Tra ‘l muro de la terra e li martìri

10^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

Adesso il mio maestro se ne va per uno stretto sentiero, tra la fortificazione della città di Dite e le arche che martirizzano i dannati, e io dietro. 

“O maestro sommamente virtuoso, che mi fai rivolgere per i cerchi infernali”, cominciai, “come vuoi tu, parlami, e appaga i miei desideri. Si potrebbero vedere i dannati che sono così distesi nei sepolcri? certamente tutte le pietre sepolcrali sono sollevate, e nessuno custodisce”.

E quegli a me: “Saranno tutte chiuse quando torneranno qui dopo il giorno del Giudizio coi corpi che hanno lasciati sulla terra. In questa zona hanno il loro luogo di sepoltura Epicuro con tutti i suoi adepti, che ritengono che l’anima muoia col corpo. Perciò presto sarà data soddisfazione alla domanda che mi hai fatto di qui dentro, e inoltre al desiderio che tu non mi esprimi”.

@ TRA ‘L MURO DE LA TERRA E LI MARTÌRI

Quel color che viltà di fuor mi pinse

9^ canto dell’Inferno.

(Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio e Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.)

Quel color che viltà di fuor mi pinse veggendo il duca mio tornare in volta, più tosto dentro il suo novo ristrinse. Attento si fermò com’uom ch’ascolta; ché l’occhio nol potea menare a lunga per l’aere nero e per la nebbia folta. 

Pur a noi converrà vincer la punga”, cominciò el, “se non… Tal ne s’offerse: oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse lo cominciar con l’altro che poi venne, che fur parole a le prime diverse; ma nondimen paura il suo dir dienne, perch’io traeva la parola tronca forse a peggior sentenzia che non tenne.

In questo fondo de la trista conca discende mai alcun del primo grado, che sol per pena ha la speranza cionca?”.

Questa question fec’io; e quei “Di rado incontra”, mi rispuose, “che di noi faccia il cammino alcun per qual io vado. Ver è ch’altra fïata qua giù fui, congiurato da quella Eritòn cruda che richiamava l’ombre a’ corpi sui. Di poco era di me la carne nuda, ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro, per trarne un spirto del cerchio di Giuda. Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro, e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira: ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro. Questa palude che ‘l gran puzzo spira cigne dintorno la città dolente, u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.

E altro disse, ma non l’ho a mente; però che l’occhio m’avea tutto tratto ver’ l’alta torre a la cima rovente, dove in un punto furon dritte ratto tre furïe infernal di sangue tinte, che membra feminine avìeno e atto, e con idre verdissime eran cinte; serpentelli e ceraste avien per crine, onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine de la regina de l’etterno pianto, “Guarda”, mi disse, “le feroci Erine. Quest’è Megera dal sinistro canto; quella che piange dal destro è Aletto; Tesifòn è nel mezzo”; e tacque a tanto. Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; battiensi a palme e gridavan sì alto, ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto”, dicevan tutte riguardando in giuso: “mal non vengiammo in Tesël’assalto”.

Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso; ché se ‘l Gorgòn si mostra e tu ‘l vedessi, nulla sarebbe del tornar mai suso”.

Così disse ‘l maestro; ed elli stessi mi volse, e non si tenne a le mie mani, che con le sue ancor non mi chiudessi. O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi strani. E già venìa su per le torbide onde un fracasso d’un suon, pien di spavento, per cui tremavano amendue le sponde, non altrimenti fatto che d’un vento impetüoso per li avversi ardori, che fier la selva e sanz’alcun rattento li rami schianta, abbatte e porta fori; dinanzi polveroso va superbo, e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo del viso su per quella schiuma antica per indi ove quel fummo è più acerbo”.

Come le rane innanzi a la nimica biscia per l’acqua si dileguan tutte, fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, vid’io più di mille anime distrutte fuggir così dinanzi ad un ch’al passo passava Stige con le piante asciutte. Dal volto rimovea quell’aere grasso, menando la sinistra innanzi spesso; e sol di quell’angoscia parea lasso. Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, e volsimi al maestro; e quei fé segno ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. Ahi quanto mi parea pien di disdegno! Venne a la porta e con una verghetta l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

O cacciati del ciel, gente dispetta”, cominciò elli in su l’orribil soglia, “ond’esta oltracotanza in voi s’alletta? Perché recalcitrate a quella voglia a cui non puote il fin mai esser mozzo, e che più volte v’ha cresciuta doglia? Che giova ne le fata dar di cozzo? Cerbero vostro, se ben vi ricorda, ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo”.

Poi si rivolse per la strada lorda, e non fé motto a noi, ma fé sembiante d’omo cui altra cura stringa e morda che quella di colui che li è davante; e noi movemmo i piedi inver’ la terra, sicuri appresso le parole sante. Dentro li entrammo sanz’alcuna guerra; e io, ch’avea di riguardar disio la condizion che tal fortezza serra, com’io fui dentro, l’occhio intorno invio: e veggio ad ogne man grande campagna, piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna, fanno i sepulcri tutt’il loco varo, così facevan quivi d’ogni parte, salvo che ‘l modo v’era più amaro; ché tra gli avelli fiamme erano sparte, per le quali eran sì del tutto accesi, che ferro più non chiede verun’arte. Tutti li lor coperchi eran sospesi, e fuor n’uscivan sì duri lamenti, che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: “Maestro, quai son quelle genti che, seppellite dentro da quell’arche, si fan sentir con li sospiri dolenti?”.

E quelli a me: “Qui son li eresïarche con lor seguaci, d’ogne setta, e molto più che non credi son le tombe carche. Simile qui con simile è sepolto, e i monimenti son più e men caldi!”. E poi ch’a la man destra si fu vòlto, passammo tra i martìri e li alti spaldi.

@ QUEL COLOR CHE VILTÀ DI FUOR MI PINSE

Ben m’accorsi ch’era da ciel messo

9^ canto dell’Inferno.

L’inviato celeste.

Uno degli enigmi più celebri dell’intera Commedia è rappresentato dal personaggio che viene in soccorso ai due poeti, nella fattispecie, ad aprire loro la porta della città di Dite, nel quinto cerchio dellʼInferno, dopo che i diavoli l’hanno chiusa in faccia a Virgilio con un’arroganza non nuova, poiché già osarono mostrarla davanti a una porta meno interna: l’ingresso dell’Inferno.

Dei due, è Virgilio che sa di qualcuno che verrà a toglierlo dall’impasse. Anzi, né è addirittura certo. Ricordiamo che a Dante, rassicurandolo riguardo a quella tracotanza, ha detto che dopo la porta dell’Inferno stava intanto scendendo il pendio, “muovendosi attraversando i cerchi senza guida, un certo essere da cui ci sarà aperta la città di Dite”. Quando l’aiuto divino ai due poeti si manifesta con un rumore violento e improvviso, che spinge i dannati, immersi nelle acque putride dello Stige, a rifugiarsi sulle sponde in preda al terrore, Virgilio intima a Dante di rivolgere la potenza visiva su per l’antica superficie schiumosa.

E che vedrà Dante? Un tale che cammina sulla superficie delle acque putride, allontanando con un moto di fastidio l’aria densa che gli si concentra sul volto, e che riuscirà ad aprire la porta della città di Dite, appoggiando appena sulla stessa un’insegna di comando, non senza poi rimbrottare duramente i diavoli, nel frattempo rintanatisi all’interno delle mura. Chi è questo inviato celeste tanto bramato da Virgilio?

Orbene, identificare con sicurezza chi sia questo personaggio misterioso, è un esercizio che, nei secoli, i più raffinati commentatori danteschi hanno provato a fare. Dunque partiamo dall’angelo, meglio un arcangelo (Gabriele, Michele), passando nell’ordine per Mercurio, Ercole, Marte, San Pietro, Enea, e finire a Enrico VII.

Orbene, l’ipotesi che ha trovato più largo seguito, ancora la più accreditata, è quella che ha voluto vedere in tale personaggio un angelo, proveniente, peraltro, non dal Paradiso, ma dal Limbo. Che altro significherebbe, secondo i fautori di tale ipotesi, la puntualizzazione che Dante mette in bocca a Virgilio, a proposito del riferimento che dopo la porta dell’Inferno intanto stava scendendo il pendio un “certo essere”? E che cosa c’è dopo la porta dell’Inferno, e dopo il vestibolo, se non il Limbo? Di un fatto siamo tutti certi: l’intervento di Dio si è reso necessario per la seconda volta, manifestandosi il primo proprio tramite Virgilio, perché il peccatore superi una buona volta le proprie titubanze e prosegua spedito nel cammino di redenzione.

@ BEN M’ACCORSI CH’ELLI ERA DA CIEL MESSO

Dove in un punto furon dritte ratto

9^ canto dell’Inferno.

Le Furie.

Fermi davanti alla porta della città di Dite, nel quinto cerchio dell’Inferno, Virgilio e Dante si trovano in una classica impasse. Poco prima i diavoli, impedendo loro di entrare, li hanno spinti in un vicolo cielo: il viaggio rischia di finire ancor prima di entrare nel vivo! Virgilio stesso, d’altro canto, esclamando: “Oh non vedo l’ora che altri arrivi qui!”, ne è perfettamente consapevole.

Poi, come se non bastasse, sull’alta torre dalla sommità infuocata si sono drizzate in piedi a incutere spavento ai due poeti le tre Furie infernali macchiate di sangue, che avevano forme corporee e atteggiamento femminili, ed erano fasciate da idre verdissime; avevano come capigliatura serpentelli e ceraste, da cui erano cinte le feroci tempie.

Chi sono? Aletto, Megera e Tesifone, vale a dire le Furie o Erinni. Nate dal sangue di Urano, quando questi fu mutilato dal figlio Crono, il padre di Giove, nella mitologia greca furono considerate dee delle vendetta, perché perseguitavano gli omicidi. E non appena il colpevole otteneva dagli dèi l’assoluzione sotto forma di purificazione, esse diventavano benevole: le Eumenidi.

Nella letteratura latina, invece, esse, figlie della Notte, hanno un aspetto orrendo e dimorano nell’Ade. Quando vi escono, sotto forma di mostri alati e dietro specifica richiesta di Giunone, seminano la discordia tra gli uomini.

Aletto è la più tremenda delle tre: è lei che, nell’Eneide di Virgilio, induce gli indigeni a ribellarsi contro Enea e i suoi, spargendo qua e là equivoci, rancori e rappresaglie. Tesifone, per non essere da meno, inculca nella mente di Atamante la follia che lo porterà a uccidere la moglie e i figli. Di Megera, preposta a suscitare l’invidia e l’infedeltà matrimoniale tra gli esseri umani, ne parla Stazio nella sua Tebaide.

A detta della maggior parte dei commentatori, che nel tempo si sono sforzati di cercare un significato allegorico, tentativo perlopiù rivelatosi inutile, non pare che le Furie assolvano a una funzione precisa. E ammesso che ne abbiano una, sempre dai più, la stessa sarà da ricondurre a semplici rappresentanti di Medusa. Della quale, poco dopo la loro apparizione, invocano non a caso l’intervento, quasi a dimostrare la loro totale inadeguatezza.

@ DOVE IN UN PUNTO FURON DRITTE RATTO

Ver è ch’altra fiata qua giù fui

9^ canto dell’Inferno.

La leggenda sulla discesa di Virgilio all’Inferno.

Nell’età medievale fu molto popolare una leggenda, che si fondava sul fatto che Virgilio rientrasse a pieno titolo nell’ampio stuolo dei magi, che popolavano il mondo antico. Leggenda, peraltro, che qualche commentatore vide accennata in diversi luoghi dell’Inferno dantesco: nel quinto cerchio, fuori dalla città di Dite, quando Virgilio, all’uopo incalzato da una maliziosa domanda di Dante, gli risponde di essere sceso una prima volta nella parte più profonda dell’Inferno, costretto con scongiuri da Eritone, “che chiamava di nuovo il ritorno delle anime nei loro corpi”, per la cronaca, una maga della Tessaglia, di cui parla Lucano nella Farsalia, la quale indusse al ritorno sulla terra un morto, affinché anticipasse a Sesto Pompeo l’esito della battaglia di Farsalo.

Poi, nel sesto cerchio, prima di raggiungere il Flegetonte, allorché Virgilio, invitando Dante a sbrigarsi a scendere lungo la discesa del ‘burrato’, conforta il suo pupillo, premettendo a una lunga spiegazione sulle origini della frana: “Ora voglio che tu sappia che la prima volta in cui discesi quaggiù nella parte più profonda dell’Inferno…”

Da ultimo, nella quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, nel momento in cui Virgilio, minacciato dai diavoli Malebranche, dice a Dante di nascondersi dietro uno sperone di roccia, e di non preoccuparsi più che tanto, perché lui già fu nella stessa situazione di pericolo.

Fin qui i riferimenti, verso i quali altri commentatori hanno parlato invece di ‘occhio disattento’. A partire da Pietro, il figlio del poeta, Benvenuto e Lana, a proposito della discesa di Virgilio all’Inferno, costoro si sono trovati concordi nel ritenere la stessa una mera invenzione letteraria suggerita loro, aggiungono altri, da un’analoga circostanza esistente nell’Eneide, dove la Sibilla, guida di Enea, racconta a costui di essere già scesa un’altra volta nell’Ade, insieme a Ecate.

Per cui, il riferimento all’intervento della maga tessala, che facilita la discesa di Virgilio, non è altro che artificio creato ad hoc da Dante, per rendere attendibile la preventiva conoscenza di Virgilio dei luoghi da attraversare. Infatti, ci si è chiesto, in quale altro modo la guida spirituale di Dante avrebbe potuto accompagnare speditamente Dante nei meandri dell’Inferno, se non lo avesse già visitato?

Tuttavia, a fine ‘800, la secolare querelle sul Virgilio – mago fu chiusa dal Comparetti, nel suo Virgilio nel Medio Evo (1872), che ammoniva: “… è un errore ben grande… il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c’è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago e taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità”. E ciò basti a noi poveri mortali.

@ VER È CH’ALTRA FIATA QUA GIÙ FUI

Simile qui con simile è sepolto

9^ canto dell‘Inferno.

Ultima parte.

Come ad Arles, in cui il Rodano forma un delta, come a Pola, nei pressi del golfo del Quarnaro che delimita l’Italia e tocca i suoi confini, i sepolcri fanno tutte le zone diseguali, così facevano lì dappertutto, eccetto che la condizione vi era più dolorosa; perché intorno agli avelli erano diffuse fiamme, per le quali erano così completamente infuocati, che nessuna attività di fabbro richiede un ferro più rovente. Tutte le loro pietre sepolcrali erano sollevate, e ne uscivano fuori lamenti così strazianti, che sembravano certamente di sciagurati e di tormentati.

E io: “Maestro, chi sono quei dannati che, sepolti nella parte interna di quelle arche, si fanno sentire coi gemiti doloranti?”.

E quegli a me: “Qui vi sono i fondatori e capi di eresie con i loro adepti, di ogni specie di eresia, e le tombe sono molto più cariche di quanto tu creda. Qui i seguaci di una stessa eresia sono sepolti insieme, e i monumenti sepolcrali sono più o meno cocenti”. E dopo che si fu rivolto a destra, percorremmo lo spazio tra le arche che martirizzano i dannati e gli alti bastioni.

@ SIMILE QUI CON SIMILE È SEPOLTO