O muse, o alto ingegno, or m’aiutate

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate

2^ canto dell’Inferno. L’invocazione alle Muse.

È una verità lampante e accertata, sotto gli occhi di tutti. Perché le reminiscenze scolastiche ormai si sono talmente stratificate del nostro subconscio, che a qualcuno, soprattutto in tarda età, in sogno capita a volte di mettersi a recitare qualche verso, che i grandi poeti del passato ci hanno lasciato in eredità.

La verità lampante e accertata è che le opere letterarie del mondo antico, Iliade, Odissea ed Eneide per intendersi, cominciano tutte con lo stesso schema, conservatosi nei secoli. Infatti, le stesse esordiscono con un proemio, che contiene a sua volta la protasi, cioè l’esposizione del tema e l’invocazione alla Muse.

La Commedia dantesca sta su tale scia, sebbene non sia da assimilare in tutto e per tutto ai poemi sopra citati. Il riscontro è presto fatto. Partiamo dalla prima cantica: Inferno. Qui, nel 2^ canto, vv. 1-9, possiamo enucleare il proemio della prima cantica, che ingloba in sé la protasi, vv. 1-6, e l’invocazione alle Muse, vv. 7-9. Manca la dedica. Leggiamo:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno     

toglieva li animai che sono in terra        

da le fatiche loro; e io sol uno                   

m’apparecchiava a sostener la guerra    

sì del cammino e sì de la pietate,              

che ritrarrà la mente che non erra.          

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;    

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,         

qui si parrà la tua nobilitate.                  

Nel Purgatorio, i primi 12 versi del 1^ canto includono il proemio; questo comprende la protasi, vv. 1-6, nonché l’invocazione alle Muse, vv. 7-12. Anche in tal caso leggiamo:

Per correr miglior acque alza le vele        

omai la navicella del mio ingegno,          

che lascia dietro sé mar sì crudele;           

e canterò di quel secondo regno                

dove l’umano spirito si purga                  

e di salire al ciel diventa degno.               

Ma qui la morta poesì resurga,                 

o sante Muse, poi che vostro sono;           

e qui Caliopè alquanto surga,                   

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro                    

lo colpo tal, che disperar perdono.          

Infine, nella cantica del Paradiso, Apollo, dio protettore dell’arte poetica, prende il posto delle Muse. L’impresa si fa ardua e il poeta sarà pure sommo, ma non si sa mai… In tal caso, nel 1^canto, il proemio è molto lungo, prendendo i vv. 4-36 – la protasi fermandosi al v. 12 -, e l’invocazione al dio racchiude i versi 13-36. Così noi, per non tediare troppo il paziente lettore, sottoporremo alla sua attenzione soltanto i versi della protasi:

Nel ciel che più de la sua luce prende       

fu’ io, e vidi cose che ridire                      

né sa né può chi di là su discende;          

perché appressando sé al suo disire,         

nostro intelletto si profonda tanto,           

che dietro la memoria non può ire.           

Veramente quant’io del regno santo        

ne la mia mente potei far tesoro,               

sarà ora materia del mio canto.              

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta

Ed ecco, al cominciar de l'erta

Nel 1^ canto dell’Inferno, tre fiere impediscono a Dante di riprendere il cammino per il solitario pendio – dopo che ha in qualche modo dato riposo al corpo affaticato, arrivato alle pendici di un colle, là dove finisce quella selva che gli ha trafitto il cuore di paura. Dapprima, quasi all’inizio del declivio, una lonza agile e molto veloce, che è ricoperta da un pelo chiazzato, non si allontana dal suo cospetto, per di più impedisce tanto il suo camminare, che egli si volta molte volte per ritornare indietro.

Poi un leone gli viene incontro con la testa eretta e con una fame da far diventare irosi, sicché sembra che lʼaria ne tremi. Infine, una lupa, che sembra oppressa da tutti i segni dellʼavidità nella sua magrezza, lo turba tanto con la paurosa minaccia che nasce dal suo aspetto, che perde la speranza di raggiungere la vetta del colle. Così lo muta la fiera irrequieta, che, incalzandolo, gradualmente lo risospinge nella selva tenebrosa.

Fin qui il racconto, come viene riportato letteralmente. Ma qui preme indagare sul significato simbolico, di certo più intrigante. Nei primi commentatori della Commedia è possibile registrare un’unità d’intenti nell’assimilare le tre fiere ai tre vizi capitali, rispettivamente la lussuria, la superbia e la cupidigia – associazione che, peraltro, lo stesso Dante ribadisce nel 20^ canto del Purgatorio, quando inveisce contro la lupa, simbolo dell’avarizia, di cui si parla nello stesso.

Nei tempi a noi più vicini, invece, le interpretazioni si sono succedute a tamburo battente: i commentatori moderni, infatti, si sono profusi a dire la loro su una questione che aveva resistito all’assalto del tempo. Ma ne riporteremo soltanto un paio.

Dunque la prima vuole le tre fiere assurgere a simbolo delle tre faville di cui parla Ciacco nel 6^ canto dell’Inferno, anche se qui il dannato cita l’invidia in luogo dellavarizia. L’altra, di stampo più propriamente politico-morale, vuole la lonza come simbolo di Firenze, nel leone del casato reale di Francia e nella lupa della Curia romana.

Tuttavia – antichi e moderni saranno almeno concordi in ciò – le tre ferie raffigurano vizi che accompagnano da sempre l’essere umano, i quali, oltre a indirizzare oltre misura le sue azioni, costituiscono un ostacolo per una convivenza civile degna di tal nome. A prescindere quali essi siano: lussuria, superbia, cupidigia o invidia, sulla loro estrema attualità, credo, nessuno possa dubitare.