Fama di loro il mondo esser non lassa

3^ canto dell’Inferno.

Gli ignavi.

I due poeti hanno appena varcato la porta dell’Inferno. “Lì gemiti, pianti e acuti lamenti risuonavano attraverso lʼaria infernale, per cui io ne piansi al sentirli la prima volta. Linguaggi strani, modi di parlare spaventosi, parole dolenti, toni di voce esprimenti il sentimento dell’ira, suoni vocali forti e fievoli, e percosse con essi producevano un clamore, il quale si muove a vortice sempre in quellaria oscura in cui non passa il tempo, come la sabbia tutte le volte che soffia il vento”, narra Dante.

E lui con la mente oppressa dal dubbio, dice: “Maestro, che cos’è ciò che odo? e quali anime sono che sembrano così sopraffatte dal dolore?”.

Ed egli al poeta: “In questa triste condizione stanno le anime sciagurate di coloro che vissero senza demerito e senza merito”. Per chiosare a mo’ di epitaffio, dopo una breve dissertazione esplicativa su di loro, in ciò incalzato dal poeta: “Lʼumanità non permette che resti la memoria di loro; la misericordia e la giustizia li disprezzano: non parliamo di loro, ma volgi lo sguardo e prosegui senza fermarti”.

Gli ignavi. Una categoria talmente particolare e numerosa di esseri umani, che non sono posti nemmeno tra i dannati. Il poeta ce li mostra nel vestibolo dell’Inferno, mentre in una lunga fila seguono una bandiera che va in tondo muovendosi tanto rapida, che gli appare sdegnosa di ogni pausa. Essi sono nudi e punti continuamente da mosconi e da vespe, che striano loro il viso di sangue.

In tale rappresentazione, Dante ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per la quale la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione, vedi l’Antico Testamento, poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra la colpa e la forma della pena.

@ FAMA DI LORO IL MONDO ESSER NON LASSA

 

E caddi come l’uom cui sonno piglia

3^ canto dell’Inferno.

Ultima parte.

Figliolo mio”, disse il generoso maestro, “quelli che muoiono nel peccato mortale convergono tutti qui da ogni luogo; e sono docili a passare oltre il fiume, perché la giustizia divina li stimola, così che il timore si volge in desiderio. Di qui non passa mai unʼanima in grazia di Dio; e perciò, se Caronte si lamenta di te, puoi intendere appieno dopo quanto è accaduto che cosa esprimono le sue parole”.

Terminato questo, l’oscura pianura tremò con tanta violenza, che la memoria del terrore anche ora mi bagna di sudore. La terra intrisa di lacrime mandò fuori un vento, che emanò un bagliore vermiglio il quale mi fece perdere i sensi; e caddi come uno che è preso dal sonno.

@ E CADDI COME L’UOM CUI SONNO PIGLIA