Tanto ch’io possa intender che tu canti

28^ canto del Purgatorio.

Matelda.

Nel Paradiso terrestre. Dante a Matelda: «Deh, bella donna, che ardi d’amore per Dio, se devo prestare fede al viso che è solito essere testimonianza del cuore, non ti dispiaccia di farti avanti verso questo fiume, tanto che io possa distinguere le parole che tu canti. Tu mi fai ricordare dove e com’era Proserpina nel momento in cui lei perdette la madre, e i fiori che ella coglieva».

Matelda è il nome dato dal poeta alla donna incontrata nel Paradiso terrestre, che va e cantando e scegliendo fior da fiore sulla sponda del Lete di fronte a quella dove si trova lui. Figura chiaramente allegorica, da subito ha scatenato dubbi e contese tra gli studiosi nel corso dei secoli, sia per quanto attiene il valore simbolico da attribuire alla stessa sia riguardo alla persona da inserire in un determinato momento storico.

Anzitutto, che cosa rappresenti non è semplice definirlo. Forse la felicità sulla Terra conferita all’uomo al momento della sua creazione nel Paradiso terrestre. Concetto non di certo sconosciuto a Dante. Infatti, egli ne parla nella Monarchia. Quanto alla storicità del personaggio, le ipotesi iniziali (vedi il Lano e Pietro Alighieri su tutti) s’indirizzarono verso la contessa Matilde di Canossa (1046-1115), strenua fautrice della Chiesa durante la cd. ‘lotta delle investiture’, per deviare successivamente sulla monaca benedettina Matilde di Hachenborn, autrice di libelli spirituali, e su Matilde di Magdeburgo, anch’essa autrice di opere a carattere religioso. Dai moderni, invece, si è sempre ritenuto che Matelda fosse una delle fanciulle citate nella Vita Nuova: o “la donna gentile”, o una di quelle facenti parte del seguito di Beatrice.

Tuttavia, secondo i più recenti indirizzi della dottrina, nessuna di queste identificazioni risulta soddisfacente. Pertanto, sarebbe più conveniente concentrarsi sulla figura di questo personaggio pervaso di una grazia poetica impareggiabile, in cui, secondo Benedetto Croce, “il fascino della gioventù, della bellezza, dell’amore e del riso si esalta in ogni immagine”, più che dirigere gli sforzi verso la sua identificazione.

@ TANTO CH’IO POSSA INTENDER CHE TU CANTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ed ecco più andar mi tolse un rio

28^ canto del Purgatorio.

Sulla sponda del Lete. Dove appare una donna.

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Già desideroso di esplorare nella parte interna e in giro la folta e rigogliosa foresta divina, che attenuava alla vista la luce del nuovo giorno, senza indugiare oltre, lasciai il margine esterno, inoltrandomi molto lentamente per il terreno pianeggiante sulla fiorita campagna che olezzava dappertutto. Un vento leggero e mite, senza avere in sé variazioni e alterazioni, mi colpiva leggermente in faccia con un urto non maggiore che quello di un vento leggero e piacevole; per cui le foglie, vibrando, s’inclinavano tutte quante docili verso la direzione in cui il santo monte proietta la prima ombra; non tuttavia deviate tanto dal loro essere dritte, che gli uccelletti sulle sommità degli alberi interrompessero ogni loro operazione istintiva; ma con piena gioia, facendo versi, percepivano le prime ore diurne tra le foglie, che con lo stormire facevano da accompagnamento ai loro canti, tal quale si percepisce di ramo in ramo nella pineta sulla spiaggia di Classe, ogni volta che Eolo fa uscire fuori lo scirocco liberandolo dai legami.

“I lenti passi mi avevano già portato all’interno della selva antica tanto, che io non potevo vedere di nuovo il punto da dove entrai; ed ecco un fiume m’impedì di proseguire, che con le sue piccole onde faceva inclinare verso sinistra l’erba che spuntava sulle sue rive. Tutti i corsi d’acqua che in Terra sono più limpidi, apparirebbero avere in sé qualche impurità a confronto di quello, che nulla nasconde, sebbene scorra scuro sotto l’ombra perenne, che lì fa’ sì che non penetrino mai i raggi del sole né quelli della luna.

“Mi fermai e passai con gli occhi al di là del fiumicello, per osservare la grande varietà di alberi e rami fioriti; e là mi apparve, come appare all’improvviso una cosa che per meraviglia svia tutti gli altri pensieri, una donna tutta sola che camminava sia cantando sia scegliendo fiori tra i fiori di cui era dipinto tutto il suo percorso”.

@ ED ECCO PIÙ ANDAR MI TOLSE UN RIVO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

27^ canto del Purgatorio

(Canto XXVII, dove tratta d’una visione che apparve a Dante in sogno, o come pervennero a la sommità del monte ed entraro nel Paradiso Terrestre chiamato paradiso delitiarum.)

Sì come quando i primi raggi vibra

là dove il suo fattor lo sangue sparse,

cadendo Ibero sotto l’alta Libra,

e l’onde in Gange da nona rïarse,

sì stava il sole; onde ‘l giorno sen giva,

come l’angel di Dio lieto ci apparse.

Fuor de la fiamma stava in su la riva,

e cantava ‘Beati mundo corde!

in voce assai più che la nostra viva.

Poscia «Più non si va, se pria non morde,

anime sante, il foco: intrate in esso,

e al cantar di là non siate sorde»,

ci disse come noi li fummo presso;

per ch’io divenni tal, quando lo ‘ntesi,

qual è colui che ne la fossa è messo.

In su le man commesse mi protesi,

guardando il foco e imaginando forte

umani corpi già veduti accesi.

Volsersi verso me le buone scorte;

e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,

qui può esser tormento, ma non morte.

Ricorditi, ricorditi! E se io

sovresso Gerïon ti guidai salvo,

che farò ora presso più a Dio?

Credi per certo che se dentro a l’alvo

di questa fiamma stessi ben mille anni,

non ti potrebbe far d’un capel calvo.

E se tu forse credi ch’io t’inganni,

fatti ver’ lei, e fatti far credenza

con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;

volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».

E io pur fermo e contra coscïenza.

Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:

tra Bëatrice e te è questo muro».

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che ‘l gelso diventò vermiglio;

così, la mia durezza fatta solla,

mi volsi al savio duca, udendo il nome

che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond’ei crollò la fronte e disse: «Come!

volerci star di qua?»; indi sorrise

come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,

pregando Stazio che venisse retro,

che pria per lunga strada ci divise.

Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro

gittato mi sarei per rinfrescarmi,

tant’era ivi lo ‘ncendio sanza metro.

Lo dolce padre mio, per confortarmi,

pur di Beatrice ragionando andava,

dicendo: «Li occhi suoi già di veder parmi».

Guidavaci una voce che cantava

di là; e noi, attenti pur a lei,

venimmo fuor là ove si montava.

Venite, benedicti Patris mei‘,

sonò dentro a un lume che lì era,

tal che mi vinse e guardar nol potei.

«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;

non v’arrestate, ma studiate il passo,

mentre che l’occidente non si annera».

Dritta salia la via per entro ‘l sasso

verso tal parte ch’io toglieva i raggi

dinanzi a me del sol ch’era già in basso.

E di pochi scaglion levammo i saggi,

che ‘l sol corcar, per l’ombra che si spense,

sentimmo dietro e io e li miei saggi.

E pria che ‘n tutte le sue parti immense

fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,

e notte avesse tutte sue dispense,

ciascun di noi d’un grado fece letto;

ché la natura del monte ci affranse

la possa del salir più e ‘l diletto.

Quali si stanno ruminando manse

le capre, state rapide e proterve

sovra le cime avante che sien pranse,

tacite a l’ombra, mentre che ‘l sol ferve,

guardate dal pastor, che ‘n su la verga

poggiato s’è e lor di posa serve;

e quale il mandrïan che fori alberga,

lungo il pecuglio suo queto pernotta,

guardando perché fiera non lo sperga;

tali eravamo tutti e tre allotta,

io come capra, ed ei come pastori,

fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

Poco parer potea lì del di fori;

ma, per quel poco, vedea io le stelle

di lor solere e più chiare e maggiori.

Sì ruminando e sì mirando in quelle,

mi prese il sonno; il sonno che sovente,

anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle.

Né l’ora, credo, che de l’orïente

prima raggiò nel monte Citerea,

che di foco d’amor par sempre ardente,

giovane e bella in sogno mi parea

donna vedere andar per una landa

cogliendo fiori; e cantando dicea:

«Sappia qualunque il mio nome dimanda

ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno

le belle mani a farmi una ghirlanda.

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;

ma mia suora Rachel mai non si smaga

dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga

com’io de l’addornarmi con le mani;

lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».

E già per li splendori antelucani,

che tanto a’ pellegrin surgon più grati,

quanto, tornando, albergan men lontani,

le tenebre fuggian da tutti lati,

e ‘l sonno mio con esse; ond’io leva’mi,

veggendo i gran maestri già levati.

«Quel dolce pome che per tanti rami

cercando va la cura de’ mortali,

oggi porrà in pace le tue fami».

Virgilio inverso me queste cotali

parole usò; e mani non furo strenne

che fosser di piacere a queste iguali.

Tanto voler sopra voler mi venne

de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi

al volo mi sentia crescer le penne.

Come la scala tutta sotto noi

fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,

in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

e disse: «Il temporal foco e l’etterno

veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

dov’io per me più oltre non discerno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

lo tuo piacere omai prendi per duce;

fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce;

vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli

che qui la terra sol da sé produce.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli

che, lagrimando, a te venir mi fenno,

seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio».

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Non aspettar mio dir più né mio cenno

27^ canto del Purgatorio.

Le ultime parole di Virgilio.

Sul limitare del Paradiso terrestre. Il poeta sente dire da Virgilio: «Hai visto le pene transitorie e le eterne, figlio; e sei giunto in un lungo in cui io con le mie sole forze non posso distinguere più avanti. Ti ho condotto qui con l’inventiva e con gli accorgimenti; d’ora innanzi assumi il tuo piacere come guida; sei fuori delle ripide vie, sei fuori delle vie strette.

«Vedi il sole che ti risplende sulla faccia; vedi le erbe tenere e fresche, i fiori e gli alberelli che il terreno genera qui solo spontaneamente. Finché verrà lieta Beatrice che, piangente, mi ingiunse di venire a te, puoi sederti e puoi passeggiare tra essi. Non attendere più le mie parole né i miei consigli; il tuo arbitrio è libero, retto e integro, e sarebbe una colpa non fare a suo piacere; per cui io t’incorono re e pontefice di te stesso».

Secondo il Sapegno, “…nelle parole di Virgilio (e sono le ultime che lo scrittore gli fa pronunciare), la nota malinconica e patetica del congedo è appena accennata, con virile pudicizia. L’accento batte sull’importanza dello sforzo compiuto e sulla grandezza dell’acquisto che ne consegue: il raggiungimento della felicità, invano bramata dagli uomini in terra, la conquista della libertà morale, la promessa di una più alta rivelazione”.

Dunque nel detto di Virgilio si rivela pienamente il suo ultimo momento. Nel punto in cui è giunto Dante, egli non può fare più nulla. La sua funzione, entrata in gioco nel 1^ canto dell’Inferno dopo l’apparizione al poeta delle tre fiere, è terminata. “Il maestro incorona il discepolo come signore di se stesso, affrancato dalla sua custodia, ma non può seguirlo oltre quella franchigia”, scrive al riguardo la Chiavacci Leonardi, per proseguire così: “Il profondo e doloroso tema virgiliano che dominò nei canti di Stazio…torna con tutta la sua forza in questa chiusa, dove la ridente bellezza appena intravista del giardino (l’erbette, i fiori e li arbuscelli) non vale a far dimenticare a Dante – cioè al suo verso – l’angoscia di quel disio sanza speme, di quella vista non appagata; egli è arrivato là, dice infatti Virgilio, dov’io per me più oltre non discerno”.

@ NON ASPETTAR MIO DIR PIÙ NÉ MIO CENNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno

27^ canto del Purgatorio.

La sosta nella notte. E il poeta sogna.

Nella settima cornice del Purgatorio. Dante narra: “La via andava su diretta attraverso la parete rocciosa in una direzione tale che io interrompevo davanti a me i raggi del sole che era già prossimo al tramonto. E facemmo esperienza di pochi gradini, quando sia io sia i miei saggi percepimmo tramontare il sole alle nostre spalle, per il fatto che l’ombra sparì. E prima che l’orizzonte fosse diventato di un solo colore in tutte le sue zone sconfinate, e la notte avesse tutte le parti a essa assegnate, ciascuno di noi si coricò su un gradino; perché la legge naturale del monte ci fiaccò la forza fisica e il piacere del salire ancora.

“Quali le capre, che sono state rapaci e petulanti sopra le sommità dei monti prima che siano sazie, stanno ruminando mansuete e silenziose all’ombra, fino a quando il sole è ardente, tenute sotto la guardia del pastore, che si è appoggiato sul bastone e concede loro un poco di riposo; e quale il mandriano che soggiorna lontano dalla sua casa, trascorre la notte paziente presso il suo gregge, vigilando affinché una fiera non lo disperda; tali eravamo tutti e tre in quel momento, io come una capra, ed essi come i pastori, protetti da una parte e dall’altra dalle alte pareti di roccia.

“Lì poteva apparire poco del cielo; ma, per quel poco, io vedevo le stelle sia più luminose sia più grandi del loro solito. Così meditando e così guardandole, mi vinse il sonno; il sonno che spesso, prima che avvenga l’evento, ha conoscenza dei fatti. Nell’ora, credo, in cui dall’oriente dapprima risplendette sul monte il pianeta Venere, che appare continuamente brillante del fuoco d’amore, avevo l’impressione di vedere in sogno una donna giovane e bella che andava raccogliendo fiori in una vasta pianura; e accompagnandosi col canto diceva: «Chiunque domandi il mio nome sappia che sono veramente Lia, e vado muovendo intorno le belle mani per confezionarmi una corona intessuta di fiori. Per compiacermi davanti allo specchio, qui mi faccio bella; ma mia sorella Rachele non si distoglie mai dalla sua contemplazione mentale, e siede sempre. Ella è desiderosa di contemplare i suoi begli occhi come io nel farmi bella con le mani; lei soddisfa la vita contemplativa, e io l’attiva»”.

@ PER PIACERMI A LO SPECCHIO, QUI M’ADDORNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Pon giù omai, pon giù ogne temenza

27^ canto del Purgatorio.

L’angelo della castità e la paura di Dante.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Come quando fa scendere i primi raggi là dove versò il sangue il suo Creatore, trovandosi l’Ebro sotto la costellazione della Bilancia alta nel cielo, e le acque del Gange sono infuocate dall’ora nona, così stava il sole; per cui il giorno volgeva al termine, quando l’angelo di Dio ci apparve lieto. Stava sul ciglio della cornice fuori della cortina di fuoco, e cantava ‘Beati i puri di cuore!’ con voce assai intensa più che l’umana.

“Dopo ci disse quando noi gli fummo vicino: «Non si procede oltre, anime sante, se prima la fiamma non reca molestia: entrate in essa, e porgete orecchio al canto che risuona dall’altra parte»; per cui io, divenni tale, quando lo intesi, qual è colui che è calato nella fossa. Mi tesi in avanti con le mani congiunte, contemplando il fuoco e immaginando tanto corpi umani già visti bruciati.

“Le valenti guide si rivolsero verso di me; e Virgilio mi disse: «Figliolo mio, qui vi può essere il tormento, ma non la dannazione. Ricordati, ricordati! E se io ti guidai incolume sulle spalle di Gerione, che cosa farò ora che sono più vicino a Dio? Reputa certamente che se stessi all’interno di questa cortina di fuoco ben mille anni, non ti potrebbe privare di un solo capello.

“«E se tu forse pensi che io ti tragga in inganno, avvicinati a lei, e fatti assicurare con le tue mani dall’orlo della tua veste. Deponi finalmente, deponi ogni paura; volgiti in qua e vieni: entra certo e tranquillo!». E io ancora immobile e contro la mia coscienza. Quando mi vide stare ancora immobile e ostinato, un poco crucciato disse: «Ora vedi, figlio: tra Beatrice e te c’è solo questo ostacolo».

“Come Piramo al nome di Tisbe aprì gli occhi al momento della morte, e la guardò, allorché i frutti bianchi del gelso diventarono rossi; così, la mia ostinazione diventata cedevole, mi volsi al saggio mentore, sentendo ricordare il nome che mi sorge continuamente nella memoria. Ed egli tentennò il capo e disse: «Come! Vogliamo starcene da questa parte?»; dopo sorrise come si fa col fanciullo che si lascia persuadere dalla promessa di un frutto”.

@ PON GIÙ OMAI, PON GIÙ OGNE TEMENZA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

26^ canto del Purgatorio.

(Canto XXVI, dove tratta di quello medesimo girone e del purgamento de’ predetti peccati e vizi lussuriosi; dove nomina messer Guido Guinizzelli da Bologna e molti altri.)

Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,

ce n’andavamo, e spesso il buon maestro

diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;

feriami il sole in su l’omero destro,

che già, raggiando, tutto l’occidente

mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l’ombra più rovente

parer la fiamma; e pur a tanto indizio

vidi molt’ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio

loro a parlar di me; e cominciarsi

a dir: «Colui non par corpo fittizio»;

poi verso me, quanto potëan farsi,

certi si fero, sempre con riguardo

di non uscir dove non fosser arsi.

«O tu che vai, non per esser più tardo,

ma forse reverente, a li altri dopo,

rispondi a me che ‘n sete e ‘n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo;

ché tutti questi n’hanno maggior sete

che d’acqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com’è che fai di te parete

al sol, pur come tu non fossi ancora

di morte intrato dentro da la rete».

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora

già manifesto, s’io non fossi atteso

ad altra novità ch’apparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso

venne gente col viso incontro a questa,

la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio d’ogne parte farsi presta

ciascun’ombra e basciarsi una con una

sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna

s’ammusa l’una con l’altra formica,

forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l’accoglienza amica,

prima che ‘l primo passo lì trascorra,

sopragridar ciascuna s’affatica:

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;

e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,

perché ‘l torello a sua lussuria corra».

Poi, come grue ch’a le montagne Rife

volasser parte, e parte inver’ l’arene,

queste del gel, quelle del sole schife,

l’una gente sen va, l’altra sen vene;

e tornan, lagrimando, a’ primi canti

e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,

essi medesmi che m’avean pregato,

attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato,

incominciai: «O anime sicure

d’aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature

le membra mie di là, ma son qui meco

col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco;

donna è di sopra che m’acquista grazia,

per che ‘l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia

tosto divegna, sì che ‘l ciel v’alberghi

ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,

chi siete voi, e chi è quella turba

che se ne va di retro a’ vostri terghi».

Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

quando rozzo e salvatico s’inurba,

che ciascun’ombra fece in sua paruta;

ma poi che furon di stupore scarche,

lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

«Beato te, che de le nostre marche»,

ricominciò colei che prima m’inchiese,

«per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese

di ciò per che già Cesar, trïunfando,

“Regina” contra sé chiamar s’intese:

però si parton “Soddoma” gridando,

rimproverando a sé com’hai udito,

e aiutan l’arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perché non servammo umana legge,

seguendo come bestie l’appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

che s’imbestiò ne le ‘mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo’ saper chi semo,

tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli, e già mi purgo

per ben dolermi prima ch’a lo stremo».

Quali ne la tristizia di Licurgo

si fer due figli a riveder la madre,

tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar sé stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

rime d’amor usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fïata rimirando lui,

né, per lo foco, in là m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m’offersi pronto al suo servigio

con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,

per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,

che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che è cagion per che dimostri

nel dire nel guardar d’avermi caro».

E io a lui: «Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l’uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri».

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno

col dito», e additò un spirto innanzi,

«fu miglior fabbro del parlar moderno.

Versi d’amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti

che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti,

e così ferman sua oppinïone

prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che l’ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,

che licito ti sia l’andare al chiostro

nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

dove poter peccar non è più nostro».

Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch’al suo nome il mio disire

apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire:

«Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

Poi s’ascose nel foco che li affina.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan

26^ canto del Purgatorio.

Arnaldo Daniello.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Arnaldo Daniello: «Tanto mi è gradita la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondere a voi. Io sono Arnaldo, che espio i miei peccati e vado cantando; pensoso vedo la passata follia, e vedo gioioso il gaudio che spero, davanti a me. Ora vi prego, in nome di quella grazia divina che vi guida alla sommità della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore!».

Arnaldo Daniello (Arnaut Daniel), posto da Dante in questa cornice tra i lussuriosi, fu un poeta e trovatore provenzale. Nacque verso il 1150 in Dordogna e fu attivo nella sua produzione artistica nel trentennio che va dal 1180 al 1210, quando presumibilmente morì. Legato da una profonda amicizia con un altro importante trovatore dell’epoca, Bertram dal Bornio (Bertran de Born), anch’egli assurto alla gloria eterna nel 28^ canto dell’Inferno, forse fu il più grande maestro del “trobar clus”, una tipologia di ardua e complessa poetica, basata su una tecnica abilmente elaborata per non dire oscura, che contraddistinse anche altri trovatori.

Di lui si sono rintracciate 18 tra canzoni e poesie. Menzionato, oltre che nel 26^ canto del Purgatorio, anche nel De Vulgari Eloquentia, nonché prendendolo a modello nelle Rime petrose, il poeta ne imita la sestina lirica di Lo ferm voler qu’el cor m’intra. A tal proposito, la Chiavacci Leonardi chiosa: “Quella tappa della sua storia poetica, così importante per il linguaggio della Commedia, è qui riconosciuta altamente da Dante, non meno dell’altra rappresentata dalle dolci rime del Guinizzelli.

“Il suo stretto rapporto e il suo debito verso il provenzale sono stabiliti esplicitamente da questo passo del Purgatorio, non solo perché in esso Arnaut è fatto maggiore (miglior fabbro del parlar materno, ndr), dal punto di vista tecnico, di tutti i poeti volgari, ma anche per l’eccezionale omaggio resogli della lunga parlata nella sua lingua, nella quale, come vedremo, Dante fa trasparire la sua stessa voce”.

A questo punto, non ci resta che riportarla, questa “lunga parlata nella sua lingua”, parafrasata in apertura nel linguaggio odierno:

«Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

@ IEU SUI ARNAUT, QUE PLOR E VAU CANTAN

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Son Guido Guinizzelli, e già mi purgo

26^ canto del Purgatorio.

Guido Guinizzelli.

Nella settima cornice del Purgatorio. Guido Guinizzelli a Dante: «Dunque conosci le nostre azioni e di che cosa fummo colpevoli: se per caso vuoi sapere chi siamo quanto al nome, non c’è tempo per parlarne, e non saprei. Tuttavia diminuirò il tuo desiderio riguardo a me: sono Guido Guinizzelli, e già mi ritrovo qui per essermi pentito appieno prima che alla fine della vita».

Guido Guinizzelli, collocato dal poeta in questa cornice tra i lussuriosi, nacque a Bologna nella prima metà del XIII^ secolo e morì a Monselice, nel Padovano, verso la fine del 1276. Fu un tipico rappresentante della cultura cittadina del suo tempo, sia in qualità di giudice sia da un punto di vista artistico. Esponente di spicco delle controversie politiche bolognesi come ghibellino sodale dei Lambertazzi, fu costretto all’esilio a Monselice, quando nel 1274 prevalsero i guelfi Geremei,

Fu indicato da Dante quale il più famoso rimatore in volgare prima del Cavalcanti (si veda il riferimento a entrambi nel 11^ canto, vv. 97.98) e il suo Canzoniere, alquanto scarno per ciò che riguarda il numero delle poesie (15 sonetti e 5 canzoni), fu comunque quello che inaugurò il nuovo corso della lirica amorosa nel nostro Paese, dando il via a tematiche e modalità compositive di quella corrente letteraria nota col nome di Dolce stil novo.

In questo canto il poeta gliene dà sicura testimonianza, “chiamandolo padre del gruppo di poeti che con lui usarono le nuove rime d’amore. E ne resta documento il sonetto-rimprovero di Bonagiunta, che riconosce polemicamente in lui il creatore di un nuovo modo di far poesia: «Voi ch’avete mutato la manera/de li piacenti detti de l’amore»”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

La poetica del primo Guinizzelli trovò l’apice con la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, il componimento che inaugurò lo stil novo, sia per la forma sia per il contenuto, a cui si devono affiancare altri sonetti, come Gentil donzella, di pregio nomata, atti a fissare i temi precipui della nuova poesia. E il valore che il Guinizzelli ebbe per Dante come colui che diede inizio alle nove rime, si rivela proprio nel 26^ del Purgatorio.

@ SON GUIDO GUINIZZELLI, E GIÀ MI PURGO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Lì veggio d’ogne parte farsi presta

26^ canto del Purgatorio.

Le due schiere di lussuriosi e gli esempi di lussuria punita.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Frattanto che ce ne andavamo così lungo il margine, uno davanti all’altro, e spesso il buon maestro mi diceva: «Sta’ attento: ti sia utile che io ti faccia accorto»; il sole mi colpiva a destra, che già, risplendendo, cambiava in bianco il colore celeste del cielo di tutto l’occidente; e io con la mia ombra facevo apparire più rosseggiante la cortina di fuoco; e soltanto a un così piccolo indizio, andando, vidi molte ombre riflettere.

“Questa fu la causa che gli fornì l’occasione di parlare di me; e iniziarono a dirsi: «Quello non sembra un corpo apparente»; poi alcuni si fecero avanti verso di me, quanto gli era possibile farsi avanti, nondimeno con la cura di non uscire nel punto in cui non fossero arsi.

“«O tu che segui gli altri, non per il fatto che tu sia più pigro, ma forse con un atteggiamento di riverenza, rispondi a me che brucio nella sete e nel fuoco. Né la tua replica è necessaria solo a me; perché tutti questi ne hanno una sete più intensa che gli Indiani o gli Etiopi di acqua fredda. Dicci com’è che rendi la tua persona un ostacolo ai raggi del sole, proprio come se tu non fossi ancora entrato dentro alla rete della morte».

“Così mi parlava uno di essi; e io mi sarei già palesato, se non avessi volto l’attenzione a un’altra novità che si mostrò in quel momento; perché al centro della strada occupata dalla fiamma si avvicinarono spiriti in direzione opposta a quella dei primi, i quali mi resero attento nel guardarli fissamente. Nel momento dell’incontro vedo dappertutto ogni ombra affrettarsi e baciarsi l’una con l’altra senza fermarsi, soddisfatte delle festose accoglienze di breve durata; così nella loro fila scura le formiche si toccano l’un l’altra col muso, forse per chiedere notizie sul loro viaggio e sulla loro sorte.

“Appena interrompono il bacio di amicizia, prima che nel punto d’incontro abbiano compiuto il primo passo per allontanarsi, ciascuna si sforza di gridare quanto più forte si può: le ombre appena giunte: «Sodoma e Gomorra»; e le prime: «Pasife s’introduce nella vacca di legno, affinché il giovane toro corra verso la lussuria di lei». Poi, come le gru che si separassero alcune volando verso i monti Rifei, e altre verso i deserti sabbiosi della Libia, queste ritrose al freddo, quelle al caldo, così una delle schiere se ne va, l’altra viene verso di noi; e, piangendo, tornano all’inno precedente e a gridare gli esempi di castità che più gli sono confacenti; e si accostano a me, come prima, quelli stessi che mi avevano pregato, attenti ad ascoltare per quanto traspariva dai loro volti”.

@ LÌ VEGGIO D’OGNE PARTE FARSI PRESTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970