O buono Appollo, all’ultimo lavoro

1^ canto del Paradiso

L’invocazione ad Apollo

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “O eccellente Apollo, rendimi tale ricettacolo della tua virtù poetica per l’ultima fatica, quanta ne chiedi a elargire l’alloro diletto. Fino a questo punto mi è stato sufficiente un vertice del Parnaso; ma ora con ambedue è necessario che io dia inizio alla prova rimasta. Penetra nel mio cuore, e ispirami tu come quando estraesti Marsia dall’involucro delle sue membra.

“O divina potenza, così tu possa concedermi il tuo aiuto tanto che io palesi l’immagine del beato regno impressa nella mia memoria, mi vedrai venire alla base del tuo albero amato, e cingermi la testa con una corona d’alloro di cui il tema e tu mi renderete meritevole. Così rare volte, padre, avviene che se ne raccolgono per il fatto che trionfi o l’imperatore o un poeta, colpa e vergogna delle brame umane, che il ramoscello d’alloro dovrebbe generare letizia nella delfica divinità lieta in sé, quando suscita in qualcuno l’ardente desiderio di sé. Un grande incendio tiene dietro a una piccola scintilla: forse dopo di me si pregherà Cirra da poeti più valenti affinché esaudisca la preghiera.

Scriveva il Sapegno a tal proposito: “Se nell’Inferno e nel Purgatorio gli era stato sufficiente (a Dante) ricercare il sostegno delle Muse, simbolo delle cognizioni umane e degli strumenti tecnici organizzati al fine della creazione poetica, ora invoca Apollo, e cioè la poesia stessa, in quanto ha la sua fonte prima in Dio, e da Dio discende nel petto dell’artista che umilmente si protende ad accogliere lo stimolo dell’ispirazione trascendente. Forse l’aver osato un’impresa tanto alta e ardua basterà a meritargli la corona d’alloro, sigillo di una gloria duratura; forse il suo tentativo audace stimolerà all’emulazione altri ingegni più del suo preparati e dotati”.

© O BUONO APPOLLO, ALL’ULTIMO LAVORO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 4^ ristampa 1972

Puro e disposto a salire a le stelle

33^ canto del Purgatorio

Dante è pronto a salire al Paradiso

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “E più scintillante e più lento il sole occupava il meridiano, che si sposta qua e là a seconda delle visuali, quando le sette donne, come chi precede una compagnia di persone come guida se s’imbatte in qualche novità o tracce di essa, si fermarono al limite estremo di una zona in penombra, quale la montagna ha sotto le foglie verdi e i rami oscuri presso i suoi freddi ruscelli. Davanti a esse ebbi l’impressione di vedere l’Eufrate e il Tigri scaturire da una sola fonte, e, come amici, allontanarsi lenti.

“«O luce, o gloria degli uomini, quale acqua è questa che qui proviene da un’unica origine e si allontana da sé stessa a formare due fiumi?».

“Per tale preghiera mi fu detto: «Prega Matelda che te lo dica». E a questo punto la bella donna rispose, come fa chi si scioglie e difende dalla colpa: «Questo e altre cose gli sono state dette da me; e sono certa che l’acqua del Lete non glielo nascose».

“E Beatrice: «Forse un pensiero più intenso, che spesse volte offusca la memoria, ha offuscato gli occhi della mente sua. Ma vedi l’Eunoè che si dirama là: conducilo a esso, e come tu sei avvezza a fare, rafforza la sua memoria gravemente indebolita».

“Come una persona nobile, che non cerca scusa, ma fa della volontà di altri la sua volontà appena è manifestata all’esterno con qualsiasi segno; così, dopo che fui preso per mano da essa, la bella donna si avviò, e disse a Stazio con grazia signorile: «Vieni con lui».

“Se io avessi, lettore, una maggiore superficie da scrivere, racconterei in versi anche parzialmente il dolce bere che non mi avrebbe mai saziato; ma poiché tutte le pagine predisposte per questa seconda cantica sono complete, mi trattiene la misura imposta alle parti dell’opera. Io ritornai dalla santissima acqua rinvigorito come le giovani piante rivestite di fogliame appena spuntato, innocente e predisposto a salire alle stelle”.

© PURO E DISPOSTO A SALIRE A LE STELLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Segnato è or da voi lo mio cervello

33^ canto del Purgatorio

Il serrato dialogo tra Beatrice e il poeta

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “«Ognuno che lo depreda con violenza o lo rompe, compie un sacrilegio con un atto che reca offesa a Dio, che lo creò inviolabile solo per utilizzarlo ai propri fini. Per aver addentato il suo frutto, la prima anima per più di cinquemila anni agognò con pena e con desiderio Colui che con la sua morte riscattò il peccato originale. Il tuo acume intellettualeè offuscato come nel sonno, se non intende rettamente che per una causa particolare lui è tanto alto e così stravolto sulla sommità.

“«E se i pensieri di cose vane non fossero stati come l’acqua dell’Elsa intorno al tuo intelletto, e il compiacimento che provavi in essi come fu Piramo per i frutti bianchi del gelso, anche solo per queste circostanze comprenderesti quanto all’albero, nel divieto di toccarlo, la giustizia di Dio secondo il senso morale. Ma poiché io ti vedo diventato di pietra nell’intelletto e, pietrificato, ottenebrato, sicché ti sopraffà la luce di verità delle mie parole, voglio pure, e anche se non impresse nella memoria, almeno adombrate, che tu le porti via da qui dentro di te proprio per quel motivo per cui si riporta dalla Terra Santa il bastone da viaggio ornato da un ramo di palma».

“Eio: «Come la cera segnata dal suggello, che non altera la figura impressa, così adesso la mia memoria serba le parole dette da voi. Ma perché il vostro desiderato discorso s’innalza al di sopra della mia capacità intellettuale, che tanto più non riesce ad afferrarlo quanto più si sforza?».

Disse: «Affinché tu comprenda i limiti di quella dottrina che hai seguito, e veda come il suo insegnamento possa avere le forze di seguire il mio discorso; e tu veda che la sapienza umana è diversa tanto dalla divina, quanto è distante dalla Terra il cielo che più alto di tutti si affretta nel suo volgersi».

“E io le risposi: «Non mi ricordo che mi sia mai allontanato da voi, né ne ho la coscienza che rimorda».

“«E se tu non te ne puoi ricordare», sorridendo rispose, «ora ricordati come oggi bevesti l’acqua del Lete; e come l’esistenza del fuoco si deduce dal fumo, così questa dimenticanza prova in modo manifesto qualche colpa nella tua volontà rivolta altrove. Tuttavia a questo punto le mie parole saranno senza velo di figura, quanto sarà confacente renderle accessibili alla tua intelligenza rozza»”.

© SEGNATO È OR DA VOI LO MIO CERVELLO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Non sarà tutto tempo sanza reda

33^ canto del Purgatorio

Il canto delle sette donne e la profezia di Beatrice

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “’Dio, vennero le genti!’, le donne iniziarono a intonare, alternandosi nel dilettevole canto una volta le tre una volta le quattro, e piangendo; e Beatrice, addolorata e pietosa, le ascoltava così mutata, che poco più fu il cambiamento di Maria sotto la croce. Ma dopo che le sette donne le diedero agio di parlare, alzatasi in piedi, rispose, rossa in viso: ‘Ancora un poco, e non mi vedrete più; e ancora un altro poco, amate sorelle mie, e voi mi rivedrete’.

“Poi se le mise innanzi tutte e sette, e dietro di sé, solo con un cenno, indusse me e la donna e il saggio che rimase. Così se ne andava; e non credo che avesse poggiato in terra il decimo passo suo, quando mi ferì con il fulgore del suo sguardo; e con sereno sembiante mi disse: «Vieni in fretta, tanto che, se io converso con te, tu sia davvero indotto ad ascoltarmi». Quando io le fui accanto, com’era mio dovere, mi disse: «Fratello, perché non ti azzardi finalmente a pormi domande mentre vieni con me?».

“Come a coloro che di fronte a un loro superiore per grado e autorità sono troppo riverenti mentre parlano, che non esprimono la parola in modo che si possa intendere chiaramente, così accadde a me, che con una voce non pienamente udibile iniziai a dire: «Signora, voi sapete la mia necessità, e ciò che è conveniente a essa».

“Ed ella a me: «Voglio che tu d’ora innanzi ti liberi dal timore e dalla vergogna, sicché non parli più come chi sogna. Sappi che il carro che il drago spezzò, non è quello che fu; ma chi ne ha colpa, reputi che la punizione di Dio non si arresterà dinanzi alle difese del reo. Non sarà sempre senza erede l’aquila che lasciò le piume sul carro, per cui divenne mostro e in seguito bottino; poiché io vedo sicuramente, e perciò lo rivelo, già vicine le costellazioni, al sicuro da ogni ostacolo e da ogni contrasto, ad assegnarci un tempo nel quale un D.X.V., inviato da Dio, ucciderà la prostituta con quel gigante che commette una grave colpa con lei”.

“«E forse il mio racconto enigmatico, quale gli oracoli di Temi e gli enigmi della Sfinge, ottiene meno il tuo consenso, perché stanca il tuo intelletto alla loro maniera; ma presto gli eventi saranno come le Naiadi, che risolveranno questo vaticinio arduo senza la perdita di pecore o di raccolti. Tu scrivi nella memoria; e come sono state dette da me, così esponi queste parole agli uomini riguardo al vivere che è un correre verso la morte. E ricordati, quando tu le scriverai, di non nascondere come hai visto l’albero che poco fa lì è stato spogliato due volte”.

© NON SARÀ TUTTO TEMPO SANZA REDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Disciolse il mostro, e trassel per la selva

32^ canto del Purgatorio

L’aquila e la volpe, il drago e la mutazione del carro, la meretrice e il gigante

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Non scese mai con un movimento così veloce un fulmine che esca da una densa nuvola, quando cade da quella regione dell’atmosfera che è la più lontana dalla Terra, come io vidi l’uccello sacro a Giove che si precipitava dall’alto sull’albero, spezzando la corteccia, oltre che i fiori e le foglie appena spuntate; e colpì il carro violentemente; per cui esso s’inclinò comeuna nave in un fortunale, sopraffatta delle onde, una volta da una parte, una volta dall’altra.

“In seguito vidi scagliarsi contro la cassa del carro trionfale una volpe che sembrava digiuna di ogni cibo gradito al gusto; ma, biasimandola dei suoi turpi peccati, la donna mia la costrinse a una fuga tanto rapida quanto glielo permise la sua magrezza. Dopo per di là da dov’era giunta prima, vidi l’aquila scendere giù nel fondo del carro lasciandolo coperto delle sue penne; e quale prorompe dal cuore che si duole, tale voce uscì dal cielo e in tal modo disse: «O navicella mia, come ti sei colmata di merce corrotta!».

“Poi mi sembrò che il suolo si spalancasse tra ambo le ruote, e vidi uscirne un dragone che conficcò la coda nel fondo del carro; e come una vespa che ritrae il pungiglione, avvicinando a sé la coda armata di punta, portò via con sé una parte del fondo, e se ne andò con un moto serpeggiante. Quello che rimase, come un fertile terreno dalla gramigna, si ricoprì delle penne, lasciate forse con un intendimento onesto e buono, e ne furono ricoperte sia l’una sia l’altra ruota e il timone, in un tempo minore di quello che la bocca resta aperta per un sospiro.

“Così mutato il carro santo mise fuori teste dalle sue parti, tre sopra il timone e una in ogni angolo. Le prime erano provviste di corna come quelle di un bue, ma le quattro avevano un unico corno in fronte: un simile mostro ancora non fu mai visto. Consapevole della propria forza, come una fortezza in un alto monte, mi apparve sedere proprio sopra una meretrice discinta con lo sguardo impudico e mobile; e come a vigilarla affinché nessuno gliela rapisse, vidi un gigante levato in piedi di lato a lei; e talora si baciavano insieme. Ma poiché volse a me l’occhio concupiscente e irrequieto, quel crudele ganzo la percosse col flagello da capo a piedi; poi, sospettoso e inasprito dal furore, lasciò libero il mostro, e lo trascinò per la selva, tanto che si servì solo di essa come schermo alla meretrice e al mostro mai più visto”.

© DISCIOLSE IL MOSTRO, E TRASSEL PER LA SELVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Sola sedeasi in su la terra vera

32^ canto del Purgatorio

Beatrice affida al poeta una missione

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “Se io potessi descrivere come si addormentarono gli occhi crudeli di Argo udendo la storia di Siringa, gli occhi a cui soltanto per vegliare pagò un prezzo così caro; come un pittore che dipinga con un modello, dipingerei come io mi addormentai; ma sia chi vuole che rappresenti esattamente l’addormentarsi. Perciò passo a quando mi svegliai, e dico che un fulgore mi squarciò il velo del mio sonno, e un incitare: «Alzati: che cosa fai?».

“Quali Pietro e Giovanni e Giacomo, condotti a vedere i fiori dell’albero del melo che rende sempre avidi gli angeli del suo frutto e genera un eterno convito nuziale nel Paradiso e sopraffatti, ritornarono in sé al discorso dal quale furono interrotti sonni più profondi, e videro diminuita la loro compagnia così di Mosè come di Elia, e la veste cambiata al maestro loro; tale ripresi i sensi io, e vidi stare su di me quella santa che prima mi guidò lungo il fiume.

“E tutto dubbioso dissi: «Dov’è Beatrice?». Ed ella: «La vedi sotto il fogliame appena spuntato sull’albero sedere sulla sua radice. Vedi la schiera che le sta attorno: gli altri salgono in Paradiso seguendo il grifone con un inno cantato più dilettevole e più profondo».

“E se il suo discorso fu più esteso, non so, poiché mi era già negli occhi l’immagine di quella che mi aveva precluso di essere intento ad altro. Era seduta sola sulla terra nuda, come una difesa lasciata lì del carro che vidi legare all’albero dall’animale con la doppia natura. Le sette ninfe la chiudevano a mo’ di una cintura difensiva, con in mano quei lumi che sono al sicuro dai venti del nord e del sud.

“«Qui tu sarai abitante della selva per poco tempo; e poi sarai con me eternamente cittadino di quella Roma celeste per cui Cristo è il primo cittadino. Perciò, a vantaggio dell’umanità che vive viziosamente, ora rivolgi lo sguardo verso il carro, e scrivi quello che vedi, ritornato in Terra». Così Beatrice; e io, che ero del tutto disposto a obbedire umilmente ai suoi comandi, volsi l’intelletto e gli occhi dove ella volle”.

© SOLA SEDEASI IN SU LA TERRA VERA

Fonte: Enciclopedia dantesca , Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Poi cerchiaro una pianta dispogliata

32^ canto del Purgatorio

La fermata presso l’albero robusto

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Come una schiera di soldati per suo scampo si rivolge indietro invertendo la direzione di marcia proteggendosi sotto gli scudi, ed esegue una conversione con l’insegna, prima che possa volgersi completamente; così la parte anteriore di quel corteo del celeste regno che precedeva il carro, ci passò tutta avanti prima che il carro volgesse il timone.

“Dopo le donne tornarono presso le ruote, e il grifone fece procedere così il benedetto carro, che tuttavia nessuna piuma si mosse. La bella donna che mi condusse a varcare il fiume e Stazio e io seguivamo la ruota che impresse a terra la sua traccia con un arco minore. Così percorrendo lentamente l’alta selva deserta per colpa di colei che prestò fede al serpente, un canto celestiale regolava i passi.

“Ci eravamo allontanati quasi di tanto spazio, quanto ne è solito percorrere una freccia scoccata in tre tiri d’arco, quando Beatrice smontò dal carro. Io udii ripetere a fior di labbra da tutti «Adamo»; poi si disposero a cerchio intorno a una pianta privata di foglie e di fronde fiorite ogni ramo. La sua chioma, che tanto più si allarga quanto più s’innalza, sarebbe considerata con stupore dagli Indiani per l’altezza nei loro boschi.

“«Sei beato, grifone, che non strappi col becco questo albero dolce quanto all’assaggio, poiché il ventre si contorce dolorosamente per effetto di ciò». Così gli altri gridarono intorno all’albero robusto; e l’animale con la doppia natura: «Così si mantiene integro il principio di ogni giustizia». E volto al timone che esso aveva trascinato, lo trainò alla base della pianta spoglia, e lo lasciò legato a essa con un ramo della pianta stessa.

“Come le piante terrene, quando la luce del sole piove sulla Terra fusa con quella che risplende seguendo la costellazione dei Pesci, diventano rigonfie, e poi ciascuna si rinnova con i suoi fiori, prima che il sole congiunga i suoi veloci cavalli sotto la costellazione successiva; così facendo sbocciare fiori dal colore meno acceso che quello delle rose e più intenso che quello delle viole, nuovamente si vestì di foglie e di fiori la pianta, che prima aveva i rami così spogli. Io non lo compresi, né è di quelli che in Terra si canta il canto sacro che in quel momento cantarono quelle figure, né sopportai tutto quanto il canto”.

© POI CERCHIARO UNA PIANTA DISPOGLIATA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La doppia fiera dentro vi raggiava

31^ canto del Purgatorio

Il grifone

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Da lì mi prese tra le braccia, e mi fece entrare bagnato all’interno del cerchio danzante delle quattro donne; e ciascuna formò col braccio una copertura sul mio capo. «Noi qui siamo ninfe e nel cielo siamo stelle; prima che Beatrice apparisse in Terra, fummo destinate da Dio a lei come sue serve devote. Ti condurremo davanti ai suoi occhi; ma a penetrare nello splendore gioioso che c’è internamente aguzzeranno i tuoi le tre dall’altra parte del carro, che arrivano a discernere più in profondità».

“Così iniziarono a dire cantando; e poi mi condussero con loro davanti al petto del grifone, in cui Beatrice stava volta a noi. Dissero: «Adopera la tua capacità visiva a guardarla; ti abbiamo condotto davanti agli occhi rilucenti come smeraldi da cui Amore vibrò già i suoi dardi contro di te». Mille desideri ardenti più che la fiamma mi spinsero e tennero fissi gli occhi negli occhi splendenti, che stavano ancora fissi sul grifone.

“Come la luce del sole si riflette nello specchio, non in modo diverso l’animale con la doppia natura vi mandava lume attraverso, una volta con alcuni atteggiamenti, una volta con altri. Pensa, lettore, quanto io mi meravigliavo quando vedevo il grifone stare fermo sempre identico a sé stesso, e mutava il proprio aspetto nella sua immagine riflessa negli occhi di Beatrice. Frattanto che la mia anima stupita e lieta assaporava quel cibo che, appagando il desiderio di sé, suscita la sete di sé, mostrandosi di più eccelso grado, le altre tre avanzarono di qualche passo, danzando al ritmo del canto celestiale.

“«Volgi, Beatrice, volgi gli occhi santi», erano i versi del loro canto, «al tuo fedele che, per vederti, ha sostenuto ardue prove! Per cortese degnazione concedici il favore che riveli a lui il tuo viso, sicché veda l’altra bellezza che tu nascondi».

“Quale poeta impallidì così sotto l’ombra del Parnaso, o si dissetò alla sua fonte, che non sembrasse avere le facoltà dell’animo confuse, provando a descriverti, o specchio della vivida Luce divina, quale apparisti quando nell’aria aperta ti sciogliesti dal velo, là dove il cielo ti raffigura rendendo armonia?”.

© LA DOPPIA FIERA DENTRO VI RAGGIAVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Tratto m’avea nel fiume infin la gola

31^ canto del Purgatorio

Dante si pente e viene immerso nel Lete da Matelda

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “Quali i fanciulli, provando vergogna, stanno silenziosi con gli occhi a terra, ascoltando e avendo coscienza delle proprie colpe e profondamente pentiti, tale stavo io; ed ella disse: «Dal momento che per ascoltare sei contrito, solleva la barba, e proverai una sofferenza maggiore guardandomi». Un robusto cerro si sradicacon meno resistenza, ovvero al vento di tramontana ovvero a quello della terra di Iarba, di quanto io dovessi superarla quando al suo ordine sollevai il mento; e quando per indicare il viso disse la barba, compresi esattamente l’amaro rimprovero del suo modo di argomentare.

“E quando la mia faccia si tese verso l’alto, l’occhio vide quelle prime creature essersi fermate dal loro spargere fiori; e i miei occhi, ancora esitanti per vergogna e timore, videro Beatrice volta sul grifone che nella sua doppia natura è una sola persona. Sotto il suo velo e al di là del fiume mi sembrava che superasse in bellezza la sé stessa di un tempo, più che superasse le altre in Terra, quando ella c’era.

“L’ortica del pentimento allora mi punse così, che quella fra tutte le altre cose che mi attirò di più con il suo piacere, più mi diventò odiosa. Tanta consapevolezza delle mie colpe mi tormentò il cuore, che io mi afflosciai sopraffatto dal rimorso; e come diventai in quel momento, lo sa colei che mi apportò la causa. Poi, quando il cuore mi rese di fuori la forza vitale, vidi sopra di me la donna che io avevo trovato sola, e diceva: «Stringimi, stringimi!».

“Mi aveva immerso nel fiume fino alla gola, e traendomi dietro di sé se ne andava sopra l’acqua leggera come una barchetta. Quando fui vicino alla beata sponda, udii così soavemente intonare ‘Mi aspergerai’, che non sono in grado di ricordarlo, non che io lo scriva. La bella donna distese le braccia; mi abbracciò la testa e m’immerse in tal modo che fu inevitabile che io bevessi l’acqua.

© TRATTO M’AVEA NEL FIUME INFIN LA GOLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Era la mia virtù tanto confusa

31^ canto del Purgatorio

Altre accuse di Beatrice a Dante e l’ammissione del poeta. Nuovi rimproveri a costui

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “«O tu che sei al di là del fiume santo», indirizzando direttamente verso di me il suo discorso, che anche soltanto indirettamente mi era sembrato pungente, riprese a dire, seguitando senza indugio, «di’, di’ se questo è vero; a così grave accusa è necessario che si accompagni la tua confessione». Le facoltà della mia anima erano tanto sopraffatte, che la voce si formò, e venne meno prima che fosse emessa dagli organi suoi. Aspettò poco; poi disse: «Che cosa pensi? Rispondimi; perché i ricordi delle colpe in te ancora non sono stati cancellati dall’acqua».

“Vergogna e paura mescolate insieme mi spinsero fuori della bocca un tale «sì», a intendere il quale furono necessari gli occhi. Come una balestra, quando lascia partire il colpo da un’eccessiva tensione, spezza la sua corda e l’arco, e la freccia raggiunge il bersaglio con meno impeto, così io proruppi sotto l’eccessivo peso di confusione e paura, a far uscire fuori con impeto lacrime e sospiri, e la voce si affievolì attraverso il suo passaggio.

“Ed ella a me: «Attraverso il desiderio di me, che ti conduceva a desiderare il Bene al di là del quale non c’è nulla a cui si aspiri, quali ostacoli posti di traverso o quali impedimenti trovasti, per cui tu dovessi perdere la speranza dell’andare avanti? E quali comodità o quali profitti si offrirono al tuo sguardo nell’aspetto degli altri beni, per cui fossi indotto a vagheggiarli?».

“Dopo aver tratto un sospiro pieno di tristezza, a stento ebbi la voce che rispose, e le labbra la generarono faticosamente. Piangendo dissi: «I beni che avevo davanti agli occhi mi distolsero dal retto cammino con la loro fallace bellezza, appena il vostro viso si tolse alla mia vista».

“Ed ella: «Se tacessi o se negassi ciò che ammetti, il peccato tuo non sarebbe meno palese: lo si conosce da tale giudice! Ma quando la confessione del peccato esce con forza e con pena dalla bocca del peccatore, l’ira divina nel tribunale celeste si mitiga come la mola ruota nel senso contrario a quello necessario per affilare la spada. Nondimeno, affinché ora tu provi vergogna della tua colpa, e affinché un’altra volta, cedendo alle sirene, tu sia più forte, abbandona la ragione del tuo piangere e ascolta: così apprenderai come l’essere io morta ti doveva spingere nella direzione opposta.

«La natura o una creazione artistica non portarono mai alla tua presenza una bellezza tanto grande, quanto il bel corpo in cui io fui racchiusa, e che giace disteso dentro la terra; e se la somma bellezza, venne così a mancarti a causa della mia morte, quale attrattiva terrena poi avrebbe potuto trascinarti nel desiderio di sé? Proprio in seguito alla prima ferita inferta in te dalle cose ingannevoli, avresti dovuto sollevarti a volo seguendo me che non ero più tale. Non avrebbe dovuto appesantire le tue ali in basso, in attesa di un maggiore dolore, o una giovane donna o un’altra novità con l’utilizzo di durata così breve. L’uccellino appena nato attende due o tre colpi prima di fuggire; ma davanti agli occhi degli uccelli fatti adulti si tende la rete o si scagliano frecce inutilmente».

© ERA LA MIA VIRTÙ TANTO CONFUSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970