vecchia roccia, qui e altrove, tal fece riverso. Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per vïolenza in altrui noccia”.

Oh cieca cupidigia e ira folle, che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! Io vidi un’ampia fossa in arco torta, come quella che tutto ‘l piano abbraccia, secondo ch’avea detto la mia scorta; e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia corrien centauri, armati di saette, come solien nel mondo andare a caccia. Veggendoci calar, ciascun ristette, e de la schiera tre si dipartiro con archi e asticciuole prima elette; e l’un gridò da lungi: “A qual martiro venite voi che scendete la costa? Ditel costinci; se non, l’arco tiro”.

Lo mio maestro disse: “La risposta farem noi a Chirón costà di presso: mal fu la voglia tua sempre sì tosta”.

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso, che morì per la bella Deianira, e fé di sé la vendetta elli stesso. E quel di mezzo, ch’al petto si mira, è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira. Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue più che sua colpa sortille”.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Chirón prese uno strale, e con la cocca fece la barba in dietro a le mascelle. 

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, disse a’ compagni: “Siete voi accorti che quel di retro move ciò ch’el tocca? Così non soglion far li piè d’i morti”. E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto, dove le due nature son consorti, rispuose: “Ben è vivo, e sì soletto mostrar li mi convien la valle buia; necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto. Tal si partì da cantare alleluia che mi commise quest’officio novo: non è ladron, né io anima fuia. Ma per quella virtù per cu’ io movo li passi miei per sì selvaggia strada, danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, e che ne mostri là dove si guada, e che porti costui in su la groppa, ché non è spirto che per l’aere vada”.

Chiròn si volse in su la destra poppa, e disse a Nesso: “Torna, e sì li guida, e fa cansar s’altra schiera v’intoppa”.

Or ci movemmo con la scorta fida lungo la proda del bollor vermiglio, dove i bolliti facieno alte strida. Io vidi gente sotto infino al ciglio, e ‘l gran centauro disse: “E’ son tiranni che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni; quivi è Alessandro, e Dionisio fero che fé Cicilia aver dolorosi anni. E quella fronte c’ha ’l pel così nero, è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo, è Opizzo da Esti, il qual per vero fu spento dal figliastro sù nel mondo”. Allor mi volsi al poeta, e quei disse: “Questi ti sia or primo, e io secondo”.

Poco più oltre il centauro s’affisse sovr’una gente che ‘nfino a la gola parea che di quel bulicame uscisse. Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola”.

Poi vidi gente che di fuor del rio tenean la testa e ancor tutto ‘l casso; e di costoro assai riconobb’io. Così a più a più si facea basso quel sangue, sì che cocea pur li piedi; e quindi fu del fosso il nostro passo.

Sì come tu da questa parte vedi lo bulicame che sempre si scema”, disse ‘l centauro, “voglio che tu credi che da quest’altra a più a più giù prema lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge ove la tirannia convien che gema. La divina giustizia di qua punge quell’Attila che fu flagello in terra, e Pirro e Sesto; e in etterno munge le lagrime, che col bollor diserra, a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, che fecero a le strade tanta guerra”.

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

@ ERA LA LOCO OV’A SCENDER LA RIVA

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola

11^ canto dell’Inferno.

Guido di Montfort.

Nesso, indicando a Dante, che reca sulla schiena, uno dei violenti immerso al pari degli altri nel fiume di sangue bollente e vermiglio, lo fa senza farne esplicitamente il nome. E prosegue il cammino.

Il dannato additato dal centauro è Guido di Monfort, e la sua figura emerge da questo fiume, che funge da primo girone del settimo cerchio dell’Inferno. In perfetta solitudine, come se perfino gli altri dannati, peraltro assassini della peggior specie, con lui non vogliano avere a che fare.

Figlio di Simone, conte di Leicester, fu avversario dello zio, il re Enrico III d’Inghilterra e di suo zio, il principe Edoardo I, nella battaglia di Evesham (1265), dove perse il padre e il fratello maggiore, i corpi dei quali furono oltraggiati, ed egli stesso fu fatto prigioniero.

Riuscito a fuggire, dopo varie vicissitudini in tutta Europa, finì sotto la protezione di Carlo I dʼAngiò, da costui ricevendo poi il feudo di Nola, in Campania, e la nomina di vicario in Toscana, dove si distinse per la sua crudeltà. Morì in prigione a Messina nel 1288, dopo essersi impegnato nella guerra del Vespro e fatto prigioniero da Ruggero di Lauria a Castellamare di Stabia (1287).

Dante lo pone nel fiume suddetto, immerso fino alla gola e in posizione defilata dagli altri, perché in vita si rese protagonista di un agghiacciante fatto di sangue che, ai suoi tempi, fece grande scalpore. Nel 1272, infatti, Guido di Monfort pugnalò a morte in una chiesa di Viterbo il giovane Arrigo, cugino di Edoardo I e figlio del conte di Cornovaglia, per vendicare la morte dei suoi parenti più stretti.

La “vendetta di Viterbo”, come venne chiamata, perpetrata alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I dʼAngiò, pur destando il clamore di cui si è detto, anzitutto per il luogo in cui avvenne il fatto, nonché per il successivo vilipendio del cadavere, ebbe come conseguenza soltanto la scomunica per l’assassino, a causa della protezione accordatagli dall’Angioino, il quale lo spinse a nascondersi nei possedimenti di Maremma del conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi, di cui era divenuto congiunto, avendo sposato la figlia.

La fulminante battuta, messa da Dante in bocca a Nesso, cioè “Quel dannato spaccò in chiesa il cuore che si onora tuttora sul Tamigi”, racconta il Villani che “il cuore di Arrigo fu posto in una coppa d’oro… su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi”, rappresenta una delle più mirabili sintesi storiche della Commedia.

@ MOSTROCCI UN’OMBRA DA L’UN CANTO SOLA

Corrien centauri, armati di saette

12^ canto dell’Inferno.

I centauri.

Entrati nel settimo cerchio dell’Inferno, e lasciato Minosse, redarguito prontamente da Virgilio, i due poeti vedono in lontananza delle strane creature, che corrono lungo la riva del fiume di sangue bollente e vermiglio, che funge da primo girone del cerchio stesso.

Impegnate nellopera di sorveglianza dei violenti contro il prossimo, immersi nello stesso, esse si dedicano con impegno a colpirli con le loro frecce, quando costoro si sollevano dalla superficie, nella vana illusione di alleviare, almeno in parte, la loro pena.

Queste creature sono i centauri, i quali, per la loro duplice essenza, umana ed equina, e per la tradizione letteraria latina, che li presentava pronti alla violenza e al ladrocinio, rappresentano per Dante, come del resto il Minotauro, la bruta avidità e l’ira dissennata, attraverso cui si manifesta la parte peggiore del carattere umano e viene esaltata la brutalità dei comportamenti.

Il progenitore dei centauri fu Issione, re tessalo dei Lapiti, il quale, ospitato nell’Olimpo, tentò di sedurre Era, la sposa di Zeus, il quale gli inviò prontamente una sosia di costei. Dal rapporto nacque Centauro, un ibrido tra un uomo e un cavallo. Issione poi fu punito per questo suo ardire, ma il figlio sopravvisse e, secondo quando narra Pindaro, si accoppiò con le giumente del Monte Pelio, generando molte creature simili a lui, appunto i centauri.

L’avvenimento cardine in cui costoro sono entrati di diritto nella mitologia greca, la Centauromachia, si ricollega alle nozze di Piritoo, anchʼesso re tessalo dei Lapiti, con Ippodamia. Invitati alla festa, essi ben presto si ubriacarono, così che uno di essi, Euritione, tentò di violentare la sposa e i compagni, per non essergli da meno, si scagliarono addosso alle altre donne. Lasciamo al lettore immaginare il parapiglia che ne scaturì, al quale prese parte pure Teseo, amico dello sposo, che si concluse con la sconfitta dei centauri, che furono cacciati dalla Tessaglia.

Essi non rappresentano altro che una umanità selvaggia e agli estremi del mondo civile e religioso greco, per cui la lotta alle nozze di Piritoo significa il superamento di un simile modus vivendi, cioè l’entrata a tutti gli effetti nel vivere civile.

@ CORRIEN CENTAURI, ARMATI DI SAETTE