Venedico se tu’ Caccianemico

Venedico se' tu Caccianemico

18^ canto dell’Inferno. Venedico Caccianemico.

Venedico Caccianemico è uno dei peccatori che popolano la prima bolgia di Malebolge, lʼottavo cerchio dell’Inferno, quella dei ruffiani e dei seduttori. Dante, deposto qui con Virgilio da Gerione, simbatte in lui, che sillude di nascondersi chinando il capo, e si ferma a raffigurarlo, previo assenso del maestro, dicendogli: “O tu che volgi lo sguardo a terra, se le fattezze che hai non mingannano, tu sei Venedico Caccianemico…”, mostrando così, dopo un momento di dubbio, di averlo riconosciuto.

Latto peccaminoso per cui il poeta lo pone tra i ruffiani, vale a dire il lenocinio verso la sorella Ghisolabella, sembra giunto alla sua attenzione in quanto di ampia divulgazione ai suoi tempi, benché non ne resti traccia nei documenti, pur essendo il fatto narrato, oltre che da Buti, dall’Ottimo e da Benvenuto, tra i primi commentatori della Commedia.

E Dante fa ricordare la colpa dallo stesso dannato, laddove questi gli risponde che è colui che condusse la sorella a soddisfare la libidine del marchese Obizzo II d’Este.

Nato a Bologna intorno al 1228, affiancò fin da giovane il padre Alberto Caccianemico dellOrso, della fazione guelfa, nelle lotte civili che tormentarono a lungo la vita politica cittadina. Vinti i nemici Lambertazzi nel 1274, ne fece esiliare i capi, favorendo le mire degli Este, signori di Ferrara, su Bologna.

Astuto e ardimentoso, fu chiamato al governo di molte città, sia come podestà sia come capitano del popolo – Imola, Modena, Milano, Pistoia -, e nel 1287 e nel 1289 fu esiliato, per la sua posizione ambigua nel continuo gioco delle alleanze. Nel 1297 divenne capo della sua casata, alla morte del padre. Esiliato ancora nel 1301, lanno seguente morì nella sua città, sebbene il poeta lo credette morto prima del 1300.

Così ne puose al fondo Gerione

Così ne puose al fondo Gerione

17^ canto dell’Inferno. Conclusione.

Essa se ne va calando a volo molto lentamente; vola tracciando larghe ruote e scende, ma non me ne rendo conto se non per il fatto che lʼaria mi ventila davanti al volto e dal basso. Io sentivo già a destra la cascata fare sotto di noi un terrificante strepito, per cui protendo la testa in giù e guardo. Perciò io fui preso dal timore di saltare, poiché vidi fuochi e sentii lamenti; pertanto io restringo le cosce tremando interamente.

E poi vidi, poiché non lo vedevo prima, il moto lento a larghe spirali verso i grandi tormenti che si avvicinavano ora da una parte ora dall’altra. Come il falcone che ha volato a lungo, che senza aver visto il richiamo o la preda fa dire al falconiere ʻOhimè, tu scendi!ʼ, discende stanco nel luogo in cui è solito muoversi veloce, con numerosi giri lenti, e si mette lontano dal suo addestratore, sdegnoso e afflitto; così Gerione ci depose in fondo rasente la ripida parete rocciosa, e, scaricati i nostri corpi, sparì rapidissimo come la cocca della freccia si distacca dalla corda di un arco. 

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

16^ canto dellʼInferno. Conclusione.

“Però dovrà seguire qualcosa di nuovo”, dicevo fra me stesso, “allo strano segnale che il maestro segue così con l’occhio”. Ahi come devono essere prudenti le persone nei riguardi di coloro che non soltanto vedono gli atti esteriori, ma penetrano con l’intelletto nei pensieri altrui!

Egli mi disse: “A breve salirà dal fondo ciò che io aspetto e che il tuo pensiero immagina in modo confuso; presto dovrà accadere che si renda visibile a tuoi occhi”.

Si deve sempre tacere finché si può quella verità che ha lʼaspetto di un’inverosimile invenzione, poiché ci si vergogna senza colpa; ma a questo punto non la posso tacere; e in nome dei versi della Commedia, lettore, ti giuro, possano essi essere graditi a lungo, che vidi una massa corporea ascendere nuotando attraverso quell’aria densa e tenebrosa, tale da destare meraviglia ad ogni animo coraggioso, come risale in superficie colui che sʼimmerge sott’acqua talvolta a sciogliere lʼancora che è rimasta incagliata o in uno scoglio o ad altre cose che sono racchiuse nel mare, che si tende in alto e ritrae le gambe.

E quinci sian le nostre viste sazie

E or s'accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno. Conclusione.

E lui a sua volta gridò ma con voce di rimbrotto: “Perché tu sei così avido di conoscere più me che gli altri lerci?”. E io a lui: “Perché, se ricordo esattamente, già ti ho visto coi capelli asciutti, e sei Alessio Interminelli  di Lucca; perciò ti guardo bene più che tutti gli altri”.

Ed egli quindi, percuotendosi il capo: “Mi hanno sprofondare quaggiù le adulazioni di cui io non ebbi mai la lingua sazia”.

Dopo di ciò la guida mi disse: “Spingi lo sguardo un poco più avanti, così che tu raggiunga sicuramente con gli occhi il volto di quella immonda e spettinata bagascia che si graffia là con le unghie imbrattate di sterco, e una volta si mette giù piegandosi con le gambe e una volta è ferma in piedi. È Taide, la prostituta che rispose al suo ganzo quando disse ‘Io ho grandi meriti presso di te?’: ‘E per di più a meraviglia!’. E di questo siano appagati i nostri occhi”.