S’i’ fossi stato dal foco coperto

S'i' fossi stato dal foco coperto

La pioggia di fuoco continua a martellare la spianata sabbiosa che costituisce il terzo girone del settimo dellʼInferno, quello in cui per gentile concessione della volontà divina sono stati collocati i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai.

Dante – con Virgilio un poco discosto, ed entrambi sopra uno degli argini che racchiudono il sangue bollente della diramazione del Flegetonte – ha da poco iniziato a prestare ascolto a uno dei tre sodomiti che, poco prima, si sono distaccati dalla schiera sopravvenuta quando egli era impegnato a conversare con Brunetto Latini, raggiungendo i due poeti fermatisi ad aspettarli, perché così ha consigliato Virgilio.

E i tre sulla sabbia rovente hanno subito fatto un cerchio di loro stessi, un vero e proprio girotondo. A questo punto, il poeta ci ha resi edotti con una bella similitudine che i tre dannati gli sono apparsi come quei lottatori nudi e spalmati di olio, che studiano il momento opportuno per afferrare lʼavversario in posizione di vantaggio, prima che tra di loro si scambino percosse e ferite.

Poi uno, sempre girando, ha preso la parola e, rivolto a Dante, gli ha detto che se il miserabile stato di quel luogo rendeva spregevoli loro e le loro richieste, e il volto annerito e spelato e scorticato dalle fiamme, la loro fama avrebbe dovuto indurre la volontà del poeta alla benevolenza di presentarsi.

16^ canto dellʼInferno. Dove il dannato continua il suo discorso in tal modo: “Questi, lʼorme di cui pestar mi vedi, quantunque sia tutto nudo e senza peli, fu di rango elevato più di quanto tu non creda: fu nipote della virtuosa Gualdrada; si chiamò Guido Guerra, e nella sua vita operò con molto senno e coraggio.

Il secondo, chʼappresso me la rena trita, è Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole tra i vivi avrebbero dovuto essere apprezzate. E io, che sono sottoposto al tormento con loro, fui Iacopo Rusticucci, e certamente la mia ritrosa moglie mi danneggia più di altre cose”.

Qui il dannato si zittisce. E aspetta ansioso la replica del poeta. Il quale, prima della stessa, precisa nella narrazione quanto segue: “Sʼiʼ fossi stato dal foco protetto, mi sarei precipitato di sotto tra di loro, e penso che Virgilio lo avrebbe permesso; ma poiché io mi sarei bruciato e ustionato, la paura prevalse sulla mia benevola disposizione dʼanimo che mi rendeva avidamente desideroso di abbracciarli”.

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Per ch’io figurarlo i piedi affissi

Per ch'io a figurarlo i piedi affissi

Siamo a Malebolge, lʼottavo cerchio dellʼInferno, quello che ha il fondo suddiviso in dieci bolge. I due poeti vi sono giunti grazie a Gerione, il mostro alato che li ha prelevati dal margine di pietra delimitante, del cerchio precedente, il terzo girone, dove Dante ha potuto fare la conoscenza degli usurai – e, prima di essi, dei bestemmiatori e dei sodomiti – e li ha deposti lì dalla sua schiena. Infatti, “in questo luogo… trovammoci”.

18^ canto dellʼInferno, un poco staccati dallʼinizio. Dove, racconta il poeta, alla sua destra ha avuto modo di vedere un nuovo spettacolo angoscioso, una pena mai vista e fustigatori di una nuova specie, delle quali cose era piena la prima bolgia. Qui, nel fondo, peccatori nudi andavano loro incontro nella zona vicino allʼargine, mentre nellʼaltra procedevano nella loro stessa direzione, ma con unʼandatura più affrettata.

E a questo punto il poeta ha fatto un paragone con quanto era successo nellʼanno del Giubileo, quando i Romani avevano escogitato un espediente per regolare il transito dei pellegrini su per il ponte Sant’Angelo, che da un lato tutti guardavano la Mole Adriana e si recavano a San Pietro, e dall’altro lato di dirigevano verso Monte Giordano.

Bene. Ora, mentre Dante e Virgilio camminano, uno dietro lʼaltro, su per lo sasso tetro della bolgia predetta, Dante vede un scena atroce: alcuni diavoli provvisti di corna percuotono spietatamente con le fruste i dannati sulla schiena.

Ahi quanto facevano alzare loro i calcagni alle prime sferzate! ormai nessuno attendeva le seconde né le terze”, rileva a questo punto il poeta. E frattanto che continua ad avanzare, il suo sguardo è attratto da un dannato, sicché non può fare a meno di domandarsi se è la prima volta che vede costui.

Per ch’io a figurarlo i piedi affissi”, egli ci informa; e Virgilio si ferma con lui, consentendogli di arretrare un poco per dargli la possibilità di scambiare due parole con quello. Il quale, osservando attentamente il movimento di Dante, sʼillude di nascondersi abbassando gli occhi; ma la mossa gli giova poco, tanto che il poeta gli si rivolge immediatamente, dicendogli: “O tu che lʼocchio a terra getti, se le tue fattezze non mʼingannano, tu sei Venedico Caccianemico. Ma che cosa ti porta a pene così pungenti?”.

Nel vano tutta sua coda guizzava

Nel vano tutta sua coda guizzava

Virgilio, dopo aver presentato a Dante la fiera con la coda aguzza, quella che ammorba tutti, della quale solo più in là gli dirà il nome e così anche noi lo apprenderemo, ha fatto cenno a costei di venire fino allʼorlo del cerchio – trattasi del settimo cerchio dellʼInferno, precisamente nel terzo girone dello stesso – vicino agli argini di pietra che i due poeti hanno percorsi fino a quel punto.

E quella sozza imagine di froda non si era fatta pregare più che tanto; si era avvicinata, senza battere ciglio, traendo la testa e il tronco, ma lasciando la coda libera nel vuoto. E Dante così lʼaveva rappresentata: volto da persona onesta, in quanto era rassicurante il suo aspetto esterno, sebbene tutto il resto del corpo fosse quello di un serpente; zampe fornite di unghie adunche coperte di peli fino alle ascelle, dorso e petto e ambedue i fianchi screziati con striature arabescate e cerchietti.

17^ canto dellʼInferno, dalle parti del principio. Dove lasciamo che a proseguire sia il poeta: “Come a volte i barconi a fondo piatto stanno a riva, che in parte sono immersi nellʼacqua e in parte tirati a secco sulla spiaggia, e come là tra li Tedeschi lurchi il castoro si prepara a pescare con la coda, così la bestia orribile stava sul bordo che è di pietra e racchiude la spianata sabbiosa. Nel vano tutta sua coda guizzava, storcendo in alto la velenosa estremità forcuta che armava la punta a moʼ di scorpione”.

Allora Virgilio, che dopo la presentazione iniziale sopra ricordata, non aveva più parlato, gli dice, guardandolo con affetto: “Adesso dobbiamo deviare un poco dal nostro solito cammino fino a quella fiera crudele che si posa là”.

Perciò i due poeti svoltano sul lato destro, e camminano per un breve tratto sullʼorlo del cerchio, per evitare con cura la sabbia e le falde di fuoco.

E quando noi a lei venuti semo”, precisa Dante, “poco più in là vedo sulla sabbia dannati seduti vicino al burrone”.

Altri dannati. Bene. Chi legge si chiederà chi siano. Ma dovrà pazientare un poco per appagare la sua legittima curiosità.

La fama nostra il tuo animo pieghi

La fama nostra il tuo animo pieghi

Siamo nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno. Dopo aver lasciato Brunetto Latini alla propria sorte, Virgilio e Dante, sempre camminando sopra uno degli argini che racchiudono il sangue bollente della diramazione del Flegetonte, sono arrivati nel punto in cui alle loro orecchie giunge distinto il fragore del liquido rosso che si getta nel cerchio successivo: Malebolge.

Lì, dopo che hanno visto tre dannati allontanatisi dalla loro schiera, correndo nella loro direzione, e ognuno gridando al poeta di fermarsi, perché dalla sua veste era sembrato loro che fosse Fiorentino, Virgilio aveva imposto allʼallievo di sostare in attesa dei tre, “perché a costor si vuole esser cortese”, avvisandolo tuttavia di non dilungarsi oltremodo, vista lʼonnipresente pioggia di fuoco che scende insistentemente ad arroventare la spianata sabbiosa e a tormentare i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai.

16^ canto dellʼInferno, in cui Dante prosegue così il suo racconto: “Non appena ci fermammo, essi ricominciarono le lacrime e i lamenti; e quando furono arrivati presso di noi, tutti e tre fecero un cerchio di loro stessi.

Qual sogliono i campion far nudi e unti, studiando il momento opportuno per afferrare l’avversario in posizione di vantaggio, prima che tra di loro si scambino percosse e ferite, così girando, ognuno mi rivolgeva lo sguardo, sicché il collo si spostava di continuo in senso opposto rispetto ai piedi”.

Poi uno comincia a parlare in nome proprio e di tutti, non interrompendo il girotondo insieme a loro.

E noi non vediamo l’ora di leggere il suo esordio rivolto a Dante: “Se miseria d’esto loco sollo rende in dispetto noi e le nostre richieste, e il volto annerito e pelato e scorticato dalle fiamme, la fama nostra il tuo animo pieghi a dirci chi sei, che cammini ancora vivo per l’Inferno così esente dai tormenti”. 

E quando subito dopo il dannato presenterà al poeta prima i suoi compagni e da ultimo sé stesso, ciò produrrà in Dante il più vivo stupore – sebbene una vera e propria anticipazione sulla presenza di costoro nel basso Inferno l’abbia già avuta in dono da Ciacco. Dove? Alla fine del suo incontro con questi nel cerchio dei golosi.  

Nel fondo erano ignudi i peccatori

Nel fondo erano ignudi i peccatori

A volte anche i mostri sono utili. Pensate a Gerione; questi, infatti, ha permesso ai due poeti di accedere a Malebolge, vale a dire allʼottavo cerchio dellʼInferno, deponendo gli stessi ai margini del vastissimo pianoro caratterizzato da dieci fosse circolari, le famigerate bolge, tutte confluenti per mezzo di numerosi ponti di pietra ai bordi di un ampio pozzo.

Siffatta creatura – descritta nei minimi particolari da Dante nellʼesordio del 18^ canto dellʼInferno, dove siamo adesso – era risalita lungo la parete rocciosa che separa Malebolge dal settimo cerchio, fino al margine che delimita quest’ultimo.

Lo scopo? Prendere in consegna Virgilio e Dante, e trasferirli appunto a Malebolge, dopo una vertiginosa discesa che ha intimorito non poco il poeta – della cui descrizione si renderà conto nel momento opportuno -.

A questo punto egli, dopo aver spiegato con le sue parole ciò che noi abbiamo anticipato sopra, che si sono trovati in questo luogo scossi dalla schiena di Gerione, “Virgilio procedette verso sinistra, e io gli andai dietro”, specifica.

Per proseguire così: “A destra vidi un nuovo spettacolo angoscioso, una pena mai vista e frustatori di una nuova specie, delle quali cose era piena la prima bolgia. Nel fondo erano ignudi i peccatori; nella zona vicino all’argine ci venivano incontro, nell’altra procedevano nella nostra direzione, ma con un’andatura più affrettata della nostra, come i Romani a causa della moltitudine delle persone, l’anno del Giubileo, hanno escogitato l’espediente per regolare il traffico dei pellegrini su per il ponte Sant’Angelo, che da un lato tutti guardano la mole Adriana e si recano a San Pietro; dall’altro si dirigono verso il monte Giordano”.

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi

Fermi entrambi sul margine che delimita il settimo cerchio dell’Inferno, più precisamente nel terzo girone dello stesso, Virgilio ha informato il suo pupillo che di lì a poco sarebbe salito dal burrone che divide il settimo cerchio dall’ottavo, “ciò che io aspetto e che il tuo pensiero immagina in modo confuso: tosto convien ch’al tuo viso si scovra“.

Il maestro non finisce di parlare, che una massa corporea ascende nuotando attraverso l’aria densa e nebulosa, tale da destare meraviglia ad ogni animo coraggioso.

E infatti, non appena scorge costei, prorompe con voce stentorea all’indirizzo del poeta: “Ecco la fiera con la coda aguzza, che supera tutti gli ostacoli naturali, e distrugge le difese dell’uomo; ecco quella che ammorba tutti!”.

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi“, narra il poeta al principio del 17^ canto dell’Inferno, “e le fece cenno che venisse all’orlo del cerchio, vicino alle estremità degli argini di pietra percorsi. E quel sudicio simbolo d’inganno si avvicinò, e trasse la testa e il tronco, ma lasciò la coda libera nel vuoto”, precisa.

Per proseguire così: “Il suo volto era il volto di una persona onesta, in quanto era rassicurante il suo aspetto esterno, e tutte le parti rimanenti erano quelle di un serpente; aveva le zampe fornite di unghie adunche coperte di peli fino alle ascelle; aveva il dorso e il petto e ambedue i fianchi screziati con striature arabescate e cerchietti”.

E concludere in tal modo la sua descrizione: “Con parecchi colori, fondi e rilievi non confezionarono drappi tanto ricchi né i Tartari né i Turchi, né fuor tai tele per Aragne imposte“.

Quando tre ombre insieme si partiro

Quando tre ombre insieme si partiro

I due poeti hanno lasciato al loro destino Brunetto Latini, nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno.

E dopo che hanno camminato a passo svelto sull’argine su cui Dante – mentre avanzava con Virgilio che lo precedeva e ser Brunetto che lo affiancava in basso sulla spianata sabbiosa – ha intrattenuto poco prima un bellissimo e nostalgico dialogo con il suo mentore della gioventù, giungono in un punto… “onde d’udia ‘l rimbombo del ruscello  che precipitava nel cerchio successivo, simile al ronzio che le api fanno intorno all’alveare, quando tre ombre insieme si partiro, correndo, da una schiera che passava sotto la pioggia del terribile tormento”, precisa il poeta.

Esse si avvicinano a Virgilio e Dante, e ognuna si mette a gridare: “Fermati tu che dalla veste ci sembri essere qualcuno della nostra terra prava“.

Parte iniziale del 16^ canto dell’Inferno. Dove Dante, alla vista dei tre dannati che si sono allontanati dai loro compagni di pena, non può che dire a sé stesso: “Ahimè, quali ferite recenti e rimarginate vidi nei loro corpi, impresse dalle fiamme! Tuttora me ne dolgo soltanto che me ne ricordi”.

Il maestro non ignora costoro, anzi pone mente alle loro invocazioni; e dice al poeta di aspettare, perché ai tre si deve mostrare rispetto.

Per proseguire in tal modo a completare il suo pensiero, guardandolo fisso negli occhi: “E se non fosse il foco che saetta la natura del loco, direi che la prontezza converrebbe più a te che a loro”.

Nel dritto mezzo del campo maligno

Nel dritto mezzo del campo maligno

Il 18^ canto dellʼInferno si apre con lʼefficace descrizione di un luogo, lunga quanto basta affinché chi ne abbia interesse, mentre sta leggendo, possa sorbirsi in tutta tranquillità un buon tè freddo.

Essa riguarda il vastissimo pianoro di Malebolge, appunto il luogo in cui Virgilio e Dante vengono trasportati, è il caso di dire il mostro alato di cui presto faremo la conoscenza, che li ha prelevati sulla cornice esterna del settimo cerchio, quello suddiviso in tre gironi. Dove sono stati in piacevolissima compagnia con gli omicidi, i predoni, i suicidi, gli scialacquatori, i bestemmiatori, i sodomiti e, dulcis in fundo, gli usurai.

In sostanza, Gerione li ha depositati nellʼottavo cerchio dellʼInferno, dopo essere disceso con ampi volteggi lungo la ripa discoscesa che separa nettamente il cerchio suddetto dal precedente.

NellʼInferno si trova un luogo chiamato Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, narra il poeta, “come la ripida parete rocciosa che lo circonda. Nel centro esatto del piano di Malebolge si apre il vuoto di un pozzo molto ampio e profondo, di cui suo loco dicerò lʼordigno. La corona che resta dunque tra il pozzo e la base dellʼalta parete di roccia è circolare, e ha il fondo suddiviso in dieci bolge.

Quale aspetto, dove per difesa delle mura innumerevoli fossati circondano i castelli, offre il luogo in cui si trovano, tale imagine quivi facean quelli; e come rispetto a questi luoghi fortificati si trovano ponticelli dalle loro porte fino alla sponda esterna, così dalla base della parete rocciosa si partivano ponti di pietra che tagliavano gli argini e le bolge fino al pozzo che li interrompe e contiene”.

Fine della descrizione – e penso pure del tè. Da questo verso egli riprenderà a raccontare le proprie vicissitudini, e noi non vediamo lʼora di leggerle.

Ora cen porta l’un de’ duri margini

Ora cen porta l'un de' duri margini

INFERNO

CANTO XV

Ora cen porta l’un de’ duri margini; e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, sì che dal foco salva l’acqua e li argini. Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; e quali Padoan lungo la Brenta, per difender lor ville e lor castelli, anzi che Carentana ’l caldo senta: a tale imagine eran fatti quelli, tutto che né sì alti né sì grossi, qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era, perch’io indietro rivolto mi fossi, quando incontrammo d’anime una schiera che venian lungo l’argine, e ciascuna ci riguardava come suol da sera guardare uno altro sotto nuova luna; e sì ver’noi aguzzan le ciglia come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia, fui conosciuto da un, che mi prese per lo lembo e gridò: “Qual maraviglia!”. E io, quando ’l suo braccio a me distese, ficcai li occhi per lo cotto aspetto, sì che ’l viso abbrusciato non difese la conoscenza sua al mio ’ntelletto; e chinando la mano a la sua faccia, rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”.

E quelli: “O figliuol mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latino un poco teco ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia”.

I’ dissi lui: “Quanto posso, ven preco; e se volete che con voi m’asseggia, faròl, se piace a costui che vo seco”.

O figliuol”, disse, “qual di questa greggia s’arresta punto, giace poi cent’anni sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; e poi rigiugnerò la mia masnada, che va piangendo i suoi etterni danni”.

***

Io non osava scender de la strada per andar par di lui; ma ’l capo chino tenea com’uom che reverente vada.

El cominciò: “Qual fortuna o destino anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? e chi è questi che mostra ’l cammino?”.

Là sù di sopra, in la vita serena”, rispuos’io a lui, “mi smarri’ in una valle, avanti che l’età mia fosse piena. Pur ier mattina le volsi le spalle: questi m’apparve, tornand’io in quella, e reducemi a ca per questo calle”.

Ed elli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi ne la vita bella; e s’io non fossi sì per tempo morto, veggendo il cielo a te così benigno, dato t’avrei a l’opera conforto. Ma quello ingrato popolo maligno che discese di Fiesole ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno, ti si farà, per tuo ben far, nimico; ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; gent’è avara, invidiosa e superba: dai lor costumi fa che tu ti forbi. La tua fortuna tanto onor ti serba, che l’una parte e l’altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l’erba. Faccian le bestie fiesolane strame di lor medesme, e non tocchin la pianta, s’alcuna surge ancor in lor letame in cui riviva la sementa santa di que’ Roman che vi rimaser quando fu fatto il nido di malizia tanta”.

***

Se fosse tutto pieno il mio dimando”, rispuos’io lui, “voi non sareste ancora de l’umana natura posto in bando; ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna: e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo, e serbolo a chiosar con altro testo a donna che saprà, s’a lei arrivo. Tanto vogl’io che vi sia manifesto, pur che mia coscïenza non mi garra, ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. Non è nuova a li orecchi miei tal arra: però giri Fortuna la sua rota, come le piace, e ’l villan la sua marra”.

Lo mio maestro allora in su la gota destra si volse indietro e riguardommi; poi disse: “Bene ascolta chi la nota”. Né per tanto di men parlando vommi con ser Brunetto, e dimando chi sono li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: “Saper d’alcuno è buono; de li altri fia laudabile tacerci, ché ’l tempo saria corto a tanto suono. In somma sappi che tutti fur cherci e litterati grandi e di gran fama, d’un peccato medesmo al mondo lerci. Priscian sen va con quella turba grama, e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, s’avessi avuto di tal tigna brama, colui potei che dal servo de’ servi fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, dove lasciò li mal protesi nervi. Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone più lungo esser non può, però ch’i’ veggio là surger nuovo fummo del sabbione. Gente vien con la quale esser non deggio. Sieti raccomandato il mio Tesoro, nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”.

Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde.

Poi che la carità del natio loco

Poi che la carità del natio loco

INFERNO

CANTO XIV

Poi che la carità del natio loco mi strinse, raunai le fronde sparte e rende’le a colui, ch’era già fioco. Indi venimmo al fine ove si parte lo secondo giron dal terzo, e dove si vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove, dico che arrivammo ad una landa che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda intorno, come ’l fosso tristo ad essa; quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa, non d’altra foggia fatta che colei che fu da’ piè di Caton già soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge che piangean tutte assai miseramente, e parea posta lor diversa legge. Supin giacea in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, e altra andava continuamente. Quella che giva ’ntorno era più molta, e quella men che giacea al tormento, ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, piovean di foco dilatate falde, come di neve in alpe sanza vento. Quali Alessandro in quelle parti calde d’India vide sopra ’l suo stuolo fiamme cadere infino a terra salde, per ch’ei provide a scalpitar lo suolo con le sue schiere, acciò che lo vapore mei si stingueva mentre ch’era solo: tale scendeva l’etternale ardore; onde la rena s’accendea, com’esca sotto focile, a doppiar lo dolore. Sanza riposo mai era la tresca de le misere mani, or quindi or quinci escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci tutte le cose, fuor che ’ demon duri ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, chi è quel grande che non par che curi lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, sì che la pioggia non par che ’l marturi?”.

***

E quel medesmo, che si fu accorto ch’io domandava il mio duca di lui, gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto. Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui crucciato prese la folgore aguta onde l’ultimo dì percosso fui; o s’elli stanchi li altri a muta a muta in Mongibello a la focina negra, chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, sì comʼel fece a la pugna di Flegra, e me saetti con tutta sua forza: non ne potrebbe aver vendetta allegra”.

Allora il duca mio parlò di forza tanto, chʼiʼ non lʼavea sì forte udito: “O Capaneo, in ciò che non sʼammorza la tua superbia, seʼ tu più punito; nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al tuo furor dolor compito”.

Poi si rivolse a me con miglior labbia, dicendo: “Quei fu lʼun dʼi sette regi chʼassiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; ma, comʼio dissi lui, li suoi dispetti sono al suo petto assai debiti fregi. Or mi vien dietro, e guarda che non metti, ancor, li piedi ne la rena arsiccia; ma sempre al bosco tien li piedi stretti”.

Tacendo divenimmo là ʼve spiccia fuor de la selva un picciol fiumicello, lo cui rossore ancor mi raccapriccia. Quale dal Bulicame esce ruscello che parton poi tra lor le peccatrici, tal per la rena giù sen giva quello. Lo fondo suo e ambo le pendici fattʼera ʼn pietra, e ʼ margini da lato; per chʼio mʼaccorsi che ʼl passo era lici.

Tra tutto lʼaltro chʼiʼ tʼho dimostrato, poscia che noi intrammo per la porta lo cui sogliare a nessuno è negato, cosa non fu da li tuoi occhi scorta notabile comʼè ʼl presente rio, che sovra sé tutte fiammelle ammorta”.

Queste parole fuor del duca mio; per chʼio ʼl pregai che mi largisse ʼl pasto di cui largito mʼavea il disio.

***

In mezzo mar siede un paese guasto”, dissʼelli allora, “che sʼappella Creta, sotto ʼl cui rege fu già ʼl mondo casto. Una montagna vʼè che già fu lieta dʼacqua e di fronde, che si chiamò Ida; or è diserta come cosa vieta. Rea la scelse già per cuna fida del suo figliuolo, e per celarlo meglio, quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, che tien volte le spalle inverʼ Dammiata e Roma guarda come suo speglio. La sua testa è di fin oro formata, e puro argento son le braccia e ʼl petto, poi è di rame infino a la forcata; da indi in giuso è tutto ferro eletto, salvo che ʼl destro piede è terra cotta; e sta ʼn su quel, più che ʼn su lʼaltro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che lʼoro, è rotta dʼuna fessura che lagrime goccia, le quali, accolte, fóran quella grotta. Lor corso in questa valle si diroccia; fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; per sen van giù per questa stretta doccia, infin, là dove più non si dismonta, fanno Cocito; e qual sia quello stagno tu lo vedrai, però qui non si conta”.

E io a lui: “Se ʼl presente rigagno si diriva così dal nostro mondo, perché ci appar pur a questo vivagno?”.

Ed elli a me: “Tu sai che ʼl loco è tondo; e tutto che sie venuto molto, pur a sinistra, giù calando al fondo, non seʼ ancor per tutto ʼl cerchio vòlto; per che, se cosa nʼapparisce nova, non deʼ addur maraviglia al tuo volto”.

E io ancor: “Maestro, ove si trova Flegetonta e Letè? ché de lʼun taci, e lʼaltro diʼ che si fa dʼesta piova”.

In tutte tue question certo mi piaci”, rispuose, “ma ʼl bollor de lʼacqua rossa dovea ben solver lʼuna che tu faci. Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, là dove vanno lʼanime a lavarsi quando la colpa pentuta è rimossa”. Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi dal bosco; fa che di retro a me vegne: li margini fan via, che non son arsi, e sopra loro ogne vapor si spegne”.