Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta

1^ canto dell’Inferno.

Le tre fiere.

Sulla piaggia diserta. Il poeta narra: “Nel punto sommo del corso della vita umana mi ritrovai in una selva buia, perché avevo smarrito la via diretta. Ahi quanto è impresa ardua descrivere come era inospitale e malagevole e dolorosa questa selva che solo a pensarvi ripropone la paura! È tanto dolorosa che la morte è poco più; ma per discutere del bene che vi trovai, parlerò delle altre cose che vi ho visto.

“Io non sono capace di raccontare come vi entrai, tanto ero preso dallo smarrimento nel momento in cui abbandonai la via giusta. Ma dopo che fui arrivato alle pendici di un colle, là dove finiva quella selva che mi aveva trafitto il cuore di paura, rivolsi lo sguardo verso l’alto e vidi la sua sommità illuminata già dai raggi del pianeta che guida esattamente l’uomo in ogni cammino.

“In quel momento fu alquanto cessata la paura, che si era protratta a lungo nel profondo del cuore la notte che trascorsi con tanta angoscia. E come colui che con il respiro affannoso, uscito fuori del mare profondo e giunto alla spiaggia, si volge all’acqua rischiosa e la guarda con raccapriccio, così il mio animo, che ancora si dava alla fuga, si volse indietro a riguardare il passaggio che non lasciò mai vivo alcuno.

“Dopo che ebbi lasciato riposare alquanto il corpo affaticato, m’incamminai di nuovo per il pendio solitario, sicché il piede saldo era di continuo il più basso. Ed ecco, quasi all’inizio della salita, una lonza agile e molto veloce, che era coperta di pelo screziato; e non si allontanava dal mio cospetto, e per di più ostacolava tanto il mio camminare, che io mi voltai spesso per ritornare indietro.

“Era la prima ora del mattino, e il sole si muoveva verso l’alto con quel segno zodiacale che era con lui quando l’Amore divino mosse per la prima volta gli astri del cielo; sicché l’ora del giorno e la mite stagione erano per me motivo di sperare pienamente riguardo a quella fiera dalla pelliccia screziata; ma non così che non mi causasse la paura l’aspetto di un leone che mi si mostrò.

“Questi pareva che mi venisse contro a testa eretta e con una fame così prepotente da far diventare rabbiosi, sicché pareva che ne vibrasse l’aria. E una lupa, che nella sua magrezza sembrava oppressa da tutti i bestiali appetiti di mangiare, e molte persone in passato fece vivere infelici, questa mi apportò tanta pesantezza con la minaccia che si generava dal suo aspetto, che io perdetti la speranza di raggiungere la sommità del colle”.

Fin qui il racconto, alla lettera. Ma qui preme indagare sul significato allegorico dello stesso, di certo più intrigante. Nei primi commentatori della Commedia fu possibile registrare un’unità di intenti nell’associare le tre fiere ai tre vizi capitali della lussuria, della superbia e della cupidigia. I commentatori più vicini a noi, invece, si sono divisi tra due filoni interpretativi. Il primo vuole le tre fiere assurgere a simbolo delle tre faville di cui parla il goloso Ciacco (anche se qui il dannato cita l’invidia in luogo dell’avarizia). L’altro vuole la lonza come simbolo di Firenze, mentre il leone e la lupa come simboli rispettivamente della casata reale di Francia e della Curia romana.

@ ED ECCO, QUASI AL COMINCIAR DE L’ERTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

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