Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre

19^ canto dell’Inferno.

La “donazione di Costantino”.

Dante e Niccolò III si rendono compartecipi di un colloquio alquanto acceso, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Alla chiusura di quello, il poeta, che per tutto il tempo è rimasto chino come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che è infilato a testa in giù in una buca, davanti a un buco di forma sferica da cui sporgono i piedi e le gambe fino alla coscia del pontefice, che è confitto con la testa di sotto e che agita con violenza le giunture, prorompe così: “Ahi, Costantino, di quanto male fu causa, non la tua conversione, ma quella donazione che ricevette da te il primo papa che fu ricco!”.

Qui Dante si riferisce alla “donazione di Costantino”, un atto prodotto nel periodo 750-850 d.C. a Roma o forse a S. Denis, per mezzo del quale l’imperatore Costantino avrebbe donato nel 314 d.C. a papa Silvestro I il potere civile su Roma, sull’Italia e su tutto il mondo occidentale. Questo atto sanciva l’attribuzione alla Chiesa di Roma delle stesse dignità dell’Impero, potendo il papa e il clero rivendicare gli stessi onori dei rappresentanti imperiali.

All’epoca del poeta nessuno provò a ritenerlo falso (la falsità essendo stata dimostrata  soltanto in età umanistica da Nicolò da Cusa e da Valla), quindi nemmeno lui, essendosi   affermata una tradizione che ne stabiliva l’autenticità risalente al 12^ secolo, quando era stato inserito nel Decretum Gratiani, testo ufficiale del diritto canonico. Però, era vivace un dibattito ormai secolare tra canonisti e civilisti, i secondi sostenendo che l’atto aveva procurato, con la violazione delle prescrizioni dell’Impero, una diminuzione del valore dell’ideale imperiale.

Anche Dante, da par suo, fu tra i partecipanti a questo dibattito, col negare nel De Monarchia il valore giuridico della “donazione”, dimostrando con una serie di argomentazioni  che la figura dell’imperatore non poteva recar danno all’Impero. Quindi, egli era dell’idea che l’imperatore aveva sì affidato al papa prerogative e beni terreni, ma costui avrebbe dovuto accettare quanto donato solo come dote a beneficio dei poveri.

Dunque, secondo il poeta, fu pia l’intenzione dell’imperatore, ma non lo fu la pretesa ecclesiale di andare oltre il proposito di quegli. Con la conseguenza che nelle mani dei pontefici, nel corso dei secoli, si era venuto a sommare il potere temporale a quello spirituale. E Dante, su questo tema, era particolarmente sensibile; di qui, la condanna sopra citata.

@ AHI, COSTANTIN, DI QUANTO MAL FU MATRE

 

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