Spiriti umani non eran salvati

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Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, di qui venne fuori mai qualcuno, o per suo merito o per quello di altri, che poi diventasse beato?”.

Questa è la fatidica domanda che Dante rivolge a Virgilio nel Limbo, il primo cerchio dell’Inferno, dopo aver preso atto e visione delle anime di grande rilevanza che vi dimorano. 4^canto dell’Inferno, a un terzo del cammino.

Che pensare? Forse Dante si è già pentito di essersi affidato mani e piedi a Virgilio, a proposito delle capacità di questi di guidarlo nel suo viaggio? O forse sono soltanto illazioni nostre? Non lo sapremo mai. Ciò che possiamo fare, però, è immaginare l’espressione sorpresa del volto del maestro.

Il quale, non potendosi sottrarre, così replica per mezzo di un articolato sermone: “Io mi trovavo da poco tempo nel Limbo, quando vidi scendere qui Cristo, incoronato con l’insegna della vittoria. Di qui portò via l’ombra di Adamo, di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e osservante dei comandamenti di Dio; il capostipite Abramo e re David, Giacobbe con il padre e coi suoi figli e con Rachele, per sposare la quale tanto si adoperò, e molti altri, e li beatificò”.

A questo punto si ferma, riprende fiato, dà un’occhiata di soppiatto a Dante, che non gli toglie gli occhi di dosso, e finalmente riprende per chiudere il discorso: “E voglio che tu sappia che, prima di essi, non erano state salvate altre anime umane”.

Qui Dante precisa che non tralasciano di camminare per il fatto che Virgilio parli, ma attraversano di continuo la folla di numerosi spiriti. E noi li lasciamo nel loro andare.

Elle giacean per terra tutte quante

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Parte iniziale del 6^ canto dell’Inferno. E noi fantastichiamo. Non è un grosso sforzo. Un latrare persistente quasi ci rende sordi. È Cerbero, il cane a tre teste che tiene a bada i golosi che sono immersi nel fango, e cercano inutilmente di sfuggire alla pioggia che non cessa mai, nel terzo cerchio dell’Inferno.

“Noi passavamo sulle ombre abbattute dalla pioggia opprimente, e mettevamo i piedi sopra la loro parvenza che sembra un corpo vero. Elle giacean per terra tutte quante”, racconta il poeta.

E, continuando a fantasticare, passiamo dall’udito allo sguardo. E così vediamo Dante che, seguendo le orme di Virgilio, si comporta da allievo diligente qual è, mentre procede schiacciando con somma indifferenza i corpi apparenti dei dannati.

Ma vediamo anche un’ombra che, accorgendosi dei due estranei, si solleva di scatto dalla posizione prona cui è condannata a stare, si siede e protende la mano verso Dante, quasi a volerlo fermare, “non appena ci vide passarle davanti”, egli precisa.

La quale ombra prorompe: “O tu che sei guidato per questo luogo di dolore, riconoscimi, se ti riesce: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”. Udendo ciò, il poeta si arresta, prontamente imitato da Virgilio, che si prepara a fare da semplice spettatore.

E, non senza un filo di arguzia, il poeta replica così a quella che sembra una vera e propria provocazione: “La sofferenza intollerabile che tu hai forse ti toglie dalla mia memoria, tanto che ho l’impressione di non averti mai visto. Ma dimmi chi sei tu che sei posto in un luogo così doloroso, e patisci questo tormento, che, se un altro è più intenso, nulla è sì spiacente”. Nient’altro che piaggeria per accattivarsi la benevolenza dell’interlocutore? Lo sapremo presto.

Io venni in loco d’ogne luce muto

Io venni in loco d'ogne luce muto

Si è deciso così in Paradiso, e non chiedere altro”.

Con questa battuta fulminante, Virgilio liquida Minosse. Che poco prima aveva minacciato Dante dicendogli di fare attenzione al modo in cui metteva piede all’Inferno, e soprattutto a colui cui stava dando affidamento in quel frangente. Ammonendolo, da ultimo, che non si facesse trarre in errore dall’ampiezza dell’entrata. Siamo subito dopo l’incipit del 5^ canto dell’Inferno.

I due poeti ora hanno oltrepassato quel giudice implacabile, che nel frattempo ha abbassato il capo, udendo la cruda ammonizione di Virgilio. E così leggiamo che, subito dopo, Dante inizia a sentire voci dolenti; egli è arrivato là dove lo colpisce molto pianto, vale a dire nel secondo cerchio dell’Inferno.

Io giunsi in un luogo tenebroso”, prosegue il poeta in presa diretta, “che rumoreggia cupamente come fa il mare a causa di una tempesta, se venti ostili vi imperversano per dominarlo. La bufera infernale, che non ha mai tregua, travolge gli spiriti con la sua forza dirompente; li aggrava rigirandoli e facendoli cozzare. Ogni volta che arrivano davanti a una frana, lì aumentano le grida acute, i pianti i lamenti; lì offendono la potenza divina. Capii che a questo tormento sono condannati i lussuriosi, che assoggettano la ragione all’amore dei sensi.

Per concludere la sua descrizione con un paragone tra i più famosi di tutto il poema: “E come le ali trasportano gli stornelli nella stagione fredda, in uno stormo fitto e compatto,  così quel tifone trascina con violenza di qua, di là, in giù, in su gli spiriti dannati; non li rincuora mai nessuna speranza, non solo di una pausa, ma di una diminuzione della sofferenza” .