Di lungi v’eravamo ancora un poco

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Limbo. Una calca di anime si staglia davanti ai due poeti. Entrambi non tralasciano di camminare, mentre Virgilio parla e Dante ascolta attentamente. Sta ultimando la sua spiegazione iniziata poco prima. La quale si conclude dicendo che, prima dei non battezzati che gli ha appena indicati – a partire da Adamo – altri spiriti umani non erano stati condotti in Paradiso. Siamo nel cuore del quarto canto dell’Inferno.

A un certo punto, la fitta folla degli spiriti si lascia letteralmente attraversare dai due poeti. Sicché “Non avevamo percorso fino a quel momento molta strada dal punto più alto del cerchio”, racconta Dante, “quando io scorsi un fuoco che squarciava il buio con una mezza sfera luminosa. Di lungi v’eravamo ancora un poco”, prosegue nella narrazione, “ma non tanto che io non intuissi in qualche modo che anime autorevoli dimorassero in quel luogo”.

Così, alla vista del lucore, il Sommo Poeta chiede quasi con baldanza a Virgilio, che lo precede nel cammino: “O tu che nobiliti il sapere e l’operare degli uomini, chi sono costoro così tanto favoriti, che sono trattati diversamente dagli altri?”. Virgilio si volta e, lanciandogli uno sguardo accondiscendente, risponde: “L’onrata nominanza che di lor suona su nella tua vita, riceve un privilegio in Paradiso che li agevola così”.

Il poeta latino non finisce di parlare, che una voce stentorea si propaga a piccole ondate nella cupa atmosfera: “Accogliete solennemente Virgilio; ritorna la sua ombra, che si era allontanata”.

Dopo che le parole furono cessate e la voce non soggiunse altro”, riprende il filo del racconto Dante, “vidi avvicinarsi a noi quattro ombre in tutta la loro maestosità: erano distaccati e impeccabili”. Chi mai possono essere?

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E io anima trista non son sola

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Forse non è solo piaggeria quella di Dante, quando a Ciacco (che lo vede mentre ‘attraversa’ letteralmente le anime dannate insieme a unʼaltra figura che non sa chi sia) fa credere di essere veramente dispiaciuto del tormento di costui, il quale “quand’anche un altro sia più intenso, nessuno è sì spiacente”, precisa il poeta. Sesto canto dell’Inferno. Dalle parti del centro.

Fermatosi, invitato a ciò dal dannato, Dante si mostra interessato non poco nell’udire la sua intimazione, che si erge davanti a lui con il dito alzato: “Riconoscimi, se lo sai fare: tu sei nato prima che io morissi”. Forse, egli pensa, questi potrà tornargli utile per avere le ultime sulla sua ingrata città.

La tua città, che è colma d’invidia così che si è giunti ormai a un punto di non ritorno, mi accolse in sé nella mia vita terrena”, gli racconta infatti il dannato in tono altero. Per proseguire, con una smorfia quasi di disgusto: “Per voi concittadini il mio nome fu Ciacco: a causa del peccato di gola alla pioggia mi fiacco. E io anima trista non son sola, perché tutte le altre sono soggette allo stesso supplizio a fronte di uno stesso peccato”. E non dice altro, chiosiamo noi in linea con il Sommo Poeta.

Che subito gli risponde: “Ciacco, la tua angoscia mi addolora tanto, che ti compatisco; ma dimmi, se tu lo sai, a quali estremi si spingeranno i Fiorentini; se qualcuno in città è fautore della giustizia; e dimmi la causa per cui Firenze è in preda a tanta discordia”.

Non aspettava altro, il goloso. Per sparare ad alzo zero su Fiorenza. Ma di ciò se ne parlerà in un altro momento.

L’altra è colei che s’ancise amorosa

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Compresi che a questo tormento sono condannati i lussuriosi, i quali assoggettano la ragione all’amore dei sensi”.

Con queste semplici parole, Dante dapprima ci segnala a chi appartengono le voci dolenti che egli ode dopo aver percorso il declivio dietro a Virgilio – ed essersi ritrovato in un luogo di tenebre – paragonando poi i lussuriosi alle gru che emettono i loro versi lamentosi, quando si trasformano in una lunga fila nel cielo.

Ora anche noi vediamo queste anime in fila, che si librano nell’aria cupa, sbalzate da una parte e dall’altra da un turbine che non cessa mai, tanta è l’efficacia della descrizione che ne fa il Divino Poeta.

E addirittura, suggestionati da questa scena inquietante, sentiamo il poeta chiedere a Virgilio: “Maestro, chi sono quelle anime che la bufera infernale sì gastiga?” Lettore caro, siamo nel quinto canto dell’Inferno, di poco discosti dal principio.

La prima di quelle di cui tu vuoi avere notizie”, gli risponde Virgilio, “governò molti popoli che parlavano idiomi diversi. Fu così lussuriosa, che legalizzò quel che piaceva fare a tutti, per cancellare la riprovazione in cui era incorsa. Essa è Semiramide, della quale si apprende dai testi antichi che prese il posto di Nino in quanto sua moglie: mantenne i territori che governa il Sultano. L’altra è colei che s’ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo; poi vedi la licenziosa Cleopatra.

Guarda Elena, a causa della quale ci fu un lungo e infausto tempo, e guarda il valoroso Achille, che per amore da ultimo fu ucciso a tradimento. Guarda Paride, Tristano”, conclude Virgilio.

E, a corollario di ciò, Dante chiosa: “E più di mille ombre mostrommi additandomele, che la lussuria portò alla morte”.