Assai la voce lor chiaro l’abbaia

Assai la voce lor chiaro l'abbaia

7^ canto dell’Inferno. I due poeti, seduti su un masso collocato a metà di un pendio, assistono a una scena angosciante: dannati che spingono grosse pietre con lo sforzo violento del petto, facendole rotolare avanti e indietro attraverso il quarto cerchio dell’Inferno, mentre si lanciano accuse reciproche, gli uni addossando agli altri la colpa di non essersi regolati abbastanza nella loro vita terrena quanto all’utilizzo dei propri beni, gli altri, di converso, rimproverando ai loro avversari di essere stati, invece, troppo spendaccioni.

Dante allora interroga Virgilio su chi siano costoro, e se alcuni di loro, in specie quelli calvi, siano rappresentanti del ceto clericale. Questi, alzandosi di scatto e lanciando verso di essi uno sguardo sprezzante, risponde infuriato: “Tutti quanti ebbero la vista dell’intelletto così distorta, che vi spesero troppo o troppo poco. Assai la voce lor chiaro l’abbaia, ogni volta che giungono ai due capi del cerchio in cui li separa il peccato contrario. Questi, che hanno la chierica, furono ecclesiastici, e pontefici e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio”.

Detto ciò, si rimette a sedere. E Dante, sicuro delle proprie convinzioni, asserisce che tra questi peccatori è possibile che sia in grado di riconoscerne qualcuno. Ma il maestro, guardandolo severamente, con voce dura ribatte: “Nella tua mente accogli un pensiero superfluo: la vita senza discernimento che li macchiò con il vizio, ora impedisce che  vengano riconosciuti. In etterno verranno a li due cozzi: gli avari risorgeranno nei sepolcri con la mano chiusa, e i prodighi coi capelli tagliati. Prodigalità e avarizia hanno sottratto loro il Paradiso, e destinati a questa rissa: come ciò sia possibile, non abbellisco il discorso con altre parole”.

Per proseguire imperterrito nella sua disamina: “Pertanto, figliolo, puoi comprendere l’inganno di breve durata dei beni che sono affidati alla Fortuna, per i quali l’umanità intera si accapiglia: perché tutta la ricchezza che è in Terra e che vi fu già, non potrebbe concedere la quiete a una sola di queste anime sfinite”.

A Dante, però, non basta il vago accenno a questa misteriosa entità. Il maestro non se la può cavare così a buon mercato, pensa; ne vuole sapere di più. E mentre il rumore delle pietre si fa incessante, e i dannati non la smettono di rinfacciarsi reciprocamente il peccato per il quale si trovano confinati in quel luogo, a testa alta e con lo sguardo fiero, guarda il maestro negli occhi e si accinge a chiedergli notizie più circostanziate sulla Fortuna.

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