Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dellʼInferno.

Le metamorfosi nella letteratura latina.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta, oltre la metà del canto, narra che un piccolo serpente acceso d’ira, scuro e nero come un chicco di pepe, venendo verso i ventri di due dannati, il terzo già vittima di una metamorfosi da uomo a serpente, colpisce a uno di loro «quella parte da cui primamente è ricevuto il nostro nutrimento», vale a dire l’ombelico; e questi si atterra sdraiato davanti a lui.

E poco dopo fa una interessante digressione. Questa. «A questo punto taccia Lucano quando tratta del povero Sabello e di Nasidio, e badi a udire quel che si esprime adesso. Taccia Ovidio su Cadmo e Aretusa, perché se componendo versi trasforma quello in serpente e quella in sorgente, io non lo invidio; perché non trasformò mai due essenze una in faccia all’altra così che ambedue le forme fossero obbedienti a scambiare reciprocamente la loro materia».

Ma andiamo con ordine. Di Sabello e di Nasidio ne parlò Lucano nella sua Farsaglia (IX 761-788). Soldati nell’esercito di Catone l’Uticense, durante la traversata del deserto libico verso Leptis, furono punti dai serpenti velenosi nascosti nella sabbia, subendo entrambi una metamorfosi che, al primo trasformò il corpo in marciume, mentre al secondo glielo gonfiò in modo mostruoso.

Per quanto riguarda Cadmo, fu il mitico fondatore di Tebe. Figlio del re fenicio Agenore, venuto in Grecia da Sidone, avrebbe seminato qui i denti di un drago da lui ucciso; da questi sarebbero nati dei guerrieri, trucidatisi poi a vicenda a eccezione di cinque, con l’aiuto dei quali Cadmo avrebbe fondato Tebe. Ovidio inventò la metamorfosi di costui in serpente, intesa come espiazione per aver ucciso il drago (Metamorfosi, IV 563-604).

Lo stesso Ovidiò parlò di Aretusa sempre nelle Metamorfosi (V 572-661). Ninfa dellʼAchea, un giorno, di ritorno dalla caccia, fece un bagno nel fiume Alfeo. Questi sʼinnamorò subito di lei e prese la figura umana. La ninfa fuggì, inseguita dal suo spasimante, e a un certo punto della fuga implorò il soccorso di Artemide, la quale intervenne mutandola in fonte. Poi la dea aprì la terra dove la ninfa si rifugiò prontamente; ma Alfeo si mutò di nuovo in fiume, per inseguirla sotto il mare fino allʼisola Ortigia, vicino a Siracusa, dove entrambi riemersero dalle acque del mare, Aretusa sotto forma di sorgente cui Alfeo unì le proprie acque rimaste immuni dalla salsedine marina.

@ TACCIA DI CADMO E DʼARETUSA OVIDIO

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