Tal si partì da cantare alleluia

Tal si partì da cantare alleluia

Non è tanto che abbiamo lasciato i due poeti sul pendio scosceso, che conduce alla riva del fiume vermiglio, mentre, scendendo, fanno attenzione a dove poggiano i piedi, in particolar modo Dante.

Ora li vediamo che si avvicinano a quelle fiere snelle, i tre Centauri che li aspettano con lʼatteggiamento di chi è sicuro dei propri mezzi. E Chirone, il capo dei tre, lanciando loro uno sguardo condiscendente, che fa?

Con un gesto alquanto elegante, sfila una freccia dalla faretra, e con la cocca sposta la sua barba fino allʼaltezza delle mascelle. Poi, quando se la toglie dalla bocca mostruosamente ampia, si rivolge ai compagni, leggermente discosti in segno di rispetto, non prima di aver additato Dante: “Ehi, non vi pare che quello di dietro muove ciò che tocca? Solitamente i piedi dei dannati non fanno così”.

Siamo nel dodicesimo canto dellʼInferno. Precisamente, nel punto focale dello stesso.

Dove, Virgilio – che, mentre Chirone fa lo spiritoso, gli si è posto davanti quasi a sbarrargli la strada, nel punto esatto in cui le due nature, quella umana e quella ferina si uniscono – ribatte infuriato: “Hai ragione, è vivo, e così solo che mi occorre fargli conoscere questi luoghi bui: lo conduce qui la necessità, e non il piacere”.

E poi: “Tal si partì da cantare alleluia che mi conferì questo compito inusuale: non è un ladro, né io l’anima di un ladro. Ma in nome di quellʼaiuto divino per il quale io sto percorrendo una strada tanto impervia, dacci uno dei tuoi compagni, a cui noi possiamo stare vicino, e che ci indichi il guado del fiume, trasportando costui sulla groppa, perché non è uno spirito che voli”.

Davanti a queste parole così bene articolate, Chirone, di sicuro al colmo della meraviglia, volgendosi alla sua destra, a Nesso ordina con voce severa: “Tu, torna indietro, e accompagnali, e fai scansare chiunque sia ad intralciarvi il cammino”.

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Onde nel cerchio minore, ov’è ‘l punto

Onde nel cerchio minore, ov'è 'l punto

Si può ingannare, e qui la coscienza di ognuno è intaccata dal rimorso, qualcuno che ha fiducia verso lʼautore dellʼinganno e qualcuno che non ha uno specifico motivo per nutrire fiducia. Questo secondo tipo di frode spezza chiaramente soltanto il rispetto per gli altri; per cui nel secondo dei tre cerchi, trovano la loro dimora naturale gli ipocriti, gli adulatori, i maghi e gli indovini, i falsari di ogni specie, i ladri e i simoniaci, i seduttori, chi fa baratteria, i consiglieri fraudolenti e i seminatori di discordie e di scismi”.

Così Virgilio nel canto undicesimo dellʼInferno, ormai nel cuore dello stesso, prosegue la sua esposizione relativa sia allʼordine in cui sono disposti gli ultimi cerchi infernali – che, più in basso rispetto agli altri già visitati, entrano di diritto nella giurisdizione della città di Dite – sia alla tipologia di peccatori che essi racchiudono.

Il poeta latino – che si trova con Dante dietro la copertura del sepolcro di Anastasio II, entrambi cercando riparo dal fetore nauseabondo che ascende dallʼabisso – riprende a parlare in tono pacato, dopo aver fatto una breve pausa e lanciato allʼallievo uno sguardo al limite dellʼintimidazione, come se volesse dirgli: “Ora staʼ attento, ché sto per parlarti della parte più importante di tutta la mia elucubrazione: ti parlerò dei traditori”.

Con il tradimento vero e proprio”, prosegue Virgilio, “viene distrutto sia il rispetto naturale per gli altri, sia il vincolo di affetto con il quale si unisce, da cui sorge una fiducia speciale tra gli uomini; onde nel cerchio minore, ovʼè ʼl punto dellʼuniverso in su che Dite siede, sono puniti eternamente tutti i traditori”.

Detto ciò, il maestro tace (ha parlato non poco: dal verso 16 al verso 66 del canto, e non è un fatto inusuale, perché si ripeterà più volte nel corso della Commedia) e, mentre annusa lʼaria – “Sì, adesso va meglio”, pensa – si atteggia come il tale che attende da un momento allʼaltro la replica del proprio interlocutore: immagina, infatti, che lʼallievo adesso lo interpellerà. E infatti…

Supin ricadde e più non parve fora

Supin ricadde e più non parve fora

Ancora tra gli eretici. I due poeti hanno appena fatto la loro entrata nel sesto cerchio dellʼInferno, e non è tanto che Dante ha scambiato le classiche due parole con Farinata degli Uberti, quando improvvisamente – di certo perché ha sentito parlare i due – si erge dallʼinterno dello stesso avello del vecchio capo dei Ghibellini fiorentini, unʼombra, dalla cintura in su, come se fosse inginocchiata. E al poeta chiede, avendolo riconosciuto, perché il suo caro figliolo non è insieme a lui, “se sei tanto intelligente da andartene in giro per lʼInferno così agevolmente”.

Per la qual cosa Dante lo informa, dicendogli che suo figlio Guido ebbe in disprezzo il cammino della fede che, invece, lui sta percorrendo, in ciò aiutato da colui che lo sta accompagnando in tale missione, e che adesso si trova un poʼ discosto da loro.

Caro lettore, siamo nel decimo canto della prima cantica, alla metà della stessa e la narrazione può riprendere dal punto dove è stata lasciata. Così apprendi che le parole e la tipologia della pena fanno riconoscere questo personaggio al poeta, sebbene questi non ne dica espressamente il nome.

E nonostante egli commenti che la sua risposta è stata abbastanza esaustiva, il dannato si drizza di scatto, mettendosi a gridare: “Come hai detto? egli ebbe? mio figlio non vive più? I suoi occhi non sono più abbagliati dal sole?”

Ma quando si accorge che Dante esita, seppure in modo impercettibile, prima di replicare, si accascia nel sepolcro: “supin ricadde e più non parve fora, chiosa il poeta. Farinata degli Uberti, allora, che nel frattempo non si è scomposto più di tanto, assistendo impassibile a questo siparietto tra Dante e Cavalcante dei Cavalcanti – sì, proprio lui, il padre del suo grande amico Guido – ora può continuare a parlare, senza più timore di essere interrotto.

E a Dante prontamente chiede: “Se i miei non hanno imparato a fare ritorno in patria, ciò mi strazia più di quanto non faccia questo letto rovente. Ma non passeranno cinquanta mesi, che tu farai esperienza diretta di quanto sia difficile impararla”. E, dopo avergli augurato di ritornare presto tra i vivi, gli chiede conto del motivo per cui i Fiorentini sono così spietati verso i suoi parenti e amici in ogni provvedimento di legge deliberato da essi.