S’i’ fossi stato dal foco coperto

S'i' fossi stato dal foco coperto

La pioggia di fuoco continua a martellare la spianata sabbiosa che costituisce il terzo girone del settimo dellʼInferno, quello in cui per gentile concessione della volontà divina sono stati collocati i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai.

Dante – con Virgilio un poco discosto, ed entrambi sopra uno degli argini che racchiudono il sangue bollente della diramazione del Flegetonte – ha da poco iniziato a prestare ascolto a uno dei tre sodomiti che, poco prima, si sono distaccati dalla schiera sopravvenuta quando egli era impegnato a conversare con Brunetto Latini, raggiungendo i due poeti fermatisi ad aspettarli, perché così ha consigliato Virgilio.

E i tre sulla sabbia rovente hanno subito fatto un cerchio di loro stessi, un vero e proprio girotondo. A questo punto, il poeta ci ha resi edotti con una bella similitudine che i tre dannati gli sono apparsi come quei lottatori nudi e spalmati di olio, che studiano il momento opportuno per afferrare lʼavversario in posizione di vantaggio, prima che tra di loro si scambino percosse e ferite.

Poi uno, sempre girando, ha preso la parola e, rivolto a Dante, gli ha detto che se il miserabile stato di quel luogo rendeva spregevoli loro e le loro richieste, e il volto annerito e spelato e scorticato dalle fiamme, la loro fama avrebbe dovuto indurre la volontà del poeta alla benevolenza di presentarsi.

16^ canto dellʼInferno. Dove il dannato continua il suo discorso in tal modo: “Questi, lʼorme di cui pestar mi vedi, quantunque sia tutto nudo e senza peli, fu di rango elevato più di quanto tu non creda: fu nipote della virtuosa Gualdrada; si chiamò Guido Guerra, e nella sua vita operò con molto senno e coraggio.

Il secondo, chʼappresso me la rena trita, è Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole tra i vivi avrebbero dovuto essere apprezzate. E io, che sono sottoposto al tormento con loro, fui Iacopo Rusticucci, e certamente la mia ritrosa moglie mi danneggia più di altre cose”.

Qui il dannato si zittisce. E aspetta ansioso la replica del poeta. Il quale, prima della stessa, precisa nella narrazione quanto segue: “Sʼiʼ fossi stato dal foco protetto, mi sarei precipitato di sotto tra di loro, e penso che Virgilio lo avrebbe permesso; ma poiché io mi sarei bruciato e ustionato, la paura prevalse sulla mia benevola disposizione dʼanimo che mi rendeva avidamente desideroso di abbracciarli”.

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Per ch’io figurarlo i piedi affissi

Per ch'io a figurarlo i piedi affissi

Siamo a Malebolge, lʼottavo cerchio dellʼInferno, quello che ha il fondo suddiviso in dieci bolge. I due poeti vi sono giunti grazie a Gerione, il mostro alato che li ha prelevati dal margine di pietra delimitante, del cerchio precedente, il terzo girone, dove Dante ha potuto fare la conoscenza degli usurai – e, prima di essi, dei bestemmiatori e dei sodomiti – e li ha deposti lì dalla sua schiena. Infatti, “in questo luogo… trovammoci”.

18^ canto dellʼInferno, un poco staccati dallʼinizio. Dove, racconta il poeta, alla sua destra ha avuto modo di vedere un nuovo spettacolo angoscioso, una pena mai vista e fustigatori di una nuova specie, delle quali cose era piena la prima bolgia. Qui, nel fondo, peccatori nudi andavano loro incontro nella zona vicino allʼargine, mentre nellʼaltra procedevano nella loro stessa direzione, ma con unʼandatura più affrettata.

E a questo punto il poeta ha fatto un paragone con quanto era successo nellʼanno del Giubileo, quando i Romani avevano escogitato un espediente per regolare il transito dei pellegrini su per il ponte Sant’Angelo, che da un lato tutti guardavano la Mole Adriana e si recavano a San Pietro, e dall’altro lato di dirigevano verso Monte Giordano.

Bene. Ora, mentre Dante e Virgilio camminano, uno dietro lʼaltro, su per lo sasso tetro della bolgia predetta, Dante vede un scena atroce: alcuni diavoli provvisti di corna percuotono spietatamente con le fruste i dannati sulla schiena.

Ahi quanto facevano alzare loro i calcagni alle prime sferzate! ormai nessuno attendeva le seconde né le terze”, rileva a questo punto il poeta. E frattanto che continua ad avanzare, il suo sguardo è attratto da un dannato, sicché non può fare a meno di domandarsi se è la prima volta che vede costui.

Per ch’io a figurarlo i piedi affissi”, egli ci informa; e Virgilio si ferma con lui, consentendogli di arretrare un poco per dargli la possibilità di scambiare due parole con quello. Il quale, osservando attentamente il movimento di Dante, sʼillude di nascondersi abbassando gli occhi; ma la mossa gli giova poco, tanto che il poeta gli si rivolge immediatamente, dicendogli: “O tu che lʼocchio a terra getti, se le tue fattezze non mʼingannano, tu sei Venedico Caccianemico. Ma che cosa ti porta a pene così pungenti?”.