Non aspettar mio dir più né mio cenno

27^ canto del Purgatorio.

Le ultime parole di Virgilio.

Sul limitare del Paradiso terrestre. Il poeta sente dire da Virgilio: «Hai visto le pene transitorie e le eterne, figlio; e sei giunto in un lungo in cui io con le mie sole forze non posso distinguere più avanti. Ti ho condotto qui con l’inventiva e con gli accorgimenti; d’ora innanzi assumi il tuo piacere come guida; sei fuori delle ripide vie, sei fuori delle vie strette.

«Vedi il sole che ti risplende sulla faccia; vedi le erbe tenere e fresche, i fiori e gli alberelli che il terreno genera qui solo spontaneamente. Finché verrà lieta Beatrice che, piangente, mi ingiunse di venire a te, puoi sederti e puoi passeggiare tra essi. Non attendere più le mie parole né i miei consigli; il tuo arbitrio è libero, retto e integro, e sarebbe una colpa non fare a suo piacere; per cui io t’incorono re e pontefice di te stesso».

Secondo il Sapegno, “…nelle parole di Virgilio (e sono le ultime che lo scrittore gli fa pronunciare), la nota malinconica e patetica del congedo è appena accennata, con virile pudicizia. L’accento batte sull’importanza dello sforzo compiuto e sulla grandezza dell’acquisto che ne consegue: il raggiungimento della felicità, invano bramata dagli uomini in terra, la conquista della libertà morale, la promessa di una più alta rivelazione”.

Dunque nel detto di Virgilio si rivela pienamente il suo ultimo momento. Nel punto in cui è giunto Dante, egli non può fare più nulla. La sua funzione, entrata in gioco nel 1^ canto dell’Inferno dopo l’apparizione al poeta delle tre fiere, è terminata. “Il maestro incorona il discepolo come signore di se stesso, affrancato dalla sua custodia, ma non può seguirlo oltre quella franchigia”, scrive al riguardo la Chiavacci Leonardi, per proseguire così: “Il profondo e doloroso tema virgiliano che dominò nei canti di Stazio…torna con tutta la sua forza in questa chiusa, dove la ridente bellezza appena intravista del giardino (l’erbette, i fiori e li arbuscelli) non vale a far dimenticare a Dante – cioè al suo verso – l’angoscia di quel disio sanza speme, di quella vista non appagata; egli è arrivato là, dice infatti Virgilio, dov’io per me più oltre non discerno”.

@ NON ASPETTAR MIO DIR PIÙ NÉ MIO CENNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno

27^ canto del Purgatorio.

La sosta nella notte. E il poeta sogna.

Nella settima cornice del Purgatorio. Dante narra: “La via andava su diretta attraverso la parete rocciosa in una direzione tale che io interrompevo davanti a me i raggi del sole che era già prossimo al tramonto. E facemmo esperienza di pochi gradini, quando sia io sia i miei saggi percepimmo tramontare il sole alle nostre spalle, per il fatto che l’ombra sparì. E prima che l’orizzonte fosse diventato di un solo colore in tutte le sue zone sconfinate, e la notte avesse tutte le parti a essa assegnate, ciascuno di noi si coricò su un gradino; perché la legge naturale del monte ci fiaccò la forza fisica e il piacere del salire ancora.

“Quali le capre, che sono state rapaci e petulanti sopra le sommità dei monti prima che siano sazie, stanno ruminando mansuete e silenziose all’ombra, fino a quando il sole è ardente, tenute sotto la guardia del pastore, che si è appoggiato sul bastone e concede loro un poco di riposo; e quale il mandriano che soggiorna lontano dalla sua casa, trascorre la notte paziente presso il suo gregge, vigilando affinché una fiera non lo disperda; tali eravamo tutti e tre in quel momento, io come una capra, ed essi come i pastori, protetti da una parte e dall’altra dalle alte pareti di roccia.

“Lì poteva apparire poco del cielo; ma, per quel poco, io vedevo le stelle sia più luminose sia più grandi del loro solito. Così meditando e così guardandole, mi vinse il sonno; il sonno che spesso, prima che avvenga l’evento, ha conoscenza dei fatti. Nell’ora, credo, in cui dall’oriente dapprima risplendette sul monte il pianeta Venere, che appare continuamente brillante del fuoco d’amore, avevo l’impressione di vedere in sogno una donna giovane e bella che andava raccogliendo fiori in una vasta pianura; e accompagnandosi col canto diceva: «Chiunque domandi il mio nome sappia che sono veramente Lia, e vado muovendo intorno le belle mani per confezionarmi una corona intessuta di fiori. Per compiacermi davanti allo specchio, qui mi faccio bella; ma mia sorella Rachele non si distoglie mai dalla sua contemplazione mentale, e siede sempre. Ella è desiderosa di contemplare i suoi begli occhi come io nel farmi bella con le mani; lei soddisfa la vita contemplativa, e io l’attiva»”.

© PER PIACERMI A LO SPECCHIO, QUI M’ADDORNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Pon giù omai, pon giù ogne temenza

27^ canto del Purgatorio.

L’angelo della castità e la paura di Dante.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Come quando fa scendere i primi raggi là dove versò il sangue il suo Creatore, trovandosi l’Ebro sotto la costellazione della Bilancia alta nel cielo, e le acque del Gange sono infuocate dall’ora nona, così stava il sole; per cui il giorno volgeva al termine, quando l’angelo di Dio ci apparve lieto. Stava sul ciglio della cornice fuori della cortina di fuoco, e cantava ‘Beati i puri di cuore!’ con voce assai intensa più che l’umana.

“Dopo ci disse quando noi gli fummo vicino: «Non si procede oltre, anime sante, se prima la fiamma non reca molestia: entrate in essa, e porgete orecchio al canto che risuona dall’altra parte»; per cui io, divenni tale, quando lo intesi, qual è colui che è calato nella fossa. Mi tesi in avanti con le mani congiunte, contemplando il fuoco e immaginando tanto corpi umani già visti bruciati.

“Le valenti guide si rivolsero verso di me; e Virgilio mi disse: «Figliolo mio, qui vi può essere il tormento, ma non la dannazione. Ricordati, ricordati! E se io ti guidai incolume sulle spalle di Gerione, che cosa farò ora che sono più vicino a Dio? Reputa certamente che se stessi all’interno di questa cortina di fuoco ben mille anni, non ti potrebbe privare di un solo capello.

“«E se tu forse pensi che io ti tragga in inganno, avvicinati a lei, e fatti assicurare con le tue mani dall’orlo della tua veste. Deponi finalmente, deponi ogni paura; volgiti in qua e vieni: entra certo e tranquillo!». E io ancora immobile e contro la mia coscienza. Quando mi vide stare ancora immobile e ostinato, un poco crucciato disse: «Ora vedi, figlio: tra Beatrice e te c’è solo questo ostacolo».

“Come Piramo al nome di Tisbe aprì gli occhi al momento della morte, e la guardò, allorché i frutti bianchi del gelso diventarono rossi; così, la mia ostinazione diventata cedevole, mi volsi al saggio mentore, sentendo ricordare il nome che mi sorge continuamente nella memoria. Ed egli tentennò il capo e disse: «Come! Vogliamo starcene da questa parte?»; dopo sorrise come si fa col fanciullo che si lascia persuadere dalla promessa di un frutto”.

@ PON GIÙ OMAI, PON GIÙ OGNE TEMENZA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

26^ canto del Purgatorio.

(Canto XXVI, dove tratta di quello medesimo girone e del purgamento de’ predetti peccati e vizi lussuriosi; dove nomina messer Guido Guinizzelli da Bologna e molti altri.)

Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,

ce n’andavamo, e spesso il buon maestro

diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;

feriami il sole in su l’omero destro,

che già, raggiando, tutto l’occidente

mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l’ombra più rovente

parer la fiamma; e pur a tanto indizio

vidi molt’ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio

loro a parlar di me; e cominciarsi

a dir: «Colui non par corpo fittizio»;

poi verso me, quanto potëan farsi,

certi si fero, sempre con riguardo

di non uscir dove non fosser arsi.

«O tu che vai, non per esser più tardo,

ma forse reverente, a li altri dopo,

rispondi a me che ‘n sete e ‘n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo;

ché tutti questi n’hanno maggior sete

che d’acqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com’è che fai di te parete

al sol, pur come tu non fossi ancora

di morte intrato dentro da la rete».

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora

già manifesto, s’io non fossi atteso

ad altra novità ch’apparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso

venne gente col viso incontro a questa,

la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio d’ogne parte farsi presta

ciascun’ombra e basciarsi una con una

sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna

s’ammusa l’una con l’altra formica,

forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l’accoglienza amica,

prima che ‘l primo passo lì trascorra,

sopragridar ciascuna s’affatica:

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;

e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,

perché ‘l torello a sua lussuria corra».

Poi, come grue ch’a le montagne Rife

volasser parte, e parte inver’ l’arene,

queste del gel, quelle del sole schife,

l’una gente sen va, l’altra sen vene;

e tornan, lagrimando, a’ primi canti

e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,

essi medesmi che m’avean pregato,

attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato,

incominciai: «O anime sicure

d’aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature

le membra mie di là, ma son qui meco

col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco;

donna è di sopra che m’acquista grazia,

per che ‘l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia

tosto divegna, sì che ‘l ciel v’alberghi

ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,

chi siete voi, e chi è quella turba

che se ne va di retro a’ vostri terghi».

Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

quando rozzo e salvatico s’inurba,

che ciascun’ombra fece in sua paruta;

ma poi che furon di stupore scarche,

lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

«Beato te, che de le nostre marche»,

ricominciò colei che prima m’inchiese,

«per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese

di ciò per che già Cesar, trïunfando,

“Regina” contra sé chiamar s’intese:

però si parton “Soddoma” gridando,

rimproverando a sé com’hai udito,

e aiutan l’arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perché non servammo umana legge,

seguendo come bestie l’appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

che s’imbestiò ne le ‘mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo’ saper chi semo,

tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli, e già mi purgo

per ben dolermi prima ch’a lo stremo».

Quali ne la tristizia di Licurgo

si fer due figli a riveder la madre,

tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar sé stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

rime d’amor usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fïata rimirando lui,

né, per lo foco, in là m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m’offersi pronto al suo servigio

con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,

per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,

che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che è cagion per che dimostri

nel dire nel guardar d’avermi caro».

E io a lui: «Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l’uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri».

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno

col dito», e additò un spirto innanzi,

«fu miglior fabbro del parlar moderno.

Versi d’amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti

che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti,

e così ferman sua oppinïone

prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che l’ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,

che licito ti sia l’andare al chiostro

nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

dove poter peccar non è più nostro».

Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch’al suo nome il mio disire

apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire:

«Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

Poi s’ascose nel foco che li affina.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan

26^ canto del Purgatorio.

Arnaldo Daniello.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Arnaldo Daniello: «Tanto mi è gradita la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondere a voi. Io sono Arnaldo, che espio i miei peccati e vado cantando; pensoso vedo la passata follia, e vedo gioioso il gaudio che spero, davanti a me. Ora vi prego, in nome di quella grazia divina che vi guida alla sommità della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore!».

Arnaldo Daniello (Arnaut Daniel), posto da Dante in questa cornice tra i lussuriosi, fu un poeta e trovatore provenzale. Nacque verso il 1150 in Dordogna e fu attivo nella sua produzione artistica nel trentennio che va dal 1180 al 1210, quando presumibilmente morì. Legato da una profonda amicizia con un altro importante trovatore dell’epoca, Bertram dal Bornio (Bertran de Born), anch’egli assurto alla gloria eterna nel 28^ canto dell’Inferno, forse fu il più grande maestro del “trobar clus”, una tipologia di ardua e complessa poetica, basata su una tecnica abilmente elaborata per non dire oscura, che contraddistinse anche altri trovatori.

Di lui si sono rintracciate 18 tra canzoni e poesie. Menzionato, oltre che nel 26^ canto del Purgatorio, anche nel De Vulgari Eloquentia, nonché prendendolo a modello nelle Rime petrose, il poeta ne imita la sestina lirica di Lo ferm voler qu’el cor m’intra. A tal proposito, la Chiavacci Leonardi chiosa: “Quella tappa della sua storia poetica, così importante per il linguaggio della Commedia, è qui riconosciuta altamente da Dante, non meno dell’altra rappresentata dalle dolci rime del Guinizzelli.

“Il suo stretto rapporto e il suo debito verso il provenzale sono stabiliti esplicitamente da questo passo del Purgatorio, non solo perché in esso Arnaut è fatto maggiore (miglior fabbro del parlar materno, ndr), dal punto di vista tecnico, di tutti i poeti volgari, ma anche per l’eccezionale omaggio resogli della lunga parlata nella sua lingua, nella quale, come vedremo, Dante fa trasparire la sua stessa voce”.

A questo punto, non ci resta che riportarla, questa “lunga parlata nella sua lingua”, parafrasata in apertura nel linguaggio odierno:

«Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

@ IEU SUI ARNAUT, QUE PLOR E VAU CANTAN

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Son Guido Guinizzelli, e già mi purgo

26^ canto del Purgatorio.

Guido Guinizzelli.

Nella settima cornice del Purgatorio. Guido Guinizzelli a Dante: «Dunque conosci le nostre azioni e di che cosa fummo colpevoli: se per caso vuoi sapere chi siamo quanto al nome, non c’è tempo per parlarne, e non saprei. Tuttavia diminuirò il tuo desiderio riguardo a me: sono Guido Guinizzelli, e già mi ritrovo qui per essermi pentito appieno prima che alla fine della vita».

Guido Guinizzelli, collocato dal poeta in questa cornice tra i lussuriosi, nacque a Bologna nella prima metà del XIII^ secolo e morì a Monselice, nel Padovano, verso la fine del 1276. Fu un tipico rappresentante della cultura cittadina del suo tempo, sia in qualità di giudice sia da un punto di vista artistico. Esponente di spicco delle controversie politiche bolognesi come ghibellino sodale dei Lambertazzi, fu costretto all’esilio a Monselice, quando nel 1274 prevalsero i guelfi Geremei,

Fu indicato da Dante quale il più famoso rimatore in volgare prima del Cavalcanti (si veda il riferimento a entrambi nel 11^ canto, vv. 97.98) e il suo Canzoniere, alquanto scarno per ciò che riguarda il numero delle poesie (15 sonetti e 5 canzoni), fu comunque quello che inaugurò il nuovo corso della lirica amorosa nel nostro Paese, dando il via a tematiche e modalità compositive di quella corrente letteraria nota col nome di Dolce stil novo.

In questo canto il poeta gliene dà sicura testimonianza, “chiamandolo padre del gruppo di poeti che con lui usarono le nuove rime d’amore. E ne resta documento il sonetto-rimprovero di Bonagiunta, che riconosce polemicamente in lui il creatore di un nuovo modo di far poesia: «Voi ch’avete mutato la manera/de li piacenti detti de l’amore»”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

La poetica del primo Guinizzelli trovò l’apice con la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, il componimento che inaugurò lo stil novo, sia per la forma sia per il contenuto, a cui si devono affiancare altri sonetti, come Gentil donzella, di pregio nomata, atti a fissare i temi precipui della nuova poesia. E il valore che il Guinizzelli ebbe per Dante come colui che diede inizio alle nove rime, si rivela proprio nel 26^ del Purgatorio.

@ SON GUIDO GUINIZZELLI, E GIÀ MI PURGO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Lì veggio d’ogne parte farsi presta

26^ canto del Purgatorio.

Le due schiere di lussuriosi e gli esempi di lussuria punita.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Frattanto che ce ne andavamo così lungo il margine, uno davanti all’altro, e spesso il buon maestro mi diceva: «Sta’ attento: ti sia utile che io ti faccia accorto»; il sole mi colpiva a destra, che già, risplendendo, cambiava in bianco il colore celeste del cielo di tutto l’occidente; e io con la mia ombra facevo apparire più rosseggiante la cortina di fuoco; e soltanto a un così piccolo indizio, andando, vidi molte ombre riflettere.

“Questa fu la causa che gli fornì l’occasione di parlare di me; e iniziarono a dirsi: «Quello non sembra un corpo apparente»; poi alcuni si fecero avanti verso di me, quanto gli era possibile farsi avanti, nondimeno con la cura di non uscire nel punto in cui non fossero arsi.

“«O tu che segui gli altri, non per il fatto che tu sia più pigro, ma forse con un atteggiamento di riverenza, rispondi a me che brucio nella sete e nel fuoco. Né la tua replica è necessaria solo a me; perché tutti questi ne hanno una sete più intensa che gli Indiani o gli Etiopi di acqua fredda. Dicci com’è che rendi la tua persona un ostacolo ai raggi del sole, proprio come se tu non fossi ancora entrato dentro alla rete della morte».

“Così mi parlava uno di essi; e io mi sarei già palesato, se non avessi volto l’attenzione a un’altra novità che si mostrò in quel momento; perché al centro della strada occupata dalla fiamma si avvicinarono spiriti in direzione opposta a quella dei primi, i quali mi resero attento nel guardarli fissamente. Nel momento dell’incontro vedo dappertutto ogni ombra affrettarsi e baciarsi l’una con l’altra senza fermarsi, soddisfatte delle festose accoglienze di breve durata; così nella loro fila scura le formiche si toccano l’un l’altra col muso, forse per chiedere notizie sul loro viaggio e sulla loro sorte.

“Appena interrompono il bacio di amicizia, prima che nel punto d’incontro abbiano compiuto il primo passo per allontanarsi, ciascuna si sforza di gridare quanto più forte si può: le ombre appena giunte: «Sodoma e Gomorra»; e le prime: «Pasife s’introduce nella vacca di legno, affinché il giovane toro corra verso la lussuria di lei». Poi, come le gru che si separassero alcune volando verso i monti Rifei, e altre verso i deserti sabbiosi della Libia, queste ritrose al freddo, quelle al caldo, così una delle schiere se ne va, l’altra viene verso di noi; e, piangendo, tornano all’inno precedente e a gridare gli esempi di castità che più gli sono confacenti; e si accostano a me, come prima, quelli stessi che mi avevano pregato, attenti ad ascoltare per quanto traspariva dai loro volti”.

@ LÌ VEGGIO D’OGNE PARTE FARSI PRESTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

25^ canto del Purgatorio.

(Canto XXV, lo quale tratta de l’essenzia del settimo girone, dove si punisce la colpa e peccato contro a natura ed ermafrodito sotto il vizio de la lussuria; e prima tratta alquanto del precedente purgamento de’ ghiotti, dove Stazio poeta fae una distinzione sopra la natura umana.)

Ora era onde ‘l salir non volea storpio;

ché ‘l sole avëa il cerchio di merigge

lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

per che, come fa l’uom che non s’affigge

ma vassi a la via sua, che che li appaia,

se di bisogno stimolo il trafigge,

così intrammo noi per la callaia,

uno innanzi altro prendendo la scala

che per artezza i salitor dispaia.

E quale il cicognin che leva l’ala

per voglia di volare, e non s’attenta

d’abbandonar lo nido, e giù la cala;

tal era io con voglia accesa e spenta

di dimandar, venendo infino a l’atto

che fa colui ch’a dicer s’argomenta.

Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,

lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca

l’arco del dir, che ‘nfino al ferro hai tratto».

Allor sicuramente apri’ la bocca

e cominciai: «Come si può far magro

là dove l’uopo di nodrir non tocca?».

«Se t’ammentassi come Meleagro

si consumò al consumar d’un stizzo,

non fora», disse, «a te questo sì agro;

e se pensassi come, al vostro guizzo,

guizza dentro a lo specchio vostra image,

ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

Ma perchè dentro a tuo voler t’adage,

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

che sia or sanator de le tue piage».

«Se la veduta etterna li dislego»,

rispuose Stazio, «là dove tu sie,

discolpi me non potert’io far nego».

Poi cominciò: «Se le parole mie,

figlio, la mente tua guarda e riceve,

lume ti fiero al come che tu die.

Sangue perfetto, che poi non si beve

da l’assetate vene, e si rimane

quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane

virtute informativa, come quello

ch’a farsi quelle per le vene vane.

Ancor digesto, scende ov’è più bello

tacer che dire; e quindi poscia geme

sovr’altrui sangue in natural vasello.

Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,

l’uno disposto a patire, e l’altro a fare

per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare

coagulando prima, e poi avviva

ciò che per sua natura fé constare.

Anima fatta la virtute attiva

qual d’una pianta, in tanto differente,

che questa è in via e quella è già a riva,

tanto ovra poi, che già si move e sente,

come spungo marino; e indi imprende

ad organar le posse ond’è semente.

Or si spiega, figliuolo, or si distende

la virtù ch’è dal cor del generante,

dove natura a tutte membra intende.

Ma come d’animal divegna fante,

non vedi tu ancor: quest’è tal punto,

che più savio di te fé già errante,

sì che per sua dottrina fé disgiunto

da l’anima il possibile intelletto,

perché da lui non vide organo assunto.

Apri a la verità che viene il petto;

e sappi che, sì tosto come al feto

l’articular del cerebro è perfetto,

lo motor primo a lui si volge lieto

sovra tant’arte di natura, e spira

spirito novo, di vertù repleto,

che ciò che trova attivo quivi, tira

in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,

che vive e sente e sé in sé rigira.

E perché meno ammiri la parola,

guarda il calor del sol che si fa vino,

giunto a l’omor che de la vite cola.

Quando Làchesis non ha più del lino,

solvesi da la carne, e in virtute

ne porta seco e l’umano e ‘l divino:

l’altre potenze tutte quante mute;

memoria, intelligenza e volontade

in atto molto più che prima agute.

Sanza restarsi, per sé stessa cade

mirabilmente a l’una de le rive;

quivi conosce prima le sue strade.

Tosto che loco lì la circunscrive,

la virtù formativa raggia intorno

così e quanto ne le membra vive.

E come l’aere, quand’è ben pïorno,

per l’altrui raggio che ‘n sé si reflette,

di diversi color diventa addorno;

così l’aere vicin quivi si mette

e in quella forma ch’è in lui suggella

virtüalmente l’alma che ristette;

e simigliante poi a la fiammella

che segue il foco là ‘vunque si muta,

segue lo spirto sua forma novella.

Però che quindi ha poscia sua paruta,

è chiamata ombra; e quindi organa poi

ciascun sentire infino a la veduta.

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

quindi facciam le lagrime e ‘ sospiri

che per lo monte aver sentiti puoi.

Secondo che ci affliggono i disiri

e li altri affetti, l’ombra si figura;

e quest’è la cagion di che tu miri».

E già venuto a l’ultima tortura

s’era per noi, e vòlto a la man destra,

ed eravamo attenti ad altra cura.

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

e la cornice spira fiato in suso

che la reflette e via da lei sequestra;

ond’ir ne convenia dal lato schiuso

ad uno ad uno; e io temëa ‘l foco

quinci, e quindi temeva cader giuso.

Lo duca mio dicea: «Per questo loco

si vuol tenere a li occhi stretto il freno,

però ch’errar potrebbesi per poco».

Summae Deus clementïae‘ nel seno

al grande ardore allora udi’ cantando,

che di volger mi fé caler non meno;

e vidi spirti per la fiamma andando;

per ch’io guardava a loro e a’ miei passi,

compartendo la vista a quando a quando.

Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,

gridavano alto: ‘Virum non cognosco‘;

indi ricominciavan l’inno bassi.

Finitolo, anco gridavano: «Al bosco

si tenne Diana, ed Elice caccionne

che di Venere avea sentito il tòsco».

Indi al cantar tornavano; indi donne

gridavano e mariti che fuor casti

come virtute e matrimonio imponne.

E questo modo credo che lor basti

per tutto il tempo che ‘l foco li abbruscia:

con tal cura conviene e con tai pasti

che la piaga da sezzo si ricuscia.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra

25^ canto del Purgatorio.

Il muro di fuoco e gli esempi di castità.

Nella settima cornice. Il poeta narra: “Ed eravamo già giunti all’ultima cornice, e volti a destra, ed eravamo attenti a un’altra cosa che ci attirava a sé. Lì la parete scaglia fuori una cortina di fuoco, e l’orlo esterno della balza soffia verso l’alto un vento che la respinge e porta via da essa un passaggio allontanandola; per cui era necessario che noi avanzassimo uno per volta dalla parte aperta verso il vuoto; e io di qua temevo il fuoco, e di là temevo di precipitare.

“La mia guida diceva: «In questo punto si devono frenare gli occhi, poiché si potrebbe deviare facilmente dalla via». In quel momento in mezzo alle grandi fiamme udii spiriti che cantavano ‘Dio di somma clemenza’, che mi fece importare di volgermi al canto non meno di tenere a freno gli occhi; e vidi spiriti andanti attraverso la cortina di fuoco; per cui io guardavo loro e i miei passi, alternando gli sguardi ora verso gli spiriti ora verso il cammino.

“Dopo l’ultima parte che si recita di quell’inno, gridavano forte: ‘Non conosco uomo’; dopo riprendevano a cantare l’inno a bassa voce. Finito questo, di nuovo gridavano: «Diana visse ritirata nei boschi, e ne scacciò Elice che aveva gustato il veleno dell’amore». Dopo tornavano a cantare; dopo gridavano mogli e mariti che furono esenti dalla colpa come ci prescrive di essere la virtù morale e l’obbligo della fedeltà coniugale. E credo che questo comportamento sia loro sufficiente per tutto il tempo che il fuoco li brucia: con tale cura e con tali nutrimenti spirituali alla fine è inevitabile che si rimargini la ferita del peccato”.

@ QUIVI LA RIPA FIAMMA IN FUOR BALESTRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Apri a la verità che viene il petto

25^ canto del Purgatorio.

L’origine dell’essere umano, dell’anima e del corpo aereo delle ombre.

Tra la sesta e la settima cornice. Stazio a Dante: «Se l’intelletto tuo, figlio, esamina attentamente e accoglie in sé le parole mie, ti saranno luce al dubbio che tu esprimi. Il sangue che stilla puro, che poi non viene assorbito dalle avide vene, e rimane come un cibo che si toglie da una tavola, deriva dal cuore paterno la potenza formativa a tutte le membra del corpo umano, come quello che va attraverso le vene a nutrire quelle formate del corpo.

«Elaborato di nuovo, si raccoglie dov’è più conveniente tacere che parlare; e di lì in seguito stilla sopra il sangue dell’altro sesso nel recipiente naturale. Lì si riuniscono insieme l’uno e l’altro, l’uno predisposto a subire, e l’altro ad agire a causa del perfetto luogo da cui è spremuto; e, congiunto a quello, inizia a esercitare la sua operazione prima formando un coagulo, e poi dà vita a ciò che fece trasformare in materia consistente.

«Diventata un’anima la potenza formativa quale è quella di una pianta, divergente in ciò, che la prima continua a operare e la seconda è già compiuta, poi agisce tanto, che già si muove e sente, come una spugna marina; e dopo comincia a formare gli organi dei sensi di cui è il principio generativo. Una volta si allarga, figliolo, una volta si spande, la potenza che è derivata dal cuore del genitore, in cui la natura è intenta a formare tutte le parti del corpo umano.

«Ma come da feto divenga parlante, tu non lo comprendi ancora: questo è un tale argomento, che già indusse in errore uno più sapiente di te, sicché secondo il suo insegnamento separò dall’anima l’intelletto possibile, perché non vide nessun organo del corpo corrispondente a esso. Accogli la verità che sto per annunciarti; e sappi che, appena nel feto la formazione organica del cervello è arrivata al termine, il primo Motore si volge verso di lui soddisfatto sopra una così mirabile opera della natura, e v’infonde uno spirito nuovo, ricolmo di potenza intellettiva, che assimila al suo essere ciò che trova in atto nel feto, e diventa un’anima sola, che ha facoltà vegetativa e sensitiva e riflette sé stessa su sé stessa.

«E affinché provi meno stupore del mio discorso, guarda il calore del sole che diventa vino, congiunto alla linfa che stilla dai tralci della vite. Quando Lachesi non ha più lino da filare, l’anima si scioglie dal corpo, e ne porta via con sé nello stato potenziale sia le facoltà umane e sia le divine: le facoltà sprovviste di organi sono tutte quante inerti; la memoria, l’intelligenza e la volontà sono attive molto più che durante la vita.

«Senza indugio, con un mirabile impulso interno l’anima precipita a una delle sponde; lì per la prima volta comprende quale sarà la sua sorte in eterno. Appena lì uno spazio aereo la circonda, la potenza formativa irradia intorno così e come faceva nel corpo vivente. E come l’aria, quando è molto pregna di umidità, a causa del raggio di sole che si riflette su sé stesso, si abbellisce dei vari colori dell’arcobaleno; così lì si dispone lo spazio aereo circostante e secondo quella parvenza corporea che è in lui informa di sé per effetto della sua virtù l’anima che si fermò; e simile poi alla fiamma che asseconda la lingua di fuoco là dovunque si trasferisca, la sua nuova parvenza corporea segue l’anima.

«Poiché di conseguenza ha in seguito la sua visibilità, è definita ombra; e di conseguenza forma poi ogni organo di senso fino alla vista. Di conseguenza parliamo e di conseguenza noi ridiamo; di conseguenza produciamo le lacrime e i sospiri che puoi aver udito per il monte. A seconda di come ci tormentano i desideri e gli altri sentimenti, l’ombra li esprime sensibilmente; e questa è la causa del fatto di cui tu provi meraviglia».

@ APRI A LA VERITÀ CHE VIENE IL PETTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970