Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero

27^ canto dell’Inferno.

Guido da Montefeltro.

Ottava bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. A metà del canto, il poeta, dopo aver illustrato la situazione politica della Romagna all’anima di Guido da Montefeltro racchiusa all’interno di una fiamma, che nella bolgia è sopravvenuta a quella di Ulisse, si sente dire da costei al principio di un’ampia dissertazione, dove racconterà il motivo della sua presenza tra i consiglieri fraudolenti: «Io fui guerriero, e poi fui frate francescano…»

Dunque guerriero prima, frate francescano poi. Guido da Montefeltro, un uomo dalla vita alquanto avventurosa. Dal 1274 capo dei Ghibellini romagnoli, per cinque anni fu il paladino, come capitano del popolo di Forlì, della lunga resistenza contro il papa a favore delle prerogative comunali, finché nel 1281 Martino IV, istigato dai Geremei, i Guelfi bolognesi, affidò a Giovanni d’Appia, il rettore di Romagna, il mandato di debellare quella. Il d’Appia, alla testa di una coalizione di truppe papali, angioine e francesi, iniziò l’assedio della città, fino a quando commise un errore fatale, che permise al nostro eroe d’ideare una geniale contromossa. Poiché una parte degli assedianti, prevalentemente cavalieri francesi, era penetrata in città attraverso una porta difesa per finta, le forze resistenti si concentrarono sulla parte delle truppe restata al di fuori, così che alla fine, in due fasi, i difensori prevalsero su entrambe le parti nemiche. Episodio che Dante immortalò per i posteri nel canto che trattiamo, nel corso della sua esposizione sulla situazione politica della Romagna.

Ma subito dopo Guido da Montefeltro si rese conto che i Forlivesi erano comunque rassegnati a cedere le armi, e così si ritirò sui monti con pochi amici; e, dopo aver firmato la pace con Onorio IV, se ne stette per qualche tempo al confino di Chioggia. Tornato nel consorzio civile nel 1289, a Pisa, fu eletto capitano del popolo e capitano della guerra contro Firenze. Stipulata poi la pace tra le due città nel 1293, si dimise da entrambe le cariche. Prima a Celestino V, poi a Bonifacio VIII chiese di riavvicinarsi alla Chiesa. Dal momento che il secondo era favorevole a una politica di pacificazione in Romagna, durante una udienza concessa ai rappresentanti di Cesena e di Rimini, il papa riuscì a convincerlo a entrare nell’ordine dei frati francescani, dove vi rimase fino alla morte avvenuta nel settembre 1298.

@ IO FUI UOM D’ARME, E POI FUI CORDIGLIERO

Dimmi se Romagnuoli han pace o guerra

27^ canto dell’Inferno.

La situazione politica della Romagna.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ottava bolgia. Il poeta, all’inizio del canto, viene incoraggiato da Virgilio a rispondere all’anima di Guido da Montefeltro, di cui si parlerà diffusamente in altra sede. Anima che, come quella di Ulisse, è racchiusa all’interno di una fiamma, che nella bolgia sopravviene a quella dell’eroe greco.

Poco prima, infatti, Virgilio è stato interpellato in questo modo: «Se tu da poco tempo sei precipitato in questo mondo tenebroso da quella amata terra italiana da cui io porto interamente la mia colpa, dimmi se i Romagnoli sono in pace o in guerra: poiché io fui della regione montuosa là tra Urbino e il massiccio montano da cui scaturisce il Tevere».

Dante, ancora attento e chino verso il basso, si sente prima toccare leggermente il fianco, poi dire da Virgilio: «Parla tu; questi è italiano».

E lui, che ha la risposta già preparata, incomincia a parlare senza ritardo. E dice, dopo una brevissima introduzione: «Ravenna sta com’è stata per molti anni: l’aquila dei da Polenta la tiene sotto di sé, così che protegge Cervia con le sue ali. La città che fece già la lunga resistenza e la cruenta strage dei Francesi, è dominata dai verdi artigli del leone rampante. E il mastino vecchio e il giovane da Verucchio, che fecero strazio di Montagna, là dove solevano l’addietro usare i denti come succhielli. Le città del Lamone e del Santerno sono rette da chi porta per sua insegna il leoncino azzurro nel campo bianco, che cambia fazione dall’estate all’inverno. E quella che il Savio lambisce di lato, così come essa è situata tra il piano e l’Appennino, vive in uno stato di mezzo tra signoria e governo libero».

Vi è da notare in questa rassegna delle città romagnole operata dal poeta, che la stessa si sviluppa con un linguaggio fortemente allusivo, attraverso l’utilizzo di due specie di riferimenti: le immagini, potremmo chiamarle zoomorfe, che si evidenziano sulle insegne nobiliari dei tiranni, che non sono mai nominati, e quelle riguardanti i fiumi Lamone, Santerno e Savio, per designare rispettivamente le città di Faenza, Imola e Cesena.

@ DIMMI SE ROMAGNUOLI HAN PACE O GUERRA

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande

26^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVI, nel quale si tratta de l’ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a’ fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d’Ulisse e Diomedes pone loro pene.)

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande! Tra li ladron trovai cinque cotali tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali. Ma se presso al mattin del ver si sogna, tu sentirai, di qua da picciol tempo, di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. E se già fosse, non saria per tempo. Così foss’ei, da che pur esser dee! ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee che n’avea fatto iborni a scender pria, rimontò ‘l duca mio e trasse mee; e proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra ‘ rocchi de lo scoglio lo piè sanza la man non si spedia. Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio, perché non corra che virtù nol guidi; sì che, se stella bona o miglior cosa m’ha dato ‘l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ‘l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara: di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ‘ve ‘l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi vide ‘l carro d’Elia al dipartire, quando i cavalli al cielo erti levorsi, che nol potea sì con li occhi seguire, ch’el vedesse altro che la fiamma sola, sì come nuvoletta, in sù salire: tal si move ciascuna per la gola del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto, e ogne fiamma un peccator invola.

Io stava sovra ‘l ponte a veder surto, sì che s’io non avessi un ronchion preso, caduto sarei giù sanz’esser urto. E ‘l duca, che mi vide tanto atteso, disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti son io più certo; ma già m’era avviso che così fosse, e già voleva dirti: chi è ‘n quel foco che vien sì diviso di sopra, che par surger de la pira dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira Ulisse e Dïomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l’ira; e dentro da la lor fiamma si geme l’agguato del caval che fé le porta onde uscì de’ Romani il gentil seme. Piangevisi entro l’arte per che, morta, Deïdamìa ancor si duol d’Achille, e del Palladio pena vi si porta».

«S’ei posson dentro da quelle faville parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego e ripriego, che ‘l priego vaglia mille, che non mi facci de l’attender niego, fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna di molta loda, e io però l’accetto; ma fa che la tua lingua si sostegna. Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi dove parve al mio duca tempo e loco, in questa forma lui parlare audivi: «O voi che siete due dentro ad un foco, s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, s’io meritai di voi assai o poco quando nel mondo li alti versi scrissi, non vi movete; ma l’un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando, pur come quella cui vento affatica; indi la cima qua e là menando, come fosse lingua che parlasse, gittò voce di fuori e disse: «Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore; ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto.

«L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna. Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov’ Ercule segnò li suoi riguardi acciò che l’uom più oltre non si metta; da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta.

«”O frati” dissi, “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

«Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino. Tutte le stelle già de l’altro polo vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso, che non surgëa fuor del marin suolo.

«Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo, quando n’apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».

@ GODI, FIORENZA, POI CHE SE’ SÌ GRANDE

Fatti non foste a viver come bruti

26^ canto dell’Inferno.

Il racconto di Ulisse.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Da oltre la metà del canto fino alla conclusione dello stesso, lo spazio è dedicato alla risposta che Ulisse, la cui anima si trova all’interno di una fiamma, fornisce a Virgilio, dietro precisa richiesta di quest’ultimo. Dunque non ci resta che leggere, integralmente parafrasato, questo passo che è senza dubbio uno dei più noti della Commedia.

«Quando mi allontanai da Circe, che mi allettò più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea così le desse il nome, né la tenerezza che lega il padre al figlio, né la devozione filiale per il vecchio padre, né l’amore dovuto e consacrato dal rito il quale doveva allietare Penelope, poterono vincere dentro di me il sentimento vivo e intenso che ebbi a divenire esperto dei costumi e dei vizi e delle virtù degli uomini; ma mi avviai attraverso il profondo mare aperto solo con una nave e con quei pochi compagni dai quali non fui abbandonato.

«Vidi l’una e l’altra riva fino alla Spagna, fino nel Marocco, e l’isola dei Sardi, e le altre che quel mare circonda intorno. Io e i compagni eravamo vecchi e debilitati quando giungemmo a quel braccio di mare angusto in cui Ercole fissò i suoi segnali affinché l’uomo non proceda più in là; dalla parte destra mi lasciai Siviglia, dall’altra già mi aveva lasciata Ceuta.

«Dissi: “O fratelli, che siete arrivati all’estremità occidentale della terraferma attraverso centomila pericoli, non vogliate rifiutare l’esperienza a questa tanto breve veglia che rimane della vita sensibile, seguendo il corso del sole, della terra disabitata. Osservate la vostra origine: non foste procreati per vivere come bestie, ma per perseguire la virtù e la conoscenza”.

«Io resi i miei compagni così alacri e pronti al viaggio per mare, con questa breve esortazione, che in seguito li avrei trattenuti a stento; e rivolta verso oriente la poppa della nostra nave, demmo ai remi la rapidità delle ali per l’audace percorso, sempre avanzando a sinistra. La notte mostrava già tutte le stelle dell’altro polo, e il nostro tanto basso, che non emergeva fuori dalla superficie del mare.

«Cinque volte l’emisfero visibile della luna si era illuminato e altrettante oscurato, da quando ci eravamo accinti all’arduo viaggio, quando ci si mostrò una montagna, indistinta per la distanza, e mi sembrò tanto alta quanto mai avevo vista alcuna. Noi ci sentimmo lieti, e subito la gioia si trasformò in dolore; perché dalla terra sconosciuta si formò un vento turbinoso e andò a colpire la parte anteriore della nave. Tre volte la fece girare con tutte le acque; alla quarta sollevare la poppa e inabissare la prua, come volle Dio, fino a che il mare si richiuse sopra di noi».

@ FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI

Chi è ‘n quel foco che vien sì diviso

26^ canto dell’Inferno.

Una questione aperta.

Ottava bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Poco oltre l’inizio del canto, il poeta, dopo aver deliziato il lettore con la similitudine tra le lucciole e le fiamme della bolgia, racconta che nessuna lascia vedere quello che nasconde dentro, e ogni fiamma sottrae alla vista un peccatore. E Virgilio, che lo vede tanto intento, gli dice che gli spiriti sono all’interno delle fiamme, precisando che «ciascuno è avvolto da quella da cui è arso».

E riprende a precisare, dopo la domanda di Dante, che vuole essere informato su chi si trovi nel fuoco che è così bipartito al di sopra, che sembra alzarsi dal rogo dove Eteocle fu posto col fratello: «Là dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così insieme vanno alla pena come al giusto castigo…»

Pertanto Ulisse è qui con il suo amico Diomede come consigliere fraudolento; ma proprio questa posizione del poeta ha posto una questione nella critica, a partire dai suoi contemporanei, che è tuttora aperta. Ulisse, dopo essere stato interpellato da Virgilio, chiude il suo racconto, che divulgheremo in separata sede con la viva voce dellʼeroe greco, dicendo che la nave dovʼè con i compagni, dopo aver oltrepassato le Colonne dʼErcole e aver avvistata una montagna, indistinta per la distanza, è investita da un vento turbinoso fino al momento in cui il mare si richiude sopra di loro.

La questione è: Ulisse è da considerarsi reo perché ha osato sfidare i limiti imposti da Dio agli uomini, e quindi la sua fine rappresenta una sorta di punizione, oppure, è da riconoscere in lui un eroe dell’ardimento votato alla sete di conoscenza, che non poté raggiungere in quanto pagano, dunque in aperta sfida con la divinità? Su questo dilemma si divisero già i primi commentatori della Commedia, a partire dal Buti e da Benvenuto da Imola. Ugualmente, però, si dividono i moderni, come il Nardi e il Fubini. Il primo vede in Ulisse la superbia dell’uomo “che vuole raggiungere con le sue sole forze le ultime realtà”, paragonandolo addirittura ad Adamo, il primo peccatore; per il secondo, nel comportamento di Ulisse non vi fu alcuna colpa, ma soltanto una grandezza per niente fortunata. Colpevolisti e innocentisti, dunque. Due schieramenti destinati a restare tali ancora per molto tempo.

@ CHI È ʼN QUEL FOCO CHE VIEN SÌ DIVISO

Di tante fiamme tutta risplendea

26^ canto dellʼInferno.

I consiglieri fraudolenti.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ottava bolgia. Dante, all’inizio del canto, delizia il lettore con una stupenda similitudine, di tono alto e aulico, come era peraltro nel suo stile. Questa. «Quante lucciole vede giù nella valle il contadino che dimora sul colle, nel tempo in cui colui che illumina la terra tiene meno nascosta a noi la sua faccia, appena la mosca dà luogo alla zanzara, forse là dove egli vendemmia e ara: di tante fiamme si riverberava interamente l’ottava bolgia».

Che cosa sono queste fiamme, o meglio, chi racchiudono nel loro interno? I consiglieri fraudolenti, la cui colpa è legata strettamente alla conoscenza, in specie all’uso del linguaggio per organizzare frodi, essendo il loro peccato strettamente di origine intellettuale.

Di costoro il Sapegno scrisse a suo tempo quanto segue: “La colpa che qui si punisce è il cattivo uso dell’ingegno, adoperato per conseguire con frode il trionfo del singolo, del partito e dello stato; insomma l’astuzia e la malizia politica, e, più generalmente, l’abuso dell’intelligenza in contrasto con le norme morali e religiose.

“Peccato che muove da un’origine non volgare e comporta in molti casi, accanto alla riprovazione etica, una sorta d’ammirazione intellettuale, di fronte alla quale anche l’atteggiamento di Dante è assai lontano dal disprezzo o addirittura dalla ripugnanza che aveva mostrato per gli altri fraudolenti, e il giudizio si fa perplesso, complicato, drammatico: l’eccellenza dell’ingegno è un dono di Dio, un privilegio, che deve essere custodito e tenuto a freno con infinita cautela ‘perché non corra che virtù nol guidi’.

“In questa atmosfera di alta meditazione morale di colloca e deve essere inteso anche l’episodio di Ulisse. Il quale narra a Dante, non le colpe, gli inganni e le frodi, per cui si trova punito con Diomede nell’inferno, sì la storia del suo estremo inconsapevole errore, allorché da vecchio, bramoso di sempre nuove esperienze, si indusse con pochi compagni a varcare le colonne di Ercole lanciandosi nell’oceano aperto alla ricerca di terre sconosciute…” A tal proposito, va da sé che si approfondirà questa ultima notazione in altra sede.

@ DI TANTE FIAMME TUTTA RISPLENDEA

Al fine de le sue parole il ladro

25^ canto dellʼInferno.

(Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr’a ‘ fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.)

Al fine de le sue parole il ladro le mani alzò con amendue le fiche, gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, perch’una li s’avvolse allora al collo, come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; e un’altra a le braccia, e rilegollo, ribadendo sé stessa sì dinanzi, che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi? Per tutt’i cerchi de lo ‘nferno scuri, non vidi spirto in Dio tanto superbo, non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. El si fuggì che non parlò più verbo; e io vidi un centauro pien di rabbia venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».

Maremma non cred’io che tante n’abbia, quante bisce elli avea su per la groppa infin ove comincia nostra labbia. Sovra le spalle, dietro da la coppa, con l’ali aperte li giacea un draco; e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, che, sotto ‘l sasso di monte Aventino, di sangue fece spesse volte laco. Non va co’ suoi fratei per un cammino, per lo furto che frodolente fece del grande armento ch’elli ebbe a vicino; onde cessar le sue opere biece sotto la mazza d’Ercule, che forse gliene diè cento, e non sentì le diece».

Mentre che sì parlava, ed el trascorse, e tre spirti venner sotto noi, de’ quai né io né ‘l duca mio s’accorse, se non quando gridar: «Chi siete voi?»; per che nostra novella si ristette, e intendemmo pur ad essi poi. Io non li conoscea; ma ei seguette, come suol seguitar per alcun caso, che l’un nomar un altro convenette, dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; per ch’io, acciò che ‘l duca stesse attento, mi puosi ‘l dito su dal mento al naso.

Se tu se’ or, lettore, a creder lento ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, ché io che ‘l vidi, a pena il mi consento. Com’io tenea levate in lor le ciglia, e un serpente con sei piè si lancia dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia e con li anterïor le braccia prese; poi li addentò e l’una e l’altra guancia; li diretani a le cosce distese, e miseli la coda tra ‘mbedue e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue ad alber sì, come l’orribil fiera per l’altrui membra avviticchiò le sue. Poi s’appiccar, come di calda cera fossero stati, e mischiar lor colore, né l’un né l’altro già parea quel ch’era: come procede innanzi da l’ardore, per lo papiro suso, un color bruno che non è nero ancora e ‘l bianco more. Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! Vedi che già non se’ né due né uno».

Già eran li due capi un divenuti, quando n’apparver due figure miste in una faccia, ov’eran due perduti. Fersi le braccia due di quattro liste; le cosce con le gambe e ‘l ventre e ‘l casso divenner membra che non fuor mai viste. Ogne primaio aspetto ivi era casso: due e nessun l’imagine perversa parea; e tal sen gio con lento passo.

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa del dì canicular, cangiando sepe, folgore par se la via attraversa, sì pareva, venendo verso l’epe de li altri due, un serpentello acceso, livido e nero come gran di pepe; e quella parte onde prima è preso nostro alimento, a l’un di lor trafisse; poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ‘l mirò, ma nulla disse; anzi, co’ piè fermati, sbadigliava pur come sonno o febbre l’assalisse. Elli ‘l serpente e quei lui riguardava; l’un per la piaga e l’altro per la bocca fummavan forte, e ‘l fummo si scontrava. Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca del misero Sabello e di Nasidio, e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, ché se quello in serpente e quella in fonte converse poetando, io non lo ‘nvidio; ché due nature mai a fronte a fronte non trasmutò sì ch’amendue le forme a cambiar lor matera fosser pronte. Insieme si rispuosero a tai norme, che ‘l serpente la coda in forca fesse, e ‘l feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse s’appiccar sì, che ‘n poco la giuntura non facea segno alcun che si paresse. Togliea la coda fessa la figura che si perdeva là, e la sua pelle si facea molle, e quella di là dura. Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, e i due piè de la fiera, ch’eran corti, tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti, diventaron lo membro che l’uom cela, e ‘l misero del suo n’avea due porti. Mentre che ‘l fummo l’uno e l’altro vela di color novo, e genera ‘l pel suso per l’una parte e da l’altra il dipela, l’un si levò e l’altro cadde giuso, non torcendo però le lucerne empie, sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, e di troppa matera ch’in là venne uscir li orecchi de le gote scempie; ciò che non corse in dietro e si ritenne di quel soverchio, fé naso a la faccia e le labbra ingrossò quanto convenne. Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, e li orecchi ritira per la testa come face le corna la lumaccia; e la lingua, ch’avëa unita e presta prima a parlar, si fende, e la forcuta ne l’altro si richiude; e ‘l fummo resta.

L’anima ch’era fiera divenuta, suffolando si fugge per la valle, e l’altro dietro a lui parlando sputa. Poscia li volse le novelle spalle, e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, com’ho fatt’io, carpon per questo calle».

Così vid’io la settima zavorra mutare e trasmutare; e qui mi scusi la novità se fior la penna abborra. E avvegna che li occhi miei confusi fossero alquanto e l’animo smagato, non poter quei fuggirsi tanto chiusi, ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; ed era quel che sol, di tre compagni che venner prima, non era mutato; l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

@ AL FINE DE LE SUE PAROLE IL LADRO

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dellʼInferno.

Le metamorfosi nella letteratura latina.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta, oltre la metà del canto, narra che un piccolo serpente acceso d’ira, scuro e nero come un chicco di pepe, venendo verso i ventri di due dannati, il terzo già vittima di una metamorfosi da uomo a serpente, colpisce a uno di loro «quella parte da cui primamente è ricevuto il nostro nutrimento», vale a dire l’ombelico; e questi si atterra sdraiato davanti a lui.

E poco dopo fa una interessante digressione. Questa. «A questo punto taccia Lucano quando tratta del povero Sabello e di Nasidio, e badi a udire quel che si esprime adesso. Taccia Ovidio su Cadmo e Aretusa, perché se componendo versi trasforma quello in serpente e quella in sorgente, io non lo invidio; perché non trasformò mai due essenze una in faccia all’altra così che ambedue le forme fossero obbedienti a scambiare reciprocamente la loro materia».

Ma andiamo con ordine. Di Sabello e di Nasidio ne parlò Lucano nella sua Farsaglia (IX 761-788). Soldati nell’esercito di Catone l’Uticense, durante la traversata del deserto libico verso Leptis, furono punti dai serpenti velenosi nascosti nella sabbia, subendo entrambi una metamorfosi che, al primo trasformò il corpo in marciume, mentre al secondo glielo gonfiò in modo mostruoso.

Per quanto riguarda Cadmo, fu il mitico fondatore di Tebe. Figlio del re fenicio Agenore, venuto in Grecia da Sidone, avrebbe seminato qui i denti di un drago da lui ucciso; da questi sarebbero nati dei guerrieri, trucidatisi poi a vicenda a eccezione di cinque, con l’aiuto dei quali Cadmo avrebbe fondato Tebe. Ovidio inventò la metamorfosi di costui in serpente, intesa come espiazione per aver ucciso il drago (Metamorfosi, IV 563-604).

Lo stesso Ovidiò parlò di Aretusa sempre nelle Metamorfosi (V 572-661). Ninfa dellʼAchea, un giorno, di ritorno dalla caccia, fece un bagno nel fiume Alfeo. Questi sʼinnamorò subito di lei e prese la figura umana. La ninfa fuggì, inseguita dal suo spasimante, e a un certo punto della fuga implorò il soccorso di Artemide, la quale intervenne mutandola in fonte. Poi la dea aprì la terra dove la ninfa si rifugiò prontamente; ma Alfeo si mutò di nuovo in fiume, per inseguirla sotto il mare fino allʼisola Ortigia, vicino a Siracusa, dove entrambi riemersero dalle acque del mare, Aretusa sotto forma di sorgente cui Alfeo unì le proprie acque rimaste immuni dalla salsedine marina.

@ TACCIA DI CADMO E DʼARETUSA OVIDIO

E tre spiriti venner sotto noi

25^ canto dell’Inferno.

Tre ladri fiorentini.

Settima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ancora all’inizio del canto, Dante narra che frattanto che Virgilio gli sta parlando delle vicissitudini terrene del centauro Caco, intervenuto nel frattempo sulla scena, ecco che questi passa oltre, e tre spiriti giungono sotto di loro, dei quali né lui né la sua guida si avvedono, se non quando sentono gridare: «Chi siete voi?»; per cui il loro discorso cessa, e poi prestano attenzione soltanto ad essi.

Bene. Facciamo la conoscenza di questi personaggi. Essi sono Agnolo Brunelleschi, Buoso Donati e Puccio Sciancato. Per quanto riguarda il primo, egli venne identificato dai primi commentatori della Commedia con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose anonime, edite dal Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

Sul secondo personaggio, i commentatori di cui sopra non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato nel canto; per alcuni (Lana) è Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri (Buti) è Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati. Per la critica più recente (Barbi), invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora il Barbi, cioè Agnolo Brunelleschi, Puccio Sciancato, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riferita, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

@ E TRE SPIRITI VENNER SOTTO NOI

E io vidi un centauro pien di rabbia

25^ canto dell’Inferno.

Caco.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Settima bolgia. Racconta il poeta, all’inizio del canto, che Vanni Fucci fugge senza dire più parola; e lui vede un centauro preso intensamente dalla rabbia venire gridando: «Dov’è, dov’è l’empio?».

E continua così: «Io non credo che la Maremma abbia tanti serpenti, quanti egli ne aveva sulla schiena fin dove ha inizio l’aspetto umano. Sopra le spalle, dalla parte posteriore della cervice, gli era sdraiato un drago con le ali distese; e quello investe con un soffio di fuoco ognuno che s’imbatte in lui».

«Questi è Caco, che, nella caverna del monte Aventino, spesso produsse un lago di sangue». Così Virgilio lo presenta a Dante. Bene. Vediamo allora chi è questo personaggio della mitologia romana. Figlio di Vulcano, metà uomo e metà bestia, che vomitava dalla bocca “inutili incendi” (Eneide, VIII, 259), Caco era senza mezzi termini un ladro di bestiame, e la sua dimora si trovava in un antro del monte Aventino, a Roma, luogo lordo di sangue e di ossa umane, teatro dei suoi omicidi. Un giorno rubò ad Ercole quattro tori e quattro giovenche della mandria del re Gerione, che l’eroe aveva condotto con sé dalla Spagna dopo aver sconfitto costui. Così Ercole, scopertolo, lo uccise con una stretta delle sue braccia, e nel punto in cui accadde il fatto costruì l’Ara massima.

Tale episodio è riportato da Virgilio nell’Eneide (VIII, 193-268), dalla quale lo riprese Dante, sebbene con la variante sulla morte del mostro: nell’opera virgiliana, Caco, come detto sopra, morì strangolato per la stretta della braccia di Ercole; nel canto di cui trattasi, sotto i colpi della clava dell’eroe. Tutto ciò induce a ritenere che il poeta riprendesse dall’episodio virgiliano per il tramite di un’opera compilativa o di qualche chiosa.

Caco è il demone preposto alla settima bolgia di Malebolge, come simbolo della fraudolenza condannata nella stessa bolgia, come i centauri del primo girone del settimo cerchio simboleggiano la violenza contro il prossimo.

@ E IO VIDI UN CENTAURO PIEN DI RABBIA