Erba né biado in sua vita non pasce

24^ canto dell’Inferno.

La fenice.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Settima bolgia. Ancora a metà del canto, il poeta racconta che tra l’orrenda e tormentatrice moltitudine dei serpenti corrono dannati nudi e spaventati, senza sperare in un buco dove nascondersi o nella pietra elitropia: hanno le mani strette dietro con le serpi; quelle spingono lungo le reni la coda e il capo, e sono annodate sul davanti. Ed ecco che contro uno che è dalla parte di Dante e Virgilio, si lancia addosso un serpente che lo colpisce là dove il collo si congiunge alle spalle.

“Né O né I si scrissero mai così rapidamente”, prosegue il poeta, “come esso prese fuoco e bruciò, e avvenne che cadendo divenisse tutto cenere; e dopo che fu così annientato a terra, la cenere si addensò da sola e ridiventò di colpo lo stesso dannato. Così si asserisce dagli insigni sapienti che la fenice muore e poi risorge, ogni volta che viene vicino al cinquecentesimo anno; non si nutre nella sua vita di erba né di vegetali seminati dall’uomo, ma solo d’incenso e di amomo, e il nardo e la mirra sono le bende funebri”.

La fenice fu un uccello favoloso sacro agli antichi Egizi, e di esso ne parlarono in abbondanza letterati e astrologi. Erodoto la descrisse come una grande aquila, con le piume estremamente variopinte. Originaria dell’Etiopia, viveva almeno cinquecento anni, fino a quando, arrivata al termine della sua esistenza, si costruiva un nido per morirvi bruciata. Dalle ceneri, ne nasceva un’altra, che volava in Egitto, a Eliopoli, in cui era consacrata nel tempio del Sole, per tornare poi in Etiopia a vivere una lunghissima vita.

Il poeta, con il riferimento sopra citato, nel quale la rapidità della morte e della sua rinascita è paragonata alle mutazioni dei ladri colpiti dai serpenti, sembrò credere, asserisce più di qualche commentatore, alla realtà effettiva della fenice, che veniva usata, peraltro, dai poeti suoi contemporanei come metafora per descrivere il personaggio dell’amante.

@ ERBA NÉ BIADO IN SUA VITA NON PASCE

Più non si vanti Libia con sua rena

24^ canto dell’Inferno.

Serpenti.

Settima bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Narra il poeta, a metà del canto, che insieme a Virgilio discendono il ponte dall’estremità in cui si unisce con l’argine dell’ottava bolgia, per poi apparire loro la settima; e vi vede dentro una terribile moltitudine di serpenti, e di una specie così mostruosa che, egli confessa, il ricordo ancora gli guasta il sangue, mentre sta descrivendo la scena per i lettori a mo’ di paragone.

Infatti, “La Libia non si vanti più con il suo deserto”, avverte costoro; “perché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisbene, né tanti pestiferi animali né così velenosi lasciò vedere mai con tutta l’Etiopia né con ciò che è a nord del Mar Rosso”.

Bene. Facciamo ora la conoscenza diretta di queste favolose creature del deserto libico, descritte nella Farsaglia di Lucano. Cominciamo dai chelidri. Trattasi di serpenti anfibi, i quali avanzavano senza torsione del corpo e sollevando al loro passaggio spirali di vapore.

Che dire degli iaculi? Conferma prima l’Ottimo commento, uno dei più rilevanti commenti del Trecento alla Commedia, secondo cui erano serpenti volanti: “… li iaculi assaliscono gli uccelli in su li arbori… onde son detti iaculi, cioè, lancianti”, poi Buti, uno dei primi commentatori della predetta: “questa è un’altra spezie che si lancia, e trafora quel che percuote, come una lancia o una saetta”.

Passiamo alle faree, che Dante cita al femminile dal phareas di Lucano, che è nome maschile: si muovevano in direzione dritta facendo un solco per terra con la coda. E i cencri? Velenosissimi, con la pelle variegata in piccole macchie simili a chicchi di miglio e dall’andatura irregolare. Sempre Buti: “Cencri, questa è una specie di serpenti, che sempre va torcendosi, e non va mai diritto”.

Concludiamo questa interessante rassegna con le anfisibene. Questi serpenti avevano una testa a ognuna delle estremità, ed erano in grado di muoversi in una direzione o nell’altra.

@ PIÙ NON SI VANTI LIBIA CON SUA RENA

Taciti, soli, sanza compagnia

23^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l’ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l’auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d’Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.)

Taciti, soli, sanza compagnia n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, come frati minor vanno per via. Vòlt’era in su la favola d’Isopo lo mio pensier per la presente rissa, dov’el parlò de la rana e del topo; ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia principio e fine con la mente fissa. E come l’un pensier de l’altro scoppia, così nacque di quello un altro poi, che la prima paura mi fé doppia.

Io pensava così: “Questi per noi sono scherniti con danno e con beffa sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. Se l’ira sovra ‘l mal voler s’aggueffa, ei ne verranno dietro più crudeli che ‘l cane a quella lievre ch’elli acceffa”.

Già mi sentia tutti arricciar li peli de la paura e stava indietro intento, quand’io dissi: “Maestro, se non celi te e me tostamente, i’ ho pavento d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; io li ‘magino sì, che già li sento”.

E quei: “S’i’ fossi di piombato vetro, l’imagine di fuor tua non trarrei più tosto a me, che quella dentro ‘mpetro. Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ‘ miei, con simile atto e con simile faccia, sì che d’intrambi un sol consiglio fei. S’elli è che sì la destra costa giaccia, che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, noi fuggirem l’imaginata caccia”.

Già non compié di tal consiglio rendere, ch’io li vidi venir con l’ali tese non molto lungi, per volerne prendere. Lo duca mio di sùbito mi prese, come la madre ch’al romore è desta e vede presso a sé le fiamme accese, che prende il figlio e fugge e non s’arresta, avendo più di lui che di sé cura, tanto che solo una camiscia vesta; e giù dal collo de la ripa dura supin si diede a la pendente roccia, che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Non corse mai sì tosto acqua per doccia a volger ruota di molin terragno, quand’ella più verso le pale approccia, come ‘l maestro mio per quel vivagno, portandosene me sovra ‘l suo petto, come suo figlio, non come compagno. A pena fuoro i piè suoi giunti al letto del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle sovresso noi; ma non lì era sospetto: ché l’alta provedenza che lor volle porre ministri de la fossa quinta, poder di partirs’ indi a tutti tolle.

Là giù trovammo una gente dipinta che giva intorno assai con lenti passi, piangendo e nel sembiante stanca e vinta. Elli avean cappe con cappucci bassi dinanzi a li occhi, fatte de la taglia che in Clugnì per li monaci fassi. Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, che Federigo le mettea di paglia. Oh in etterno faticoso manto! Noi ci volgemmo ancor pur a man manca con loro insieme, intenti al tristo pianto; ma per lo peso quella gente stanca venìa sì pian, che noi eravam nuovi di compagnia ad ogne mover d’anca.

Per ch’io al duca mio: “Fa che tu trovi alcun ch’al fatto o al nome si conosca, e li occhi, sì andando, intorno movi”.

E un che ‘ntese la parola tosca, di retro a noi gridò: “Tenete i piedi, voi che correte sì per l’aura fosca! Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi”. Onde ‘l duca si volse e disse: “Aspetta, e poi secondo il suo passo procedi”.

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta de l’animo, col viso, d’esser meco; ma tardavali ‘l carco e la via stretta. Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco mi rimiraron sanza far parola; poi si volsero in sé, e dicean seco: “Costui par vivo a l’atto della gola; e s’e’ son morti, per qual privilegio vanno scoperti de la grave stola?”.

Poi disser me: “O Tosco, ch’al collegio de l’ipocriti tristi se’ venuto, dir chi tu se’ non avere in dispregio”.

E io a loro: “I’ fui nato e cresciuto sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa, e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. Ma voi chi siete, a cui tanto distilla quant’i’ veggio dolor giù per le guance? e che pena è in voi che sì sfavilla?”.

E l’un rispuose a me: “Le cappe rance son di piombo sì grosse, che li pesi fan così cigolar le lor bilance. Frati godenti fummo, e bolognesi; io Catalano e questi Loderingo nomati, e da tua terra insieme presi come suole esser tolto un uom solingo, per conservar sua pace; e fummo tali, ch’ancor si pare intorno dal Gardingo”.

Io cominciai: “O frati, i vostri mali…”; ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse un, crucifisso in terra con tre pali. Quando mi vide, tutto si distorse, soffiando ne la barba con sospiri; e ‘l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, mi disse: “Quel confitto che tu miri, consigliò i Farisei che convenia porre un uom per lo popolo a’ martìri. Attraversato è, nudo, ne la via, come tu vedi, ed è mestier ch’el senta qualunque passa, come pesa pria. E a tal modo il socero si stenta in questa fossa, e li altri dal concilio che fu per li Giudei mala sementa”.

Allor vid’io maravigliar Virgilio sovra colui ch’era disteso in croce tanto vilmente ne l’etterno essilio. Poscia drizzò al frate cotal voce: “Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci s’a la man destra giace alcuna foce onde noi amendue possiamo uscirci, sanza costrigner de li angeli neri che vegnan d’esto fondo a dipartirci”.

Rispuose adunque: “Più che tu non speri s’appressa un sasso che da la gran cerchia si move e varca tutt’i vallon feri, salvo che ‘n questo è rotto e nol coperchia; montar potrete su per la ruina, che giace in costa e nel fondo soperchia”.

Lo duca stette un poco a testa china; poi disse: “Mal contava la bisogna colui che i peccator di qua uncina”.

E ‘l frate: “Io udi’ già dire a Bologna del diavol vizi assai, tra ‘ quali udi’ ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”.

Appresso il duca a gran passi sen gì, turbato un poco d’ira nel sembiante; ond’io da li ‘ncarcati mi parti’ dietro a le poste de le care piante.

@ TACITI, SOLI, SANZA COMPAGNIA

Un, crucifisso in terra con tre pali

23^ canto dell’Inferno.

Caifas.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Sesta bolgia. Dopo che i due poeti hanno ascoltato attentamente la breve presentazione che ha fatto di sé Catalano de’ Malavolti e del sodale Loderingo degli Andalò, entrambi nella vita terrena appartenenti all’ordine religioso dei cd. frati Gaudenti, Dante prova a rispondere, ma si ferma subito, perché gli viene all’occhio un dannato, piantato in terra con tre pali.

Questi, vedendo il poeta, totalmente si contorce, sbuffando nella barba con sospiri; e il frate Catalano gli dice che quel conficcato consigliò i Farisei che era utile crocifiggere un uomo per il popolo. “È posto di traverso, nudo, nella via, come tu vedi, ed è necessario che egli senta come pesano quanti passano, prima di essere passati. E a tal modo il suocero soffre in questa bolgia, e gli altri del concilio che fu causa di sventura per gli Ebrei”, conclude il frate Gaudente, con ciò destando meraviglia in Virgilio.

Si sta parlando di Caifas, in aramaico “oppressore”, sommo sacerdote di Gerusalemme dal 18 a.C. al 36 a.C., del quale i Vangeli ci hanno tramandato la sua responsabilità nell’opposizione della classe sacerdotale giudea contro Cristo. Infatti, Matteo, e non solo lui (Matteo, 26,3 e 57, Luca, 3,2 e Giovanni, 11,50, 28, 14 e 24), riportò che, in una riunione appositamente organizzata, si decise la cattura e la messa a morte del Salvatore. Il quale, condotto alla presenza di Caifas, dichiarò di essere il Figlio di Dio, ricevendo in risposta che stava bestemmiando.

Il passo dantesco fu chiosato dall’Anonimo Fiorentino, illustre commentatore della Commedia, che scrisse: “Questo crucifisso fu Caifasso, il quale, quando Cristo fu crucifisso da’ Giudei, elli era Pontefice maggiore; e disse in sua diceria, che si convenia che uno morisse per lo popolo, e Cristo fosse esso. E perciò che ipocritamente consigliò per lo popolo, per la giustizia conviene che ogni gente lo scalpiti e vadali addosso”.

@ UN, CRUCIFISSO IN TERRA CON TRE PALI

Frati godenti fummo, e bolognesi

23^ canto dell’Inferno.

I frati Gaudenti.

Sesta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Quando Virgilio e Dante incontrano i frati Gaudenti, appesantiti dalle cappe di piombo, costoro notano subito che il secondo dimostra di essere vivo “dal movimento della gola”, e gli chiedono di non disdegnare di dire chi egli sia. E Dante, rispondendo loro di essere nativo di Firenze, conferma di essere ancora vivo. “Ma voi chi siete”, chiede a sua volta, “a cui stillano tante lacrime quante ne vedo giù per le gote?”.

E uno di loro prontamente gli risponde che le le cappe giallo-oro che indossano sono di piombo così spesso, che i pesi fanno stridere così le loro bilance. “Fummo frati Gaudenti, e bolognesi; chiamati io Catalano e questi Loderingo”, e da Firenze assunti insieme come suole essere incaricato un solo podestà, per salvaguardare la sua pace, conclude.

“Frati Gaudenti” era la denominazione con la quale erano noti i Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, un ordine religioso nato all’epoca della crociata contro gli Albigesi, all’alba del 1200, e successivamente rifondato a Bologna nel 1260, tra gli altri da Loderingo degli Andalò. Fini dichiarati di questo ordine era la lotta spietata alle eresie, e la difesa degli interessi della Chiesa di Roma nel contesto dei Comuni. I cavalieri avevano la concessione di recare con sé le armi, come se fosse stato un vero e proprio ordine militare, per sedare eventuali tumulti civili. Tuttavia, questi cavalieri non disdegnarono la vita secolare e politica, per cui l’epiteto di Gaudenti, che risale probabilmente al fatto che gli stessi si erano imposti di servire in gioia Dio, col tempo assunse per la gente comune un valore spregiativo.

Il poeta, trattando in modo specifico di Loderingo degli Andalò e del sodale Catalano de’ Malavolti, li fa assurgere a simboli degli ipocriti, nella bolgia dove tutti sembrano frati. Il primo fu membro di una nobile famiglia ghibellina di Bologna e, come detto sopra, tra i fondatori dell’ordine. Fu podestà in diverse città, e a Bologna, due volte, e Firenze, una, con frate Catalan. Quest’ultimo, guelfo bolognese, fu tra i primi appartenenti allo stesso ordine.

@ FRATI GODENTI FUMMO, E BOLOGNESI

Là giù trovammo una gente dipinta

23^ canto dell’Inferno.

Una gente dipinta.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Sesta bolgia. I due poeti, affrancatisi della presenza dei diavoli nella bolgia precedente, camminano velocemente come frati minori. E quando vedono venire quelli con le ali allargate, Virgilio stringe improvvisamente Dante, e si lascia andare supino giù dal sommo dell’argine roccioso al digradante pendio della parete di pietra, che chiude uno dei lati della bolgia successiva. Dove incontrano dannati vestiti in modo sgargiante che vanno in tondo con passi assai lenti, piangendo e per quanto traspare dal volto stanchi e vinti. Essi hanno cappe con copricapi abbassati di fronte agli occhi. All’esterno sono d’oro, così che esso risplende; ma nell’interno tutte di piombo.

“I peccatori puniti in questa bolgia sono gli ipocriti: la forma del castigo eterno che il poeta escogita per essi è tra quelle elaborate con maggior sottigliezza di rapporti e di contrappassi e insieme con maggiore evidenza rappresentativa e sensibilità d’artista”, scrive Natalino Sapegno nell’Inferno di scolastica memoria, da lui egregiamente commentato. Per proseguire come segue: “Del resto il contrasto tra la vistosa apparenza esteriore e la tormentosa realtà ha un evidente rapporto con la natura di un peccato, che consiste nel celare sotto una veste di virtù e di santità un’indole viziosa”.

Inoltre, per l’illustre dantista, la sgargiante cappa da monaco e l’avanzare nella bolgia a mo’ di processione religiosa di questi dannati, pongono in risalto la categoria di persone contro la quale si scaglia il poeta: egli vuole condannare l’ipocrisia come peccato soprattutto perpetrato dagli ordini religiosi, esaminandola nel campo sociale e politico più che nella sfera della coscienza dei singoli.

E nel contesto di questa condanna senza se e senza ma, si colloca nel canto l’episodio dei due frati bolognesi, di cui si parlerà in un altro momento, “che vuol essere inteso appunto come una satira contro gli intrighi politici del papato e della gente di chiesa”.

@ LÀ GIÙ TROVAMMO UNA GENTE DIPINTA

Io vidi già cavalier muover campo

22^ canto dell’Inferno.

(Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de’ barattieri in persona d’uno navarrese, e de’ barattieri medesimi questo canta.)

Io vidi già cavalier muover campo, e cominciare stormo e far lor mostra, e talvolta partir per loro scampo; corridor vidi per la terra vostra, o Aretini, e vidi gir gualdane, fedir torneamenti e correr giostra; quando con trombe, e quando con campane, con tamburi e con cenni di castella, e con cose nostrali e con istrane; né già con sì diversa cennamella cavalier vidi muover né pedoni, né nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni. Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni. Pur a la pegola era la mia ‘ntesa, per veder de la bolgia ogne contegno e de la gente ch’entro v’era incesa. Come i dalfini, quando fanno segno a’ marinar con l’arco de la schiena che s’argomentin di campar lor legno, talor così, ad alleggiar la pena, mostrav’alcun de’ peccatori ‘l dosso e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso stanno i ranocchi pur col muso fuori, sì che celano i piedi e l’altro grosso, sì stavan d’ogne parte i peccatori; ma come s’appressava Barbariccia, così si ritraén sotto i bollori. I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, uno aspettar così, com’elli ‘ncontra ch’una rana rimane e l’altra spiccia; e Graffiacan, che li era più di contra, li arruncigliò le ‘mpegolate chiome e trassel sù, che mi parve una lontra. I’ sapea già di tutti quanti ‘l nome, sì li notai quando fuorono eletti, e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

“O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”, gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi, che tu sappi chi è lo sciagurato venuto a man de li avversari suoi”.

Lo duca mio li s’accosto allato; domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose: “I’ fui nel regno di Navarra nato. Mia madre a servo d’un segnor mi puose, che m’avea generato d’un ribaldo, distruggitor di sé e di sue cose. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; quivi mi misi a far baratteria, di ch’io rendo ragione in questo caldo”.

E Cïriatto, a cui di bocca uscia d’ogne parte una sanna come a porco, li fé sentir come l’una sdruscia. Tra male gatte era venuto ‘l sorco; ma Barbariccia il chiuse con le braccia e disse: “State in là, mentr’io lo ‘nforco”.

E al maestro mio volse la faccia; “Domanda”, disse, “ancor, se più disii saper da lui, prima ch’altri ‘l disfaccia”.

Lo duca dunque: “Or dì: de li altri rii conosci tu alcun che sia latino sotto la pece?”. E quelli: “I’ mi partii, poco è, da un che fu di là vicino. Così foss’io ancor con lui coperto, ch’i’ non temerei unghia né uncino!”.

E Libicocco: “Troppo avem sofferto”, disse; e preseli ‘l braccio col runciglio, sì che, stracciando, ne portò un lacerto. Draghignazzo anco i volle dar di piglio giuso a le gambe; onde ‘l decurio loro si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand’elli un poco rappaciati fuoro, a lui, ch’ancor mirava sua ferita, domandò ‘l duca mio sanza dimoro: “Chi fu colui da cui mala partita di’ che facesti per venire a proda?”. Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita, quel di Gallura, vasel d’ogne froda, ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, e fé sì lor, che ciascun se ne loda. Danar si tolse e lasciolli di piano, sì com’e’ dice: e ne li altri offici anche barattier fu non picciol, ma sovrano. Usa con esso donno Michel Zanche di Logodoro; e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche. Omè, vedete l’altro che digrigna; i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello non s’apparecchi a grattarmi la tigna”.

E ‘l gran proposto, vòlto a Farfarello che stralunava li occhi per fedire, disse: “Fatti ‘n costà, malvagio uccello!”.

“Se voi volete vedere o udire”, ricominciò lo spaürato appresso, “Toschi o Lombardi, io ne farò venire; ma stieno i Malebranche un poco in cesso, sì ch’ei non teman de le lor vendette; e io, seggendo in questo loco stesso, per un ch’io son, ne farò venir sette quand’io suffolerò, com’è nostro uso di fare allor che fori alcun si mette”.

Cagnazzo a cotal motto levò ‘l muso, crollando ‘l capo, e disse: “Odi malizia ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!”.

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, rispuose: “Malizioso son io troppo, quand’io procuro a’ mia maggior trestizia”.

Alichin non si tenne e, di rintoppo a li altri, disse a lui: “Se tu ti cali, io non ti verrò dietro di gualoppo, ma batterò sovra la pece l’ali. Lascisi ‘l collo, e sia la ripa scudo, a veder se tu sol più di noi vali”.

O tu che leggi, udirai nuovo ludo: ciascun da l’altra costa li occhi volse, quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. Lo Navarrese ben suo tempo colse; fermò le piante a terra, e in un punto saltò e dal proposto lor si sciolse. Di che ciascun di colpa fu compunto, ma quei più che cagion fu del difetto; però si mosse e gridò: “Tu se’ giunto!”.

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto non potero avanzar; quelli andò sotto, e quei drizzò volando suso il petto: non altrimenti l’anitra di botto, quando ‘l falcon s’appressa, giù s’attuffa, ed ei ritorna sù crucciato e rotto. Irato Calcabrina de la buffa, volando dietro li tenne, invaghito che quei campasse per aver la zuffa; e come ‘l barattier fu disparito, così volse li artigli al suo compagno, e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno ad artigliar ben lui, e amendue cadder nel mezzo del bogliente stagno. Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue. Barbariccia, con li altri suoi dolente, quattro ne fé volar da l’altra costa con tutt’i raffi, e assai prestamente di qua, di là discesero a la posta; porser li uncini verso li ‘mpaniati, ch’eran già cotti dentro da la crosta. E noi lasciammo lor così ‘mpacciati.

@ IO VIDI GIÀ CAVALIER MUOVER CAMPO

Usa con esso donno Michel Zanche

22^ canto dell’Inferno.

Michele Zanche.

Ci troviamo nella quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Nel prosieguo del dialogo tra Virgilio e Ciampolo di Navarra, Virgilio si sente dire dal Navarrese, dopo che questi ha parlato ampiamente e in termini per nulla lusinghieri, di frate Gomita, “quello di Gallura, ricettacolo di ogni frode”, che lo stesso frequenta “donno Michel Zanche”, e che le lingue di entrambi non si stancano mai di parlare della loro patria comune: la Sardegna.

Chi fu Michele Zanche? Appartenente a una delle più ricche e influenti famiglie di Sassari, vi nacque intorno al 1210. Si trovò tra i notabili filo-genovesi del giudicato di Logudoro (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-ovest, in cui l’isola era stata ripartita da Pisa, dopo che nel 1117 l’aveva tolta ai Saraceni: Logoduro, appunto, Gallura, Arborea e Callari), che nel 1234 dovettero riparare a Genova, a causa di divergenze politiche insorte con la fazione favorevole a Pisa, ottenendo protezione presso la famiglia Doria.

Lo Zanche rientrò in Sardegna quasi subito, e qualche anno dopo, secondo i primi commentatori della Commedia, avrebbe contratto matrimonio con Adelasia, già sposa di Enzo, figlio di Federico II. Sull’isola egli mantenne i suoi rapporti commerciali con Genova, dove vivevano le figlie Richelda e Caterina, moglie di Branca Doria, di cui si parlerà dopo; rapporti, forse, non del tutto leciti, vista la nomea di barattiere che gli fu attribuita.

Si presume che tale nomea, Dante, che lo pose nella bolgia di cui sopra, l’avesse desunta da diverse fonti, prima fra tutte quella del giudice pisano Nino Visconti, suo amico. Sarebbe stato, infatti, proprio questi, quando governò il giudicato di Gallura per conto di Pisa dal 1275 al 1296, e nominò frate Gomita come suo vicario, a conferire a Michele Zanche suo cancelliere. Di lì in poi, “subitamente si cominciò a recare fra le mani le tenute e fare rivendere peggio che Don Gomita”, secondo le Chiose Selmi.

In virtù di quanto riporta il poeta nel 33^ canto dell’Inferno, Michele Zanche venne ucciso o fatto uccidere, in epoca imprecisata e forse in Sardegna, dal sunnominato Branca Doria e da un suo “prossimano”, probabilmente Giacomo Spinola, durante lo svolgimento di un banchetto; tutto questo per impossessarsi dei suoi beni, sebbene per qualcuno il motivo fosse strettamente politico, avendo lo Zanche rivolto le proprie simpatie ai Pisani.

@ USA CON ESSO DONNO MICHEL ZANCHE

Danar si tolse e lasciolli di piano

22^ canto dell’Inferno.

Frate Gomita.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Siamo nella quinta bolgia. A un dato punto del dialogo tra Virgilio e Ciampolo di Navarra, il poeta latino gli chiede se tra i barattieri suoi sodali abbia notizia di qualcuno che sotto la pece sia “latino”, cioè Italiano nel linguaggio dell’epoca.

Il dannato gli risponde prontamente che si è appena allontanato da uno di quelle parti. Virgilio allora gli domanda chi sia mai costui. “Frate Gomita, quello di Gallura, ricettacolo di ogni frode”, ribatte il Navarrese, per proseguire dicendo che il frate ebbe tra le mani i nemici del suo signore e volle denaro per liberarli alla chetichella.

Frate della regione di Gallura (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-est, in cui l’isola era stata suddivisa dai Pisani, dopo averla sottratta ai Saraceni nel 1117: Gallura, appunto, Logoduro, Callari e Arborea), Gomita fu vicario del giudice pisano Nino Visconti, quando questi, dal 1275 al 1296, governò quel territorio per conto di Pisa.

I primi commentatori della Commedia, dall’Anonimo fiorentino al Lana, non ci dicono su questo frate più di quanto non riporti Dante, sebbene ci sia qualcosa che potrebbe conferire al personaggio in questione una rilevanza storicamente accertata, vale a dire un paio di atti in quel di Camaldoli del 1278, riguardanti Corrado Malaspina e Branca Doria, in cui si parla di un tale “donno Gomita Matao”.

Nino Visconti avrebbe riposto nei suoi confronti la massima fiducia, malgrado le accuse di baratteria che riguardarono costui, “fino a che avendo frate Gomita lasciato andare per denari alcuni nemici di Nino che gli erano venuti nelle mani, fu fatto chiaro del tutto e fecelo appiccar per la gola”, conferma il Vellutello, un altro degli antichi commentatori, sulle orme dantesche e dei suoi colleghi.

@ DANAR SI TOLSE E LASCIOLLI DI PIANO

Mia madre a servo d’un segnor mi puose

22^ canto dell’Inferno.

Ciampolo di Navarra.

Nella quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, Dante incontra un dannato, che diventa suo malgrado il protagonista assoluto del canto. Il poeta, dopo averlo visto sull’argine della bolgia dal diavolo Graffiacane afferrato col runciglio per i capelli intrisi di pece ed essere tirato in alto come se fosse una lontra, chiede a Virgilio di sapere chi sia lo sciagurato in balia dei Malebranche, che stanno scortando i due poeti nel prosieguo del loro viaggio.

Virgilio, non potendosi esimere dalla richiesta, si pone a fianco di costui; e domandandogli di dove egli sia, si sente subito rispondere che nacque nel regno di Navarra e che la madre, avendolo procreato insieme a un farabutto, suicida e scialacquatore dei suoi averi, lo aveva reso servitore di un signore. Entrato, poi, a far parte della servitù di re Tebaldo, era diventato barattiere, cioè si era messo a distribuire cariche e prebende per denaro, “della quale cosa rendo conto in questo luogo caldo”.

Il suo nome, Ciampolo o in francese Jean Paul (di recente si è sostenuto che si tratti del trovatore provenzale Rutebeuf, anch’esso cortigiano del re navarrese), che Dante omette, gli viene attribuito dai primi commentatori della Commedia, soprattutto dal Lana, che si rifà proprio al passo su ricordato.

Esposto al continuo scherno dei diavoli, i quali trovano massimo godimento a interrompere il suo dialogo che egli prosegue con Virgilio, riesce prima a contenere la rapace veemenza di costoro, per attrarli, infine, a quello che il poeta definisce “nuovo ludo”: una prova di abilità, dove ha la meglio semplicemente tuffandosi nella pece liquida, scomparendo alla vista.

Se Benvenuto, anche lui tra i primi commentatori dell’opera dantesca, gli dà del “baratarius minor”, confrontandolo ai diavoli, per il Pagliaro, più recentemente, Ciampolo “qualifica la baratteria nel suo tipico aspetto umano di furberia e astuzia faccendiera, di contro alla versione grossolana e animalesca, rappresentata dai diavoli stupidi, crudeli e mentitori a vuoto”, che inseguono “una preda per essi intangibile (Dante e il suo duca) non si sa con quale proposito”.

@ MIA MADRE A SERVO D’UN SEGNOR MI PUOSE