Assai la voce lor chiaro l’abbaia

7^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

Così si volgevano indietro per il cerchio tenebroso da una parte e dall’altra fino al limite opposto, gridandosi ancora il loro offensivo ritornello; poi ciascuno tornava indietro, quando era arrivato, dal suo emiciclo fino al primo scontro. E io, che avevo il cuore quasi trafitto, dissi: “Maestro mio, ora chiariscimi quali dannati sono questi, e se furono tutti ecclesiastici questi tonsurati alla nostra sinistra”.

Ed egli a me: “Tutti quanti ebbero la vista dell’intelletto così distorta nella vita terrena, che non fecero in terra nessuna spesa con misura. La loro voce lo grida apertamente quanto basta, ogni volta che giungono ai due capi del cerchio in cui li separa la colpa contraria. Questi, che non hanno rivestimento di capelli in testa, furono ecclesiastici, in cui non l’avidità esercita il suo eccesso”.

E io: “Maestro, io dovrei riconoscere sicuramente alcuni tra questi tali peccatori che furono macchiati da questi peccati”.

@ ASSAI LA VOCE LOR CHIARO L’ABBAIA

Voltando pesi per forza di poppa

7^ canto dell’Inferno.

Seconda parte.

Ahi giustizia di Dio! quale altro luogo ammassa tante e impensabili pene e afflizioni quante ne vidi io? e perché la colpa degli uomini ci strazia così? Come fanno le onde del mare là presso Cariddi, che si infrangono contro quelle in cui si scontrano, così qui è destino che i dannati ballino. Qui vidi dannati numerosi più che negli altri cerchi, e da una direzione e dall’altra, con grandi voci di dolore, facevano rotolare macigni con il violento sforzo del petto. Cozzavano gli uni contro gli altri sul limite divisorio tra i due emicicli del cerchio; e dopo in quel punto stesso ciascuno si volgeva indietro, facendo rotolare i macigni in senso inverso, gridando: “Perché sei parsimonioso nello spendere?” e “Perché dilapidi?”.

@ VOLTANDO PESI PER FORZA DI POPPA

Non è sanza cagion l’andare al cupo

7^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

“Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”, cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel nobile saggio, che sapeva ogni cosa, disse per rincuorarmi: “Non ti ostacoli la tua paura; perché, per quanta potenza egli abbia, non ci impedirà di scendere questa ripa”. 

Poi si volse a quella faccia gonfia per l’ira, e disse: “Taci, maledetto lupo! roditi internamente con la tua rabbia. Non è senza ragione il camminare nella profondità infernale: si vuole nel Paradiso, là dove l’arcangelo Michele rese giustizia alla violenza degli angeli contro Dio”.

Quali le vele gonfiate dal vento si afflosciano volte intorno, dopo che si spezza l’albero maestro, tale si afflosciò a terra la fiera crudele. Così scendemmo nella balza incavata che forma il quarto cerchio, percorrendo una buona parte del pendio della dolorosa cavità che contiene totalmente il male dell’universo.

@ NON È SANZA CAGION L’ANDARE AL CUPO

Al tornar de la mente, che si chiuse

6^ canto dell’Inferno.

(Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.)

Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d’i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati. Io sono al terzo cerchio, della piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve. Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e ‘l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani: de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo. E ‘l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, e si racqueta poi che ‘l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. 

Noi passavam su per l’ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sopra lor vanità che par persona. Elle giacean per terra tutte quante, fuor d’una ch’a seder si levò, ratto ch’ella ci vide passarsi davante.

O tu che se’ per questo inferno tratto”, mi disse, “riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

E io a lui: “L’angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. Ma dimmi chi tu se’ che ‘ sì dolente loco se’ messo, e hai sì fatta pena, che s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.

Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa”. E più non fé parola.

Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione per che l’ha tanta discordia assalita”.

E quelli a me: “Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia. Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”.

Qui puose fine al lagrimabil suono; e io a lui: “Ancor vo’ che mi ‘nsegni e che di più parlar mi facci dono. Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni, dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; ché gran disio mi stringe di savere se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca”.

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere; diverse colpe giù li grava al fondo: se tanto scendi, là i potrai vedere. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: più non ti dico e più non ti rispondo”.

Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco e poi chinò la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: “Più non si desta di qua dal suon de l’angelica tromba, quando verrà la nimica podesta: ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch’in etterno rimbomba”.

Sì trapassammo per sozza mistura de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura; per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti crescerann’ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti?”.

Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza. Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta”.

Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch’i’ non ridico; venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

@ AL TORNAR DE LA MENTE, CHE SI CHIUSE