Sotto ‘l governo d’un sol galeoto

Sotto 'l governo d'un solo galeoto

8^ canto dell’Inferno. Inizio.

Io dico, proseguendo, che molto prima che noi fossimo alla base dell’alta torre, i nostri occhi si diressero alla sommità per due fiamme, piccole e sottili che vedemmo collocare lì, e un’altra rispondere al segnale da lontano, tanto che a stento lo potevano percepire gli occhi.

E io mi rivolsi al principio di tutto il sapere; dissi: “Che cosa significa questo? e che cosa replica quell’altro segnale luminoso? e chi sono quelli che lo hanno fatto?”.

Ed egli a me: “Già puoi vedere su per le sporche acque quello che si attende, se non te lo nasconde la caligine che esala dalla palude”.

La corda di un arco non lanciò mai lontano da sé una freccia che si muovesse così rapida attraverso l ‘aria, come io vidi un’imbarcazione piccola e leggera avvicinarsi a noi nell’acqua in quel momento, sotto la direzione di un unico nocchiero, che gridava: “Adesso sei arrivata, anima malvagia!”.

“Flegias, Flegias, tu gridi inutilmente”, disse il mio signore, “per questa volta: ci avrai con te solo di quanto occorra ad attraversare la fangosa palude”.  

Da leggere: Segando se ne va l’antica prora del 16.06.2017

Non è sanza cagion l’andare al cupo

Non è sanza cagion l'andare al cupo

7^ canto dell’Inferno. Inizio.

Pape Satàn, pape Satàn aleppe!“, cominciò Pluto con la voce rauca; e quel nobile saggio, che  sapeva ogni cosa, disse per rincuorarmi: “Non ti ostacoli la tua paura; perché, per quanta potenza egli abbia, non ci impedirà di scendere questo balzo”.

Poi si volse a quella faccia gonfia per l’ira, e disse: “Sta’ zitto, animale maledetto! roditi internamente con la tua rabbia. Non è senza ragione il camminare nella profondità infernale: si vuole nel Paradiso, là dove l’arcangelo Michele rese giustizia alla violenza degli angeli contro Dio”.

Come le vele gonfiate dal vento si afflosciano volte intorno, dopo che si spezza l’albero maestro, così si afflosciò a terra la bestia feroce. Così scendemmo nel quarto cerchio, percorrendo una buona parte del pendio della dolorosa cavità che contiene tutto il male dell’universo. Ahi giustizia di Dio! quale altro luogo ammassa tante e impensabili pene e afflizioni quante ne vidi io? e perché la colpa degli uomini ci strazia così!

Da leggere: Voltando pesi per forza di peso del 10.06.2017 

Pur a noi converrà vincer la punga

Pur a noi converrà vincer la punga

9^ canto dell’Inferno. Inizio.

Quel pallore che la paura fece affiorare sul mio volto vedendo la mia guida  tornare indietro, respinse più in fretta dentro di lui il colore del suo. Si arrestò attento come chi ascolta; perché gli occhi non lo potevano spingere lontano nell’aria buia e nella densa caligine.

“Tuttavia ci occorrerà vincere il contrasto”, egli cominciò, “a meno che… Un certo essere ci promise il suo soccorso. Oh non vedo l’ora che altri arrivi qui!”.

Vidi precisamente come egli modificò il principiare con il restante che aggiunse poi, che le parole non furono corrispondenti alle precedenti; ma ciononostante le sue parole mi diedero uno stato di preoccupazione, perché io sforzavo la frase lasciata incompiuta  forse a un significato peggiore di quello che in realtà non avesse.

“In questa parte della valle infernale discende mai qualcuno dal primo cerchio, che ha come tormento solo la speranza senza fondamento?”.

Da leggere: Di poco era di me la carne nuda del 02.06.2017

Al tornar de la mente, che si chiuse

Al tornar de la mente, che si chiuse

6^ canto dell’Inferno.

Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d’i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati. Io sono al terzo cerchio, della piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve. Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e ‘l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani: de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo. E ‘l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, e si racqueta poi che ‘l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. 

Noi passavam su per l’ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sopra lor vanità che par persona. Elle giacean per terra tutte quante, fuor d’una ch’a seder si levò, ratto ch’ella ci vide passarsi davante.

***

O tu che se’ per questo inferno tratto”, mi disse, “riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

E io a lui: “L’angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. Ma dimmi chi tu se’ che ‘ sì dolente loco se’ messo, e hai sì fatta pena, che s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.

Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa”. E più non fé parola.

Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione per che l’ha tanta discordia assalita”.

E quelli a me: “Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia. Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”.

***

Qui puose fine al lagrimabil suono; e io a lui: “Ancor vo’ che mi ‘nsegni e che di più parlar mi facci dono. Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni, dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; ché gran disio mi stringe di savere se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca”.

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere; diverse colpe giù li grava al fondo: se tanto scendi, là i potrai vedere. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: più non ti dico e più non ti rispondo”.

Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco e poi chinò la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ’l duca disse a me: “Più non si desta di qua dal suon de l’angelica tromba, quando verrà la nimica podesta: ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch’in etterno rimbomba”.

Sì trapassammo per sozza mistura de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura; per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti crescerann’ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti?”.

Ed elli a me: “Ritorna a tua scienza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza. Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta”.

Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch’i’ non ridico; venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico.