Sotto ‘l governo d’un sol galeoto

Sotto 'l governo d'un solo galeoto

I due poeti si sono incamminati, Virgilio davanti e Dante a seguire, andando in tondo per un lungo tratto della palude Stige, nel quinto cerchio dell’Inferno. A un tratto, si profila davanti ad essi la cima di una torre di guardia abbastanza elevata. 

Io dico, proseguendo”, narra Dante, “che assai prima che noi giungessimo alla base dell’alta torre, i nostri occhi si diressero alla sommità a causa di due fiammette che vedemmo collocare lì, e un’altra rispondere al segnale da tanto lontano, che a stento la vista lo poteva percepire ”. Esordio dell’8^ canto dell’Inferno.

Allora Dante si gira si scatto e, lanciando un’occhiata dubbiosa a Virgilio, gli chiede: “Che cosa significa questo? e che cosa replica quell’altro segnale luminoso? e chi sono quelli che lo hanno fatto?”. E il maestro, indicando a dito l’acqua stagnante: “Su per le sporche acque puoi già vedere quello che si aspetta, se la caligine che esala dalla palude non te lo nasconde”.

A questo punto, una mirabile similitudine ci restituisce plasticamente l’idea della rapidità con la quale un natante ‘esce’ letteralmente dal muro di nebbia, che si frappone tra le acque fangose e i due spettatori. Dante, infatti, ci dice che la corda di un arco non lanciò mai lontano da sé una freccia che si muovesse così rapida attraverso l’aria, come lui vede una barca avvicinarsi a loro in quel momento nell’acqua, sotto ‘l governo d’un sol galeoto, che si mette a gridare: “Or se’ giunta, anima fella!“.

E Virgilio, degnandolo con uno sguardo di rimprovero: “Flegias, Flegias, tu gridi inutilmente per questa volta; più non ci avrai che sol passando il loto“.

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Non è sanza cagion l’andare al cupo

Non è sanza cagion l'andare al cupo

Ed ecco Pluto, il gran nemico, il quarto guardiano dei cerchi infernali, dopo Caronte, Cerbero e il Minotauro. Dai vaghi tratti umanoidi, volto lupesco e ali di pipistrello, questi si erge in tutta la sua possanza fisica sul margine del dirupo che sovrasta il quarto cerchio, quello degli avari e prodighi – che segue quello dei golosi. Dove ci siamo dilettati della figura del fiorentino Ciacco.

Il demone, facendo ruotare gli occhi e gettando la testa all’indietro, si avvede della presenza dei due estranei, che d’improvviso gli sono comparsi dinanzi, e prorompe verso di loro con la sua voce rauca: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”.

È così che si apre il 7^ canto dell’Inferno. Con tale frase, che forse significa “Lucifero, pensaci tu!” o forse no, chi lo sa; vero è che rappresenta uno dei molteplici enigmi danteschi, che ha fatto impazzire frotte di commentatori della Commedia, e che a distanza di secoli attendono ancora di essere risolti.

Udendo ciò, Virgilio non muove nemmeno un muscolo della faccia. E dopo aver consolato il suo allievo con queste incoraggianti parole: “Non ti ostacoli la tua paura; perché, nonostante il suo potere , non ci impedirà di scendere questo balzo”, replica acidamente a Pluto in tal modo: “Sta’ zitto, animale maledetto! roditi internamente con la tua ira. Non è sanza cagion l’andare al cupo: vuolsi ne l’alto, là dove Michele fé la vendetta del superbo strupo ”.

A questo punto immaginiamo Pluto che si accascia, “come le vele gonfiate dal vento si afflosciano avviluppate, quando si spezza l’albero”, puntualizza con molta efficacia Dante, sferzato dall’autorevolezza di quella risposta, e immaginiamo pure i due poeti, uno dietro e l’altro a seguire, dare inizio alla discesa, percorrendo una buona parte del pendio della cavità infernale. E la nostra immaginazione non potrà non vedere sullo sfondo una spianata sassosa, dalla quale spuntano qua e là arbusti rinsecchiti.

“Ahi giustizia di Dio! quale altro luogo ammassa tante e impensabili pene e afflizioni quante ne vidi io?”, dice il poeta dentro di sé. Ma che cosa ha visto – non dimentichiamo che egli sta raccontando, quindi è un’esperienza vissuta – che noi ancora non discerniamo neppure alla lontana? Ce lo dirà lui stesso. Prossimamente.

Pur a noi converrà vincer la punga

Pur a noi converrà vincer la punga

Immaginiamo i due poeti immobili davanti alla porta della città di Dite, giunti lì grazie al prezioso passaggio avuto da Flegias con la propria imbarcazione. Si trovano lì dopo che il maestro si è visto negare l’accesso in città da parte dei diavoli.

Virgilio sta fissando un punto preciso dello Stige, come se fosse in attesa di qualcuno – anche se immaginiamo  il suo disagio, vista l’aria buia intrisa di una densa caligine, che si stende come un sudario sulla superficie delle acque melmose. Dante, invece, è pallido in volto scrutando di sottecchi il maestro.

Perché? Beh, ha dapprima assistito alla scena in cui Virgilio si è visto chiudere la porta in faccia da quei satanassi; e sfido ciascuno di voi a trovarsi al suo posto! Ha visto, poi, Virgilio tornare indietro, dopo aver conferito con i diavoli, con gli occhi a la terra e le ciglia rase d’ogne baldanza, borbottando tra sé: “Chi mi ha impedito di entrare nelle dolenti case!“. 

Tuttavia, dopo che il maestro gli ha ricordato che quella prepotenza “non è sconosciuta, perché già se ne servirono alla porta dell’Inferno”, e che non trascorrerà molto tempo che farà la sua apparizione “un certo essere che da lui ci sarà aperta la città di Dite”, Dante così si consola e conforta noi in tal modo: “Quel colore pallido che la paura fece affiorare sul mio volto vedendo Virgilio tornare indietro, respinse più in fretta dentro di lui il colore del suo”.

Con questa considerazione, il poeta, mentre ci troviamo ancora nel quinto cerchio infernale, in attesa di entrare nel sesto, nonché all’inizio del 9^ canto dell’Inferno, sente dire a Virgilio, che continua a fissare la palude: “Pur a noi converrà vincer la punga, a meno che… Un certo essere ci promise il suo soccorso. Oh non vedo l’ora che altri arrivi qui!”.

Al che Dante chiosa: “Vidi in maniera chiara come egli modificò il principio del discorso con il rimanente che poi aggiunse, che le parole non furono corrispondenti alle precedenti; ma nondimeno paura il suo dir dienne, perché io sforzavo la frase lasciata incompiuta forse a un significato peggiore di quello che non ebbe nella realtà”.

Al tornar de la mente, che si chiuse

Al tornar de la mente, che si chiuse

INFERNO

CANTO VI

Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d’i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati. Io sono al terzo cerchio, della piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve. Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e ’l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani: de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo. E ’l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, e si racqueta poi che ’l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ’ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. Noi passavam su per l’ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sopra lor vanità che par persona. Elle giacean per terra tutte quante, fuor d’una ch’a seder si levò, ratto ch’ella ci vide passarsi davante.

***

O tu che se’ per questo inferno tratto”, mi disse, “riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

E io a lui: “L’angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente loco se’ messo, e hai sì fatta pena, che s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.

Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa”. E più non fé parola.

Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione per che l’ha tanta discordia assalita”.

Ed elli a me: “Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia. Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”.

***

Qui puose fine al lagrimabil suono; e io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni e che di più parlar mi facci dono. Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; ché gran disio mi stringe di savere se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere; diverse colpe giù li grava al fondo: se tanto scendi, là i potrai vedere. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: più non ti dico e più non ti rispondo”.

Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco e poi chinò la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ’l duca disse a me: “Più non si desta di qua dal suon de l’angelica tromba, quando verrà la nimica podesta: ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch’in etterno rimbomba”.

Sì trapassammo per sozza mistura de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura; per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti crescerann’ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti?”.

Ed elli a me: “Ritorna a tua scienza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza. Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta”.

Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch’i’ non ridico; venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico.