E quindi fu del fosso il nostro passo

E quindi fu del fosso il nostro passo

La scorta fida, il centauro Nesso, ha avuto lʼordine dal capo del drappello, Chirone, di accompagnare i due poeti sulla sponda opposta del Flegetonte, il fiume di sangue che delimita il settimo cerchio, in cui sono immersi i violenti contro il prossimo.

E lui adesso lo sta facendo con parecchia abnegazione, da vero e proprio cicerone, mentre descrive di tanto in tanto a Dante, che reca sulla groppa, i dannati immersi nel fiume bollente, chi in misura maggiore, chi in misura minore, a seconda della loro tipologia: violenti sulla persona e negli averi, tiranni e omicidi, guastatori e predoni.

Dopo avergli additato, solo soletto da una parte, Guido di Montfort, colui che uccise in una chiesa di Viterbo Arrigo di Cornovaglia, cugino del re dʼInghilterra Edoardo I, lo sguardo di Nesso si sofferma su un gruppo di dannati, i predoni.

Costoro si guardano intorno con atteggiamento di sfida, con il busto intero fuori dalla superficie del fiume sanguigno; “e tra costoro io ne riconobbi molti. Così, in modo graduale, quel fiume si abbassava di livello, sicché in un punto preciso scottava soltanto i piedi; e quindi fu del fosso il nostro passo”.

Siamo giunti alla fine del 12^ canto dellʼInferno, e in tal modo ci informa il Sommo Poeta di quel che ricorda, seduto comodamente sulla groppa di Nesso, mentre attraversano il guado. Il quale Nesso, riprendendo il filo del suo discorso interrotto poco prima, lo conclude dicendo proprio a Dante: “Come da questa parte tu vedi che il fiume di sangue scende un poʼ alla volta, così devi credere che oltre il guado allo stesso modo cali il suo fondale, finché esso non si ricongiunge dove pagano lo scotto i tiranni.

Da questʼaltra parte la giustizia divina tormenta quellʼAttila che fu flagello in terra, Pirro e Sesto; e per l’eternità spreme lacrime, che fa scaturire col ribollimento, a Rinieri da Corneto e a Ranieri dei Pazzi, i quali furono predoni di strada molto crudeli”.

Giunti sulla sponda opposta del Flegetonte, Dante scende subito dalla groppa e si mette al seguito di Virgilio. Poi il centauro, accennando con la testa un saluto, fa una pronta giravolta e riattraversa il guado. Missione compiuta: può tornarsene dai compagni più che soddisfatto.

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Ancora in dietro un poco ti rivolvi

Ancora in dietro un poco ti rivolvi

 Torniamo a vedere i due poeti, nascosti dalla copertura in pietra del sepolcro di Anastasio II, e intenti a conversare – a dire il vero, è Virgilio che parla e Dante lo ascolta con estremo interesse. Del resto, tutto lʼundicesimo canto dellʼInferno è strutturato così: in forma discorsiva. Infatti, non possono fare altro, perché si devono abituare al fetore che proviene dallʼabisso, prima di continuare il cammino intrapreso.

E così Virgilio ne ha approfittato per dare una lezione allʼallievo su ciò che lo aspetta, da lì in avanti. È vero, Virgilio è stato pungolato da Dante: “Maestro, ci dobbiamo fermare. Bene. Ma faʼ sì che il tempo non vada sprecato”, gli ha detto non senza una punta dʼirritazione.

Per cui, dopo aver ascoltato pazientemente il lungo discorso del maestro, riguardante la complessa organizzazione dei peccati e dei peccatori insita nella parte bassa della cavità infernale, egli ha chiesto al maestro, ormai incuriosito più che mai, perché gli incontinenti da lui incontrati non debbano essere puniti, al pari degli altri peccatori elencati da Virgilio nella sua spiegazione, dentro la città di Dite – la parte bassa di cui sopra – nella quale hanno da poco messo piede.

Virgilio gli ha risposto al colmo della meraviglia: ma come, il suo prediletto, così ferrato nello studio delle opere più famose di Aristotele, ha forse imboccato a un tratto la strada dellʼignoranza? Non rammenta più gli insegnamenti dellʼEtica Nicomachea e di come questa opera tratta le tre disposizion che ʼl ciel non vole, tra le quali lʼincontinenza? e il modo in cui la stessa – che raggruppa gli iracondi e gli accidiosi, i lussuriosi e i golosi, gli avari e i prodighi – offende Dio in minor misura, quindi per Lui è meno biasimevole?

Ora, verso la parte finale del citato canto, il maestro prosegue: “Se tu consideri in modo approfondito, e richiami alla tua mente chi sono coloro che sono puniti fuori la città Dite, capirai il motivo per cui siano divisi dai malintenzionati che ti ho elencato, e perché Dio ha condannato gli incontinenti con misure meno severe”.

Udendo ciò, il poeta, con voce melliflua ribatte: “O luce che diradi la nebbia dell’ignoranza di noi mortali, tu mi appaghi a tal punto ogni volta che chiarisci i miei dubbi, che, non meno della certezza, mi piace restare nel dubbio. Ancora in dietro un poco ti rivolvi, là dove dici che lʼusura è una violenza contro Dio, e sciogli il nodo”.

E il maestro? Oh risponderà, sì che lo farà! 

E già ‘l maestro mio mi richiamava

E già 'l maestro mio mi richiamava

Il poeta, colpito da improvvisa cortesia davanti allʼavello di Farinata degli Uberti, ha augurato ai discendenti di costui di ritornare un giorno non troppo lontano a Firenze, per domandargli subito dopo che gli sciogliesse un nodo, che lo sta torturando da non poco tempo. Poi, osservando il proprio interlocutore con occhio vigile, per vederne la reazione, si è posto in paziente attesa.

Ora la reazione dellʼeretico: “Noi prevediamo gli eventi che ci sono distanti, come chi possiede la vista difettosa; e soltanto con tale limitazione su di noi risplende la luce del sommo duce. Quando i fatti sono vicini oppure addirittura stanno accadendo, la nostra facoltà intellettiva è del tutto inutile; e se qualcun altro non ci informa, nulla sappiamo della vostra situazione terrena. E per questo puoi intendere in qual modo tutta la nostra conoscenza avrà fine dopo il giudizio universale”.

Decimo canto dellʼInferno, esimio lettore, verso la fine dello stesso. Dove vediamo Farinata degli Uberti che, con tono accorato, sembra dire al poeta: ʻCe la sto mettendo tutta, amico, per aiutarti, ma più di questo non posso dirti, né posso fare per venirti incontroʼ.

Allora, come se fosse angustiato da un rimorso di coscienza nei confronti di Cavalcante dei Cavalcanti – al quale poco prima ha dato lʼimpressione, indugiando davanti a una precisa domanda di costui, che suo figlio Guido, nonché suo carissimo amico, si fosse cacciato in qualche guaio o addirittura fosse morto – il poeta ribatte con voce sicura: “Ecco direte a quel caduto che suo figlio è ancora vivo; e se, prima, ho avuto una leggera esitazione nel replicare a quanto mi aveva chiesto, ditegli che lʼho fatto perché stavo già riflettendo sul dubbio che voi mi avete risolto or ora”.

E già ʼl maestro mio mi richiamava”, racconta il poeta giunto a questo punto della narrazione – infatti, il povero Virgilio lo ha richiamato allʼordine, essendo il tempo concesso a Dante abbondantemente scaduto -; “e per questo chiesi a quello spirito che mi dicesse subito chi stava insieme a lui”, conclude.

E la risposta di ʻquello spiritoʼ? La conosceremo presto.