I’ son quel da le frutta del mal orto

33^ canto dell’Inferno

Frate Alberigo

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Terza zona, la Tolomea. Il poeta sente dire da Frate Alberigo: «Sono frate Alberigo; sono quello dei frutti cresciuti nell’orto del male, che qui ricevo il dattero invece del fico».

Frate Alberigo, al secolo Alberigo di Ugolino de’ Manfredi di Faenza, posto da Dante nella terza zona di questo cerchio tra i traditori degli ospiti, appartenne, al pari di Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò (incontrati dal poeta nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio tra gli ipocriti), all’ordine dei Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, denominati ‘frati gaudenti’. La sua famiglia, forse di provenienza tedesca, fu guelfa e si oppose con alterne vicende agli Accarisi, i quali, nel 1274, li bandirono da Faenza. I Manfredi, allora, si rifugiarono nel Bolognese, e ritornarono nella loro città soltanto nel 1280, per il tradimento del ghibellino Tebaldello de’ Zambrasi, compagno di sorte di Bocca degli Abati (e da costui citato nella seconda zona, l’Antenora, del nono cerchio tra i traditori della patria).

Alberigo nacque, presumibilmente, nel secondo decennio del Duecento; ciò si deduce dal fatto che entrò solo in vecchiaia nei ‘frati gaudenti’, quindi non prima del 1261, anno in cui a Bologna fu costituito quell’ordine. E come non si sa la data di nascita, così si ignora quando morì; anche in tal caso, congetturando, essendosi Dante stupito di trovarlo già a Cocito (dove l’Alberigo dannato afferma di non sapere di come il suo corpo possa stare in terra), si dimostra che la sua morte non era ancora avvenuta nell’aprile del 1300.

Comunque, perché troviamo il frate a Cocito? Avendo in corso con certi suoi parenti, Manfredo e Alberghetto, una mera questione d’interesse, fece finta di volersi riappacificare con loro e li invitò nella sua villa di Cesate; “e quando essi ebbono desinato tutte le vivande, elli comandò che venessono le frutta, et allora venne la sua famiglia armata, com’elli aveva ordinato, et uccisono tutti costoro alle mense, com’erano a sedere; e però s’usa di dire: Elli ebbe delle frutta di frate Alberigo”, come raccontò il Buti, tra i primi commentatori della Commedia.

© I’ SON QUEL DA LE FRUTTA DEL MAL ORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino

33^ canto dell’Inferno

Il conte Ugolino racconta

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il conte Ugolino a Dante: «Tu vuoi che io rinnovi l’inconsolabile travaglio che mi opprime il cuore già al solo pensiero, prima che io ne discuta. Ma se le mie parole devono essere motivo che procuri cattiva fama al traditore che mordo, mi vedrai nello stesso momento parlare e piangere.

«Io non so chi tu sia né come sei sceso all’Inferno; ma mi sembri veramente fiorentino quando io ti sento. Tu devi sapere che fui il conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: ora ti dirò perché gli sono un tale vicino. Non è necessario dire che, in conseguenza dei suoi malvagi propositi, mentre mi fidavo di lui, io fossi imprigionato e in seguito lasciato morire; tuttavia verrai a sapere quello che non hai potuto intendere, ossia quanto fu orribile la morte mia, e apprenderai se mi ha recato offesa.

«Una stretta feritoia all’interno della Torre della Muda, la quale a causa mia ha il nome di Torre della Fame, e che ancora dovrà avvenire che sia chiusa per altri, mi aveva già lasciato vedere attraverso la sua angusta apertura il passare di molti mesi, quando io feci il triste sogno che mi svelò il futuro. Questi mi appariva come capo e signore, dando la caccia al lupo e ai lupetti su per il monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.

«Aveva messo davanti a sé i Gualandi e i Sismondi e i Lanfranchi con cagne fameliche, sollecite a inseguire la preda ed esperte nella caccia. Dopo breve corsa il lupo e i lupetti mi apparivano stanchi, e avevo l’impressione di veder lacerare a loro i fianchi con i denti aguzzi. Quando fui sveglio prima della mattina, udii piangere durante il sonno i miei figli che erano con me, e chiedere del pane.

«Sei davvero insensibile, dato che tu già non ti duoli riflettendo su ciò che il mio cuore presagiva a sé stesso; e se non piangi, per che cosa sei solito piangere? Già erano svegli, e si avvicinava l’ora in cui era solito esserci recato il cibo, e ciascuno temeva a causa del proprio sogno; e io udii inchiodare in basso la porta dell’orribile torre; per cui io contemplai il viso ai miei figli tacendo.

«Io non piangevo, così impietrii dentro: piangevano essi; e il mio Anselmuccio disse: “Tu ci contempli così, padre! che cos’hai?”. Perciò non piansi né io risposi tutto quel giorno né la notte seguente, fino a che il nuovo giorno sorse sulla Terra. Quando un poco di raggio di sole fu entrato nella prigione piena dolore, e io vidi nei quattro visi il mio stesso sembiante, mi morsi ambedue le mani a causa del travaglio; ed essi, supponendo che io lo facessi per via del bisogno di mangiare, si alzarono improvvisamente e dissero: “Padre, ci sarà assai meno dolore se ti nutri di noi: tu ci hai dato questi miseri corpi, ebbene tu togliceli di dosso”.

«Quindi mi calmai per non renderli più dolenti; quel giorno e il successivo restammo tutti silenziosi; ahi suolo crudele, perché non ti spalancasti? Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo mi si gettò sdraiato ai piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi soccorri?”. Così morì; e come tu vedi me, io vidi cadere senza vita i tre uno per volta tra il quinto giorno e il sesto; per cui io mi misi, già cieco, a brancolare sopra ciascuno, e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti. In seguito, più che il travaglio, ebbe maggior potere la fame».

© TU DEI SAPER CH’I’ FUI CONTE UGOLINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970