25^ canto dell’Inferno
Le metamorfosi dei ladri
Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta narra: “Come il ramarro sotto la grande vampa del sole nei caldi giorni d’estate, quando cambia cespuglio, sembra un fulmine se attraversa la strada, così sembrava, mentre si avvicinava ai ventri degli altri due, un serpentello acceso d’ira, livido e nero come un chicco di pepe, e colpì a uno di loro quella parte da cui per la prima volta è ricevuto il nutrimento umano; poi cadde sdraiato davanti a lui.
“Il colpito l’osservò, ma nulla disse; e per di più, coi piedi fermi, sbadigliava proprio come se lo gravasse la sonnolenza o la febbre. Egli guardava il serpente e quell’altro lui; emettevano fumo abbondantemente l’uno dalla ferita e l’altro dalla bocca, e il fumo s’incontrava e si fondeva. A questo punto Lucano taccia là dove tratta del misero Sabello e di Nasidio, e badi ad ascoltare quello che ora viene scoccato.
“Ovidio taccia di Cadmo e di Aretusa, perché anche se componendo versi trasforma quello in un serpente e quella in una sorgente, io non lo invidio; perché non trasformò mai due esseri posti uno in faccia all’altro così che ambedue le essenze fossero docili a scambiarsi la loro materia. Si corrisposero insieme a tali regole, che il serpente divise in due parti la coda, e il ferito unì insieme i piedi.
“Le gambe con le cosce tra loro si attaccarono così, che in breve la linea di congiunzione non lasciava nessuna traccia che apparisse. La coda divisa inforca assumeva la sembianza che veniva meno nell’altro corpo, e la sua pelle diventava liscia e morbida, e dura quella dell’uomo. Io vidi le braccia rientrare attraverso e dentro le ascelle, e le due zampe del serpente, che erano corte, tanto allungarsi quanto quelle si abbreviavano.
“In seguito le zampe posteriori, attorcigliate insieme, diventarono l’organo virile che l’uomo nasconde, e il misero ne aveva sporte due dal suo. Frattanto che il fumo da all’uno il colore di un uomo e all’altro quello di un serpente, e fa crescere il pelo su uno dei due e lo fa sparire sull’altro, l’uno si alzò e l’altro cadde a terra, non distogliendo tuttavia gli occhi maligni l’uno dall’altro, sotto i quali ciascuno trasformava il muso.
“Quello che si era levato in piedi, lo ritirò verso le tempie, e dalla parte sovrabbondante di esso che si raccolse in là uscirono fuori le orecchie divise sulle gote che ne erano prive; ciò che di quella parte eccedente non si mosse indietro e restò nel mezzo, formò il naso nella faccia e ingrossò le labbra di quanto fu confacente. Quello che giaceva, sospinge allungando il muso in avanti, e ritrae le orecchie facendole entrare nella testa come fa la lumaca con le corna; e la lingua, che prima aveva intera e adatta a parlare, si biforca, e le parti della lingua bifida si uniscono nuovamente nell’altro; e il fumo cessa.
© TACCIA DI CADMO E D’ARETUSA OVIDIO
Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970