Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta

1^ canto dell’Inferno.

Le tre fiere.

Nella selva oscura e ai piedi di un colle. All’inizio del canto, Dante narra che al culmine del corso della vita umana si ritrova in una selva oscura, perché ha smarrito la via diretta. «Io non so esprimere pienamente come vi entrai, tanto ero preso dalla sonnolenza in quel momento in cui abbandonai la via giusta. Ma dopo che fui arrivato ai piedi di un colle, là dove finiva quella selva che mi aveva trafitto il cuore di paura, rivolsi lo sguardo in alto e vidi la sua sommità illuminata già dai raggi del pianeta che guida esattamente l’uomo in ogni cammino», precisa.

Dopo che ha lasciato riposare alquanto il corpo fiacco, s’incammina di nuovo per il pendio solitario. Ed ecco, quasi all’inizio della salita, una lonza agile e molto veloce, che è coperta di pelo screziato; e non si allontana dal suo cospetto, e per di più ostacola tanto il suo camminare, che si gira molte volte per ritornare indietro. «Era la prima ora del mattino, e il sole si muoveva verso l’alto con quella costellazione che era con lui quando l’amore divino mise in moto per la prima volta gli astri del cielo; così che l’ora del mattino e la mite stagione erano motivo per me di sperare in modo conveniente riguardo a quella belva dalla pelliccia screziata; ma non così che non mi causasse paura l’aspetto di un leone che mi si mostrò. Ed una lupa, che nella sua magrezza sembrava carica di tutte le bramosie umane, e fece già vivere infelici molte persone, questa mi causò tanta disperazione con la paura che si generava dal suo aspetto, che io persi la speranza di raggiungere la sommità del colle», conclude il poeta nel descrivere le tre fiere.

 Fin qui il racconto, alla lettera. Ma qui preme indagare sul significato simbolico, di certo più intrigante. Nei primi commentatori della Commedia fu possibile registrare un’unità d’intenti nell’assimilare le tre fiere ai tre vizi capitali, rispettivamente la lussuria, la superbia e la cupidigia.

Nei tempi a noi più vicini, invece, le interpretazioni si sono succedute a tamburo battente: i commentatori moderni, infatti, si sono profusi a dire la loro su una questione che aveva resistito all’assalto del tempo. Ma ne riporteremo soltanto un paio. Dunque la prima vuole le tre fiere assurgere a simbolo delle tre faville di cui parla il goloso Ciacco, anche se qui il dannato cita l’invidia in luogo dell’avarizia. L’altra, di stampo più propriamente politico-morale, vuole la lonza come simbolo di Firenze, nel leone del casato reale di Francia e nella lupa della Curia romana.

Le tre ferie, in sostanza, raffigurano vizi che accompagnano da sempre l’essere umano, i quali, oltre a indirizzare oltre misura le sue azioni, costituiscono un ostacolo per una convivenza civile degna di tal nome. A prescindere quali essi siano: lussuria, superbia, cupidigia o invidia, sulla loro estrema attualità, credo, nessuno possa dubitare.

@ ED ECCO, QUASI AL COMINCIAR DE L’ERTA

 

3 pensieri su “Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta

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