Non è sanza cagion l’andare al cupo

7^ canto dell’Inferno.

Pluto.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio dice a Pluto: «Taci, maledetto lupo! consumati dentro con la tua rabbia. Non è senza ragione di andare nella profonda cavità infernale: si vuole nel cielo, là dove Michele punì la ribellione mossa dalla superbia».

Figura del mito classico, Pluto, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Iasione e di Demetra. Idolatrato come dio delle ricchezze, fu considerato quale protettore dell’abbondanza nei campi, e rappresentò ogni forma di benessere, tanto che Aristofane gli dedicò una commedia famosa ancora oggi. Pluto fu relegato in secondo piano da Plutone, dio degli Inferi, al quale fu trasferita la potestà delle ricchezze.

Dai primi commentatori della Commedia, Pluto fu confuso con Plutone o Ade (figlio di Rea e di Crono, divise la supremazia del mondo con i fratelli Giove e Nettuno, prendendosi la zona sotterranea; il nome a questa divinità venne attribuito dai misteri eleusini, in cui era celebrato come produttore di fertilità), che Cicerone identificava con Dite.

Questa confusione venne attribuita pure al poeta, non solo da quei commentatori, ma altresì da qualche moderno; ma, ad onore del vero, questi distinse nettamente le due divinità: per lui Dite era Lucifero, il re dell’Inferno, come il Dite dell’Eneide, mentre della figura di Pluto i lettori, antichi e moderni, ne presero e ne prendono conoscenza al momento della discesa sua e di Virgilio nel cerchio sopra citato, assegnando ad entrambe le divinità i rispettivi luoghi di appartenenza, tuttavia restando ignota la fonte da cui egli apprese tale distinzione.

La trasformazione di Pluto, da dio delle ricchezze a demonio infernale, operata da Dante, fu sicuramente dovuta al rapporto cupidigia-lupo più volte da affermato nel corso del poema. Il poeta lasciò intuire le grandi dimensioni di questo personaggio, con tratti umani e sembianze di animale, con il sopravvento di queste ultime. Ma che Pluto si trattasse di una figura indefinita, è dimostrato dal fatto che gli illustratori del Trecento dovettero fare uno sforzo di fantasia per rappresentarlo. A tal proposito, notevole fu la miniatura del codice Laurenziano, dove venne raffigurato con la testa di lupo, corpo umano pieno di peluria e ali di pipistrello.

@ NON È SANZA CAGION L’ANDARE AL CUPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970