Usa con esso donno Michel Zanche

22^ canto dell’Inferno

Michele Zanche

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio sente dire dal Navarrese: «Lui frequenta il signore Michele Zanche di Logudoro; e le loro lingue non si sentono stanche a parlare della Sardegna».

Michele Zanche, posto da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, appartenne a una delle più ricche e influenti famiglie di Sassari, dove vi nacque intorno al 1210. Si trovò tra i notabili filo-genovesi del giudicato di Logudoro (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-ovest, in cui l’isola era stata ripartita da Pisa, dopo che nel 1117 l’aveva tolta ai Saraceni: Logoduro, appunto, Gallura, Arborea e Callari), che nel 1234 dovettero riparare a Genova, a causa di divergenze politiche insorte con la fazione favorevole a Pisa, ottenendo protezione presso la famiglia Doria.

Lo Zanche rientrò in Sardegna quasi subito, e qualche anno dopo, secondo i primi commentatori della Commedia, avrebbe contratto matrimonio con Adelasia, già sposa di Enzo, figlio di Federico II. Sull’isola egli mantenne i suoi rapporti commerciali con Genova, dove vivevano le figlie Richelda e Caterina, moglie di Branca Doria, di cui si parlerà dopo; rapporti, forse, non del tutto leciti, vista la nomea di barattiere che gli fu attribuita.

Si presume che tale nomea il poeta l’avesse desunta da diverse fonti, prima fra tutte quella del giudice pisano Nino Visconti, suo amico. Sarebbe stato, infatti, proprio questi, quando governò il giudicato di Gallura per conto di Pisa dal 1275 al 1296, e nominò frate Gomita come suo vicario, a conferire a Michele Zanche suo cancelliere. Di lì in poi, “subitamente si cominciò a recare fra le mani le tenute e fare rivendere peggio che Don Gomita”, secondo le Chiose Selmi.

Michele Zanche venne ucciso o fatto uccidere, in epoca imprecisata e forse in Sardegna, dal citato Branca Doria e da un suo parente, probabilmente Giacomo Spinola, durante lo svolgimento di un banchetto; tutto questo per impossessarsi dei suoi beni, sebbene per qualcuno il motivo fosse strettamente politico, avendo lo Zanche rivolto le proprie simpatie ai Pisani.

© USA CON ESSO DONNO MICHEL ZANCHE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Chi fu colui da cui mala partita

22^ canto dell’Inferno

Frate Gomita

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio al Navarrese: «Chi fu colui da cui dici che per tua sventura ti allontanasti per venire alla ripa?».

È Frate Gomita, collocato da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri. Fu originario della Gallura (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-est, in cui l’isola era stata suddivisa dai Pisani, dopo averla sottratta ai Saraceni nel 1117: Gallura, appunto, Logoduro, Callari e Arborea), e in seguito vicario del giudice pisano Nino Visconti, quando questi, dal 1275 al 1296, governò quel territorio per conto di Pisa.

I primi commentatori della Commedia, dall’Anonimo fiorentino al Lana, non si espressero molto su questo frate, malgrado la esistenza di qualcosa che potrebbe ancora conferire al personaggio in questione una rilevanza storicamente accertata, vale a dire un paio di atti in quel di Camaldoli del 1278, riguardanti Corrado Malaspina e Branca Doria, in cui si parla di un tale “donno Gomita Matao”.

Nino Visconti avrebbe riposto nei suoi confronti la massima fiducia, malgrado le accuse di baratteria che riguardarono costui, “fino a che avendo frate Gomita lasciato andare per denari alcuni nemici di Nino che gli erano venuti nelle mani, fu fatto chiaro del tutto e fecelo appiccar per la gola”, confermò il Vellutello, un altro degli antichi commentatori, sulle orme dantesche e dei suoi colleghi.

© CHI FU COLUI DA CUI MALA PARTITA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Mia madre a servo d’un segnor mi puose

22^ canto dell’Inferno

Il Navarrese

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Il Navarrese a Virgilio: «Nacqui nel regno di Navarra. Mia madre mi mise a servizio di un signore, la quale mi aveva generato da un gaglioffo, annientatore di sé e dei suoi beni. Poi fui membro della numerosa servitù del valente re Tebaldo; lì mi accinsi a esercitare la baratteria, di cui rendo conto in questo luogo caldo».

Il Navarrese, tale Jean Paul, posto da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, “nacque per madre d’una gentil donna di Navarra… il padre suo fu un ribaldo, il quale era distruggitore di sé e delle sue cose”, secondo il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, che si conformò, come altri suoi contemporanei, al testo di cui sopra.

Questi è di continuo esposto allo scherno dei diavoli, ma riesce dapprima a contenere la rapace veemenza di costoro, per attrarli, infine, a quello che il poeta definisce “nuovo ludo”: una prova di abilità, dove egli ha la meglio semplicemente tuffandosi nella pece bollente, scomparendo alla vista.

Se al tempo del poeta, Benvenuto da Imola, anch’esso tra i primi commentatori dell’opera dantesca, suppose che Dante lo avesse conosciuto a Parigi ritenendolo uno dei peggiori barattieri della sua epoca, per il Pagliaro, più recentemente, il Navarrese “qualifica la baratteria nel suo tipico aspetto umano di furberia e astuzia faccendiera, di contro alla versione grossolana e animalesca, rappresentata dai diavoli stupidi, crudeli e mentitori a vuoto”, che inseguono “una preda per essi intangibile (Dante e il suo duca) non si sa con quale proposito”.

© MIA MADRE A SERVO D’UN SEGNOR MI PUOSE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970