Tal cadde a terra la fiera crudele

7^ canto dell’Inferno.

Pluto.

Giungemmo nel punto in cui si discende nel cerchio successivo: lì incontrammo Pluto, il potente demonio”.

Virgilio e Dante, in prossimità del varco che conduce al quarto cerchio dell’Inferno, dove sono puniti gli avari e i prodighi, si avvedono di una figura dai vaghi tratti umanoidi, volto lupesco e ali di pipistrello, il quale si erge in tutta la sua possanza fisica a sbarrare loro il passaggio.

Questi pronuncia parole terribili: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”, quasi un’invocazione diretta al suo signore e padrone, Plutone, re degli Inferi. Parole che, a distanza di secoli, rappresentano ancora uno degli enigmi più ardui da risolvere di tutta l’opera, oggetto come sono di ricerche tematiche circa il loro effettivo significato.

Stiamo parlando di Pluto, antica divinità ellenica nativa dell’isola di Creta, figlio di Iasione e di Demetra, e al principio patrono dell’abbondanza agreste, per essere in un secondo tempo celebrato come dio della ricchezza. Si ritiene che Dante abbia avuto notizie di questo personaggio da una fonte imprecisata; di qui poi a trasformarlo in un demone-guardiano quale simbolo della cupidigia il passo deve essere stato breve.

Demone-guardiano che viene prontamente zittito da Virgilio, il quale prima rincuora il poeta dicendogli di non aver paura, perché comunque riusciranno a superare l’ostacolo, con una formula simile nella sostanza a quella pronunciata in precedenza nei riguardi di Caronte e di Minosse.

@ TAL CADDE A TERRA LA FIERA CRUDELE

Quest’inno si gorgoglian ne la strozza

7^ canto dell’Inferno.

Ultima parte.

Il valente maestro disse: “Figlio, ora vedi le anime di coloro che furono vinti dall’ira; e inoltre voglio che tu ammetta come vero certamente che sotto l’acqua vi sono dannati che sospirano, e fanno ribollire quest’acqua alla superficie, come l’occhio ti rivela, dovunque si volga tutto a giro. Confitti nel fango dicono: ‘Fummo accidiosi nell’aria mite che si ravviva per la luce del sole da cui trae giocondità, covando nell’animo l’ira repressa: ora ci rattristiamo nella melma nera’. Si gorgogliano questo lamento nella gola, perché non lo possono emettere con la parola pronunciata per intero”.

Così andammo in tondo per un grande tratto della sporca palude, tra la riva asciutta e il fradicio, con gli occhi rivolti a chi inghiotte di quel fango. Da ultimo giungemmo alla base di una torre.

 @ QUEST’INNO SI GORGOGLIAN NE LA STROZZA

  

Troncandosi co’ denti a brano a brano

7^ canto dellʼInferno.

Sesta parte.

Noi attraversammo il cerchio fino all’altro margine presso una sorgente che ribolle e si rovescia per un rigagnolo che scaturisce da lei. L’acqua era nera assai più che scura; e noi, insieme alle acque color della cenere, procedemmo giù per un aspro percorso. Questo triste ruscello sfocia nella palude che ha il nome Stige, quando è disceso al punto del terreno in cui inizia il malagevole pendio grigio. E io, che stavo intento a guardare, vidi dannati in quella palude imbrattati di fango, tutti nudi, con il viso crucciato. Questi battevano non soltanto con le mani, ma con la testa e col petto e coi piedi, mordendosi violentemente coi denti pezzo a pezzo. 

@ TRONCANDOSI CO’ DENTI A BRANO A BRANO

Vostro saver non ha contasto a lei

7^ canto dell’Inferno.

Quinta parte.

E quegli a me: “Oh uomini privi di discernimento, quanta ignoranza è quella che vi danneggia! Ora voglio che tu accolga il mio ragionamento. Colui la cui suprema intelligenza supera tutto, creò i cieli e assegnò loro una guida, così che ognuna riflettesse il suo splendore su ogni cielo, ripartendo ugualmente la luce. Analogamente destinò un’amministratrice ai beni terreni che trasferisse le ricchezze e gli onori a tempo opportuno di popolo in popolo e da una stirpe all’altra, senza che il senno degli uomini potesse ripararsi da lei; per cui un popolo domina e un altro è oppresso, uniformandosi al decreto di costei, che è nascosto come il serpente nell’erba.

“L’accortezza umana non ha facoltà di contrastarla: questa agisce con previdenza, decide, e mette in esecuzione il suo decreto come le altre divinità il loro. I suoi trasferimenti non hanno sosta: l’esigenza di tenere dietro alla volontà divina le impone di compierli con incessante e rapida frequenza; così spesso si dà il caso di chi goda o soffra del suo avvicendamento. Questa è colei che è tanto denigrata proprio da coloro che la dovrebbero onorare, disprezzandola senza ragione e infamandola; ma essa è pienamente soddisfatta e non bada a ciò: con le altre intelligenze angeliche lieta gira la sua ruota e felice di appaga in sé. Adesso discendiamo senza indugio dove il dolore è più intenso; già tramontano tutte le stelle che erano alte in cielo nel tempo in cui io partii, e  l’eccessivo sostare mi è proibito da Dio”.   

@ VOSTRO SAVER NON HA CONTASTO A LEI

Ad ogne conoscenza or li fa bruni

7^ Canto dell’Inferno.

Quarta parte.

Ed egli a me: “Accogli nella mente un pensiero superfluo: la vita senza discernimento che li macchiò col vizio, ora li rende irriconoscibili ad ogni riconoscimento. Verranno ai due urti in eterno: questi risorgeranno dal sepolcro con la mano chiusa, e quelli coi capelli tagliati. Prodigalità e avarizia hanno sottratto loro il mondo bello, e destinati a questa rissa: come sia possibile, non vi cerco belle parole. Dunque puoi comprendere, figliolo, il breve inganno dei beni affidati alla Fortuna, per cui l’umanità intera si accapiglia; perché tutta la ricchezza che è sulla terra e che vi fu già, non potrebbe acquistare il riposo di una sola di queste anime sfinite”. 

“Maestro mio”, io gli dissi, “ora dimmi ancora: questa Fortuna di cui tu mi accenni, che cos’è, che possiede così bramosamente i beni terreni?”.

@ AD OGNE CONOSCENZA OR LI FA BRUNI