Come ‘l viso mi scese in lor più basso

20^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

Mi è necessario scrivere versi su un altro tormento e fornire argomento al ventesimo canto della prima cantica, che riguarda i dannati. Io ero già pronto completamente a guardare con attenzione nel fondo visibile allo sguardo, che era bagnato da un pianto angoscioso; e vidi dannati che camminavano nella bolgia di forma circolare, restando in silenzio e piangendo, con il passo lento delle processioni in questa terra.    

Quando loro furono più sotto a me, ciascuno mostrò essere distorto tra il mento e l’inizio del petto in maniera da destare meraviglia, perché il viso era girato verso il dorso, e gli era necessario camminare a ritroso, in quanto era sottratto loro il prevedere. Forse per effetto già di una paralisi qualcuno si distorse così totalmente; ma io non lo vidi, né credo che sia possibile.

@ COME ‘L VISO MI SCESE IN LOR PIÙ BASSO

O Simon Mago, o miseri seguaci

19^ canto dell’Inferno.

(Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Nicola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de linferno.)

O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate deon essere spose, e voi rapaci per oro e per argento avolterate, or convien che per voi suoni la tromba, però che ne la terza bolgia state. Già eravamo, a la seguente tomba, montati de lo scoglio in quella parte ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l’arte che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, e quanto giusto tua virtù comparte! Io vidi per le coste e per lo fondo piena la pietra livida di fóri, d’un largo tutti e ciascun era tondo. Non mi parean men ampi né maggiori che que’ che son nel mio bel San Giovanni, fatti per loco d’i battezzatori; l’un de li quali, ancor non è molt’anni, rupp’io per un che dentro v’annegava: e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava d’un peccator li piedi e de le gambe infino al grosso, e l’altro dentro stava. Le piante erano a tutti accese intrambe; per che sì forte guizzavan le giunte, che spezzate averien ritorte e strambe. Qual suole il fiammeggiar de le cose unte muoversi pur su per la strema buccia, tal era lì dai calcagni a le punte.

Chi è colui, maestro, che si cruccia guizzando più che li altri suoi consorti”, diss’io, “e cui più roggia fiamma succia?”.

Ed elli a me: “Se tuo vuo’ ch’i’ ti porti là giù per quella ripa che più giace, da lui saprai di sé e de’ suoi torti”.

E io: “Tanto m’è bel, quanto a te piace: tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto dal tuo volere, e sai quel che si tace”.

Allor venimmo in su l’argine quarto; volgemmo e discendemmo a mano stanca là giù nel fondo foracchiato e arto. Lo buon maestro ancor de la sua anca non mi dipuose, sì mi giunse al rotto di quel che si piangeva con la zanca.

O qual che se’ che ‘l di sù tien di sotto, anima trista come pal commessa”, comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”.

Io stava come ‘l frate che confessa lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto, se’ tu già costì ritto, Bonifazio? Di parecchi anni mi mentì lo scritto. Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno la bella donna, e poi di farne strazio?”.

Tal mi fec’io, quai son color che stanno, per non intender ciò ch’è lor risposto, quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: “Dilli tosto: ‘Non son colui, non son colui che credi’ “; e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi; poi, sospirando e con voce di pianto, mi disse: “Dunque che a me richiedi? Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, che tu abbi però la ripa corsa, sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; e veramente fui figliuol de l’orsa, cupido sì per avanzar li orsatti, che sù l’avere e qui me misi in borsa. Di sotto al capo mio son li altri tratti che precedetter me simoneggiando, per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, allor ch’i’ feci ‘l sùbito dimando. Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi e ch’i’ son stato così sottosopra, ch’el non starà piantato coi piè rossi: ché dopo lui verrà di più laida opra, di ver’ ponente, un pastor sanza legge, tal che convien che lui e me ricuopra. Nuovo Iasón sarà, di cui si legge ne’ Maccabei; e come a quel fu molle suo re, così fia lui chi Francia regge”.

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: “Deh, or mi dì: quanto tesoro volle Nostro Segnore in prima da san Pietro ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’. Né Pier né li altri tolsero a Matia oro od argento, quando fu sortito al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito; e guarda ben la mal tolta moneta ch’esser ti fece contra Carlo ardito. E se non fosse ch’ancor lo mi vieta la reverenza de le somme chiavi che tu tenesti ne la vita lieta, io userei parole ancor più gravi; ché la vostra avarizia il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista, quando colei che siede sopra l’acque puttaneggiar coi regi a lui fu vista; quella che con le sette teste nacque, e da le diece corna ebbe argomento, fin che virtute al suo marito piacque. Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; e che altro è da voi a l’idolatre, se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!”.

E mentr’io li cantava cotai note, o ira o coscïenza che ‘l mordesse, forte spingava con ambo le piote. I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, con sì contenta labbia sempre attese lo suon de le parole vere espresse. Però con ambo le braccia mi prese; e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d’avermi a sé distretto, sì men portò sovra ‘l colmo de l’arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio ed erto che sarebbe a le capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto.

@ O SIMON MAGO, O MISERI SEGUACI

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre

19^ canto dell’Inferno.

La “donazione di Costantino”.

Dante e Niccolò III si rendono compartecipi di un colloquio alquanto acceso, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Alla chiusura di quello, il poeta, che per tutto il tempo è rimasto chino come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che è infilato a testa in giù in una buca, davanti a un buco di forma sferica da cui sporgono i piedi e le gambe fino alla coscia del pontefice, che è confitto con la testa di sotto e che agita con violenza le giunture, prorompe così: “Ahi, Costantino, di quanto male fu causa, non la tua conversione, ma quella donazione che ricevette da te il primo papa che fu ricco!”.

Qui Dante si riferisce alla “donazione di Costantino”, un atto prodotto nel periodo 750-850 d.C. a Roma o forse a S. Denis, per mezzo del quale l’imperatore Costantino avrebbe donato nel 314 d.C. a papa Silvestro I il potere civile su Roma, sull’Italia e su tutto il mondo occidentale. Questo atto sanciva l’attribuzione alla Chiesa di Roma delle stesse dignità dell’Impero, potendo il papa e il clero rivendicare gli stessi onori dei rappresentanti imperiali.

All’epoca del poeta nessuno provò a ritenerlo falso (la falsità essendo stata dimostrata  soltanto in età umanistica da Nicolò da Cusa e da Valla), quindi nemmeno lui, essendosi   affermata una tradizione che ne stabiliva l’autenticità risalente al 12^ secolo, quando era stato inserito nel Decretum Gratiani, testo ufficiale del diritto canonico. Però, era vivace un dibattito ormai secolare tra canonisti e civilisti, i secondi sostenendo che l’atto aveva procurato, con la violazione delle prescrizioni dell’Impero, una diminuzione del valore dell’ideale imperiale.

Anche Dante, da par suo, fu tra i partecipanti a questo dibattito, col negare nel De Monarchia il valore giuridico della “donazione”, dimostrando con una serie di argomentazioni  che la figura dell’imperatore non poteva recar danno all’Impero. Quindi, egli era dell’idea che l’imperatore aveva sì affidato al papa prerogative e beni terreni, ma costui avrebbe dovuto accettare quanto donato solo come dote a beneficio dei poveri.

Dunque, secondo il poeta, fu pia l’intenzione dell’imperatore, ma non lo fu la pretesa ecclesiale di andare oltre il proposito di quegli. Con la conseguenza che nelle mani dei pontefici, nel corso dei secoli, si era venuto a sommare il potere temporale a quello spirituale. E Dante, su questo tema, era particolarmente sensibile; di qui, la condanna sopra citata.

@ AHI, COSTANTIN, DI QUANTO MAL FU MATRE

 

Sappi ch’i’ fui vestito del gran manto

19^ canto dell’Inferno.

Niccolo III.

O chiunque tu sia che tieni il capo di sotto, anima sciagurata confitta come un palo nel terreno”, io cominciai a dire, “se puoi parla”.

Così Dante, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dellInferno, a un dannato confitto in posizione capovolta nell’interno di un buco di forma sferica, dicendo nella narrazione di essere come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che, dopo che è stato infilato a testa giù in una buca, chiama di nuovo il confessore per cui ritarda pur di poco la morte.

Il dannato in questione è Niccolò III, il quale con il poeta intesse prima un colloquio alquanto concitato, in cui, tra l’altro, gli confessa che “sulla terra mise i beni materiali in borsa e qui me stesso”, mentre favoriva alcuni appartenenti alla sua famiglia, per finire poi investito da una reprimenda da parte dello stesso Dante, con la quale il poeta ne approfitta per denunziare i mali della Chiesa del suo tempo.

Questo papa, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, fu eletto al sacro soglio in età avanzata, nel 1277, per restare in carica fino al 1280, quando morì. Al momento della sua elezione, trovò una situazione politica molto complessa, a causa della diatriba tra gli Angioini e la Chiesa. Egli frenò l’influenza di Carlo I d’Angiò, cui tolse il vicariato reale della Toscana, rivendicò i diritti ecclesiastici sulla Romagna, riconosciuti da Rodolfo d’Asburgo, e fu artefice della pace di Firenze del 1280, attraverso l’intermediazione del nipote, il cardinale Malabranca, favorendo l’insediamento di un governo guelfo in città.

La simonia e il nepotismo, le due colpe di cui lo accusò il poeta, furono in verità parte preponderante della sua politica, tesa ad affrancare la Chiesa sia dagli Angioini e sia dall’Impero. Villani lo ricorda così: “Fu de’ primi, o primo papa, nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti” (Cronica VII 54).  E per quanto riguarda la citazione dantesca dell’orsa e degli orsatti, Torraca si rifà a Pipino (RIS IX, col.724), in cui si nomina un libello in cui il papa era raffigurato con un piccolo orso sulla mitra e due ai piedi.

@ SAPPI CH’I’ FUI VESTITO DEL GRAN MANTO