Tal orazion fa far nel nostro tempio

10^ canto dell’Inferno

La battaglia di Montaperti.

Tra gli avelli del sesto cerchio dell’Inferno, in particolare quelli dove sono sepolti gli epicurei, Dante intrattiene un drammatico ‘testa e testa’ con Farinata degli Uberti, il capo ghibellino che, avendolo visto aggirarsi in compagnia di Virgilio proprio tra gli stessi, lo ha apostrofato con una delle battute più famose della letteratura mondiale: “O Toscano, che te ne vai ancora vivo attraverso il sesto cerchio parlando così onestamente, voglia tu soffermarti in questo luogo”. 

Bene. A un dato punto di un concitato scontro verbale, interrotto brevemente dall’intervento di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, grande amico di Dante, il dannato chiede al poeta perché i suoi concittadini sono tanto severi con la consorteria cui apparteneva in vita, ogni volta che assumono decisioni riguardanti la stessa. Al che, Dante risponde: “Il massacro e la grande strage che colorarono l’Arbia di rosso, fanno prendere tali risoluzioni nei consigli cittadini”.

Ora, alzi la mano colui che non ha mai sentito nominare la battaglia di Montaperti, che porta il nome del castello omonimo ormai scomparso! Lì, in val d’Arbia nel Senese, alla confluenza tra il Malena e l’Arbia, il 4 Settembre 1260 si trovarono di fronte i fuoriusciti ghibellini fiorentini, capitanati da Farinata degli Uberti e Guido Novello, i Senesi e la cavalleria tedesca comandata da Giordano di Anglano, vicario di Manfredi di Svevia in Toscana, da una parte, e Fiorentini, Perugini, Lucchesi e Orvietani dall’altra. 

Infatti, la battaglia di Montaperti si rivelò la ‘tempesta perfetta’ per Firenze, come città in sé e come potenza regionale. In conseguenza di ciò, si ebbe il crollo del cd. primo popolo, cui Dante guardava con nostalgia, protagonista dell’età felice di Firenze, menzionata da Cacciaguida in Paradiso, e soprattutto il fallimento del progetto, portato avanti da Firenze, di unificare tutta la Toscana sotto la sua egemonia. Comunque, non è da sottovalutare che Montaperti sia stato un episodio d’armi salito a fama universale, come del resto quello di Campaldino (11 Giugno 1289), oltre che per la sua rilevanza storica, come evidenziato sopra, per essere stato ricordato proprio dal poeta, nell’incontro con Farinata.

@ TAL ORAZION FA FAR NEL NOSTRO TEMPIO

Le sue parole e ‘l modo de la pena

10^ canto dellInferno.

Cavalcante de’ Cavalcanti.

Sesto cerchio dellʼInferno. Mentre Dante dialoga in modo concitato con Farinata, il quale poco prima lo ha apostrofato con l’epiteto di ‘Toscano’, un dannato si leva a un tratto dallo stesso avello, e si rende visibile fino al mento, come se fosse inginocchiato. Questi, guardando intorno al poeta per vedere se con lui vi sia qualcuno, gli dice piangendo: “Se cammini attraverso l’Inferno per eccellenza dʼintelletto, dov’è mio figlio? e perché non è con te?”. E Dante a lui: “Non vengo per mia volontà e per mio merito: colui che aspetta là, mi guida attraverso questo luogo verso colei che forse il vostro Guido ebbe in disprezzo”.

“Le sue parole e la specie del tormento mi avevano già manifestato il nome di costui; perciò la replica fu così completa”, chiosa il poeta. Allora Cavalcante de’ Cavalcanti, lui essendo il dannato levatosi in ginocchio, si drizza improvvisamente e grida: “Come? hai detto egli ebbe’? egli non vive tuttora? la dolce luce del sole non colpisce più i suoi occhi?”.

Quando si avvede che Dante indugia un poco prima della replica, mostrando anch’egli di essere sorpreso da un dubbio che, però, più in là gli chiarirà Farinata, il dannato, credendo di cogliere nell’esitazione una conferma del suo sospetto, cade all’indietro e non si mostra più fuori.

L’apparizione improvvisa di questo personaggio, che interrompe momentaneamente il ‘botta e risposta’ tra Dante e Farinata, s’inserisce con un mirabile equilibrio in quel dialogo, senza con ciò minarne la intrinseca drammaticità, sia per gli argomenti trattati, sia per il luogo in cui si svolge.

Cavalcante de’ Cavalcanti fu un nobile fiorentino vissuto alla fine del Duecento (morì intorno al 1280), imparentato con i Guidi e i Salimbeni, e padre del poeta Guido, il primo amico di Dante. Guelfo, e podestà di Gubbio nel 1257, subì gli effetti di quanto avvenne nella battaglia di Montaperti (1260), quando gli odiati Ghibellini danneggiarono le sue case nel Mercato Vecchio, a Firenze. Di lui Boccaccio scrisse: “Fu leggiadro e ricco cavaliere, e seguì l’oppinion d’Epicuro in non credere che l’anima dopo la morte del corpo vivesse e che il nostro sommo bene fosse ne’ diletti carnali”.

@ LE SUE PAROLE E L MODO DE LA PENA

Vedi là Farinata che s’è dritto

10^ canto dell’Inferno.

Farinata.

Tra gli avelli con le pietre sepolcrali sollevate del sesto cerchio dell’Inferno, Dante incontra l’anima dannata di Manente degli Uberti, detto Farinata dai contemporanei e successivamente famoso nei secoli con tale appellativo.

Infatti, nei meandri di questi avelli il poeta, dopo aver risposto a Virgilio che non vuole più fare domande a sproposito, essendo stato proprio il maestro a indurlo a tacere, e ciò perché si è sentito quasi rimproverato dal maestro sul fatto che non gli manifesti il suo desiderio di parlare con quell’eretico, si sente chiamare in tal modo proprio dalla voce di costui che, improvvisamente, squarcia il silenzio del luogo: “O Toscano che te ne vai ancora vivo attraverso il sesto cerchio parlando così onestamente, voglia tu soffermarti in questo luogo”.

Dunque Farinata, il più noto esponente della casata fiorentina degli Uberti, di parte ghibellina. Nato a Firenze agli albori del ‘200, quasi quarant’anni dopo diverrà il capo di quella famiglia e di tutto il partito ghibellino. In tale veste, nel 1248, darà un rilevante contributo alla messa al bando dalla città di molti rappresentanti del partito guelfo, tra i quali alcuni Alighieri, grazie anche al sostegno di Federico II.

Ma, rientrati costoro a Firenze tre anni più tardi, e riprese più cruente che mai le lotte intestine, verrà esiliato nel 1258 in compagnia di parecchi sodali. Riparato a Siena, col soccorso di Manfredi di Svevia riorganizzerà, in breve tempo, le schiere ghibelline. Le quali, il 4 Settembre 1260, sbaraglieranno in una sanguinosa battaglia un numeroso contingente guelfo a Montaperti.

Riconquistato così alla causa ghibellina il governo di Firenze, deciderà la seconda messa al bando dei Guelfi. Ma, nella successiva riunione di Empoli dei capi ghibellini, dove verrà proposta, in specie dai Pisani, la distruzione della “città del giglio”, egli sarà il solo che vi si opporrà con fermezza.

Dopo la sua morte nel 1264, e la sconfitta definitiva degli Svevi a Benevento, due anni dopo, il partito guelfo bandirà i Ghibellini dalla città, radendone al suolo le case, le prime e non a caso, quelle degli Uberti. Processati a posteriori, il buon Farinata e i suoi, tutti subiranno una condanna per eresia, o meglio per epicureismo, la dottrina filosofica per i cui seguaci lʼanima non era immortale.

@ VEDI LÀ FARINATA CHE S’È DRITTO

Appresso mosse a man sinistra il piede

10^ canto dell’Inferno.

Ultima parte.

E già il mio maestro mi chiamava di nuovo; per cui pregai lo spirito più in fretta che mi dicesse chi stava con lui. 

Mi disse: “Sono disteso nell’avello con più di mille dannati: qua nell’interno vi sono Federico II e il Cardinale; e degli altri mi astengo dal parlare”.

In seguito si sottrasse alla vista; e mi diressi verso l’antico poeta, tornando con il pensiero a quel discorso che mi sembrava sfavorevole.

Egli si avviò; e poi, mentre così andava, mi disse: “Perché tu sei così turbato?”. E io diedi soddisfazione alla sua domanda.  

“La tua memoria custodisca quel che hai appreso contro di te”, mi comandò quel saggio; “e ora sta’ attento”, e alzò il dito: “quando sarai di fronte allo sguardo di quella il cui bell’occhio vede tutto, da lei apprenderai il corso della tua vita”.

Dopo s’incamminò verso sinistra: lasciammo la fortificazione e andammo verso il centro del cerchio per un sentiero che si dirige a una voragine, che fin lassù faceva sentire con dispiacere il suo puzzo.

@ APPRESSO MOSSE A MAN SINISTRA IL PIEDE