La tua fortuna tanto onor ti serba

La tua fortuna tanto onor ti serba

Fino a questo punto del viaggio agli inferi, il nostro poeta si è mostrato sempre interessato, vera e propria parte attiva, durante gli incontri fatti di cerchio in cerchio. Ma stavolta il suo coinvolgimento è maggiore. E non può non essere così. Da poco, infatti, ha riconosciuto il suo vecchio mentore, nel terzo girone del settimo cerchio, precisamente nella zona dei sodomiti.

Siamo tornati a trattare il quindicesimo canto dellʼInferno. Dove Brunetto Latini, il mentore di cui sopra, ha approfittato dellʼincontro con Dante, per chiedergli quale sorte o volontà divina lo ha fatto arrivare laggiù prima del tempo, e chi era il suo compagno.

La risposta del poeta è stata, a dire il vero, alquanto didascalica: niente fronzoli, giusto lʼessenziale. “Durante la mia vita”, gli ha risposto, “mi sono smarrito nella selva del peccato e del dolore, oltrepassata da poco la mezza età”.

Ma proprio la mattina precedente, grazie alla sua guida, ha proseguito, se ne era allontanato. Quel personaggio gli si era mostrato, mentre stava precipitando nuovamente verso i meandri oscuri di quella selva, e adesso lo sta riportando sulla retta via attraverso quel viaggio – da notare la ritrosia nel nominare Virgilio; è accaduto e accadrà in altre occasioni.

È stato detto in precedenza che il dialogo era appena iniziato. Bene. Ora prosegue con ser Brunetto, che risponde al suo vecchio allievo, in tono malinconico: “Ti auguro che tu possa assecondare il tuo segno astrale, e ti dico che non potrai fallire il raggiungimento della meta che ti sei prefissa, se ti conosco bene; e se non fossi morto anzitempo, sapendo che gli astri ti erano tanto favorevoli, ti avrei dato una mano nel tuo agire di ogni giorno, come poeta e come membro della vita cittadina.

Ma i Fiorentini saranno i tuoi peggiori nemici, proprio a causa del tuo retto agire; e cʼè un motivo, perché non è conveniente, per un uomo magnanimo come sei tu, operare in mezzo a uomini così ignoranti e malvagi. Unʼantica diceria li definisce ottusi; essi sono avari, pieni dʼinvidia e superbi: faʼ del tutto per allontanarti dalle loro abitudini.

La tua fortuna tanto onor ti serba, che entrambe le parti in lotta faranno ogni cosa per coinvolgerti nelle loro dispute; ma non servirà a nulla”. E qui il caro Brunetto tira il fiato, volge il capo, si guarda attorno e ritorna a fissare Dante, mentre le falde di fuoco continuano a scendere senza posa. E…

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E quel medesmo, che si fu accorto

E quel medesmo, che si fu accorto

Canto 14^ dellʼInferno, terzo girone del settimo cerchio. Dove Dante e Virgilio incontrano i violenti contro Dio: i bestemmiatori.

E dove Dante, fermo ai margini della spianata sabbiosa, che forma il girone di cui sopra, ci informa che sulla superficie di quella piovono falde di fuoco, con una lentezza esasperante, senza tregua e senza mai che se ne veda la fine, mentre la sabbia intanto si arroventa in modo esponenziale, similmente alla materia infiammabile che brucia a causa della scintilla della pietra focaia colpita da un acciarino.

La sofferenza dei dannati, in questa situazione, è indicibile, tanto che gli stessi non possono fare altro che muovere di continuo le mani, quando da una parte quando dallʼaltra, nella vana speranza di scacciare le fiamme. E tutto ciò per sempre.

A noi lettori non rimane che immaginare il poeta con lo sguardo sbarrato, nel momento in cui la sua attenzione si sposta su uno di loro dallʼaspetto imponente, che sta sdraiato un poʼ scostato dagli altri, con il tipico atteggiamento del tale che non si cura affatto dello stato in cui si trova e di tutto ciò che lo circonda.

E siccome spesso la curiosità prevale sullo sconcerto che stiamo subendo, anzi è lʼantitodo migliore per eliminarlo, Dante si scuote e chiede a Virgilio: “Maestro, tu che superi tutti gli ostacoli possibili e immaginabili, eccetto i diavoli che abbiamo incontrati al di fuori della città di Dite, chi è quel grande che non sembra curarsi delle falde di fuoco che piovono su di lui e da supino qual è gira tutto attorno il suo sguardo truce, tanto che il fuoco sembra che non gli rechi alcun dolore?”.

E quel medesmo, che si fu accorto che io chiedevo a Virgilio informazioni sul suo conto” – prosegue il poeta – gli risponde in tal modo, con voce metallica: “Come io fui quando ero vivo, così sono da morto. E anche se Giove stancasse Vulcano da cui adirato afferrò il fulmine con cui fui colpito a morte; o sebbene egli sfiancasse i Ciclopi sottoponendoli a snervanti turni di lavori nella buia officina dellʼEtna, gridando ʻVulcano, aiutamiʼ, come fece nella battaglia di Flegra, e lanciasse su di me i fulmini con tutta la la sua forza: non potrebbe goderne pienamente”.

Di chi si tratta? O lettore, non ti far catturare dalla curiosità. Aspetta e lo saprai.

S’elli avesse potuto creder prima

S'elli avesse potuto creder prima

Una domanda straziante. Questa: “Perché mi strappi un rametto?”, coglie di sorpresa il poeta, che ha appena divelto un ramoscello rinsecchito da un cespuglio ritorto, dietro lʼinvito esplicito del maestro – che poco dopo si scuserà con lʼanima dannata imprigionata nello stesso.

Ci troviamo nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, che funge da secondo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale, mentre nella narrazione siamo giunti al 13^ canto dellʼInferno, parte quasi centrale dello stesso.

Il gesto di Dante faʼ che lʼarboscello diventi scuro a causa del sangue che ne fuoriusce, dopodiché la pianta riprende a parlare, e chiede perché qualcuno lo stia lacerando in tal modo. “In vita fummo uomini, e adesso siamo sterpaglia: comunque, avresti dovuto essere più compassionevole, anche se fossimo state anime di serpenti”.

Così si sente rimbrottare il poeta, che china il capo in atto di contrizione. E commenta: “Come da un pezzo di legno verde che sia bruciato a uno dei due lati, che da quello opposto stilla lʼumore e crepita per lʼaria che scompare, così dal moncone del ramo spezzato venivano fuori parole miste a sangue; per cui lasciai cadere a terra il rametto, e ristetti come chi ha timore”.

Ma Virgilio, il quale non abbandona mai il suo allievo nelle situazioni più scabrose, così risponde allʼarbusto, con voce dolente: “Sʼelli avesse potuto creder prima, anima offesa, ciò che ha letto proprio nei miei versi, non avrebbe distesa la sua mano contro di te; ma la cosa incredibile che dalla pianta sia uscita una voce mi ha spinto a fargli compiere un atto che ripugna anche a me. Ma tu digli chi sei stato nella tua vita terrena, tanto che in cambio di una qualche riparazione allo sgarbo riporti sulla Terra il tuo ricordo, dove gli è consentito di fare ritorno”.

E il tronco ribatte, anchʼesso in tono mesto: “Mi lusinghi con parole così gentili, che mi costringi a non tacere; e non vi dia fastidio per quanto io mi trattenga a discorrere con voi. Io sono quello che ebbe un rapporto di privilegio con lʼimperatore Federico II, e che lo influenzò a tal punto nelle sue decisioni opportune e inadeguate, che allontanai quasi tutti i cortigiani dalla sua confidenza; rispettai la mia carica di alto dignitario che mi era stato assegnata, tanto che per questo persi i sonni e le forze”.

Chi sarà mai questʼanima tormentata?