Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo

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Mostro: essere fantastico o leggendario dall’aspetto spaventoso. Dal latino monstrum, prodigio.

Fin qui il vocabolario. Eh sì, caro Cerbero, ci dispiace per te. Sei letteralmente un mostro, viste le tue tre teste, secondo i dettami della lingua e dell’etimologia.

Ora mettiamoci nei panni di Dante, che s’imbatte in lui nel terzo cerchio dell’Inferno al ritorno della coscienza, che si era sottratta alla percezione della realtà esterna di fronte allo spettacolo doloroso offerto dai due cognati, Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, che per la tristezza lo ha completamente turbato, sebbene sia protetto da Virgilio, che, afferrando la terra, e con le mani piene scagliandola all’interno delle fameliche gole di questo strano essere, così lo distrae, che entrambi possono proseguire nel loro cammino.   

 Dunque Cerbero. Parliamo un po’ di lui, partendo della mitologia greca, che lo mette a guardia dell’Ade, e virgulto di Tifeo e di Echidna, è frequentemente ricordato nei poemi antichi. Virgilio, ad esempio, lo cita nell’Eneide (VIII, 296-297), come un mostro di smisurata possanza dai tre colli ispidi di serpi.

Da guardiano dell’Ade, Cerbero è posto da Dante, nel 6^ canto dell’Inferno, come custode del terzo cerchio, in cui i golosi si dibattono nella fanghiglia, verso i quali, tra l’altro, non fa che abbaiare di continuo ringhioso come un cane, fino a renderli sordi.

E, come nel caso degli altri demoni della mitologia – che il poeta ci presenta uno alla volta alterati fortemente nelle sembianze, durante il lungo dipanarsi del suo viaggio – nel caso specifico di Cerbero queste diventano altamente simboliche del vizio di gola: gli occhi vermigli, indizio sicuro d’insaziabile bramosia, la barba sozza e nera attorno alle tre bocche, l’addome enorme a causa dell’incessante divorare, le mani artigliate con le quali è pronto a sbranare i dannati e a cibarsene.

Da un punto di vista allegorico, le tre teste di Cerbero furono considerate dai primi commentatori della Commedia come la rappresentazione plastica delle tre maniere con le quali si palesa il molto diffuso, ancor oggi, peccato di gola: secondo qualità, secondo quantità, secondo ‘continuo’ (cioè ingozzarsi senza aver cura né della qualità né della quantità).

Più recentemente altri hanno fatto assurgere le stesse a simbolo delle lotte civili tra le varie fazioni fiorentine ai tempi di Dante. Ma noi preferiamo di gran lunga la prima interpretazione, più coerente con la presenza dei golosi tormentati in eterno da Cerbero; e tuttavia, allegorie a parte, nessuno potrà affermare che la versione dantesca del guardiano degli Inferi pagani non sia una delle più riuscite tra i mostri creati dalla fantasia umana.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse

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Dante ha precisato che quando ha compreso il dolore di quelle anime travagliate, ha abbassato gli occhi, e ha continuato a guardare verso terra, fino a quando Virgilio gli ha detto: “A che cosa pensi?”.

Quando ha risposto, ha cominciato: “Oh povero me, quanti amabili sentimenti, quanto desiderio fece arrivare costoro al momento dell’oblio e della colpa!”. Poi si è volto a loro e ha parlato lui, e ha cominciato: “Francesca, i tuoi tormenti mi rendono dolente e pietoso fino a farmi piangere. Ma dimmi: quando il sentimento amoroso si esprime ancora con piacevoli sospiri, per che cosa e come l’amore vi permise di comprendere i desideri pieni di incertezze?”.

E quella a lui: “Non c’è sofferenza più intensa che ricordarsi del tempo lieto nella sventura; e ciò lo conosce per esperienza Virgilio. Ma se tu hai tanto desiderio di sapere l’origine del nostro amore, parlerò pur piangendo.

5^ canto dell’Inferno. Conclusione. Dove Francesca racconta a Dante la sua storia d’amore con Paolo. Questa: “Noi un giorno leggevamo con piacere di come l’amore s’impadronì di Lancillotto; eravamo soli e senza nessun timore.

“Più volte quella lettura ci spinse a guardarci, e ci fece impallidire; ma solo un punto fu quello che ci travolse. Quando leggemmo che Ginevra fu baciata da un innamorato così nobile, questi, che mai sarà separato da me, mi baciò la bocca tutto tremante. Il libro galeotto fu l’intermediario tra di noi e lo fu per i due amanti: quel giorno non continuammo più nella lettura”.

Frattanto che un spirito dice questo, l’altro piange; sicché il poeta per compassione sviene così come se morisse.

“E caddi come cade un corpo privo di sensi”, egli così chiude il canto. 

I’ vidi Eletra con molti compagni

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Limbo, il primo cerchio dell’Inferno. Dante ha narrato che Virgilio e lui – insieme all’illustre schiera di Omero, il sovrano dello stile tragico che vola come un’aquila sopra gli altri – sono giunti alla base di un castello dall’aspetto sontuoso, cinto da sette alte mura, protetto intorno da un grazioso rivo. Hanno attraversato quello come se fosse stato un suolo compatto; hanno varcato sette porte con quei sapienti: sono arrivati a un prato con l’erba spuntata.

Lì vi erano anime con gli occhi tranquilli e solenni, di grande autorevolezza nei loro visi: si esprimevano pacatamente, con voci melodiose.  

“Ci appartammo così in uno dei lati, in un punto spazioso, illuminato e posto in alto, sicché si potevano vedere tutti quanti. In linea retta, sopra il prato, mi furono manifesti gli spiriti magnanimi, della vista dei quali m’inorgoglisco nell’anima”, ci ha informati il poeta.

4^ canto dell’Inferno. Conclusione. Dove egli vede Elettra con molti discendenti, tra i quali riconosce Ettore ed Enea, Cesare in assetto di guerra con gli occhi torvi. Vede Camilla e Pentesilea; dal lato opposto vede re Latino che siede con sua figlia Lavinia. Vede quel Bruto che scacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia; e solo, in disparte, vede il Saladino.

E prosegue: “Quando guardai un poco più in alto, vidi Aristotele seduto tra i filosofi. Tutti lo guardano, tutti mostrano un atteggiamento riguardoso dinanzi a lui: lì io vidi Socrate e Platone, che gli stanno vicino più degli altri; Democrito che sostiene essersi costituito l’insieme della Terra e dei cieli per il concorso fortuito degli atomi, Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone; e vidi l’abile botanico, dico Dioscoride; e vidi Orfeo, Cicerone e Lino e il filosofo etico Seneca; il matematico Euclide e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna e Galeno,  Averroè che scrisse il commento dei testi aristotelici. Io non posso parlare di tutti in modo esauriente, poiché la vastità della materia m’incalza così, che molte volte davanti all’agire il parlare è insufficiente”.

Il gruppo dei sei poeti si riduce a due. “Virgilio mi guida per un altro percorso, fuori dal castello, nell’aria che vibra. E giungo in una zona dove non vi è nulla che mandi luce”. E il canto si chiude.

Noi aggirammo a tondo quella strada

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Eccoli. Possiamo vederli, come se fossimo presenti in loco, i due poeti che attraversano letteralmente l’immonda mescolanza delle ombre e della pioggia, subito dopo aver osservato con attenzione Ciacco cadere disteso nel fango a livello degli altri dannati; il tutto, in prossimità della chiusura del 6^ canto dell’Inferno.

I due stanno camminando a passi lenti, discutendo un poco della vita eterna, nel terzo cerchio dell’Inferno. Dove Ciacco ha descritto a Dante ciò che sarebbe accaduto di lì a poco in città, ricordando anche, su precisa domanda del poeta, il destino di taluni personaggi che si distinsero nella vita politica fiorentina.

Pertanto Virgilio, prendendo spunto da questa ultima notazione, ha illustrato a Dante la sorte non solo di Ciacco, ma di tutti coloro che saranno giudicati al ritorno di Cristo sulla Terra.

E la curiosità del poeta è tornata a riaccendersi. Così a Virgilio dice: “Maestro, queste pene aumenteranno loro dopo il giorno del Giudizio, o diminuiranno, o saranno così dolenti”.

E il maestro: “Rifletti sulla dottrina scolastica a te cara, per la quale, più la cosa è senza difetti, tanto più avverta la gioia, e così il dolore. Quantunque queste anime dannate non giungano mai a una piena perfezione, attendono di essere perfette dopo quel giorno più che non prima”.

Detto ciò, “Noi percorremmo un tratto del cerchio, parlando assai più di quanto non riferisca”, chiosa il poeta, fino a giungere nel punto in cui si scende nel cerchio successivo: e qui incontrano Pluto, il potente demone. Fine del canto.

Dirò come colui che piange e dice

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Secondo cerchio dell’Inferno. I due poeti hanno udito quanto segue: “O essere vivente generoso e benevolo che attraverso l’aria oscura vai visitando noi che colorammo la Terra del colore del sangue, se fossimo nella grazia di Dio, noi lo pregheremmo per la salvezza della tua anima, dal momento che hai compassione del nostro atroce tormento. Di ciò che desiderate ascoltare e dire, noi vi ascolteremo e diremo, frattanto che il vento, come accade, qui non spira.

“La città in cui nacqui è situata sul tratto di mare presso la costa in cui il Po discende per trovare riposo nel mare coi suoi affluenti. L’amore, che si attacca subito al cuore nobile, suscitò in costui il desiderio del bel corpo che mi fu sottratto con violenza; e l’intensità tuttora mi vince. L’amore, che non permette a chi è amato di non riamare, mi avvinse tanto della bellezza di costui, che, come vedi, anche or mi molesta in modo incessante. L’amore ci portò ad una stessa morte. La Caina aspetta chi ci uccise”.

“Questo ci dissero loro”, ha chiosato Dante.

5^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione. In cui egli precisa che quando comprende il dolore di queste anime travagliate, abbassa gli occhi, e continua a guardare verso terra, fino a quando Virgilio gli dice: “Che cosa pensi?”.  

Quando risponde, comincia: “Oh povero me, quanto amabili sentimenti, quanto desiderio fecero arrivare costoro al momento dell’oblio e della colpa!”. Poi si volge a loro e parla lui, e comincia: “Francesca, i tuoi tormenti mi rendono dolente e pietoso fino a farmi piangere. Ma dimmi: quando il sentimento amoroso si esprime ancora con piacevoli sospiri, per che cosa e come l’amore vi permise di comprendere i desideri   pieni di incertezze?”.

E questa a lui: “Non c’è sofferenza più intensa che ricordarsi del tempo lieto nella sventura; e ciò lo conosce per esperienza Virgilio. Ma se tu hai tanto desiderio di sapere l’origine del nostro amore, parlerò pur piangendo”.