Surge in vermena e in pianta silvestra

surge in vermena e in pianta silvestra

Come si fa a non tornare nel tredicesimo canto dellʼInferno, precisamente nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, che è pure il secondo girone del settimo cerchio del baratro infernale? Già, come si fa? Se lo facessimo, cioè non tornarci, ci perderemmo il seguito dellʼincontro tra i due poeti e Pier della Vigna. E non sarebbe cosa buona e giusta.

Per cui, dopo aver ricordato che Virgilio, in particolare, ha atteso un poʼ prima di riprendere la parola, e dopo aver precisato che al poeta egli ha appena chiesto – visto che quellʼeminente uomo di Stato si è zittito,  una volta che ha spiegato le vere ragioni della sua morte – di non perdere lʼoccasione di rivolgere qualche domanda a costui, se ancora era interessato a intrattenere quel rapporto così speciale.

A quel punto Dante aveva risposto che non poteva, tanta era lʼangoscia che gli attanagliava la mente e il cuore, e che era meglio se proseguiva lui, Virgilio. Così questi non si fa pregare e, con voce ferma, si rivolge alla pianta in tal modo: “Spirito prigioniero, dicci in che modo lʼanima si congiunge a questi tronchi nodosi; e, se puoi, dicci se qualcuna delle anime si liberi da membra tanto strane”.

Allora il tronco emette un soffio modulato a parole, e poi il soffio diventa questa voce: “Vi darò subito una risposta esauriente. Quando lʼanima crudele si allontana dal corpo, Minosse la scaglia nel settimo cerchio.

Cade qui, in questa selva, e non la sceglie nessun luogo particolare; ma nel punto in cui è destinata dalla sorte, proprio lì germoglia come un seme di frumento. Surge in vermena e in pianta silvestra: le Arpie, nutrendosi successivamente delle sue foglie, la feriscono, e dalle lacerazioni il dolore si manifesta in lamenti strazianti.

Come tutte le altre anime dannate saremo presenti nel giorno del Giudizio a riappropriarci dei corpi di cui ci siamo liberate sulla Terra, ma non in modo che qualcuna di noi se ne possa rivestire, perché non è giusto avere di nuovo quello che lʼuomo sottrae a sé stesso in modo così violento. I corpi li trasporteremo qui, e resteranno sospesi in questa triste selva, ciascuno ad aderire allʼarbusto della sua anima nemica”.

E più non dice, lasciando i due poeti in paziente attesa. “Chissà che cosa avrà ancora da raccontarci”, avranno pensato entrambi. E invece…

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Ciò che narrate di mio corso scrivo

Ciò che narrate di mio corso scrivo

Brunetto Latini ha ricordato al suo vecchio allievo che proprio i Fiorentini saranno i suoi acerrimi nemici, a causa del suo buon comportamento, “ma cʼè un motivo”, gli ha detto, “perché non è conveniente a un uomo generoso come te operare in mezzo a gente così ignorante e malvagia”.

E qui gli ha menzionato quel detto che designa i concittadini creature ottuse.

“Ti ricordo che sono avidi, invidiosi e soprattutto superbi. Perciò fai del tutto per allontanarti da essi. Le due fazioni in lotta, poi, vorranno coinvolgerti per forza nelle loro questioni politiche, ma questo non succederà”, ha precisato infine.

Siamo tornati nel quindicesimo canto dellʼInferno, al centro dello stesso. Dove Brunetto Latini, il mentore di Dante nei suoi anni adolescenziali – che sta scontando la pena nel terzo girone del settimo cerchio, tra i sodomiti – si è appena espresso nei termini di cui sopra, il poeta camminando a piccoli passi sullʼargine di pietra che racchiude il ruscello di sangue e il maestro, che lo affianca dabbasso sulla sabbia rovente della spianata, sulla superficie della quale piovono larghe falde di fuoco.

E dove ser Brunetto, come lo ha chiamato Dante quando lo ha riconosciuto, conclude il suo duro discorso, iniziato poco prima, con lo stesso tono accusatorio: “I Fiorentini si trasformino pure in sterco, e non facciano danni alla discendenza, ammesso che ci sia ancora chi riesca a sollevarsi dal loro letamaio, della stirpe nobile di quei Romani che vi restarono quando fu costruita una città tanto malvagia”.

A questo punto interviene il poeta, rispondendo in tono accorato, tanta è lʼemozione che lo pervade nel vedere il suo maestro ridotto così: “Se potessi esaudire totalmente ciò che veramente desidero, voi sareste ancora in vita; perché è impressa nella mia memoria, e ora mi duole molto, la vostra figura di padre così benigna, quando nella mia vita ogni tanto mi dimostravate con il vostro esempio in che modo il ricordo presso gli uomini non svanirà mai grazie alla gloria che solo gli uomini virtuosi possono vantare; e quanto tutto questo io lo gradisca, finché vivrò dovrà essere riconoscibile dalle mie parole.

Ciò che narrate di mio corso scrivo, e lo conserverò nella mia memoria insieme a unʼaltra profezia per farmelo spiegare da Beatrice, quando sarò con lei”. Pausa. Dante sta per dire qualcosa di molto bello, soprattutto per sé stesso. Sorride al suo mentore, che lo guarda ammirato per le parole udite, e… ma se ne riparlerà.

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

Tacendo divenimmo là 've spiccia

Dante ha ascoltato con molta attenzione la risposta rabbiosa proveniente da un dannato dallʼaspetto forzuto, visto sdraiato e in disparte sulla spianata sabbiosa, che funge da terzo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale.

Questo dannato, udito il poeta che domandava a Virgilio chi mai fosse quel grande che si staccava dagli altri in modo tanto evidente, gli ha detto in modo arrogante che egli è la stessa persona, sia da vivo sia da morto. Per cui, sebbene anche ora Giove avesse stancato il prode Vulcano, o avesse sfiancato per la fatica tutti i Ciclopi messi insieme, invocando sempre Vulcano, come accadde nella battaglia di Flegra, per fabbricare i fulmini e li avesse scagliati su di lui con tutta la forza possibile, non avrebbe avuto che una gioia effimera.

Ci troviamo nel 14^ canto dellʼInferno, quasi nella parte centrale. Il luogo: lo abbiamo ricordato poco fa. Dove si legge di Virgilio, che si scaglia contro colui che ha risposto direttamente a Dante, e indirettamente a entrambi.

Così, con voce veemente: “O Capaneo, la punizione più grave sta nel fatto che tu non ti vuoi piegare e la tua arroganza lo dimostra; nessun altro martirio, eccetto la tua rabbia, sarebbe una giusta punizione per la tua empietà”.

Ciò detto, il maestro, con il volto sereno e con la voce improvvisamente pacata, si rivolge a Dante, che lo guarda al colmo della meraviglia, dicendogli: “Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe; e il suo disprezzo per la divinità sembra sia rimasto identico a quanto provava in vita. Tuttavia, come io gli ho detto in unʼaltra occasione, i suoi atteggiamenti sprezzanti sono la rappresentazione del castigo che si è meritato, come i fregi sono orpelli sul petto”.

A questo punto Virgilio sʼinterrompe e scruta con gli occhi vivaci lontano da sé, al di là della vasta spianata di sabbia – ricordiamo al fedele lettore che entrambi sono appena usciti dalla selva dei suicidi e degli scialacquatori, e si trovano appunto ai margini del sabbione. Fatto questo, si gira verso lʼallievo per concludere: “Ora stammi dietro, e staʼ attento a non poggiare i piedi sulla rena arroventata; ma procedi sempre vicino al bosco”.

E così entrambi riprendono il cammino, lʼuno davanti e lʼaltro a seguire. “Tacendo divenimmo là ʼve spiccia fuori dalla selva un ruscello, il cui colore rosso tuttora mʼincute paura”, chiosa il poeta. Dove andranno?

L’animo mio, per disdegnoso gusto

L'animo mio, per disdegnoso gusto

Uno dei tronchi della orrida selva dei suicidi e degli scialacquatori – secondo girone del settimo cerchio dellʼInferno – dopo che Virgilio si era scusato, per aver indotto Dante a strappare da lui un rametto, aveva risposto di essere colui che aveva tenuto un rapporto privilegiato con Federico II, tanto da influenzarlo nelle sue decisioni favorevoli e inopportune, che aveva liquidato quasi tutti i cortigiani dalla confidenza di costui.

A quel punto ci siamo chiesti chi fosse il dannato che aveva parlato con tanto trasporto, intriso di altrettanto dolore. Ora possiamo svelare lʼarcano: si tratta di Pier della Vigna, alto funzionario, ministro e rappresentante di Federico II in tante missioni diplomatiche, da lui accusato di tradimento, e suicidatosi dopo che lʼimperatore lo aveva fatto accecare – qui ci sia consentito di chiosare che il poeta sovente fa parlare i dannati, i penitenti e i beati, senza che gli stessi rivelino la loro identità, per cui le ampie perifrasi con le quali sono descritti nel tempo sono state interpretate nei modi più fantasiosi, su tutte valendo quella attinente, forse, Celestino V.

Siamo nel canto 13^ dellʼInferno, nei pressi della parte centrale. Dove Pier della Vigna continua così il suo racconto: “Lʼinvidia, peccato del genere umano e comportamento usuale delle corti, sobillò contro di me le menti di tutti i cortigiani; e coloro che furono aizzati istigarono a tal punto lʼimperatore, che le onorificenze che mi avevano reso orgoglioso diventarono motivo di lutto e di rovina. Lʼanimo mio, per disdegnoso gusto, credendo con la morte di scansare il disprezzo altrui, mʼindusse a peccare ingiuriando la mia persona da innocente qual era”.

Qui il dannato fa una breve pausa, come se volesse rifiatare – e il soliloquio è descritto in modo tale, che ci sembra quasi di vedere la scena in cui si svolge. Poi egli riprende, sempre con lo stesso tono accorato che ha contraddistinto la prima parte del monologo: “In nome delle strane radici di questo arbusto vi giuro che rimasi sempre fedele a Federico II, che meritò il buon nome che lo accompagnava nelle sue azioni. E possa qualcuno di voi fare ritorno sulla Terra, riscatti il mio onore, che è tuttora infangato dal dolore che gli procurò lʼinvidia”.

Virgilio non replica subito, ma secondo quanto racconta il poeta si atteggia come il tale che medita – e noi lo immaginiamo con la fronte corrugata. Poi si scuote, e si rivolge a Dante con voce ferma, intimandogli: “Dal momento che si è zittito, non perdere questa occasione; ma parla tu, e chiedigli quello che vuoi, se ancora ti va”.

E Dante, di rimando: “Fallo tu per me, se credi che mi possa dare appagamento; io non ce la faccio, tanta è la pietà che mi angoscia”.

La tua fortuna tanto onor ti serba

La tua fortuna tanto onor ti serba

Fino a questo punto del viaggio agli inferi, il nostro poeta si è mostrato sempre interessato, vera e propria parte attiva, durante gli incontri fatti di cerchio in cerchio. Ma stavolta il suo coinvolgimento è maggiore. E non può non essere così. Da poco, infatti, ha riconosciuto il suo vecchio mentore, nel terzo girone del settimo cerchio, precisamente nella zona dei sodomiti.

Siamo tornati a trattare il quindicesimo canto dellʼInferno. Dove Brunetto Latini, il mentore di cui sopra, ha approfittato dellʼincontro con Dante, per chiedergli quale sorte o volontà divina lo ha fatto arrivare laggiù prima del tempo, e chi era il suo compagno.

La risposta del poeta è stata, a dire il vero, alquanto didascalica: niente fronzoli, giusto lʼessenziale. “Durante la mia vita”, gli ha risposto, “mi sono smarrito nella selva del peccato e del dolore, oltrepassata da poco la mezza età”.

Ma proprio la mattina precedente, grazie alla sua guida, ha proseguito, se ne era allontanato. Quel personaggio gli si era mostrato, mentre stava precipitando nuovamente verso i meandri oscuri di quella selva, e adesso lo sta riportando sulla retta via attraverso quel viaggio – da notare la ritrosia nel nominare Virgilio; è accaduto e accadrà in altre occasioni.

È stato detto in precedenza che il dialogo era appena iniziato. Bene. Ora prosegue con ser Brunetto, che risponde al suo vecchio allievo, in tono malinconico: “Ti auguro che tu possa assecondare il tuo segno astrale, e ti dico che non potrai fallire il raggiungimento della meta che ti sei prefissa, se ti conosco bene; e se non fossi morto anzitempo, sapendo che gli astri ti erano tanto favorevoli, ti avrei dato una mano nel tuo agire di ogni giorno, come poeta e come membro della vita cittadina.

Ma i Fiorentini saranno i tuoi peggiori nemici, proprio a causa del tuo retto agire; e cʼè un motivo, perché non è conveniente, per un uomo magnanimo come sei tu, operare in mezzo a uomini così ignoranti e malvagi. Unʼantica diceria li definisce ottusi; essi sono avari, pieni dʼinvidia e superbi: faʼ del tutto per allontanarti dalle loro abitudini.

La tua fortuna tanto onor ti serba, che entrambe le parti in lotta faranno ogni cosa per coinvolgerti nelle loro dispute; ma non servirà a nulla”. E qui il caro Brunetto tira il fiato, volge il capo, si guarda attorno e ritorna a fissare Dante, mentre le falde di fuoco continuano a scendere senza posa. E…

E quel medesmo, che si fu accorto

E quel medesmo, che si fu accorto

Canto 14^ dellʼInferno, terzo girone del settimo cerchio. Dove Dante e Virgilio incontrano i violenti contro Dio: i bestemmiatori.

E dove Dante, fermo ai margini della spianata sabbiosa, che forma il girone di cui sopra, ci informa che sulla superficie di quella piovono falde di fuoco, con una lentezza esasperante, senza tregua e senza mai che se ne veda la fine, mentre la sabbia intanto si arroventa in modo esponenziale, similmente alla materia infiammabile che brucia a causa della scintilla della pietra focaia colpita da un acciarino.

La sofferenza dei dannati, in questa situazione, è indicibile, tanto che gli stessi non possono fare altro che muovere di continuo le mani, quando da una parte quando dallʼaltra, nella vana speranza di scacciare le fiamme. E tutto ciò per sempre.

A noi lettori non rimane che immaginare il poeta con lo sguardo sbarrato, nel momento in cui la sua attenzione si sposta su uno di loro dallʼaspetto imponente, che sta sdraiato un poʼ scostato dagli altri, con il tipico atteggiamento del tale che non si cura affatto dello stato in cui si trova e di tutto ciò che lo circonda.

E siccome spesso la curiosità prevale sullo sconcerto che stiamo subendo, anzi è lʼantitodo migliore per eliminarlo, Dante si scuote e chiede a Virgilio: “Maestro, tu che superi tutti gli ostacoli possibili e immaginabili, eccetto i diavoli che abbiamo incontrati al di fuori della città di Dite, chi è quel grande che non sembra curarsi delle falde di fuoco che piovono su di lui e da supino qual è gira tutto attorno il suo sguardo truce, tanto che il fuoco sembra che non gli rechi alcun dolore?”.

E quel medesmo, che si fu accorto che io chiedevo a Virgilio informazioni sul suo conto” – prosegue il poeta – gli risponde in tal modo, con voce metallica: “Come io fui quando ero vivo, così sono da morto. E anche se Giove stancasse Vulcano da cui adirato afferrò il fulmine con cui fui colpito a morte; o sebbene egli sfiancasse i Ciclopi sottoponendoli a snervanti turni di lavori nella buia officina dellʼEtna, gridando ʻVulcano, aiutamiʼ, come fece nella battaglia di Flegra, e lanciasse su di me i fulmini con tutta la la sua forza: non potrebbe goderne pienamente”.

Di chi si tratta? O lettore, non ti far catturare dalla curiosità. Aspetta e lo saprai.

S’elli avesse potuto creder prima

S'elli avesse potuto creder prima

Una domanda straziante. Questa: “Perché mi strappi un rametto?”, coglie di sorpresa il poeta, che ha appena divelto un ramoscello rinsecchito da un cespuglio ritorto, dietro lʼinvito esplicito del maestro – che poco dopo si scuserà con lʼanima dannata imprigionata nello stesso.

Ci troviamo nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, che funge da secondo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale, mentre nella narrazione siamo giunti al 13^ canto dellʼInferno, parte quasi centrale dello stesso.

Il gesto di Dante faʼ che lʼarboscello diventi scuro a causa del sangue che ne fuoriusce, dopodiché la pianta riprende a parlare, e chiede perché qualcuno lo stia lacerando in tal modo. “In vita fummo uomini, e adesso siamo sterpaglia: comunque, avresti dovuto essere più compassionevole, anche se fossimo state anime di serpenti”.

Così si sente rimbrottare il poeta, che china il capo in atto di contrizione. E commenta: “Come da un pezzo di legno verde che sia bruciato a uno dei due lati, che da quello opposto stilla lʼumore e crepita per lʼaria che scompare, così dal moncone del ramo spezzato venivano fuori parole miste a sangue; per cui lasciai cadere a terra il rametto, e ristetti come chi ha timore”.

Ma Virgilio, il quale non abbandona mai il suo allievo nelle situazioni più scabrose, così risponde allʼarbusto, con voce dolente: “Sʼelli avesse potuto creder prima, anima offesa, ciò che ha letto proprio nei miei versi, non avrebbe distesa la sua mano contro di te; ma la cosa incredibile che dalla pianta sia uscita una voce mi ha spinto a fargli compiere un atto che ripugna anche a me. Ma tu digli chi sei stato nella tua vita terrena, tanto che in cambio di una qualche riparazione allo sgarbo riporti sulla Terra il tuo ricordo, dove gli è consentito di fare ritorno”.

E il tronco ribatte, anchʼesso in tono mesto: “Mi lusinghi con parole così gentili, che mi costringi a non tacere; e non vi dia fastidio per quanto io mi trattenga a discorrere con voi. Io sono quello che ebbe un rapporto di privilegio con lʼimperatore Federico II, e che lo influenzò a tal punto nelle sue decisioni opportune e inadeguate, che allontanai quasi tutti i cortigiani dalla sua confidenza; rispettai la mia carica di alto dignitario che mi era stato assegnata, tanto che per questo persi i sonni e le forze”.

Chi sarà mai questʼanima tormentata?

Io non osava scender de la strada

Io non osava scender de la strada

Il maestro! Colui che negli anni duri della sua adolescenza gli aveva fatto gustare il sapore della cultura, quella vera! Oh, il suo precettore era lì. Non gli sembrava vero al nostro carissimo poeta. E la sorpresa era stata enorme, al di là di ogni immaginazione.

E avutane subitanea conferma, egli si era fermato di colpo, mentre camminava a passo svelto dietro Virgilio sopra uno degli argini di pietra, quasi volesse rivivere con nostalgia quegli anni, scambiando le classiche due parole con ser Brunetto.

Perciò, quando gli era stato detto di non dispiacersi se Brunetto Latino poteva fermarsi, ovviamente non troppo a lungo, come diremo, egli non poteva chiedere di più: gli aveva risposto, infatti, che se non lo avesse chiesto il maestro, sarebbe stato lui a farlo; anzi, si sarebbe messo addirittura a sedere, ammesso chiaramente che Virgilio glielo avesse permesso. E con lʼindice glielo aveva additato.

Continua il canto 15^ dellʼInferno, quello dellʼincontro con Brunetto Latini, e ci troviamo nel settimo cerchio, terzo girone, nella zona riservata ai sodomiti.

Dove il mentore del poeta ribatte così al suo allievo prediletto: “O figliolo, chiunque tra i sodomiti si fermi è destinato poi a stare sdraiato a lungo senza che le mani gli servano a difendersi quando lo colpiscano le falde di fuoco. Per questo motivo vaʼ pure avanti: io ti verrò dietro; e soltanto dopo aver parlato con te, raggiungerò la mia masnada, che si lamenta a causa dei suoi eterni tormenti”.

Io non osava scender de la strada per camminare al suo stesso livello”, precisa il poeta; ed egli continua ad andare a testa bassa, come chi sta in atteggiamento di deferenza verso il proprio interlocutore.

Brunetto Latini allora ne approfitta, per chiedergli con voce colma di affetto: “Quale destino o volontà di Dio ti ha fatto arrivare quaggiù anzitempo? e chi questi che ti accompagna?”.

Durante la mia vita”, Dante gli risponde con tono prima contrito, poi orgoglioso, “mi sono smarrito nella selva del peccato e del dolore, non lontano dalla mezza età. Ma proprio ieri mattina, grazie alla mia guida, me ne sono allontanato: egli mi si è mostrato, mentre stavo di nuovo precipitando verso i meandri oscuri di quella selva, e adesso mi sta riportando sulla giusta via attraverso questo viaggio”. Bene. Il dialogo è appena agli inizi…

Piovean di foco dilatate falde

Piovean di foco dilatate falde

Chi sono quelle anime che Virgilio e Dante hanno davanti ai propri occhi, e che colmano con la loro presenza la superficie sabbiosa di una grande spianata?

Sì, le stanno guardando quasi studiandole – hanno, infatti, uno sguardo acceso dʼinteresse – dal margine del sabbione, che circonda la selva dei suicidi e degli scialacquatori appena visitata, e che rappresenta nellʼordinamento infernale il terzo girone del settimo cerchio.

Dal resoconto che il poeta ne fa a beneficio del lettore, nel 14^ canto dellʼInferno appena iniziato, apprendiamo che alcune di quelle anime stanno distese a terra – e sono i bestemmiatori, tra i quali si distingue Capaneo di cui avremo notizie quanto prima – altre siedono tutte ripiegate su loro stesse – e sono gli usurai – altre ancora camminano senza fermarsi mai – e sono i sodomiti.

Apprendiamo, inoltre, che la schiera che cammina incessantemente è decisamente quella più numerosa, mentre quella supina lo è di meno, ma si lamenta maggiormente.

Ma la descrizione non finisce qui – i dannati avrebbero esultato di ciò: infatti, dovʼè il supplizio?

Eccolo. Sopra tutta lʼestensione della spianata sabbiosa, con estrema lentezza, “piovean di foco dilatate falde”, racconta il poeta, “similmente alla neve che cade sulla cima delle montagne più alte quando non soffia il vento”.

A questo punto Dante si lancia in unʼardita similitudine, per dare lʼidea di quello che vede. Leggiamo: “Come Alessandro Magno nelle zone più calde del sub-continente indiano vide precipitare a terra sopra il suo esercito una pioggia di fuoco, per cui egli ordinò ai suoi soldati di pestare più volte il terreno coi piedi, affinché la materia incandescente si estinguesse intanto che lʼincendio era agli inizi: allo stesso modo scendevano le falde di fuoco senza tregua e senza fine; e la sabbia si arroventava, come la materia infiammabile brucia per la scintilla della pietra focaia colpita dallʼacciarino, ad accrescere la sofferenza dei dannati”.

A seguito della caduta continua delle falde di fuoco, i dannati non possono fare altro che ruotare le mani con un rapido movimento, ora da una parte ora dallʼaltra nellʼillusione di allontanare da loro le fiamme appena cadute. Appunto, nellʼillusione.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi

Eccoli. Ne vediamo a malapena le sagome che si fanno largo tra le piante ritorte della selva dei suicidi e degli scialacquatori – che funge da secondo girone del settimo cerchio del baratro infernale – schivando di qua e di là, chiaramente ciò riguardando soltanto Dante, gli arboscelli e gli sterpi intrecciati e rinsecchiti che la popolano in gran quantità.

Tutto ciò lo troviamo nella parte iniziale del tredicesimo canto dellʼInferno, dove i due poeti, lasciati ai margini della selva dal centauro Nesso, il quale, su ordine perentorio del suo capo Chirone, li ha scortati fin lì, si sono da poco inoltrati negli intricati meandri di quella.

Virgilio non ha perso tempo nel dire a Dante dove essi sono finiti, anticipandogli anche che a breve avrebbe visto delle cose talmente fuori dal comune – sebbene gli scenari che aspettano il poeta di lì in poi non saranno meno straordinari – che se egli gliene avesse fatto cenno, il poeta non gli avrebbe creduto.

Virgilio non finisce di parlare, che lʼudito viene ferito da numerosi lamenti, ma non si vede alcuno che li produca; cosicché Dante, che segue da presso il maestro senza staccarsene mai, si arresta di colpo completamente confuso. “Credʼïo chʼei credette chʼio credesse che quei lamenti provenissero, attraverso quella sterpaglia, da anime che si nascondessero a noi”, egli chiosa.

Perciò Virgilio, accortosi della repentina fermata del compagno, si volta di scatto e con tono indifferente gli dice: “Se tu spezzi un rametto qualunque di una di queste piante, le tue convinzioni si riveleranno false”, ben consapevole di ciò che Dante sta pensando.

Pertanto il poeta, che ligio ai comandi del maestro non se lo fa ripetere, distende la mano un poʼ più in là e spezza un ramoscello da un grosso cespuglio. Ma dal tronco dapprima ode un grido lamentoso, poi, come se provenga da una persona viva, una domanda straziante: “Perché mi strappi un rametto?”.

E dopo che il tronco si fa scuro a causa del sangue fuoriuscito, il cespuglio ricomincia a parlare, chiedendo perché quella mano lo stia lacerando e in quali recessi del cuore sia finita la pietà dellʼautore di quel misfatto.

Poi, una voce salda prorompe così: “Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: tuttavia la tua mano avrebbe dovuto essere più misericordiosa, anche se fossimo state anime di serpenti”.