Dintorno al fosso vanno a mille a mille

Dintorno al fosso vanno a mille a mille

Dopo che davanti al poeta, fermo insieme a Virgilio su un pendio scosceso entrambi in procinto di scendere, si è mostrato un fiume rosso vermiglio di forma circolare – come del resto gli aveva anticipato poco prima il maestro – e dopo aver informato di ciò il lettore, che sempre di più si sta appassionando al resoconto di questo incredibile viaggio, Dante ci informa che tra la base della scarpata e il fiume (peraltro, senza che egli ci dica il suo nome, fino a quando non sarà Virgilio a pronunciarsi in merito verso la fine del quattordicesimo canto), corrono i Centauri tutti in fila, adeguatamente dotati di archi e frecce, a quel modo che sulla Terra erano soliti andare a caccia. Inferno, canto dodici, oltre un terzo della narrazione.

Vedendoci scendere”, egli prosegue “si fermarono tutti, e dalla schiera che correva a ranghi serrati nella fascia di palude compresa tra gli ultimi sassi del declivio e la riva fluviale, si partirono in tre con archi e dardi scelti prima e con cura nella faretra”.

A questo punto, accade qualcosa dʼinaudito: qualcosa che i due poeti forse non si aspettano, visto il modo repentino in cui si manifesta. Uno dei Centauri, precisamente quello che guida il piccolo drappello, accorgendosi della presenza inopportuna, si ferma di colpo e, rivolgendosi allʼindirizzo dei due poeti, chiede loro con voce stentorea: “A che specie di tormento siete stati condannati voi due? Rispondete pure da dove siete; diversamente, vi scaglio una freccia contro”.

Udendo ciò, Virgilio allʼallievo impone di tacere, ponendo lʼindice sulla bocca come a dirgli: “Taci, ci penso io”, e ribatte stizzito al centauro: “Tratteremo solo con Chirone, non con te che, per tua sfortuna, ti mostri sempre così precipitoso”.

Poi, toccando il fianco a Dante, e accennandogli di accostarsi un poʼ di più, gli dice: “Quello è Nesso, che morì per colpa della bella Deianira, ma poi si vendicò da solo con altri mezzi. E quello al centro, che sta con la testa abbassata sul petto, è Chirone, colui che fu maestro di Achille; il terzo è lʼiroso Folo. Dintorno al fosso vanno a mille a mille, lanciando frecce contro chiunque si provi a uscire dal fiume, e si accaniscono contro il malcapitato di turno più di quanto non comporti la pena assegnatagli”.

Detto ciò, i due poeti si muovono e scendono il declivio, stando bene attenti, specialmente Dante, a dove poggiano i piedi, fino a che raggiungono le tre creature, che, guardandoli dallʼalto in basso, impassibili li stanno aspettando.

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A Dio, a sé, al prossimo si pòne

A Dio, a sé, al prossimo di pòne

Sempre nascosti dietro la pietra sepolcrale dellʼavello del papa Anastasio II, per ripararsi dal ripugnante eccesso del fetore che il basso Inferno esala, i due poeti stanno confabulando fittamente, nel sesto cerchio dell’Inferno, dando lʼimpressione di due congiurati.

In realtà, stanno semplicemente ingannando il tempo, in attesa di abituare lʼolfatto a questo fetore, per riprendere il viaggio in tutta tranquillità, e il maestro ne sta approfittando per rendere edotto lʼallievo sulla composizione dei tre cerchi digradanti che dovranno visitare di lì a poco, nonché sulla tipologia degli ʻospitiʼ.

11^ canto dellʼInferno, un poʼ staccati dallʼesordio. Dove, fatto un breve preambolo, aver specificato che il primo di quei cerchi è interamente occupato dai violenti, e messo in evidenza che, siccome la violenza verso il prossimo si compie contro tre specie di persone, esso è suddiviso e composto in tre gironi, Virgilio prosegue la sua delucidazione con lo stesso tono didascalico usato fino a quel momento. Leggiamo.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne esercitare la violenza, contro di loro e i loro beni, come apprenderai con una chiara spiegazione. La morte per un atto di violenza fisica e le ferite che causano dolore si infliggono agli uomini, e rovine di case, incendi e ruberie che arrecano danni ai loro beni; pertanto gli omicidi e ciascun che mal fiere, i devastatori di città e gli autori di estorsioni, li strazia tutti il primo girone in vari gruppi”.

“Uno può essere violento contro sé stesso e contro le sue ricchezze; e perciò nel secondo girone devono dolersi inutilmente tutti coloro che si uccidono, sperperano e dilapidano le loro sostanze, e soffrono quando devono essere lieti.

Puossi far forza ne la deitade, rinnegando intimamente e offendendo quella, e disprezzando la natura e la sua perfezione; e perciò il girone più piccolo imprime come con un suggello i sodomiti e gli usurai e i bestemmiatori”.

Pausa di Virgilio. Prossimamente il seguito.

Allor surse a la vista scoperchiata

Allor surse a la vista scoperchiata

Abbiamo lasciato i due poeti tra gli avelli del cerchio degli eretici, il sesto del baratro infernale, fermi a pochi metri da quello di Farinata degli Uberti. Qui, il maestro ha sospinto con premura Dante tra i sepolcri, per farlo arrivare fino al dannato, raccomandandosi affinché il suo colloquio fosse allʼaltezza della situazione. E quando Dante arriva, facendo appena qualche passo, davanti a quegli, si è sentito chiedere a bruciapelo: “Chi furono i tuoi antenati?”.

Ciò udendo, il poeta abbozza un sorriso – non ha alcun timore di colui che fu un personaggio così eminente della vita politica fiorentina. Siamo nel 10^ canto dell’Inferno, a metà dello stesso.

Io ch’era d’ubidir disideroso, non gliel celai, ma tutto gliel’apersi”, racconta il poeta; per cui il dannato aggrotta un poco le sopracciglia; poi gli dice, con occhi di fuoco: “Furono irriducibilmente nemici miei e dei miei avi e della mia fazione, tanto che li scacciai due volte”.

Se essi furono cacciati, ritornarono da ogni luogo l’una e l’altra volta”; ma i vostri non appreser ben quell’arte“, gli risponde Dante con tono deciso.

Per proseguire così nella narrazione: “Allor surse a la vista scoperchiata un’ombra, accanto a questa, fino al mento: credo che si fosse alzata sulle ginocchia. Guardò intorno a me, come  se avesse il desiderio di vedere se altri era con me; e dopo che il dubbio fu totalmente venuto meno, piangendo disse: ‘Se cammini per lʼInferno per eccellenza d’intelletto, dov’è mio figlio? e perché non è con te’ “.

E il poeta prontamente ribatte: “Non vengo per mia volontà e per mio merito: quello che mi aspetta là, mi guida attraverso questo luogo forse da chi il vostro Guido ebbe a disdegno“.    

Io vidi un’ampia fossa in arco torta

Io vidi un'ampia fossa in arco torta

“Corri verso la frana: finché sta così adirato, è buon cosa che tu cominci a scendere il pendio”.

Così Dante si sente dire dal maestro, con una sollecitudine ancora non sperimentata prima di quel frangente. Premura dovuta essenzialmente al fatto che il poeta, rimasto impressionato dalla scena straordinaria in cui il Minotauro si è messo a saltellare da tutte le parti, infierendo a morsi su sé stesso, dopo il duro rimprovero di Virgilio, si stava comportando come se fosse paralizzato.

E perciò quale migliore occasione per evitare al Minotauro d’impedire loro la discesa in direzione del settimo cerchio?

Ora i due poeti sono fermi a scrutare il fondovalle, dopo aver percorso un bel tratto di corsa la china franosa, e dopo che Virgilio, vedendo l’allievo scendere il dirupo franoso in atteggiamento pensieroso, ha appena finito di dirgli che quella frana, difesa appunto dal Minotauro, non c’era ancora quando lui passò in quelle zone la volta precedente per liberare un dannato dal nono cerchio. Dodicesimo canto dell’Inferno, a un terzo del racconto.

Che continua con Virgilio, che specifica con toni pacati, al contrario della concitazione precedente: “Ma certamente poco prima, se non ricordo male, che scendesse Cristo nel Limbo, in tutte le sue parti l’Inferno fu interessato da un terremoto così potente, che pensai che l’universo avesse ritrovato l’unità tra gli elementi, per la quale ci fu in passato chi immaginò che quello fosse ritornato alla primigenia unità indifferenziata. E allora questa rupe, qui e in altre parti dell’Inferno, subì una frana del genere. Ma ora guarda bene in quella direzione” – allungando di nuovo il dito, dopo averlo fatto in precedenza a indicare il fondovalle – “il fiume di sangue dove bruciano tutti i violenti”.

Il poeta non se lo fa ripetere e, dopo che un ampio fiume di color vermiglio e a forma circolare si staglia in tutta la propria maestosità, prorompe: “Oh bruta avarizia e ira scomposta, che ci spingete tanto a ingiuriare gli altri nella breve vita terrena, e poi in quella eterna ci immergete altrettanto in malo modo!”

E, a chi legge, Dante fornisce questo resoconto: “Io vidi un’ampia fossa in arco torta, che abbraccia tutto lo spazio in piano, in virtù di ciò che aveva detto la mia guida”.