I’ son Beatrice che ti faccio andare

foto tanto m'aggrada

“Se ho udito compiutamente il tuo discorso, la tua anima è lesa dalla pusillanimità; la quale molte volte ostacola gli uomini tanto che li distoglie da qualche onorata impresa, come un’apparizione ingannevole tutte le volte che si adombra un animale.

“Affinché tu sia sollevato questo timore, ti dirò perché io sono venuto e quel che io udii nel momento in cui per la prima volta mi addolorai per te. Io ero tra le anime del Limbo, e mi chiese aiuto una donna beata e bella, tale nell’aspetto che io mi predisposi a ubbidirle”.

Così Virgilio ha risposto a Dante, dopo che questi, attraverso una lunghissima profusione di parole, tra le quali è stato ricordato il viaggio agli Inferi di Enea e di san Paolo, gli ha manifestato l’intenzione di annullare “l’azione che era stata iniziata con tanta frettolosa iattanza” – quella d’intraprendere il “suo” viaggio nei tre regni ultraterreni.

2^ canto dell’Inferno. In direzione del centro. Dove Virgilio continua in tal modo: “I suoi occhi brillavano più delle stelle; e mi cominciò a dire con affabile pacatezza, con voce celestiale, nel suo eloquio: ‘O nobile anima mantovana, la cui gloriosa celebrità sussiste tuttora sulla Terra, e continuerà a sussistere lungamente quanto questa, il mio vero amico, e non di quelli che vanno e vengono secondo la fortuna, è così impedito nel viaggiare nel solitario pendio, che si è volto indietro a causa della paura; e teme che sia già così turbato, che io sia accorsa a soccorrerlo dopo il tempo conveniente, in seguito a quel che ho sentito dire di lui in Paradiso.

‘Ora vai, e con la tua eloquenza e con ciò che è necessario alla sua salvezza, aiutalo in modo che ne sia confortata. Io che t’induco ad andare sono Beatrice; provengo dall’Empireo dove desidero ritornare; m’ispirò l’amore divino, che mi fa parlare. Quando sarò al cospetto di Dio, spesso dirò le tue lodi a Lui’ “.

A questo punto Beatrice smette di parlare, “e poi cominciai io”, dice Virgilio a Dante. E noi non vediamo l’ora di conoscere la sua replica.

La vista che m’apparve d’un leone

il leone

Dopo che Dante, attraversata la selva oscura, che gli ha di paura il cor compunto, ha fatto riposare il suo corpo affaticato – lo immaginiamo mentre, seduto su di un masso lungo il sentiero, si deterge con la mano il sudore della fronte – riprende a camminare per la piaggia diserta in direzione del colle, i pendii del quale sono illuminati dalla radiosa luce del sole, e quando una lonza che gli è apparsa davanti, quasi al cominciar de l’erta, ha ostacolato non poco la sua andatura, facendogli addirittura ritenere possibile un clamoroso dietrofront, ecco che la comparsa improvvisa di un leone rimette tutto in discussione. Siamo nel 1^ canto dell’Inferno.

Temp’era dal principio del mattino ”, racconta il poeta, “e il sole si levava dall’orizzonte nel segno dell’Ariete; sicché mi davano motivo per sperare in modo conveniente riguardo a quella bestia dalla pelliccia screziata l’ora del mattino e il tiepido clima della primavera; ma non così che paura non mi desse la vista che m’apparve d’un leone”.

Questi, materializzatosi dal nulla, pare venirgli incontro con la testa eretta e con una fame da far diventare irosi, sicché “sembrava che l’aria attorno ne tremasse”, ricorda il poeta.

Ma non ci preoccupiamo per lui: egli saprà cavarsela egregiamente… almeno fino al prossimo incontro.