Ciò che narrate di mio corso scrivo

Ciò che narrate di mio corso scrivo

Brunetto Latini ha ricordato al suo vecchio allievo che proprio i Fiorentini saranno i suoi acerrimi nemici, a causa del suo buon comportamento, “ma cʼè un motivo”, gli ha detto, “perché non è conveniente a un uomo generoso come te operare in mezzo a gente così ignorante e malvagia”.

E qui gli ha menzionato quel detto che designa i concittadini creature ottuse.

“Ti ricordo che sono avidi, invidiosi e soprattutto superbi. Perciò fai del tutto per allontanarti da essi. Le due fazioni in lotta, poi, vorranno coinvolgerti per forza nelle loro questioni politiche, ma questo non succederà”, ha precisato infine.

Siamo tornati nel quindicesimo canto dellʼInferno, al centro dello stesso. Dove Brunetto Latini, il mentore di Dante nei suoi anni adolescenziali – che sta scontando la pena nel terzo girone del settimo cerchio, tra i sodomiti – si è appena espresso nei termini di cui sopra, il poeta camminando a piccoli passi sullʼargine di pietra che racchiude il ruscello di sangue e il maestro, che lo affianca dabbasso sulla sabbia rovente della spianata, sulla superficie della quale piovono larghe falde di fuoco.

E dove ser Brunetto, come lo ha chiamato Dante quando lo ha riconosciuto, conclude il suo duro discorso, iniziato poco prima, con lo stesso tono accusatorio: “I Fiorentini si trasformino pure in sterco, e non facciano danni alla discendenza, ammesso che ci sia ancora chi riesca a sollevarsi dal loro letamaio, della stirpe nobile di quei Romani che vi restarono quando fu costruita una città tanto malvagia”.

A questo punto interviene il poeta, rispondendo in tono accorato, tanta è lʼemozione che lo pervade nel vedere il suo maestro ridotto così: “Se potessi esaudire totalmente ciò che veramente desidero, voi sareste ancora in vita; perché è impressa nella mia memoria, e ora mi duole molto, la vostra figura di padre così benigna, quando nella mia vita ogni tanto mi dimostravate con il vostro esempio in che modo il ricordo presso gli uomini non svanirà mai grazie alla gloria che solo gli uomini virtuosi possono vantare; e quanto tutto questo io lo gradisca, finché vivrò dovrà essere riconoscibile dalle mie parole.

Ciò che narrate di mio corso scrivo, e lo conserverò nella mia memoria insieme a unʼaltra profezia per farmelo spiegare da Beatrice, quando sarò con lei”. Pausa. Dante sta per dire qualcosa di molto bello, soprattutto per sé stesso. Sorride al suo mentore, che lo guarda ammirato per le parole udite, e… ma se ne riparlerà.

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Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

Tacendo divenimmo là 've spiccia

Dante ha ascoltato con molta attenzione la risposta rabbiosa proveniente da un dannato dallʼaspetto forzuto, visto sdraiato e in disparte sulla spianata sabbiosa, che funge da terzo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale.

Questo dannato, udito il poeta che domandava a Virgilio chi mai fosse quel grande che si staccava dagli altri in modo tanto evidente, gli ha detto in modo arrogante che egli è la stessa persona, sia da vivo sia da morto. Per cui, sebbene anche ora Giove avesse stancato il prode Vulcano, o avesse sfiancato per la fatica tutti i Ciclopi messi insieme, invocando sempre Vulcano, come accadde nella battaglia di Flegra, per fabbricare i fulmini e li avesse scagliati su di lui con tutta la forza possibile, non avrebbe avuto che una gioia effimera.

Ci troviamo nel 14^ canto dellʼInferno, quasi nella parte centrale. Il luogo: lo abbiamo ricordato poco fa. Dove si legge di Virgilio, che si scaglia contro colui che ha risposto direttamente a Dante, e indirettamente a entrambi.

Così, con voce veemente: “O Capaneo, la punizione più grave sta nel fatto che tu non ti vuoi piegare e la tua arroganza lo dimostra; nessun altro martirio, eccetto la tua rabbia, sarebbe una giusta punizione per la tua empietà”.

Ciò detto, il maestro, con il volto sereno e con la voce improvvisamente pacata, si rivolge a Dante, che lo guarda al colmo della meraviglia, dicendogli: “Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe; e il suo disprezzo per la divinità sembra sia rimasto identico a quanto provava in vita. Tuttavia, come io gli ho detto in unʼaltra occasione, i suoi atteggiamenti sprezzanti sono la rappresentazione del castigo che si è meritato, come i fregi sono orpelli sul petto”.

A questo punto Virgilio sʼinterrompe e scruta con gli occhi vivaci lontano da sé, al di là della vasta spianata di sabbia – ricordiamo al fedele lettore che entrambi sono appena usciti dalla selva dei suicidi e degli scialacquatori, e si trovano appunto ai margini del sabbione. Fatto questo, si gira verso lʼallievo per concludere: “Ora stammi dietro, e staʼ attento a non poggiare i piedi sulla rena arroventata; ma procedi sempre vicino al bosco”.

E così entrambi riprendono il cammino, lʼuno davanti e lʼaltro a seguire. “Tacendo divenimmo là ʼve spiccia fuori dalla selva un ruscello, il cui colore rosso tuttora mʼincute paura”, chiosa il poeta. Dove andranno?

L’animo mio, per disdegnoso gusto

L'animo mio, per disdegnoso gusto

Uno dei tronchi della orrida selva dei suicidi e degli scialacquatori – secondo girone del settimo cerchio dellʼInferno – dopo che Virgilio si era scusato, per aver indotto Dante a strappare da lui un rametto, aveva risposto di essere colui che aveva tenuto un rapporto privilegiato con Federico II, tanto da influenzarlo nelle sue decisioni favorevoli e inopportune, che aveva liquidato quasi tutti i cortigiani dalla confidenza di costui.

A quel punto ci siamo chiesti chi fosse il dannato che aveva parlato con tanto trasporto, intriso di altrettanto dolore. Ora possiamo svelare lʼarcano: si tratta di Pier della Vigna, alto funzionario, ministro e rappresentante di Federico II in tante missioni diplomatiche, da lui accusato di tradimento, e suicidatosi dopo che lʼimperatore lo aveva fatto accecare – qui ci sia consentito di chiosare che il poeta sovente fa parlare i dannati, i penitenti e i beati, senza che gli stessi rivelino la loro identità, per cui le ampie perifrasi con le quali sono descritti nel tempo sono state interpretate nei modi più fantasiosi, su tutte valendo quella attinente, forse, Celestino V.

Siamo nel canto 13^ dellʼInferno, nei pressi della parte centrale. Dove Pier della Vigna continua così il suo racconto: “Lʼinvidia, peccato del genere umano e comportamento usuale delle corti, sobillò contro di me le menti di tutti i cortigiani; e coloro che furono aizzati istigarono a tal punto lʼimperatore, che le onorificenze che mi avevano reso orgoglioso diventarono motivo di lutto e di rovina. Lʼanimo mio, per disdegnoso gusto, credendo con la morte di scansare il disprezzo altrui, mʼindusse a peccare ingiuriando la mia persona da innocente qual era”.

Qui il dannato fa una breve pausa, come se volesse rifiatare – e il soliloquio è descritto in modo tale, che ci sembra quasi di vedere la scena in cui si svolge. Poi egli riprende, sempre con lo stesso tono accorato che ha contraddistinto la prima parte del monologo: “In nome delle strane radici di questo arbusto vi giuro che rimasi sempre fedele a Federico II, che meritò il buon nome che lo accompagnava nelle sue azioni. E possa qualcuno di voi fare ritorno sulla Terra, riscatti il mio onore, che è tuttora infangato dal dolore che gli procurò lʼinvidia”.

Virgilio non replica subito, ma secondo quanto racconta il poeta si atteggia come il tale che medita – e noi lo immaginiamo con la fronte corrugata. Poi si scuote, e si rivolge a Dante con voce ferma, intimandogli: “Dal momento che si è zittito, non perdere questa occasione; ma parla tu, e chiedigli quello che vuoi, se ancora ti va”.

E Dante, di rimando: “Fallo tu per me, se credi che mi possa dare appagamento; io non ce la faccio, tanta è la pietà che mi angoscia”.