Io vidi per le coste e per lo fondo

19^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

O Simone Mago, o gretti seguaci che le cariche spirituali, che dovrebbero essere unite alla bontà, e invece voi avidi contaminate con adulterio in cambio di denaro, adesso è destino che per voi suoni la tromba, poiché state nella terza bolgia. Giunti alla bolgia successiva, già eravamo saliti in quella zona del ponte roccioso che sovrasta perpendicolarmente proprio sulla parte media della bolgia. 

O sapienza divina, quanta è l’azione punitrice che manifesti nell’universo e nel mondo del male, e quanto giustamente la tua potenza distribuisce premi e castighi! Io vidi per le ripe e per il fondo la pietra di color ferrigno cosparsa di buchi, tutti di una larghezza e ciascuno era di forma sferica. Non mi sembravano meno ampi né più profondi di quelli che sono nel mio bel San Giovanni, costruiti scavando come spazio vuoto di fonti in cui si battezza; l’uno dei quali, non molti anni fa, io spezzai per un tale che vi affogava internamente: e questa sia la testimonianza che tragga d’inganno ognuno.

@ IO VIDI PER LE COSTE E PER LO FONDO

Luogo è in inferno detto Malebolge

18^ canto dell’Inferno.

(Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de’ ruffiani  e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.)    

Luogo è in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge. Nel dritto mezzo del campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo, di cui suo loco dicerò l’ordigno. Quel cinghio che rimane adunque è tondo tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’alta ripa dura, e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura più e più fossi cingon li castelli, la parte dove son rende figura, tale imagine quivi facevan quelli; e come a tai fortezze da’ lor sogli a la ripa di fuor son ponticelli, così da imo de la roccia scogli movien che ricidien li argini e ‘ fossi infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi di Gerïon, trovammoci; e ‘l poeta tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. A la man destra vidi nova pieta, novo tormento e novi frustatori, di che la prima bolgia era repleta. Nel fondo erano ignudi i peccatori; dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto, di là con noi, ma con passi maggiori, come i Roman per l’essercito molto, l’anno del giubileo, su per lo ponte hanno a passar la gente modo colto, che da l’un lato tutti hanno la fronte verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro, da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro vidi demon cornuti con gran ferze, che li battien crudelmente di retro. Ahi come facevan lor levare le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava né le terze. Mentr’io andava, li occhi miei in uno furo scontrati; e io sì tosto dissi: “Già di veder costui non son digiuno”.

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; e ʼl dolce duca meco si ristette, e assentio ch’alquanto in dietro gissi. E quel frustato celar si credette bassando ‘l viso; ma poco li valse, ch’io dissi: “O tu che l’occhio a terra gette, se le fazion che porti non sono false, Venedico se’ Caccianemico. Ma che ti mena a sì pungenti salse?”.

Ed elli a me: “Mal volontier lo dico; ma sforzami la tua chiara novella, che mi fa sovvenir del mondo antico. I’ fu colui che la Ghisolabella condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella. E non pur io piango bolognese; anzi n’è questo loco tanto pieno, che tante lingue non son ora apprese a dicer sipa tra Sàvena e Reno; e se di ciò vuoi fede o testimonio, rècati a mente il nostro avaro seno”.

Così parlando il percosse un demonio de la sua scuriada, e disse: “Via, ruffian! qui non son femmine da conio”.

I’ mi raggiunsi con la scorta mia; poscia con pochi passi divenimmo là ‘v’ uno scoglio de la ripa uscia. Assai leggeramente quel salimmo; e vòlti a destra su per la sua scheggia, da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov’el vaneggia di sotto per dar passo a li sferzati, lo duca disse: “Attienti, e fa che feggia lo viso in te di quest’altri mal nati, ai quali ancor non vedesti la faccia però che son con noi insieme andati”.

Del vecchio ponte guardavam la traccia che venia verso noi da lʼaltra banda, e che la ferza similmente scaccia.

E ‘l buon maestro, sanza mia dimanda, mi disse: “Guarda quel grande che vene, e per dolor non par lagrime spanda: quanto aspetto reale ancor ritene! Quelli è Iasón, che per cuore e per senno li Colchi del monton privati féne. Ello passò per l’isola di Lenno poi che l’ardite femmine spietate tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate Isifile ingannò, la giovinetta che prima avea tutte l’altre ingannate. Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martiro lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta. Con lui sen va chi da tal parte inganna; e questo basti de la prima valle sapere e di color che ‘n sé assanna”.

Già eravam la ‘ve lo stretto calle con l’argine secondo s’incrocicchia, e fa di quello ad un altr’arco spalle. Quindi sentimmo gente che si nicchia ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, e sé medesma con le palme picchia. Le ripe eran grommate d’una muffa, per l’alito di giù che vi s’appasta, che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta loco a veder sanza montare al dosso de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso vidi gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso. E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco.

Quei mi sgridò: “Perché se’ tu sì gordo di riguardar più me che de li altri brutti?”. E io a lui: “Perchè, se ben ricordo, già t’ho veduto coi capelli asciutti, e se’ Alessio Interminei da Lucca: però t’adocchio più che li altri tutti”.

Ed elli allor, battendosi la zucca: “Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe”, mi disse, “il viso un poco più avante, sì che la faccia ben con l’occhio attinghe di quella sozza e scapigliata fante che là si graffia con l’unghie merdose, e or s’accoscia e ora è in piedi stante. Taide è, la puttana che rispuose al drudo suo, quando disse ‘Ho io grazie grandi apo te?’: ‘Anzi maravigliose!’. E quinci sian le nostre viste sazie”.

@ LUOGO È IN INFERNO DETTO MALEBOLGE

E or s’accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno.

Taide.

Dopo che Alesso Interminelli, in vita nobile lucchese, il quale, percuotendosi il capo, ha concluso il breve dialogo con Dante, riferendo a questi che nella seconda bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, lo hanno sprofondare le adulazioni di cui egli non ebbe mai la lingua sazia, Virgilio si rivolge al poeta dicendogli di spingere lo sguardo un poco più avanti, così che egli possa raggiungere sicuramente con l’occhio il volto di una immonda e scarmigliata bagascia che si graffia più in là con le unghie imbrattate di sterco, e una volta si piega con le cosce abbassandosi e una volta è ferma in piedi. Si tratta di Taide, gli spiega, la meretrice che rispose al suo ganzo quando questi le chiese se aveva grandi meriti nel suo giudizio, e lei, adulandolo, gli rispose: “E per di più a meraviglia!”.

Taide è un personaggio letterario, tratto da Eunuchus, una commedia di Terenzio. Nella stessa, le battute sotto riportate, che Dante parafrasa a modo suo, non sono cambiate tra la prostituta e il suo amante Trasone, ma tra questi e il mezzano Gnatone, al quale il primo chiede se Taide gli è grata del proprio dono: una schiava.

Dunque la fonte dantesca non è Terenzio, ma forse Cicerone e il suo De Amicitia (XXVI 98), in cui il dialogo è riferito come esempio di adulazione senza che gli interlocutori vengano citati. Nel leggere Cicerone, infatti, era possibile equivocare, com’è accaduto a Dante, che nella replica fosse deputata proprio Taide: “Magnas vero agere gratias Thais mihi? satis erat respondere magnas; ingentes inquit: semper auget adsentator id, quod is cuius ad voluntatem dicitur, vult esse magnum”. In tal caso, infatti, Thais, fungendo da soggetto, poteva essere scambiato facilmente per un vocativo, attribuendo quindi a essa la risposta.

Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, peraltro menziona il Liber Esopi di Gualtiero Anglico, dove la favola Taide e il giovane è raccontata per educare le nuove generazioni a non farsi attrarre dagli adulatori. Ciò dimostra come fosse popolare ai tempi del poeta tale personaggio, e come fosse diventato il simbolo del peccato di adulazione.

@ E OR S’ACCOSCIA E ORA È IN PIEDI STANTE

Tal colpa a tal martiro lui condanna

18^ canto dell’Inferno.

Giasone.

Prima bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Lasciato il ruffiano Venedico Caccianemico alle prese con demonio che lo batte con la sua frusta, Dante si ricongiunge con Virgilio; in seguito con pochi passi essi pervengono là dove un ponte roccioso spunta dalla parete.

Ascendono quello assai facilmente; e rivolti a destra su per il suo pendio scheggiato, si allontanano dalla parete rocciosa. Quando sono là dove esso apre un vuoto di sotto per permettere il passaggio ai frustati, Virgilio dice a Dante di fermarsi, e di fare in modo che cada su di lui lo sguardo degli altri dannati, ai quali fino a quel momento non ha visto il volto poiché sono avanzati nella loro stessa direzione.

E Virgilio, senza la domanda del poeta: “Guarda quel grande che incede, e non sembra pianga per la sofferenza: quanto atteggiamento da re anche ora dà a mostrare a chi lo contempli! Quegli è Giasone, che con coraggio e con saggezza privò gli abitanti della Colchide del montone”.

Dunque Giasone. Personaggio della mitologia greca, fu il capo della spedizione degli Argonauti. In virtù  della versione più accreditata delle tante leggende che si sono succedute nei secoli, quando il padre Esone, re di Iolco, fu spodestato dal fratellastro Pelia, fu mandato dal centauro Chirone, che lo tenne con sé fino al ventesimo anno di età.

Egli tornò a Iolco con una pelle di pantera sulle spalle, una lancia per mano e un calzare al piede sinistro. Pelia, cui era stato predetto dall’oracolo di fare attenzione a chi portasse un solo calzare, gli promise di restituirgli il regno se avesse conquistato il vello d’oro lasciato da Frisso nella Colchide, custodito dal re Eete e guardato da un drago, con la speranza che sarebbe perito. Così Giasone fece predisporre una lunga nave chiamata Argo e riunì un gruppo di marinai, che dalla nave presero il nome di Argonauti.

Partiti da Iolco, fecero tappa all’isola di Lemno, dove la giovane regina Isifile, la sola donna del luogo a venir meno al patto di uccidere tutti gli uomini per punire la loro infedeltà, per aver salvato il padre Toante dalla morte, s’innamorò di lui, inducendolo a trattenersi sull’isola per qualche tempo. Giasone poi, lasciandola incinta, riprese la lotta verso la Colchide, dove, una volta giunto, sedusse la principessa Medea, esperta di arti magiche, la quale lo aiutò nella buona riuscita dell’impresa. Ritornato in patria, s’impadronì del regno, portando con sé Medea.

Secondo la gran parte dei commentatori, Dante pose l’eroe greco nella prima bolgia di Malebolge, influenzato dalla cattiva fama di fraudolenza, che ai suoi tempi riguardava i Greci in generale, per aver sedotta e abbandonata Isifile. Tuttavia, ciò non gli impedì di riconoscere a Giasone il suo agire “con coraggio e con saggezza”.

@ TAL COLPA A TAL MARTIRO LUI CONDANNA