Stazio la gente ancor di là mi noma

21^ canto del Purgatorio.

Stazio.

Nella quinta cornice del Purgatorio. I due poeti sentono dire da Stazio: «Le persone in Terra ancora mi chiamano per nome Stazio: composi un’opera su Tebe, e poi scrissi in poesia intorno al nobile Achille; ma morii nel comporre il secondo poema. Al mio fervore poetico diedero origine le scintille, che mi scaldarono, della fiamma divina da cui si sono accesi alla poesia più di mille; parlo dell’Eneide, la quale mi fu madre, e mi fu educatrice, a me poetante: senza di essa non creai cosa che avesse il peso equivalente di una dramma. E per essere vissuto in Terra nel tempo in cui visse Virgilio, accetterei di restare un anno di più di quanto debba alla mia liberazione dall’esilio».

Publio Papinio Stazio, posto da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, fu un poeta vissuto tra il 45 e il 96 d.C.; nacque a Napoli, come egli dichiarò nelle Silvae, una sua raccolta di poemetti d’amore ancora ignota nel Medioevo (essendo la scoperta della stessa dovuta all’umanista Poggio Bracciolini del 1417), e non a Tolosa, come il poeta, invece, gli farà dichiarare più in là nel canto. Questo errore fu dovuto alla confusione nel Medioevo che si faceva con Lucio Stazio Ursulo, questo sì di Tolosa, un retore vissuto ai tempi di Nerone.

Fu autore della Tebaide, un poema epico in dodici libri dedicato all’imperatore Domiziano, dove si narra la contesa tra Eteocle e Polinice, durante la spedizione di Teseo contro Creonte. Stazio si dedicò anche alla scrittura di un secondo poema, l’Achilleide, che avrebbe dovuto raccontare la vita e le vicende dell’eroe greco, ma restò incompiuto a metà del secondo libro (cioè fino a quando Ulisse scopre l’eroe a Sciro e lo conduce a Troia) per la sua morte. Sia il primo sia il secondo poema furono noti a Dante e da essi egli s’ispirò per quanto riguardava personaggi, descrizioni e situazioni, il tutto riportato in vari passaggi della Commedia e di altre sue opere.

Infatti, Stazio era considerato dal poeta uno dei maggiori autori latini, tanto è vero che negli ultimi canti del Purgatorio, in cui lo vediamo quale anima che ha compiuto la sua espiazione nella cornice degli avari e prodighi, come testimoniato dal tremar del monte, Dante gli farà assumere la funzione di passaggio da Virgilio a Beatrice.

© STAZIO LA GENTE ANCOR DI LÀ MI NOMA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Trema forse più giù poco o assai

21^ canto del Purgatorio.

La causa del terremoto.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Stazio ai due poeti:« Non vi è cosa che il religioso assetto della montagna risenta senza l’ordinamento del mondo celeste, o che avvenga fuori della consuetudine. Qui è libero da ogni mutazione meteorologica: qui la causa può derivare da quello che il cielo produce e riceve in sé stesso, non da altro.

«Per cui non la pioggia, non la grandine, non la neve, non la rugiada, non la brina precipitano più in alto che la stretta scala con i tre gradini; non appaiono nuvole dense né rade, né lampi, né la figlia di Taumante, che in Terra cambia spesso regione celeste; il vapore secco non si alza al di sopra della sommità dei tre gradini di cui io parlai, dove ha i piedi il vicario di Pietro.

«Forse più giù trema poco o molto; ma a causa del vento secco che si sprigiona dalla terra, non so come, quassù non tremò mai. Qui trema ogni volta che qualche anima si sente pura, sicché si levi in piedi o che si muova per salire su; e l’accompagna quel grido. Attesta lo stato di perfetta purezza solo la volontà, che, tutta libera di cambiare compagnia, sorprende l’anima, e le dà diletto di volere.

«Anche prima vuole il proprio bene, ma glielo impedisce il desiderio che la giustizia divina, in contrasto con la volontà di salire, pone nelle anime per sottoporle al tormento, come sulla Terra il desiderio fu rivolto al peccato. E io, che sono giaciuto alla pena di questa cornice per più di cinquecento anni, proprio ora avvertii la volontà libera di salire al Paradiso: perciò sentisti il violento sussulto e gli spiriti devoti lodare nel monte quel Signore, che li indirizzi presto al Paradiso».

© TREMA FORSE PIÙ GIÙ POCO O ASSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970