Tanto m’aggrada il tuo comandamento

foto tanto m'aggrada

Nelle tenebre di un ampio pianoro si vede un lucore smeraldino e si ode un leggero e progressivo ansare. Virgilio e Beatrice sono al centro di questo lucore. E parlano, parlano… e di tanto in tanto emettono sospiri. Che si vanno a mischiare con quelli delle anime del Limbo, la dimora eterna assegnata a Virgilio. Dove l’ha trovato Beatrice. Ci sembra di udirlo questo ansimare. I sospiri sono palpabili. Si potrebbero quasi sfiorare.

Virgilio così torna in evidenza, dopo che, in rispettoso silenzio e annuendo partecipe, si è posto in ascolto di Beatrice. Che, venutolo a trovare, lo ha supplicato con gli occhi lucidi di correre in soccorso del suo Dante, il quale si trova tanto impedito nel cammino su per il declivio solitario che lo condurrà alla salvezza. Tutto ciò, nel cuore del secondo canto dell’Inferno.

E Virgilio, dopo che Beatrice gli ha promesso di tessere le lodi per lui al cospetto di Dio, con voce ferma le risponde: “O signora della virtù morale, la sola per cui il genere umano si eleva su tutte le creature terrene, tanto m’aggrada il tuo comandamento, che se già ti stessi obbedendo, m’è tardi; più non t’è uopo aprirmi il tuo talento. Ma dimmi la causa per la quale non esiti a scender qua giuso in questo centro dell’ampio loco ove tornar tu ardi”.

A questo punto, lo vediamo tornare al contegno di poco prima: massimo rispetto e compartecipazione verso quella fanciulla dal cuore tenero, che tiene così tanto al proprio amico. La replica della quale non si farà attendere.

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La vista che m’apparve d’un leone

il leone

Un piccolo passo indietro e torniamo nel primo canto dell’Inferno. Dopo che il Sommo Poeta, attraversata la ‘selva oscura’, che gli ha di paura il cor compunto, ha fatto riposare il suo corpo affaticato – lo vediamo mentre, seduto su di un masso lungo il sentiero, si deterge con la mano il sudore della fronte – riprende a camminare per la piaggia diserta in direzione del colle, i pendii del quale sono illuminati dalla radiosa luce del sole, e quando una lonza che gli è apparsa davanti, quasi al cominciar de l’erta, ha ostacolato non poco la sua andatura, facendogli addirittura ritenere possibile un clamoroso dietro-front, ecco che la comparsa improvvisa di un leone rimette tutto in discussione.

Temp’era dal principio del mattino ”, racconta il poeta, “e il sole in Ariete risaliva il cielo come nel giorno della Creazione; sicché mi davano motivo di non temere quella bestia dalla pelliccia maculata l’ora mattutina e il tiepido clima primaverile; ma non tanto che paura non mi desse la vista che m’apparve d’un leone”.

Questi, materializzatosi dal nulla, pare venirgli incontro con un atteggiamento superbo e famelico, sicché egli ne ricava l’impressione che perfino l’aria attorno ne abbia timore.

Lettore, non ti preoccupare per il nostro eroe: egli saprà cavarsela egregiamente… almeno fino al prossimo incontro.