Dintorno al fosso vanno a mille a mille

Dintorno al fosso vanno a mille a mille

Dopo che davanti al poeta, fermo insieme a Virgilio su un pendio scosceso entrambi in procinto di scendere nel settimo cerchio dell’Inferno, si è mostrata un’ampia fiumana arcuata – come del resto gli aveva anticipato poco prima il maestro, fungendo la stessa da primo girone del cerchio stesso – Dante ci informa che tra il punto in cui inizia il pendio ed essa corrono i Centauri in schiera, forniti di frecce, come erano soliti in vita andare a caccia. 12^ canto dell’Inferno, verso la meta della narrazione.

Vedendoci scendere”, egli prosegue “ognuno si fermò, e dalla squadra si distaccarono in tre con archi e frecce scelte in precedenza”.

A questo punto, accade qualcosa dʼinaudito: qualcosa che i due poeti forse non si aspettano, visto il modo repentino in cui si manifesta. Uno dei Centauri, precisamente quello che guida il piccolo drappello, accorgendosi della presenza inopportuna, si ferma di colpo e grida: “A che pena venite voi che discendete il declivio? Ditelo da lì; se no, tendo l’arco ”.

Udendo ciò, Virgilio allʼallievo impone di tacere, ponendo1 lʼindice sulla bocca, e ribatte stizzito al Centauro: “Noi replicheremo a Chirone quando saremo giunti vicino a voi: per tuo danno la tua volontà fu sempre così precipitosa”.

Poi, toccando leggermente il fianco a Dante, gli dice: “Quegli è Nesso, che morì a causa della bella Deianira, e da solo rese giustizia per sé stesso. E quello di mezzo, che tiene la testa china sul petto, è il grande Chirone, il quale allevò ed educò Achille; quell’altro Centauro è Folo, che fu così violento. Girano in gran numero intorno al fiume, scagliando frecce su qualunque anima si tragga fuori dal sangue più di quanto non comporti la pena che le fu assegnata per la gravità del suo peccato”.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne

A Dio, a sé, al prossimo di pòne

Sempre nascosti dietro la pietra sepolcrale dellʼavello del papa Anastasio II, per ripararsi dal ripugnante eccesso del fetore che il basso Inferno esala, i due poeti stanno confabulando fittamente, nel sesto cerchio dell’Inferno, dando lʼimpressione di due congiurati.

In realtà, stanno semplicemente ingannando il tempo, in attesa di abituare lʼolfatto a questo fetore, per riprendere il viaggio in tutta tranquillità, e il maestro ne sta approfittando per rendere edotto lʼallievo sulla composizione dei tre cerchi digradanti che dovranno visitare di lì a poco, nonché sulla tipologia degli ʻospitiʼ.

11^ canto dellʼInferno, un poʼ staccati dallʼesordio. Dove, fatto un breve preambolo, aver specificato che il primo di quei cerchi è interamente occupato dai violenti, e messo in evidenza che, siccome la violenza verso il prossimo si compie contro tre specie di persone, esso è suddiviso e composto in tre gironi, Virgilio prosegue la sua delucidazione con lo stesso tono didascalico usato fino a quel momento. Leggiamo.

“Si può commettere violenza contro Dio, contro sé stessi, contro gli altri uomini, dico contro di loro e i loro beni, come apprenderai con una chiara spiegazione. La morte con un atto di violenza fisica e le ferite che causano dolore si infliggono agli uomini, e rovine di case, incendi e ruberie che arrecano danni ai loro beni; pertanto gli omicidi e ognuno che ferisce delittuosamente, i devastatori di città e gli autori di estorsioni, li strazia tutti il primo girone divisi in vari gruppi”.

“Uno può essere violento contro sé stesso e contro le sue ricchezze; e perciò nel secondo girone devono dolersi inutilmente tutti coloro che si uccidono, sperperano e dilapidano le loro sostanze, e soffrono quando devono essere lieti.

“Si può commettere violenza contro la divinità, rinnegando intimamente e offendendo quella, e disprezzando la natura e la sua perfezione; e perciò il girone più piccolo imprime come con un suggello i sodomiti e gli usurai e i bestemmiatori”.

Pausa di Virgilio. Prossimamente il seguito.

Allor surse a la vista scoperchiata

Allor surse a la vista scoperchiata

Abbiamo lasciato i due poeti tra gli avelli del cerchio degli eretici, il sesto dell’Inferno, fermi a pochi metri da quello di Farinata degli Uberti. Qui, il maestro ha sospinto con premura Dante tra i sepolcri, per farlo arrivare fino al dannato, raccomandandosi affinché il suo colloquio fosse allʼaltezza della situazione. E quando Dante arriva, facendo appena qualche passo, davanti a quegli, si è sentito chiedere a bruciapelo: “Chi furono i tuoi antenati?”.

Ciò udendo, il poeta abbozza un sorriso – non ha alcun timore di colui che fu un personaggio così eminente della vita politica fiorentina. Siamo nel 10^ canto dell’Inferno, a metà dello stesso.

Io che ero animato dal desiderio di ubbidire, non glieli li celai, ma glieli manifestai completamente”, racconta il poeta; per cui il dannato aggrotta un poco le sopracciglia; poi gli dice, con occhi di fuoco: “Furono irriducibilmente nemici miei e dei miei avi e della mia fazione, sicché li scacciai due volte”.

Se essi furono cacciati, ritornarono da ogni luogo l’una e l’altra volta”; ma i vostri non impararono pienamente l’arte del ritorno”, gli risponde Dante con tono deciso.

Per proseguire così nella narrazione: “In quell’istante si sollevò e si sporse dall’apertura senza coperchio un’ombra, accanto a questa, fino al mento: credo che si fosse alzata sulle ginocchia. Guardò intorno a me, come  se avesse il desiderio di vedere se altri era con me; e dopo che il dubbio fu totalmente venuto meno, piangendo disse: ‘Se cammini attraverso lʼInferno per eccellenza d’intelletto, dov’è mio figlio? e perché non è con te’ “.

E il poeta prontamente ribatte: “Non vengo per mia volontà e per mio merito: Virgilio mi guida attraverso questo luogo forse da chi il vostro Guido ebbe in disprezzo”.    

Io vidi un’ampia fossa in arco torta

Io vidi un'ampia fossa in arco torta

“Accorri al passaggio: frattanto che è furioso, è opportuno che tu discenda”.

Così Dante si sente dire dal maestro, con una sollecitudine ancora non sperimentata prima di quel frangente. Premura dovuta essenzialmente al fatto che il poeta, rimasto impressionato dalla scena straordinaria in cui il Minotauro si è messo a fare piccoli salti qua e là dopo il duro rimprovero di Virgilio, si stava comportando come se fosse paralizzato.

E perciò quale migliore occasione per evitare al Minotauro d’impedire loro la discesa in direzione del settimo cerchio dell’Inferno?

Ora i due poeti sono fermi a scrutare il fondovalle, dopo aver percorso un bel tratto di corsa la china franosa, e dopo che Virgilio, vedendo l’allievo scendere il dirupo franoso in atteggiamento pensieroso, ha appena finito di dirgli che quella frana, difesa appunto dal Minotauro, non c’era ancora quando lui passò per quelle zone. 12^ canto dell’Inferno, a un terzo del racconto.

Che continua con Virgilio, che specifica con toni pacati: “Ma certamente poco prima, se giudico bene, che venisse colui che la gran preda levò a Dite del cerchio superno, il profondo abisso infernale dappertutto tremò così,  che supposi che l’universo avesse risentito l’effetto dell’azione dell’amore, a causa della quale vi è chi ritiene l’insieme della Terra e dei cieli molte volte tornato nel caos; e in quel momento questa antica rupe, qui e negli altri cerchi, così franò. Ma indirizza lo sguardo verso il basso” – allungando il dito a indicare il fondovalle – “perché si avvicina il fiume di sangue nel quale bolle chiunque che con violenza rechi danno agli altri”.

E dopo aver abbassato lo sguardo nella direzione indicatagli da Virgilio, il poeta esclama: “Oh bruta avidità dei beni terreni e ira dissennata, che così ci spingete al male durante la vita terrena, e poi durante l’eterna ci immergete nel sangue bollente così malamente!”.

Per fornire, infine, questo resoconto: “Io vidi un’ampia fiumana arcuata, quale quella che circonda totalmente il piano, secondo che aveva detto Virgilio”.