Sempre dinanzi a lui ne stanno molte

5^ canto dell’Inferno.

Minosse.

Di fronte a lui in ogni momento ne stanno molte: ognuna a turno ricevono il verdetto, parlano e ascoltano e poi sono scagliate in fondo”.

Già, caro Minosse, di fronte a te in ogni momento stanno molte anime dannate, che sono pronte a farsi giudicare da te per espiare la loro pena. E tu, giudice dei peccati nel secondo cerchio dell’Inferno, mantieni alto il tuo prestigioso ufficio, avvolgendoti con la coda tante volte quanti cerchi stabilisci che sia posta in basso l’anima dannata di cui sopra. Piuttosto, perché non ti presenti ai nostri lettori?

Li accontento subito. Dunque, nella prima età del mondo fui il sovrano di Creta, quando la Grecia era ancora una terra desolata. I miei genitori furono il grande Giove e la bellissima Europa, da cui prese il nome il vostro continente. Nella mia vita terrena, ebbi diversi figli, tra cui Androgeo, che venne ammazzato dagli Ateniesi per pura invidia, perché era un ginnasta fenomenale.

“Così diedi inizio a una guerra vendicatrice, e io, per ingraziarmi i favori degli dèi, avrei dovuto sacrificare a Giove un toro meraviglioso, il mio preferito, ma all’ultimo momento feci il furbo e lo scambiai con un altro di minor pregio. Ma Giove, più furbo di me, se ne accorse e fece una malia contro mia moglie, la bellissima Pasife, facendola innamorare perdutamente di quel toro, così che, dalla loro unione innaturale, nacque il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo da uomo e la testa taurina, il quale si nutriva solo di carne umana.

Vinta la guerra, imposi agli Ateniesi di inviare ogni anno sette giovinetti a Creta, come premio dei giochi istituiti nell’anniversario di mio figlio Androgeo, dove il Minotauro li aspettava nel labirinto costruito da Dedalo, per cibarsene. Ma Teseo, il duca di Atene, aiutato da mia figlia Arianna, riuscì a liberare i suoi concittadini da quel servaggio, uccidendo il Minotauro nel labirinto dove lo avevo fatto rinchiudere.

Fui talmente noto per le mie doti di legislatore e di giudice giusto, ma implacabile, che i poeti antichi mi elessero quale supremo giudice dell’Ade. E tale fui confermato da quel vostro poeta, sì Dante, dove parla di me in alcuni canti dell’Inferno, la prima cantica della sua Commedia, e dove mi rappresenta come un essere demoniaco, dotato di una coda grottesca, che digrigna i denti in modo orribile sulle anime sottoposte al mio insindacabile giudizio. Sono stato esaustivo?”.

@ SEMPRE DINANZI A LUI NE STANNO MOLTE

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