Chi è ‘n quel foco che vien sì diviso

26^ canto dell’Inferno.

Una questione aperta.

Ottava bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Poco oltre l’inizio del canto, il poeta, dopo aver deliziato il lettore con la similitudine tra le lucciole e le fiamme della bolgia, racconta che nessuna lascia vedere quello che nasconde dentro, e ogni fiamma sottrae alla vista un peccatore. E Virgilio, che lo vede tanto intento, gli dice che gli spiriti sono all’interno delle fiamme, precisando che «ciascuno è avvolto da quella da cui è arso».

E riprende a precisare, dopo la domanda di Dante, che vuole essere informato su chi si trovi nel fuoco che è così bipartito al di sopra, che sembra alzarsi dal rogo dove Eteocle fu posto col fratello: «Là dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così insieme vanno alla pena come al giusto castigo…»

Pertanto Ulisse è qui con il suo amico Diomede come consigliere fraudolento; ma proprio questa posizione del poeta ha posto una questione nella critica, a partire dai suoi contemporanei, che è tuttora aperta. Ulisse, dopo essere stato interpellato da Virgilio, chiude il suo racconto, che divulgheremo in separata sede con la viva voce dellʼeroe greco, dicendo che la nave dovʼè con i compagni, dopo aver oltrepassato le Colonne dʼErcole e aver avvistata una montagna, indistinta per la distanza, è investita da un vento turbinoso fino al momento in cui il mare si richiude sopra di loro.

La questione è: Ulisse è da considerarsi reo perché ha osato sfidare i limiti imposti da Dio agli uomini, e quindi la sua fine rappresenta una sorta di punizione, oppure, è da riconoscere in lui un eroe dell’ardimento votato alla sete di conoscenza, che non poté raggiungere in quanto pagano, dunque in aperta sfida con la divinità? Su questo dilemma si divisero già i primi commentatori della Commedia, a partire da Buti e da Benvenuto da Imola. Ugualmente, però, si dividono i moderni, come Nardi e Fubini. Il primo vede in Ulisse la superbia dell’uomo “che vuole raggiungere con le sue sole forze le ultime realtà”, paragonandolo addirittura ad Adamo, il primo peccatore; per il secondo, nel comportamento di Ulisse non vi fu alcuna colpa, ma soltanto una grandezza per niente fortunata. Colpevolisti e innocentisti, dunque. Due schieramenti destinati a restare tali ancora per molto tempo.

@ CHI È ʼN QUEL FOCO CHE VIEN SÌ DIVISO

Di tante fiamme tutta risplendea

26^ canto dellʼInferno.

I consiglieri fraudolenti.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ottava bolgia. Dante, all’inizio del canto, delizia il lettore con una stupenda similitudine, di tono alto e aulico, come era peraltro nel suo stile. Questa. «Quante lucciole vede giù nella valle il contadino che dimora sul colle, nel tempo in cui colui che illumina la terra tiene meno nascosta a noi la sua faccia, appena la mosca dà luogo alla zanzara, forse là dove egli vendemmia e ara: di tante fiamme si riverberava interamente l’ottava bolgia».

Che cosa sono queste fiamme, o meglio, chi racchiudono nel loro interno? I consiglieri fraudolenti, la cui colpa è legata strettamente alla conoscenza, in specie all’uso del linguaggio per organizzare frodi, essendo il loro peccato strettamente di origine intellettuale.

Di costoro l’illustre dantista Natalino Sapegno scrisse a suo tempo quanto segue: “La colpa che qui si punisce è il cattivo uso dell’ingegno, adoperato per conseguire con frode il trionfo del singolo, del partito e dello stato; insomma l’astuzia e la malizia politica, e, più generalmente, l’abuso dell’intelligenza in contrasto con le norme morali e religiose.

“Peccato che muove da un’origine non volgare e comporta in molti casi, accanto alla riprovazione etica, una sorta d’ammirazione intellettuale, di fronte alla quale anche l’atteggiamento di Dante è assai lontano dal disprezzo o addirittura dalla ripugnanza che aveva mostrato per gli altri fraudolenti, e il giudizio si fa perplesso, complicato, drammatico: l’eccellenza dell’ingegno è un dono di Dio, un privilegio, che deve essere custodito e tenuto a freno con infinita cautela ‘perché non corra che virtù nol guidi’.

“In questa atmosfera di alta meditazione morale di colloca e deve essere inteso anche l’episodio di Ulisse. Il quale narra a Dante, non le colpe, gli inganni e le frodi, per cui si trova punito con Diomede nell’inferno, sì la storia del suo estremo inconsapevole errore, allorché da vecchio, bramoso di sempre nuove esperienze, si indusse con pochi compagni a varcare le colonne di Ercole lanciandosi nell’oceano aperto alla ricerca di terre sconosciute…” A tal proposito, va da sé che si approfondirà questa ultima notazione in altra sede.

@ DI TANTE FIAMME TUTTA RISPLENDEA

Al fine de le sue parole il ladro

25^ canto dellʼInferno.

(Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr’a ‘ fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.)

Al fine de le sue parole il ladro le mani alzò con amendue le fiche, gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, perch’una li s’avvolse allora al collo, come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; e un’altra a le braccia, e rilegollo, ribadendo sé stessa sì dinanzi, che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi? Per tutt’i cerchi de lo ‘nferno scuri, non vidi spirto in Dio tanto superbo, non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. El si fuggì che non parlò più verbo; e io vidi un centauro pien di rabbia venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».

Maremma non cred’io che tante n’abbia, quante bisce elli avea su per la groppa infin ove comincia nostra labbia. Sovra le spalle, dietro da la coppa, con l’ali aperte li giacea un draco; e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, che, sotto ‘l sasso di monte Aventino, di sangue fece spesse volte laco. Non va co’ suoi fratei per un cammino, per lo furto che frodolente fece del grande armento ch’elli ebbe a vicino; onde cessar le sue opere biece sotto la mazza d’Ercule, che forse gliene diè cento, e non sentì le diece».

Mentre che sì parlava, ed el trascorse, e tre spirti venner sotto noi, de’ quai né io né ‘l duca mio s’accorse, se non quando gridar: «Chi siete voi?»; per che nostra novella si ristette, e intendemmo pur ad essi poi. Io non li conoscea; ma ei seguette, come suol seguitar per alcun caso, che l’un nomar un altro convenette, dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; per ch’io, acciò che ‘l duca stesse attento, mi puosi ‘l dito su dal mento al naso.

Se tu se’ or, lettore, a creder lento ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, ché io che ‘l vidi, a pena il mi consento. Com’io tenea levate in lor le ciglia, e un serpente con sei piè si lancia dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia e con li anterïor le braccia prese; poi li addentò e l’una e l’altra guancia; li diretani a le cosce distese, e miseli la coda tra ‘mbedue e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue ad alber sì, come l’orribil fiera per l’altrui membra avviticchiò le sue. Poi s’appiccar, come di calda cera fossero stati, e mischiar lor colore, né l’un né l’altro già parea quel ch’era: come procede innanzi da l’ardore, per lo papiro suso, un color bruno che non è nero ancora e ‘l bianco more. Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! Vedi che già non se’ né due né uno».

Già eran li due capi un divenuti, quando n’apparver due figure miste in una faccia, ov’eran due perduti. Fersi le braccia due di quattro liste; le cosce con le gambe e ‘l ventre e ‘l casso divenner membra che non fuor mai viste. Ogne primaio aspetto ivi era casso: due e nessun l’imagine perversa parea; e tal sen gio con lento passo.

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa del dì canicular, cangiando sepe, folgore par se la via attraversa, sì pareva, venendo verso l’epe de li altri due, un serpentello acceso, livido e nero come gran di pepe; e quella parte onde prima è preso nostro alimento, a l’un di lor trafisse; poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ‘l mirò, ma nulla disse; anzi, co’ piè fermati, sbadigliava pur come sonno o febbre l’assalisse. Elli ‘l serpente e quei lui riguardava; l’un per la piaga e l’altro per la bocca fummavan forte, e ‘l fummo si scontrava. Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca del misero Sabello e di Nasidio, e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, ché se quello in serpente e quella in fonte converse poetando, io non lo ‘nvidio; ché due nature mai a fronte a fronte non trasmutò sì ch’amendue le forme a cambiar lor matera fosser pronte. Insieme si rispuosero a tai norme, che ‘l serpente la coda in forca fesse, e ‘l feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse s’appiccar sì, che ‘n poco la giuntura non facea segno alcun che si paresse. Togliea la coda fessa la figura che si perdeva là, e la sua pelle si facea molle, e quella di là dura. Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, e i due piè de la fiera, ch’eran corti, tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti, diventaron lo membro che l’uom cela, e ‘l misero del suo n’avea due porti. Mentre che ‘l fummo l’uno e l’altro vela di color novo, e genera ‘l pel suso per l’una parte e da l’altra il dipela, l’un si levò e l’altro cadde giuso, non torcendo però le lucerne empie, sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, e di troppa matera ch’in là venne uscir li orecchi de le gote scempie; ciò che non corse in dietro e si ritenne di quel soverchio, fé naso a la faccia e le labbra ingrossò quanto convenne. Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, e li orecchi ritira per la testa come face le corna la lumaccia; e la lingua, ch’avëa unita e presta prima a parlar, si fende, e la forcuta ne l’altro si richiude; e ‘l fummo resta.

L’anima ch’era fiera divenuta, suffolando si fugge per la valle, e l’altro dietro a lui parlando sputa. Poscia li volse le novelle spalle, e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, com’ho fatt’io, carpon per questo calle».

Così vid’io la settima zavorra mutare e trasmutare; e qui mi scusi la novità se fior la penna abborra. E avvegna che li occhi miei confusi fossero alquanto e l’animo smagato, non poter quei fuggirsi tanto chiusi, ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; ed era quel che sol, di tre compagni che venner prima, non era mutato; l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

@ AL FINE DE LE SUE PAROLE IL LADRO

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dellʼInferno.

Le metamorfosi nella letteratura latina.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta, oltre la metà del canto, narra che un piccolo serpente acceso d’ira, scuro e nero come un chicco di pepe, venendo verso i ventri di due dannati, il terzo già vittima di una metamorfosi da uomo a serpente, colpisce a uno di loro «quella parte da cui primamente è ricevuto il nostro nutrimento», vale a dire l’ombelico; e questi si atterra sdraiato davanti a lui.

E poco dopo fa una interessante digressione. Questa. «A questo punto taccia Lucano quando tratta del povero Sabello e di Nasidio, e badi a udire quel che si esprime adesso. Taccia Ovidio su Cadmo e Aretusa, perché se componendo versi trasforma quello in serpente e quella in sorgente, io non lo invidio; perché non trasformò mai due essenze una in faccia all’altra così che ambedue le forme fossero obbedienti a scambiare reciprocamente la loro materia».

Ma andiamo con ordine. Di Sabello e di Nasidio ne parlò Lucano nella sua Farsaglia (IX 761-788). Soldati nell’esercito di Catone l’Uticense, durante la traversata del deserto libico verso Leptis, furono punti dai serpenti velenosi nascosti nella sabbia, subendo entrambi una metamorfosi che, al primo trasformò il corpo in marciume, mentre al secondo glielo gonfiò in modo mostruoso.

Per quanto riguarda Cadmo, fu il mitico fondatore di Tebe. Figlio del re fenicio Agenore, venuto in Grecia da Sidone, avrebbe seminato qui i denti di un drago da lui ucciso; da questi sarebbero nati dei guerrieri, trucidatisi poi a vicenda a eccezione di cinque, con l’aiuto dei quali Cadmo avrebbe fondato Tebe. Ovidio inventò la metamorfosi di costui in serpente, intesa come espiazione per aver ucciso il drago (Metamorfosi, IV 563-604).

Lo stesso Ovidiò parlò di Aretusa sempre nelle Metamorfosi (V 572-661). Ninfa dellʼAchea, un giorno, di ritorno dalla caccia, fece un bagno nel fiume Alfeo. Questi sʼinnamorò subito di lei e prese la figura umana. La ninfa fuggì, inseguita dal suo spasimante, e a un certo punto della fuga implorò il soccorso di Artemide, la quale intervenne mutandola in fonte. Poi la dea aprì la terra dove la ninfa si rifugiò prontamente; ma Alfeo si mutò di nuovo in fiume, per inseguirla sotto il mare fino allʼisola Ortigia, vicino a Siracusa, dove entrambi riemersero dalle acque del mare, Aretusa sotto forma di sorgente cui Alfeo unì le proprie acque rimaste immuni dalla salsedine marina.

@ TACCIA DI CADMO E DʼARETUSA OVIDIO

E tre spiriti venner sotto noi

25^ canto dell’Inferno.

Tre ladri fiorentini.

Settima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ancora all’inizio del canto, Dante narra che frattanto che Virgilio gli sta parlando delle vicissitudini terrene del centauro Caco, intervenuto nel frattempo sulla scena, ecco che questi passa oltre, e tre spiriti giungono sotto di loro, dei quali né lui né la sua guida si avvedono, se non quando sentono gridare: «Chi siete voi?»; per cui il loro discorso cessa, e poi prestano attenzione soltanto ad essi.

Bene. Facciamo la conoscenza di questi personaggi. Essi sono Agnolo Brunelleschi, Buoso Donati e Puccio Sciancato. Per quanto riguarda il primo, egli venne identificato dai primi commentatori della Commedia con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose anonime, edite da Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

Sul secondo personaggio, i commentatori di cui sopra non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato nel canto; per alcuni (Lana) è Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri (Buti) è Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati. Per la critica più recente (Barbi), invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora Barbi, cioè Agnolo Brunelleschi, Puccio Sciancato, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riferita, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

@ E TRE SPIRITI VENNER SOTTO NOI

E io vidi un centauro pien di rabbia

25^ canto dell’Inferno.

Caco.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Settima bolgia. Racconta il poeta, all’inizio del canto, che Vanni Fucci fugge senza dire più parola; e lui vede un centauro pieno di rabbia venire gridando: «Dov’è, dov’è l’empio?».

E continua così: «Io non credo che la Maremma abbia tanti serpenti, quanti egli ne aveva sulla schiena fin dove ha inizio l’aspetto umano. Sopra le spalle, dalla parte posteriore della cervice, gli era sdraiato un drago con le ali distese; e quello investe con un soffio di fuoco ognuno che s’imbatte in lui».

«Questi è Caco, che, nella caverna del monte Aventino, spesso produsse un lago di sangue». Così Virgilio lo presenta a Dante. Bene. Vediamo allora chi è questo personaggio della mitologia romana. Figlio di Vulcano, metà uomo e metà bestia, che vomitava dalla bocca “inutili incendi” (Eneide, VIII, 259), Caco era senza mezzi termini un ladro di bestiame, e la sua dimora si trovava in un antro del monte Aventino, a Roma, luogo lordo di sangue e di ossa umane, teatro dei suoi omicidi. Un giorno rubò ad Ercole quattro tori e quattro giovenche della mandria del re Gerione, che l’eroe aveva condotto con sé dalla Spagna dopo aver sconfitto costui. Così Ercole, scopertolo, lo uccise con una stretta delle sue braccia, e nel punto in cui accadde il fatto costruì l’Ara massima.

Tale episodio è riportato da Virgilio nell’Eneide (VIII, 193-268), dalla quale lo riprese Dante, sebbene con la variante sulla morte del mostro: nell’opera virgiliana, Caco, come detto sopra, morì strangolato per la stretta della braccia di Ercole; nel canto di cui trattasi, sotto i colpi della clava dell’eroe. Tutto ciò induce a ritenere che il poeta riprendesse dall’episodio virgiliano per il tramite di un’opera compilativa o di qualche chiosa.

Caco è il demone preposto alla settima bolgia di Malebolge, come simbolo della fraudolenza condannata nella stessa bolgia, come i centauri del primo girone del settimo cerchio simboleggiano la violenza contro il prossimo.

@ E IO VIDI UN CENTAURO PIEN DI RABBIA

In quella parte del giovanetto anno

24 ^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de’ ladroni sgrida contro a’ Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.)

In quella parte del giovanetto anno che ‘l sole i crin sotto l’Acquario tempra e già le notti al mezzo dì sen vanno, quando la brina in su la terra assempra l’imagine di sua sorella bianca, ma poco dura a la sua penna tempra, lo villanello a cui la roba manca, si leva, e guarda, e vede la campagna biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca, ritorna in casa, e qua e là si lagna, come ‘l tapin che non sa che si faccia; poi riede, e la speranza ringavagna, veggendo ‘l mondo aver cangiata faccia in poco d’ora, e prende suo vincastro e fuor le pecorelle a pascer caccia.

Così mi fece sbigottir lo mastro quand’io li vidi sì turbar la fronte, e così tosto al mal giunse lo ‘mpiastro; ché, come noi venimmo al guasto ponte, lo duca a me si volse con quel piglio dolce ch’io vidi prima a piè del monte. Le braccia aperse, dopo alcun consiglio eletto seco riguardando prima ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei ch’adopera ed estima, che sempre par che ‘nnanzi si proveggia, così, levando me sù ver’ la cima d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».

Non era via da vestito di cappa, ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sù montar di chiappa in chiappa. E se non fosse che da quel precinto più che da l’altro era la costa corta, non so di lui, ma io sarei ben vinto. Ma perché Malebolge inver’ la porta del bassissimo pozzo tutta pende, lo sito di ciascuna valle porta che l’una costa surge e l’altra scende; noi pur venimmo al fine in su la punta onde l’ultima pietra si scoscende.

La lena m’era del polmon sì munta quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, anzi m’assisi ne la prima giunta.

«Omai convien che tu così ti spoltre», disse ‘l maestro; «ché seggendo in piuma, in fama non si vien, né sotto coltre; sanza la qual chi sua vita consuma, cotal vestigio in terra di sé lascia, qual fummo in aere e in acqua la schiuma. E però leva sù; vinci l’ambascia con l’animo che vince ogne battaglia, se col suo grave corpo non s’accascia. Più lunga scala convien che si saglia; non basta da costoro esser partito. Se tu mi ‘ntendi, or fa sì che ti vaglia».

Leva’mi allor, mostrandomi fornito meglio di lena ch’i’ non mi sentia, e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».

Su per lo scoglio prendemmo la via, ch’era ronchioso, stretto e malagevole, ed erto più assai che quel di pria. Parlando andava per non parer fievole; onde una voce uscì de l’altro fosso, a parole formar disconvenevole. Non so che disse, ancor che sovra ‘l dosso fossi de l’arco già che varca quivi; ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era vòlto in giù, ma gli occhi vivi non poteano ire al fondo per lo scuro; per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; ché, com’i’ odo quinci e non intendo, così giù veggio e neente affiguro».

«Altra risposta», disse, «non ti rendo se non lo far; ché la dimanda onesta si de’ seguir con l’opera tacendo».

Noi discendemmo il ponte da la testa dove s’aggiugne con l’ottava ripa, e poi mi fu la bolgia manifesta: e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di sì diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa. Più non si vanti Libia con sua rena; ché se chelidri, iaculi e faree produce, e cencri con anfisibena, né tante pestilenzie né sì ree mostrò già mai con tutta l’Etïopia né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia corrëan genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia: con serpi dietro le man avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate. Ed ecco a un ch’era da nostra proda, s’avventò un serpente che ‘l trafisse là dove ‘l collo a le spalle s’annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse, com’el s’accese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse; e poi che fu a terra sì distrutto, la polver si raccolse per sé stessa e ‘n quel medesmo ritornò di butto. Così per li gran savi si confessa che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba né biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce.

E qual è quel che cade, e non sa como, per forza di demon ch’a terra il tira, o d’altra oppilazion che lega l’omo, quando si leva, che ‘ntorno si mira tutto smarrito de la grande angoscia ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: tal era ‘l peccator levato poscia. Oh potenza di Dio, quant’è severa, che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domandò poi chi ello era; per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fiera. Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana».

E ïo al duca: «Dilli che non mucci, e domanda che colpa qua giù ‘l pinse; ch’io ‘l vidi omo di sangue e di crucci».

E ‘l peccator, che ‘ntese, non s’infinse, ma drizzò verso me l’animo e ‘l volto, e di trista vergogna si dipinse; poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto ne la miseria dove tu mi vedi, che quando fui de l’altra vita tolto. Io non posso negar quel che tu chiedi; in giù son messo tanto perch’io fui ladro a la sagrestia d’i belli arredi, e falsamente già fu apposto altrui. Ma perché di tal vista tu non godi, se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, apri li orecchi al mio annunzio, e odi.

«Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; poi Fiorenza rinova genti e modi. Tragge Marte vapor di Val di Magra ch’è di torbidi nuvoli involuto; e con tempesta impetüosa e agra sovra Campo Picen fia combattuto; ond’ei repente spezzerà la nebbia, sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. E detto l’ho perché doler ti debbia!».

@ IN QUELLA PARTE DEL GIOVANETTO ANNO

Vita bestial mi piacque e non umana

24^ canto dell’Inferno.

Vanni Fucci.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Quando Virgilio interpella il dannato ridiventato subito sé stesso per sapere chi egli sia, dopo che questi è divenuto tutto cenere a seguito dell’attacco di un serpente, si sente rispondere che è precipitato dalla Toscana, da poco tempo, in quella bolgia feroce. Non solo. Praticò una vita bestiale e non umana. «Sono Vanni Fucci detto Bestia, e Pistoia fu il mio covo opportuno», specifica.

Poi, volgendosi a Dante, che si è rivolto al maestro dicendogli di non lasciarselo sfuggire, e di domandargli di quale colpa si fosse macchiato tanto da farlo cadere laggiù, dice al poeta che si duole più che sia stato raggiunto nella infelicità dove viene visto, che nel momento della sua morte. «Io non posso rifiutare quel che tu chiedi: sono messo tanto in basso perché fui il ladro del tesoro nella sagrestia, e ingiustamente già fu attribuito ad altri», chiosa ulteriormente.

Bene. Chi fu costui? Figlio illegittimo di Fuccio de’ Lazzari, nobile pistoiese, si rese protagonista, nel partito dei Guelfi Neri, delle lotte civili che imperversarono per anni nella sua città. Infatti, nel 1295 venne condannato in contumacia per fatti di sangue e di brigantaggio. Dante lo conobbe probabilmente nel 1292, quando serviva Firenze contro Pisa, tanto da porlo all’Inferno, nella bolgia dei ladri, invece che tra i violenti, dove avrebbe meritato di finire, a causa del furto del tesoro nella sagrestia della cappella di san Iacopo nel duomo di Pistoia.

A tal proposito, Natalino Sapegno ci ricordò a suo tempo quanto segue: “Di quel furto, avvenuto a quanto pare nel primi mesi del ’93, le cronache contemporanee e i commentatori del poema ci danno versioni incerte e discordanti. Narrano che la colpa ne fosse ingiustamente attribuita a un Rampino Foresi (o Vergellesi), che corse rischio di morire impiccato. Più tardi la verità del fatto venne a galla, e uno dei complici di Vanni Fucci, il notaio Vanni della Monna, fu condannato a morte; ma il principale colpevole dovette sottrarsi alla pena fuggendo; e anzi, poiché egli si duole qui d’esser trovato fra i ladri da Dante e questi finge di non sapere la causa per cui è punito in maniera così infamante, convien ritenere che la sua partecipazione al furto fosse accertata solo dopo la sua morte, avvenuta poco prima del marzo del 1300”.

@ VITA BESTIAL MI PIACQUE E NON UMANA

Erba né biado in sua vita non pasce

24^ canto dell’Inferno.

La fenice.

Settima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ancora a metà del canto, il poeta racconta che tra l’orrenda e tormentatrice moltitudine dei serpenti corrono anime nude e spaventate, senza sperare in un buco dove nascondersi o nella pietra elitropia: hanno le mani strette dietro con le serpi; queste spingono lungo le reni la coda e la testa, e sono annodate sul davanti. Ed ecco contro uno che è dalla parte di Dante e Virgilio, si lancia addosso un serpente che lo colpisce là dove il collo si congiunge alle spalle.

Ma facciamo proseguire il poeta: «Mai né una O né una I si scrissero così rapidamente, come egli prese fuoco e bruciò, e fu inevitabile che cadendo divenisse tutto cenere; e dopo che fu così annientato a terra, la cenere si addensò da sola e ridiventò di colpo lo stesso dannato. Così si asserisce dagli insigni sapienti che la fenice muore e poi nasce di nuovo, ogni volta che viene vicino al cinquecentesimo anno; nella sua vita non si nutre di erba né di vegetali seminati dall’uomo, ma solo di gocce d’incenso e di amomo, e le bende funebri sono il nardo e la mirra».

La fenice fu un uccello favoloso sacro agli antichi Egizi, di cui ne parlarono in abbondanza letterati e astrologi. Erodoto la descrisse come una grande aquila, con le piume estremamente variopinte. Originaria dell’Etiopia, viveva almeno cinquecento anni, fino a quando, arrivata al termine della sua esistenza, si costruiva un nido per morirvi bruciata. Dalle ceneri, ne nasceva un’altra, che volava in Egitto, a Eliopoli, in cui era consacrata nel tempio del Sole, per tornare poi in Etiopia a vivere una lunghissima vita.

Dante, con il riferimento sopra citato, nel quale la rapidità della morte e della sua rinascita è paragonata alle mutazioni dei ladri colpiti dai serpenti, sembrò credere, asserisce più di qualche commentatore, alla realtà effettiva della fenice, che veniva usata, peraltro, dai poeti suoi contemporanei come metafora per descrivere il personaggio dell’amante.

@ ERBA NÉ BIADO IN SUA VITA NON PASCE

Più non si vanti Libia con sua rena

24^ canto dell’Inferno.

Serpenti.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Settima bolgia. Narra il poeta, a metà del canto, che, udita una voce uscita da questa bolgia, insieme a Virgilio discende il ponte dall’estremità in cui si unisce con l’ottavo argine, per poi apparire loro la stessa; e vi vede dentro una terribile moltitudine di serpenti, «e di una condizione così mostruosa che il ricordo mi dissipa ancora il sangue», precisa, mentre sta descrivendo la scena per i lettori a mo’ di paragone.

Infatti, «La Libia non si vanti più con il suo deserto», avverte costoro; «perché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene, né tanti pestiferi animali né così velenosi lasciò vedere mai con tutta l’Etiopia né con ciò che è presso il Mar Rosso».

Bene. Facciamo ora la conoscenza diretta di queste favolose creature del deserto libico, descritte nella Farsaglia di Lucano. Cominciamo dai chelidri. Trattasi di serpenti anfibi, i quali avanzavano senza torsione del corpo e sollevando al loro passaggio spirali di vapore.

Che dire degli iaculi? Conferma prima l’Ottimo commento, uno dei più rilevanti commenti del Trecento alla Commedia, secondo cui erano serpenti volanti: “… li iaculi assaliscono gli uccelli in su li arbori… onde son detti iaculi, cioè lancianti”, poi Buti, uno dei primi commentatori della predetta: “questa è un’altra spezie che si lancia, e trafora quel che percuote, come una lancia o una saetta”.

Passiamo alle faree, che Dante cita al femminile dal phareas di Lucano, che è nome maschile: si muovevano in direzione dritta facendo un solco per terra con la coda. E i cencri? Velenosissimi, con la pelle variegata in piccole macchie simili a chicchi di miglio e dall’andatura irregolare. Sempre Buti: “Cencri, questa è una specie di serpenti, che sempre va torcendosi, e non va mai diritto”.

Concludiamo questa interessante rassegna con le anfisibene. Questi serpenti avevano una testa a ognuna delle estremità, ed erano in grado di muoversi in una direzione o nell’altra.

@ PIÙ NON SI VANTI LIBIA CON SUA RENA