La vista che m’apparve d’un leone

il leone

Dopo che Dante, attraversata la selva oscura, che gli ha di paura il cor compunto, ha fatto riposare il suo corpo affaticato – lo immaginiamo mentre, seduto su di un masso lungo il sentiero, si deterge con la mano il sudore della fronte – riprende a camminare per la piaggia diserta in direzione del colle, i pendii del quale sono illuminati dalla radiosa luce del sole, e quando una lonza che gli è apparsa davanti, quasi al cominciar de l’erta, ha ostacolato non poco la sua andatura, facendogli addirittura ritenere possibile un clamoroso dietrofront, ecco che la comparsa improvvisa di un leone rimette tutto in discussione. Siamo nel 1^ canto dell’Inferno.

Temp’era dal principio del mattino ”, racconta il poeta, “e il sole si levava dall’orizzonte nel segno dell’Ariete; sicché mi davano motivo per sperare in modo conveniente riguardo a quella bestia dalla pelliccia screziata l’ora del mattino e il tiepido clima della primavera; ma non così che paura non mi desse la vista che m’apparve d’un leone”.

Questi, materializzatosi dal nulla, pare venirgli incontro con la testa eretta e con una fame da far diventare irosi, sicché “sembrava che l’aria attorno ne tremasse”, ricorda il poeta.

Ma non ci preoccupiamo per lui: egli saprà cavarsela egregiamente… almeno fino al prossimo incontro.

3 pensieri su “La vista che m’apparve d’un leone

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