Io fei gibetto a me de le mie case

Io fei gibetto a me de le mie case

Io fei gibetto a me de le mie case”.

Con questa frase perentoria, a voler dire che egli si è suicidato tra le proprie mura, un dannato tramutato in arbusto contorto chiude il 13^ canto dellʼInferno.

Il tutto, dopo aver implorato i due poeti, fermi di fronte a lui, che raggruppassero alla sua base i ramoscelli frondosi divelti poco prima da un altro dannato, il padovano Giacomo di SantʼAndrea, noto scialacquatore delle proprie sostanze, che si era illuso di aver trovato riparo dietro quella pianta dallʼassalto di alcune cagne infernali che inseguivano lui e un compagno, uscendone invece sbranato e portato via – e il cespuglio con i rami strappati.

Bene, cioè male. Il poeta ci ha teso un bel tranello, non cʼè che dire, e non sarà il solo! A onor del vero, tentativi di decifrare lʼenigma sulle generalità di questo personaggio, non sono di certo mancati, a partire dai primi, autorevoli commentatori dellʼopera (Lana e Anonimo su tutti), che intesero individuarlo nel giudice fiorentino Lotto degli Agli e proseguiti nei secoli. Pertanto, in mancanza di altre testimonianze attendibili a dimostrare il contrario, ci atteniamo a quella che ancora sembra la meno improbabile.

Costui lo troviamo citato quale professor iuris in un documento del 1273, con cui Carlo I dʼAngiò gli affida, unitamente a Guglielmo Martini, un giurisperito anchʼegli fiorentino, lʼincarico di riportare la pace tra i Guelfi di Massa. La sua carriera politico-burocratica si svolse perlopiù fuori da Firenze, anche se fu membro del collegio dei priori nel bimestre 15 Aprile-15 Giugno 1285 – la carica ricoperta poi da Dante nel bimestre 15 Giugno-15 Agosto 1300.

Spesso fu chiamato a ricoprire le funzioni di giudice, a Bologna nel 1266 e nelle Marche nel 1267, di capitano del popolo, a Cremona nel 1277 e a San Miniato nel 1293, di podestà, a San Miniato nel 1282 e, passando in varie località in anni diversi, a Borgo San Sepolcro nel 1291, per suicidarsi subito dopo, impiccandosi in casa propria, a causa del disonore provato per un falso perpetrato in qualità di giudice.

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S’avessi avuto di tal tigna brama

S'avessi avuto di tal tigna brama

Mancano pochi passi alla fine del 15^ canto dellʼInferno, quello di Brunetto Latini, per intenderci, quando il mentore di Dante, interrogato da questi su quali altri sodomiti scontano la loro pena nel terzo girone del settimo cerchio, dopo aver fatto i nomi del grammatico Prisciano di Cesarea e del grande giureconsulto Francesco dʼAccursio, cita con una famosa perifrasi un personaggio così immondo in vita, che si meritò il trasferimento da Firenze a Vicenza, dove vi lasciò li mal protesi nervi. E se Dante avesse avuto di tal tigna brama di vederlo, messer Brunetto non si sarebbe tirato indietro. 

Lettore, tu e io facciamo così la conoscenza del vescovo fiorentino Andrea, della ricca famiglia guelfa deʼ Mozzi. Dalla sua biografia, si apprende che completò gli studi giuridici a Bologna, e soggiornò a lungo in Inghilterra. Successivamente cappellano di alcuni pontefici, tra cui Alessandro IV, canonico della Chiesa fiorentina e di quella di Cambrai, rappresentante delegato del cardinal Latino in terra toscana, fu nominato vescovo della sua città nel 1287. Carica che mantenne fino al 1295, quando Bonifacio VIII, il 13 settembre di quellʼanno, per punizione lo destinò alla diocesi di Vicenza, dove morì nel febbraio 1296.

La ragione della bolla papale relativa al trasferimento sembra sia basata sul fatto che il governo del vescovo nella diocesi fiorentina, pur mirando nelle intenzioni “a risollevarne le sorti e ridare lustro alla città” – come peraltro si legge nella stessa – fosse attinente a una trama nemmeno tanto coperta di frizioni e controversie col clero, alcune delle quali di matrice meramente finanziaria, avviata sotto il pontificato di Niccolò IV.

Da questi, il vescovo era stato accusato di “violazione dei diritti altrui” e abuso di potere, e se ne stava aspettando da un momento allʼaltro la condanna. Infatti, in una bolla del settembre 1291, Niccolò IV lo aveva rimproverato di seminare zizzania tra i Fratelli della penitenza, parteggiando egli per i Guelfi di parte Nera, ordinandogli pertanto di restituire la cassa posta sotto sequestro senza averne lʼautorità, e minacciandolo di ricorrere a misure più severe. Ma, scomparso il papa nellʼAprile 1292, il vescovo Andrea aveva naturalmente ignorato quegli ordini. Fino al provvedimento di Bonifacio VIII, che gli costò il trasferimento in una sede di scarsa importanza.

In riferimento allʼaccusa di sodomia – a quanto se ne sa, per nulla documentabile da fonti certe – vi è da ritenere che a Firenze le “male lingue” avessero intaccato facilmente la fama del vescovo. Dicerie che dovettero influenzare non poco Dante – come accadde anche nel caso di Brunetto Latini, di Prisciano di Cesarea e di Francesco dʼAccursio, tutti collocati dal poeta nel girone dei sodomiti.

Anche se, a tal proposito, Boccaccio scrisse: “Per questa miseria, nella quale forse era disonesto peccatore, e per molte altre sue sciocchezze che di lui si raccontano nel vulgo, fu per opera di messer Tomaso… onorevole cavaliere e grande al cospetto del papa… nellʼintento di levar dinanzi agli occhi suoi e deʼ suoi cittadini tanta abominazione… permutato… in vescovo di Vicenza”.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

La statua del Veglio di Creta, canto 14^ dellʼInferno, terzo girone del settimo cerchio, è di sicuro una delle figure allegoriche più riuscite dellʼintera Commedia, tanto da meritarsi perfino lʼattenzione di un pilastro del panorama culturale novecentesco, come Benedetto Croce, ed è al contempo un pretesto che Virgilio usa per arrivare a illustrare a Dante lʼorigine dei fiumi infernali – nascendo questi dalle lacrime che copiose scendono dalle ferite che ricoprono le sue membra e che, raccogliendosi ai suoi piedi, perforano la roccia del monte Ida a Creta in cui dimora, fino a formare, di salto in salto nellʼabisso infernale, lʼAcheronte, lo Stige, il Flegetonte, da cui si stacca una diramazione – il picciol fiumicello di cui parleremo tra poco – e infine il lago ghiacciato di Cocito.

Virgilio e Dante dunque hanno da poco lasciato al suo destino il gigantesco Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, e stanno proseguendo il loro viaggio rasentando la selva dei suicidi e degli scialacquatori, stando attenti a non poggiare i loro preziosi piedi, specialmente quelli di Dante, sulla sabbia rovente.

A un tratto agli occhi di questi si mostra il rivo di cui sopra, di colore rosso, racchiuso da due sponde di pietra, quasi un canale, che gli suscita un moto di raccapriccio. Il maestro coglie lʼoccasione per ricordargli che fino a quel momento non ha visto nulla di più interessante, come questo strano ruscello che sta vedendo ora. Per cui la curiosità del poeta si accende subito: spiegati meglio, ti prego, maestro. Virgilio non se lo fa ripetere… e a questo punto entra in ballo il Veglio di Creta.

La fonte diretta di questo personaggio è la statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui si fa cenno nella Bibbia (Daniele, 2,31-45). Essa, nelle intenzioni del poeta, simboleggia la storia del genere umano, che dallʼetà dellʼoro è degenerata via via fino a giungere al suo tempo.

Ma se la fonte è prettamente biblica, molti sono i riferimenti che Dante attinge a piene mani alla mitologia classica, a partire da Creta. Essa è lʼisola che sorge in mezzo al Mediterraneo, un tempo governata da Saturno e che conobbe una mitica felice prima della sua decadenza avviata da Giove, la madre del quale aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida.

Questa è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e lʼImpero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dellʼOriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè lʼOccidente, il cuore della cristianità.

Io sono colui che tenni ambo le chiavi

Io son colui che tenni ambo le chiavi

Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ognʼuom tolsi: fede portai al glorioso offizio, tanto chʼiʼ ne perdeʼ li sonni eʼ polsi”.

Questo breve discorso è pronunciato da una voce carezzevole, che scaturisce dalla ferita inferta da Dante a un arbusto contorto, dal quale egli poco prima ha divelto un rametto, a ciò indotto da Virgilio, che poi si scuserà . Siamo nel 13^ canto dellʼInferno, il canto dei suicidi e degli scialacquatori trasformati nellʼorrida selva in piante ritorte e sterpaglia varia, nonché il canto di Pier della Vigna, che andiamo subito a conoscere.

Pier della Vigna nacque a Capua intorno al 1190 da unʼumile famiglia, ma nonostante ciò riuscì a compiere gli studi a Bologna. Appena trentenne, su raccomandazione dellʼarcivescovo di Palermo, fu accolto presso la corte di Federico II con la duplice funzione di notaio e scrittore della cancelleria imperiale. Nel 1225 fu eletto a giudice della Magna Curia, carica che mantenne ininterrottamente, quindi per gran parte della propria vita terrena, fino al 1247, quando fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta”, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dellʼimperatore.

Nel frattempo, tra la redazione di un atto di governo e una missione diplomatica nei paesi stranieri, ovviamente intendendo con ciò anche gli stati piccoli e grandi disseminati nella penisola italica, si dilettò a poetare in volgare – svettando con il sonetto Amando con fin core – e a redigere un apprezzatissimo epistolario. Infine, nel febbraio 1249, mentre era in missione a Cremona, venne arrestato; ciò portò alla privazione di tutte le sue cariche e, successivamente, un crudele accecamento.

A questo punto con la mente mettiamo a fuoco unʼimmagine. Non è difficile. Gradualmente si dipana la scena. Ci troviamo allʼinterno di una stanza rettangolare, entro la quale il nostro Pietro siede davanti a un bellissimo scrittoio. Lui non ci può vedere – veniamo dal futuro e abbiamo il dono di essere invisibili – ma noi vediamo lui che muove appena le labbra, concentratissimo: sta leggendo. Chissà, forse si tratta di un documento fondamentale per la buona riuscita del suo incarico. Ed ecco che un robusto bussare, ripetuto più volte, lo costringe ad alzare gli occhi, che poi tieni fissi sulla porta per qualche istante, un lunghissimo istante che sembra non finire mai. Scosso da tremiti per tutto il corpo – sa che cosa sta accadendo – resta seduto. Ma lo raggiunge una voce imperiosa, che gli intima di aprire immediatamente la porta. Scrollando il capo, si avvia a passi lenti incontro al suo ineluttabile destino.

Pier della Vigna si suicidò un paio di mesi dopo quella infausta giornata. Tra le versioni della sua tragica fine, che circolarono subito dopo, ne ricordiamo un paio, quanto al luogo e alle modalità: nella rocca di San Miniato, battendo la testa contro il muro della prigione, nella chiesa di San Paolo a Ripa dʼArno a Pisa, sfracellandosi la testa sulla parete esterna.

Anche le cause che provocarono la sua caduta in disgrazia sono alquanto contraddittorie. Quella più accreditata ci riporta a una congiura di palazzo organizzata dai nobili della corte, invidiosi della vertiginosa ascesa ai vertici dellʼamministrazione da parte dellʼumile Pietro, tesi peraltro riportata da Dante nel canto sopra citato, uno dei più significativi di tutta la Commedia, e accolta da quasi tutti i commentatori contemporanei della stessa, nonché da qualche moderno.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Ti auguro che tu possa assecondare il tuo segno astrale, e ti dico che non potrai fallire il raggiungimento della meta che ti sei prefissa, se ti conosco bene; e se non fossi morto anzitempo, sapendo che gli astri ti erano tanto favorevoli, ti avrei dato una mano nel tuo agire di ogni giorno, come poeta e come membro della vita cittadina. Ma i Fiorentini saranno i tuoi peggiori nemici, proprio a causa del tuo retto agire; e cʼè un motivo, perché non è conveniente, per un uomo magnanimo come sei tu, operare in mezzo a uomini così ignoranti e malvagi. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; essi sono avari, pieni dʼinvidia e superbi: faʼ in modo che ti allontani dalle loro abitudini”.

A parlare così è Brunetto Latini, il mentore di Dante, incontrato dal poeta nel girone dei sodomiti del settimo cerchio, di cui si tratta nel 15^ canto dellʼInferno. Dunque, il nostro Brunetto inveisce contro Firenze. Perché? Tutto nasce dallʼipotesi che i Fiorentini si trasformeranno a un certo punto in acerrimi nemici del poeta, a causa della sua giusta azione nella vita politica cittadina.

Ciò si spiega, secondo ser Brunetto, perché i Fiorentini sono una diretta emanazione dei Fiesolani, e quindi di questo luogo del contado mantengono la rozzezza di usi e costumi tipica degli abitanti delle montagne: quello ingrato popolo maligno che discese a Firenze ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno – questa è lʼesatta definizione che il poeta fa esprimere per bocca del suo maestro di gioventù.

Il quale si rifà alla nota leggenda, secondo la quale Fiesole fu rasa al suolo dopo essersi ribellata a Catilina, per cui i Romani, gettando le basi di Firenze, avevano accolto i profughi scampati alla distruzione della loro città. Il poeta riteneva che la propria famiglia discendesse dai Romani, quindi quanto detto dal suo mentore sembra confermare una divisione di fondo tra esso e i suoi concittadini, sfociato nel tempo nellʼodio provato contro di lui specialmente dai Guelfi di parte Bianca e di parte Nera; la prima, perché il poeta se ne allontanerà dopo la battaglia della Lastra – riferimento, questo, che si arguisce dalla profezia del suo antenato Cacciaguida, quando lo incontrerà in Paradiso; la seconda, in quanto avversaria di ʻpartitoʼ.

Ma Brunetto Latini si mostra certo che i suoi avversari non riusciranno a prevalere sul poeta – qui non sarà esattamente così – interpretiamolo pertanto come un augurio che Dante fa a sé stesso – perché un brutto giorno sarà esiliato insieme ai suoi compagni di sventura – e auspica loro di divorarsi a vicenda e di non toccare la pianta, i discendenti del sangue romano, la sementa santa che fu gettata nella fondazione della città, ammesso che se ne trovino ancora nel letamaio fiorentino.

O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

O Capaneo, in ciò che non s'ammorza

Capaneo. Uno dei “Sette contro Tebe”. I sei sovrani ellenici che diedero lʼassalto a Tebe, insieme a Polinice, per scacciarne Eteocle, fratello di questʼultimo. Dalla mitologia alla storia della letteratura, il cammino non è stato arduo. Lo ritroviamo, infatti, nel 14^ canto dellʼInferno, nel terzo girone del settimo cerchio infernale, tra chi spregiando Dio col cor, favella, come Virgilio aveva spiegato al poeta, durante la sosta dietro il sepolcro che conserva le spoglie di Anastasio II.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, aveva sfidato Giove a difendere la città, cosicché il capo degli dèi testé gli aveva scagliato contro scagliato un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un poʼ, ed esalò lʼultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dante, sulle orme di Stazio, colloca questo indomito personaggio nel sabbione dei violenti contro Dio, appunto i bestemmiatori, riverso sotto la pioggia di fuoco come i suoi innumerevoli compagni di sorte; ma mentre costoro agitano forsennatamente le loro povere mani, nella vana speranza di allontanare da sé le larghe falde che in eterno cadono su di essi, Capaneo se ne sta immobile, “tanto che la pioggia di fuoco non sembra che domi la sua arroganza ”, annota diligentemente il poeta.

Infatti, egli non vuol dare a Giove la soddisfazione di vederlo soffrire, e immediatamente appare a Dante in atteggiamento di sprezzo per tutto, mentre gira lo sguardo torvo attorno a sé. E non appena si accorge che Dante lo ha notato – perché sente che il poeta si è rivolto a Virgilio, domandandagli chi fosse quel tipo – egli si presenta.

Nessuno al mondo, perfino Giove, ha potuto e può farlo diventare un altro: “ebbe e par ch’elli abbia Dio in disdegno, e poco par che ʼl pregi”, non a caso evidenzia il poeta nel racconto di questo incontro. Dove Capaneo rievoca irato il suo ultimo giorno di vita; “perfino da morto, se Giove mi scagliasse di nuovo il suo fulmine, anzi se mi scagliasse tutti i fulmini che ha a disposizione Vulcano, facendo lavorare forsennatamente i Ciclopi fabbri, non potrebbe nemmeno ora avere una vendetta tale che lo possa appagare pienamente”.

A costui replica Virgilio, dicendogli con una veemenza inusitata – tanto che lo stesso Dante se ne meraviglia – che la punizione divina non consiste nellʼobbligarlo a sottomettersi, e a sopportare chissà quale pena, ma risiede proprio nella rabbia impotente che lo divorerà per sempre, vale a dire nello stesso inutile disprezzo che egli nutre per la divinità: “O Capaneo, in ciò che non sʼammorza la tua superbia, seʼ tu più punito…

Quivi le brutte Arpie lor nido fanno

Quivi le brutte Arpie lor nido fanno

Il tredicesimo canto dellʼInferno è appena cominciato, e noi facciamo la conoscenza – si fa per dire – delle brutte Arpie. Il poeta ci ha appena rammentato che il centauro Nesso non era ancora giunto sullʼaltra riva del fiume sanguigno, e che lui e Virgilio hanno da poco attraversato, grazie alla disponibilità della “bestia con le due nature”, entrambi avviandosi subito verso il folto di una selva.

Lì le Arpie, quelle che cacciarono gli esuli Troiani dalle isole Strofadi, stanno appollaiate sui rami intricati delle piante e sono in parte nascoste dagli stessi”, narra il poeta, per proseguire così nella descrizione: “Esse hanno ali ampie, e colli e visi umani, zampe piene di artigli e il grosso ventre piumato; in mezzo a quelle fronde orrende, emettono versi da far paura”.

Bene. Ne prendiamo atto. Ma chi sono questi esseri mostruosi, e perché Dante li cita nella sua opera? Le Arpie sono demoni femminei, diversamente concepite dai poeti e dai mitografi antichi. Per Esiodo erano figlie di Taumante e di Elettra; per Servio, invece, di Nettuno e della Terra. Lʼimmaginazione di costoro le raffigurava come grossi uccelli rapaci dal volto di fanciulla, dotati di una rapidità straordinaria e particolarmente portatori di distruzione, e forse rappresentano la personificazione delle tempeste marine.

Il mito vuole che Fineo, re di Arcadia, avendo accecato i propri figli, e reso a sua volta cieco, fu per punizione angustiato da queste creature che gli lordavano tutti i cibi; ne fu liberato da Zeto e Calai, i quali, grati per lʼospitalità che il re aveva concessa agli Argonauti, con il provvidenziale soccorso di Ercole le cacciarono dalArcadia inseguendole fino alle isole Strofadi, dove le incontrò Enea – secondo quanto Virgilio riporta nellʼEneide.

I Troiani, sbarcati nelle Strofadi, avevano ucciso alcune giovani vacche, non sapendo che le isole erano presidiate dalle Arpie e ne custodivano gli armenti; appena sedutisi a banchetto, esse scesero a capofitto sui cibi, afferrandoli rabbiosamente e imbrattando tutte le suppellettili. Ai Troiani non rimase altro da fare che rifugiarsi in un luogo sicuro, dove si difesero strenuamente dai ripetuti attacchi. Allora Celeno, una di loro – le altre erano Ocipete e Aello – vista lʼinutilità degli stessi, predisse loro future sventure – come ci ricorda il poeta.

Dante le pone a guardia del secondo girone del settimo cerchio, a torturare i suicidi mutati in piante contorte. Esse, costruendosi i nidi sui rami di quelle, rompono incessantemente le fronde e causano ai dannati ferite e dolori senza fine. Secondo i primi commentatori della Commedia, tra tutti proprio i figli di Dante, Iacopo e Pietro, vedono il contrappasso di questa pena nel fatto che, essendo il comportamento delle Arpie quello di imbrattare tutte le cose che incontrano, rendendole inutilizzabili e quindi distruggendole, ciò si confà alla categoria dei suicidi, che gettarono alle ortiche la propria vita, e allʼInferno sono lasciati in balia di mostri che simboleggiano, appunto, la distruzione fine a sé stessa.

Sieti raccomandato il mio Tesoro

Sieti raccomandato il mio Tesoro

Che meraviglia!” Così Dante a Brunetto Latini, mentre questi gli afferra il bordo della veste, quando incontra il suo mentore giovanile nel girone dei sodomiti del settimo cerchio, descritto nel 15^ canto dellʼInferno.

Insieme a Virgilio, il poeta si era da poco allontanato dalla selva dei suicidi e degli scialacquatori, percorrendo uno dei due argini di pietra che racchiudono il picciol fiumicello, una diramazione del Flegetonte, che, dopo aver attraversato la selva sopra citata, sbocca nel sabbione che ospita, si fa per dire, i bestemmiatori, gli usurai e appunto i sodomiti, attraversandolo in parte, per gettarsi poi nel burrato infernale.

Dunque, Brunetto Latini. Nato a Firenze intorno al 1220, dove morì nel 1294 circa, ser Brunetto, come lo chiama affettuosamente Dante, quando gli chiede come mai si trovi in quel luogo di dolore, partecipò attivamente alla vita politica del comune, seguendo le vicende della fazione guelfa, della quale era uno dei membri più influenti.

Mentre nel 1260 faceva ritorno in città da unʼambasceria ad Alfonso X di Castiglia, seppe della sconfitta dei suoi sodali a Montaperti. Proscritto da Firenze, fu così costretto a soggiornare in Francia, fino a quando sei anni più tardi, a Benevento, cambiando le sorti della politica, poté rientrare in patria. Nel resto della sua vita terrena fu notaio e cancelliere del comune, ricoprendo nel tempo numerosi incarichi, fra tutti, nel 1280, quello di mallevadore per i Guelfi alla pace del cardinal Latino.

Durante il suo esilio aveva scritto in francese “il mio Tesoro” – come dirà al poeta, con la raccomandazione di tenerlo caro, “detto col tono di chi deve andare, ma vuol dire ancora una cosa che gli preme assai, quella che gli preme di più (Arnaldo Momigliano)” – altrimenti noto come Trésor, grande trattato in forma di enciclopedia; in versetti rimati a coppie il Tesoretto, e in prosa italiana tradusse e ammodernò Cicerone.

La grande importanza di Brunetto Latini nella cultura dellʼepoca sta tutta in ciò che ne disse lo storico fiorentino Giovanni Villani (Nuova Cronica, VIII, 10). Leggiamo: “Fu grande filosofo e fu sommo maestro, in rettorica, tanto in bene saper dire, quanto in bene dittare. E fu quegli che spuose la Rettorica di Tullio, e fece il buono e utile libro detto Tesoro e il Tesoretto, e la chiave del Tesoro, e più altri libri in filosofia, e deʼ vizi e di virtù; e fu dittatore del nostro comune. Fu mondano uomo; ma di lui avemo fatta menzione, perocchʼegli fu cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la politica”.

Chiudiamo, ricordando che per secoli il canto del Sommo Poeta è stato il più solido monumento alla sua fama.

Non de’ addur maraviglia al tuo volto

Non de' addur maraviglia al tuo volto

Tranne la testa d’oro puro, il Veglio di Creta reca ogni sua parte del corpo divisa da una ferita che fa sgorgare le lacrime, le quali, raccolte ai suoi piedi, forano la roccia, ha spiegato Virgilio a Dante. Che ha continuato nella sua dissertazione, dicendo che il percorso delle lacrime procede nell’abisso infernale da un salto all’altro, e forma l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte, per essere incanalato poi in una doccia di pietra, e costituire infine il lago Cocito al centro della Terra.

Canto 14^ dell’Inferno, nella parte finale dello stesso, immersi nello scenario inquietante della pianura sabbiosa, che costituisce il terzo girone del settimo cerchio del baratro infernale. Dove il poeta non ha fatto altro che starsene in religioso silenzio, di fronte al maestro, che parlava, parlava, parlava, descrivendo l’enorme statua che si erge nelle viscere del monte Ida, a Creta.

E dove, aggrottando la fronte, Dante si decide a parlare a sua volta, chiedendo con voce ferma: “Maestro, se questo ruscello si origina dalla Terra in tal modo, perché a noi si mostra soltanto su questo margine estremo?”

Per avere questa risposta: “Tu sai che l’Inferno è di forma rotonda; e sebbene tu abbia percorso un arco di cerchio molto ampio, sempre a sinistra, scendendo, non sei stato guidato finora lungo l’intera circonferenza; sicché, se qualcosa ti appare come nuova, non de’ addur maraviglia al tuo volto”.

Da qui Dante, insistente, ribatte: “Maestro, dove sono il Flegetonte e il Lete? perché dellʼuno non parli, e dellʼaltro affermi che è originato da queste lacrime”.

E il maestro, stizzito: “Mi piacciono di certo tutte le tue domande, ma il ribollimento del fiume sanguigno avrebbe dovuto risolvere il primo dei tuoi dubbi. Vedrai il Lete, ma fuori da qui, sulla vetta del Purgatorio”.

Per concludere così: “Ce ne dobbiamo andare; faʼ in modo di venirmi dietro: gli argini di pietra, che non sono roventi, ci indicano la strada, e sopra di essi si spengono tutte le fiamme”. Stop. Fine del canto.

I’ fui de la città che nel Batista

I' fui de la città che nel Batista

Inquadriamo due dannati, che corrono uno dietro l’altro nel sottobosco della selva dei suicidi e degli scialacquatori. Quello davanti – il senese Lano di Squarcia Maconi – ha invocato da poco la dannazione eterna, che lo venisse a prendere con sé. Il compagno – il padovano Giacomo di Sant’Andrea – gli ha ricordato di rimando che nella battaglia di Pieve del Toppo le sue gambe non erano state tanto sciolte come in quel momento, per fermarsi subito dopo, respirando a fatica, e nascondendosi dietro a un cespuglio.

Intanto la selva si era riempita di cagne nere, le quali, scagliandosi contro la pianta, hanno addentato il povero Giacomo, lo hanno ridotto a pezzi, e hanno trascinato via il suo corpo straziato. Canto 13^ dell’Inferno, che andiamo a concludere.

Vedendo questa scena, Virgilio prende per mano il poeta, e si avvia verso il cespuglio che sta lamentandosi vanamente attraverso le sue ferite sanguinanti. E lo sente dire: “O Giacomo di Sant’Andrea, a che ti è servito usarmi come rifugio? che colpa ho io della tua vita dispendiosa?”

Allora il maestro, fermatosi presso di lui, con tono fermo gli chiede: “Chi fosti tu, che da queste numerose ferite emetti sospiri e parole dolenti miste a sangue?”

O anime che siete venute a vedere lo scempio che ha staccati da me i miei rametti frondosi” – così una voce risponde sempre in tono dolente – “sistemateli ai piedi di questo povero sterpo. I’ fui della città che nel Batista sostituì Marte come protettore; ed è per questo che la guerra la renderà sempre tribolata; e se non fosse che in capo del Ponte Vecchio all’Arno rimane la sua statua tronca, quei Fiorentini che poi la ricostruirono sulle macerie che restarono dopo l’assedio dei barbari, l’avrebbero fatta rinascere invano. Io feci della mia casa un patibolo”.

Così, caro lettore, si chiude il canto.