Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga

Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga

20^ canto dellInferno.

Terza parte.

“Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina, mutandosi tutte quante le membra; e prima che ritornasse maschio, poi, gli fu necessario percuotere di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone. Quello che lo segue avendo la schiena di contro al ventre di lui è Arunte, che nelle Alpi Apuane, in cui coltivano la terra gli abitanti della Lunigiana che abitano di sotto, ebbe tra i bianchi marmi la grotta come sua dimora; da cui per contemplare le stelle e il mare la vista non gli era impedita.

“E quella che nasconde le mammelle, che tu non vedi, con i capelli sciolti, e ha ogni parte del corpo coperta di peli dal lato di dietro, fu Manto, che cercò per molte città e territori; dopo si fermò nel luogo in cui io venni al mondo; per cui desidero che mi ascolti un poco. Dopo che suo padre morì e la città di Baco divenne serva, questa andò a lungo per la terra.

@ ARONTA È QUEL CH’AL VENTRE LI S’ATTERGA

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

20^ canto dell’Inferno.

Seconda parte.

Possa Dio lasciarti, lettore, trarre giovamento dalla tua lettura, ora pensa da solo come io avrei potuto non piangere, quando vidi vicino la figura umana così stravolta, che il pianto degli occhi bagnava la fenditura fra le natiche. E io infatti io piangevo, appoggiato a uno dei massi sporgenti del duro ponte roccioso, così che la mia guida mi disse: “Anche ti fai parte degli altri sciocchi? Qui è pietoso quando si è spietati; chi è più scellerato che colui che sottomette l’azione umana alla giustizia divina?

“Alza la testa, alza, e vedi colui al quale si aprì la terra davanti agli occhi dei Tebani; per cui essi gridavano tutti: ‘Dove rovini, Anfiarao? perché abbandoni la battaglia?’. E non cessò di precipitare verso il basso fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda chi ha trasformato il dorso in petto; poiché volle prevedere il futuro, rivolge lo sguardo verso la parte posteriore e cammina a ritroso.

@ DRIZZA LA TESTA, DRIZZA, E VEDI A CUI

Come ‘l viso mi scese in lor più basso

20^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

Mi è necessario scrivere versi su un altro tormento e fornire argomento al ventesimo canto della prima cantica, che riguarda i dannati. Io ero già pronto completamente a guardare con attenzione nel fondo visibile allo sguardo, che era bagnato da un pianto angoscioso; e vidi dannati che camminavano nella bolgia di forma circolare, restando in silenzio e piangendo, con il passo lento delle processioni in questa terra.    

Quando loro furono più sotto a me, ciascuno mostrò essere distorto tra il mento e l’inizio del petto in maniera da destare meraviglia, perché il viso era girato verso il dorso, e gli era necessario camminare a ritroso, in quanto era sottratto loro il prevedere. Forse per effetto già di una paralisi qualcuno si distorse così totalmente; ma io non lo vidi, né credo che sia possibile.

@ COME ‘L VISO MI SCESE IN LOR PIÙ BASSO

O Simon Mago, o miseri seguaci

19^ canto dell’Inferno.

(Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Nicola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de linferno.)

O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate deon essere spose, e voi rapaci per oro e per argento avolterate, or convien che per voi suoni la tromba, però che ne la terza bolgia state. Già eravamo, a la seguente tomba, montati de lo scoglio in quella parte ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l’arte che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, e quanto giusto tua virtù comparte! Io vidi per le coste e per lo fondo piena la pietra livida di fóri, d’un largo tutti e ciascun era tondo. Non mi parean men ampi né maggiori che que’ che son nel mio bel San Giovanni, fatti per loco d’i battezzatori; l’un de li quali, ancor non è molt’anni, rupp’io per un che dentro v’annegava: e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava d’un peccator li piedi e de le gambe infino al grosso, e l’altro dentro stava. Le piante erano a tutti accese intrambe; per che sì forte guizzavan le giunte, che spezzate averien ritorte e strambe. Qual suole il fiammeggiar de le cose unte muoversi pur su per la strema buccia, tal era lì dai calcagni a le punte.

Chi è colui, maestro, che si cruccia guizzando più che li altri suoi consorti”, diss’io, “e cui più roggia fiamma succia?”.

Ed elli a me: “Se tuo vuo’ ch’i’ ti porti là giù per quella ripa che più giace, da lui saprai di sé e de’ suoi torti”.

E io: “Tanto m’è bel, quanto a te piace: tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto dal tuo volere, e sai quel che si tace”.

Allor venimmo in su l’argine quarto; volgemmo e discendemmo a mano stanca là giù nel fondo foracchiato e arto. Lo buon maestro ancor de la sua anca non mi dipuose, sì mi giunse al rotto di quel che si piangeva con la zanca.

O qual che se’ che ‘l di sù tien di sotto, anima trista come pal commessa”, comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”.

Io stava come ‘l frate che confessa lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto, se’ tu già costì ritto, Bonifazio? Di parecchi anni mi mentì lo scritto. Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno la bella donna, e poi di farne strazio?”.

Tal mi fec’io, quai son color che stanno, per non intender ciò ch’è lor risposto, quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: “Dilli tosto: ‘Non son colui, non son colui che credi’ “; e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi; poi, sospirando e con voce di pianto, mi disse: “Dunque che a me richiedi? Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, che tu abbi però la ripa corsa, sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; e veramente fui figliuol de l’orsa, cupido sì per avanzar li orsatti, che sù l’avere e qui me misi in borsa. Di sotto al capo mio son li altri tratti che precedetter me simoneggiando, per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, allor ch’i’ feci ‘l sùbito dimando. Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi e ch’i’ son stato così sottosopra, ch’el non starà piantato coi piè rossi: ché dopo lui verrà di più laida opra, di ver’ ponente, un pastor sanza legge, tal che convien che lui e me ricuopra. Nuovo Iasón sarà, di cui si legge ne’ Maccabei; e come a quel fu molle suo re, così fia lui chi Francia regge”.

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: “Deh, or mi dì: quanto tesoro volle Nostro Segnore in prima da san Pietro ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’. Né Pier né li altri tolsero a Matia oro od argento, quando fu sortito al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito; e guarda ben la mal tolta moneta ch’esser ti fece contra Carlo ardito. E se non fosse ch’ancor lo mi vieta la reverenza de le somme chiavi che tu tenesti ne la vita lieta, io userei parole ancor più gravi; ché la vostra avarizia il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista, quando colei che siede sopra l’acque puttaneggiar coi regi a lui fu vista; quella che con le sette teste nacque, e da le diece corna ebbe argomento, fin che virtute al suo marito piacque. Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; e che altro è da voi a l’idolatre, se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!”.

E mentr’io li cantava cotai note, o ira o coscïenza che ‘l mordesse, forte spingava con ambo le piote. I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, con sì contenta labbia sempre attese lo suon de le parole vere espresse. Però con ambo le braccia mi prese; e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d’avermi a sé distretto, sì men portò sovra ‘l colmo de l’arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio ed erto che sarebbe a le capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto.

@ O SIMON MAGO, O MISERI SEGUACI

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre

19^ canto dell’Inferno.

La “donazione di Costantino”.

Dante e Niccolò III si rendono compartecipi di un colloquio alquanto acceso, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Alla chiusura di quello, il poeta, che per tutto il tempo è rimasto chino come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che è infilato a testa in giù in una buca, davanti a un buco di forma sferica da cui sporgono i piedi e le gambe fino alla coscia del pontefice, che è confitto con la testa di sotto e che agita con violenza le giunture, prorompe così: “Ahi, Costantino, di quanto male fu causa, non la tua conversione, ma quella donazione che ricevette da te il primo papa che fu ricco!”.

Qui Dante si riferisce alla “donazione di Costantino”, un atto prodotto nel periodo 750-850 d.C. a Roma o forse a S. Denis, per mezzo del quale l’imperatore Costantino avrebbe donato nel 314 d.C. a papa Silvestro I il potere civile su Roma, sull’Italia e su tutto il mondo occidentale. Questo atto sanciva l’attribuzione alla Chiesa di Roma delle stesse dignità dell’Impero, potendo il papa e il clero rivendicare gli stessi onori dei rappresentanti imperiali.

All’epoca del poeta nessuno provò a ritenerlo falso (la falsità essendo stata dimostrata  soltanto in età umanistica da Nicolò da Cusa e da Valla), quindi nemmeno lui, essendosi   affermata una tradizione che ne stabiliva l’autenticità risalente al 12^ secolo, quando era stato inserito nel Decretum Gratiani, testo ufficiale del diritto canonico. Però, era vivace un dibattito ormai secolare tra canonisti e civilisti, i secondi sostenendo che l’atto aveva procurato, con la violazione delle prescrizioni dell’Impero, una diminuzione del valore dell’ideale imperiale.

Anche Dante, da par suo, fu tra i partecipanti a questo dibattito, col negare nel De Monarchia il valore giuridico della “donazione”, dimostrando con una serie di argomentazioni  che la figura dell’imperatore non poteva recar danno all’Impero. Quindi, egli era dell’idea che l’imperatore aveva sì affidato al papa prerogative e beni terreni, ma costui avrebbe dovuto accettare quanto donato solo come dote a beneficio dei poveri.

Dunque, secondo il poeta, fu pia l’intenzione dell’imperatore, ma non lo fu la pretesa ecclesiale di andare oltre il proposito di quegli. Con la conseguenza che nelle mani dei pontefici, nel corso dei secoli, si era venuto a sommare il potere temporale a quello spirituale. E Dante, su questo tema, era particolarmente sensibile; di qui, la condanna sopra citata.

@ AHI, COSTANTIN, DI QUANTO MAL FU MATRE

 

Sappi ch’i’ fui vestito del gran manto

19^ canto dell’Inferno.

Niccolo III.

O chiunque tu sia che tieni il capo di sotto, anima sciagurata confitta come un palo nel terreno”, io cominciai a dire, “se puoi parla”.

Così Dante, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dellInferno, a un dannato confitto in posizione capovolta nell’interno di un buco di forma sferica, dicendo nella narrazione di essere come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che, dopo che è stato infilato a testa giù in una buca, chiama di nuovo il confessore per cui ritarda pur di poco la morte.

Il dannato in questione è Niccolò III, il quale con il poeta intesse prima un colloquio alquanto concitato, in cui, tra l’altro, gli confessa che “sulla terra mise i beni materiali in borsa e qui me stesso”, mentre favoriva alcuni appartenenti alla sua famiglia, per finire poi investito da una reprimenda da parte dello stesso Dante, con la quale il poeta ne approfitta per denunziare i mali della Chiesa del suo tempo.

Questo papa, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, fu eletto al sacro soglio in età avanzata, nel 1277, per restare in carica fino al 1280, quando morì. Al momento della sua elezione, trovò una situazione politica molto complessa, a causa della diatriba tra gli Angioini e la Chiesa. Egli frenò l’influenza di Carlo I d’Angiò, cui tolse il vicariato reale della Toscana, rivendicò i diritti ecclesiastici sulla Romagna, riconosciuti da Rodolfo d’Asburgo, e fu artefice della pace di Firenze del 1280, attraverso l’intermediazione del nipote, il cardinale Malabranca, favorendo l’insediamento di un governo guelfo in città.

La simonia e il nepotismo, le due colpe di cui lo accusò il poeta, furono in verità parte preponderante della sua politica, tesa ad affrancare la Chiesa sia dagli Angioini e sia dall’Impero. Villani lo ricorda così: “Fu de’ primi, o primo papa, nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti” (Cronica VII 54).  E per quanto riguarda la citazione dantesca dell’orsa e degli orsatti, Torraca si rifà a Pipino (RIS IX, col.724), in cui si nomina un libello in cui il papa era raffigurato con un piccolo orso sulla mitra e due ai piedi.

@ SAPPI CH’I’ FUI VESTITO DEL GRAN MANTO

Or convien che per voi suoni la tromba

19^ canto dell’Inferno.

I papi simoniaci.

Apprendiamo dallEnciclopedia dantesca edita nel 1970, che la simonia è la “volontà di comprare o vendere per un prezzo temporale un bene intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale”. Il termine ha origine da Simone di Samaria o Mago il quale, osservata l’efficacia dellimposizione delle mani da parte degli apostoli Pietro e Giovanni, cercò di comprare con la moneta quel potere, ricevendone un netto rifiuto da Pietro.

Premessa doverosa per segnalare che i peccatori di questo commercio, essenzialmente gli ecclesiastici, si trovano nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, dove sono confitti e in posizione capovolta nell’interno di buchi di forma sferica, tutti di una stessa larghezza. Fuori dell’orifizio di ciascuno sporgono i piedi e le gambe di un peccatore fino alla coscia, mentre la parte restante del corpo sta all’interno. Entrambe le piante dei piedi di tutti sono infuocate; per cui le giunture si agitano con violenza. 

Davanti a questa scena, Dante è colpito da un dettaglio: un dannato si agita più che gli altri, mentre una fiamma più rossa lo consuma. Si tratta di Niccolo III, con il quale il poeta prima intesse un colloquio alquanto concitato, in cui il papa cita prima Bonifacio VIII, per il quale è stato scambiato, poi Clemente V, che lo raggiungeranno un giorno a fargli degna compagnia, dopodiché gli si scaglia contro con una feroce invettiva, attraverso cui denunzia i mali della Chiesa del suo tempo. Ma di Niccolò III vale la pena di parlarne a parte. Qui interessa porre l’attenzione, seppure in breve, sugli altri due.

Dunque Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani. Questi, durante il suo pontificato, dal 1294 alla sua morte nel 1303, celebrò il primo anno santo della storia. Fervido interventista nella lotta tra Filippo il Bello ed Edoardo d’Inghilterra, e in quella tra Angioini e Aragonesi, si distinse per aver favorito l’accordo che portò alla pace tra Venezia e Genova. L’esilio di Dante da Firenze e le conseguenti condanne ebbero inizio dall’attività politica del papa verso Firenze; il poeta, infatti, aveva denunciato una missione della Chiesa contraria ai propri principi spirituali. Bonifacio VIII fu rappresentato da Dante come simoniaco, ancorché la sua elezione avvenne in modo regolare, almeno secondo i più.

Liquidato Bonifacio VIII, Niccolo III dice a Dante che, dopo quegli, verrà in quella bolgia, da occidente, un papa privo di religione: Clemente V, al secolo Bertrand de Got, eletto al soglio pontificio nel 1305, dove restò fino al 1314, anno della sua morte. Fu colui che portò la sede apostolica da Roma ad Avignone. Il poeta, per bocca sempre di Niccolò III, lo paragona a Giasone, compratore di un nuovo sacerdozio dal re Antioco di Siria, mentre il nuovo Antioco sarà Filippo il Bello, a favore del quale ripeterà le gesta del sacerdote. Infatti, per compiacere il re francese fece annullare tutti gli atti di Bonifacio VIII e di Benedetto XI che sembravano ostili allo stesso, e gli lasciò via libera nel perseguire i Templari. 

Forte spingava con ambo le piote

19^ canto dell’Inferno.

Ultima parte.

E frattanto che io lo rimproveravo in tono ingiurioso con tali parole, fosse l’ira o la coscienza che lo tormentasse, scalciava con violenza ambedue i piedi. Reputo certamente che al mio maestro fosse gradito, con volto così lieto sempre ascoltò attentamente il suono delle veritiere parole dette. Perciò mi strinse con ambedue le braccia; e dopo che mi ebbe alzato interamente sopra il petto, salì per la via da cui era disceso. Né si stancò di tenermi stretto fortemente a sé, finché non mi ebbe portato sopra il culmine del ponte che è il passaggio dal quarto al quinto margine. Lì depose delicatamente il peso, adagio per quel che consentiva il ponte roccioso pieno di anfratti e ripido che sarebbe un impervio passaggio per le capre. Di lì mi si mostrò la bolgia successiva.

@ FORTE SPINGAVA CON AMBO LE PIOTE

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento

19^ canto dell’Inferno.

Sesta parte.

“Perciò stai dove sei, perché tu sei punito giustamente; e custodisci con cura le decime e le rendite ecclesiastiche che ti resero animoso contro Carlo. E se non fosse che me lo impedisce anche il sentimento di riverente soggezione per gli elementi distintivi della Chiesa che tu tenesti nella vita terrena, io parlerei in modo ancora più fastidioso; perché l’avidità dei papi corrompe gli uomini, opprimendo i buoni e innalzando a dignità e benefici i perversi.

“A voi pontefici pensò l’Evangelista, nel tempo in cui colei che ha signoria sopra i popoli da lui fu vista comportarsi da meretrice coi re; quella che nacque con i sette doni dello Spirito Santo, e dai dieci comandamenti ebbe aiuto, fino a tanto che al suo sposo fu gradita la virtù. Avete fatto del denaro la vostra divinità; e che altra differenza vi è tra voi e gli idolatri, se non che essi ne adorano una, e voi cento? Ahi, Costantino, di quanto male fu causa, non la tua conversione, ma quella donazione che ricevette da te il primo papa che fu ricco!”.

@ FATTO V’AVETE DIO D’ORO E D’ARGENTO

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle

19^ canto dell’Inferno.

Quinta parte.

“Laggiù precipiterò anch’io quando giungerà colui che pensavo che tu fossi, allorché ho fatto la precipitosa domanda. Ma è più il tempo già in cui mi sono bruciato i piedi e in cui sono stato così a testa in giù, di quello che egli starà confitto coi piedi infuocati: perché dopo di lui giungerà, da occidente, un papa privo di religione, di azioni più turpi, tale che è destino che vada a stare sopra di lui e me. Sarà un secondo Giasone, di cui si apprendono nozioni nei Maccabei; e come a quello fu cedevole il suo re, così sarà a lui chi governa la Francia”.

Io non so se fui a questo punto troppo audace, che ebbi persino l’ardimento di rispondergli in questo tono: “Suvvia, ora dimmi: quanto denaro richiese Nostro Signore da san Pietro prima che Egli gli affidasse il potere e l’autorità? Certo non chiese se non ‘Seguimi’. Né Pietro né gli altri esigettero denaro da Matteo, quando fu scelto a sorte per occupare il posto che lasciò vuoto l’anima malvagia.

@ IO NON SO S’I’ MI FUI QUI TROPPO FOLLE