Un, crucifisso in terra con tre pali

23^ canto dell’Inferno.

Caifas.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Sesta bolgia. Dopo che i due poeti hanno ascoltato attentamente la breve presentazione che ha fatto di sé Catalano de’ Malavolti e del sodale Loderingo degli Andalò, entrambi nella vita terrena appartenenti all’ordine religioso dei cd. frati Gaudenti, Dante prova a rispondere, ma si ferma subito, perché gli viene all’occhio un dannato, piantato in terra con tre pali.

Questi, vedendo il poeta, totalmente si contorce, sbuffando nella barba con sospiri; e il frate Catalano gli dice che quel conficcato consigliò i Farisei che era utile crocifiggere un uomo per il popolo. “È posto di traverso, nudo, nella via, come tu vedi, ed è necessario che egli senta come pesano quanti passano, prima di essere passati. E a tal modo il suocero soffre in questa bolgia, e gli altri del concilio che fu causa di sventura per gli Ebrei”, conclude il frate Gaudente, con ciò destando meraviglia in Virgilio.

Si sta parlando di Caifas, in aramaico “oppressore”, sommo sacerdote di Gerusalemme dal 18 a.C. al 36 a.C., del quale i Vangeli ci hanno tramandato la sua responsabilità nell’opposizione della classe sacerdotale giudea contro Cristo. Infatti, Matteo, e non solo lui (Matteo, 26,3 e 57, Luca, 3,2 e Giovanni, 11,50, 28, 14 e 24), riportò che, in una riunione appositamente organizzata, si decise la cattura e la messa a morte del Salvatore. Il quale, condotto alla presenza di Caifas, dichiarò di essere il Figlio di Dio, ricevendo in risposta che stava bestemmiando.

Il passo dantesco fu chiosato dall’Anonimo Fiorentino, illustre commentatore della Commedia, che scrisse: “Questo crucifisso fu Caifasso, il quale, quando Cristo fu crucifisso da’ Giudei, elli era Pontefice maggiore; e disse in sua diceria, che si convenia che uno morisse per lo popolo, e Cristo fosse esso. E perciò che ipocritamente consigliò per lo popolo, per la giustizia conviene che ogni gente lo scalpiti e vadali addosso”.

@ UN, CRUCIFISSO IN TERRA CON TRE PALI

Frati godenti fummo, e bolognesi

23^ canto dell’Inferno.

I frati Gaudenti.

Sesta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Quando Virgilio e Dante incontrano i frati Gaudenti, appesantiti dalle cappe di piombo, costoro notano subito che il secondo dimostra di essere vivo “dal movimento della gola”, e gli chiedono di non disdegnare di dire chi egli sia. E Dante, rispondendo loro di essere nativo di Firenze, conferma di essere ancora vivo. “Ma voi chi siete”, chiede a sua volta, “a cui stillano tante lacrime quante ne vedo giù per le gote?”.

E uno di loro prontamente gli risponde che le le cappe giallo-oro che indossano sono di piombo così spesso, che i pesi fanno stridere così le loro bilance. “Fummo frati Gaudenti, e bolognesi; chiamati io Catalano e questi Loderingo”, e da Firenze assunti insieme come suole essere incaricato un solo podestà, per salvaguardare la sua pace, conclude.

“Frati Gaudenti” era la denominazione con la quale erano noti i Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, un ordine religioso nato all’epoca della crociata contro gli Albigesi, all’alba del 1200, e successivamente rifondato a Bologna nel 1260, tra gli altri da Loderingo degli Andalò. Fini dichiarati di questo ordine era la lotta spietata alle eresie, e la difesa degli interessi della Chiesa di Roma nel contesto dei Comuni. I cavalieri avevano la concessione di recare con sé le armi, come se fosse stato un vero e proprio ordine militare, per sedare eventuali tumulti civili. Tuttavia, questi cavalieri non disdegnarono la vita secolare e politica, per cui l’epiteto di Gaudenti, che risale probabilmente al fatto che gli stessi si erano imposti di servire in gioia Dio, col tempo assunse per la gente comune un valore spregiativo.

Il poeta, trattando in modo specifico di Loderingo degli Andalò e del sodale Catalano de’ Malavolti, li fa assurgere a simboli degli ipocriti, nella bolgia dove tutti sembrano frati. Il primo fu membro di una nobile famiglia ghibellina di Bologna e, come detto sopra, tra i fondatori dell’ordine. Fu podestà in diverse città, e a Bologna, due volte, e Firenze, una, con frate Catalan. Quest’ultimo, guelfo bolognese, fu tra i primi appartenenti allo stesso ordine.

@ FRATI GODENTI FUMMO, E BOLOGNESI

Là giù trovammo una gente dipinta

23^ canto dell’Inferno.

Una gente dipinta.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Sesta bolgia. I due poeti, affrancatisi della presenza dei diavoli nella bolgia precedente, camminano velocemente come frati minori. E quando vedono venire quelli con le ali allargate, Virgilio stringe improvvisamente Dante, e si lascia andare supino giù dal sommo dell’argine roccioso al digradante pendio della parete di pietra, che chiude uno dei lati della bolgia successiva. Dove incontrano dannati vestiti in modo sgargiante che vanno in tondo con passi assai lenti, piangendo e per quanto traspare dal volto stanchi e vinti. Essi hanno cappe con copricapi abbassati di fronte agli occhi. All’esterno sono d’oro, così che esso risplende; ma nell’interno tutte di piombo.

“I peccatori puniti in questa bolgia sono gli ipocriti: la forma del castigo eterno che il poeta escogita per essi è tra quelle elaborate con maggior sottigliezza di rapporti e di contrappassi e insieme con maggiore evidenza rappresentativa e sensibilità d’artista”, scrive Natalino Sapegno nell’Inferno di scolastica memoria, da lui egregiamente commentato. Per proseguire come segue: “Del resto il contrasto tra la vistosa apparenza esteriore e la tormentosa realtà ha un evidente rapporto con la natura di un peccato, che consiste nel celare sotto una veste di virtù e di santità un’indole viziosa”.

Inoltre, per l’illustre dantista, la sgargiante cappa da monaco e l’avanzare nella bolgia a mo’ di processione religiosa di questi dannati, pongono in risalto la categoria di persone contro la quale si scaglia il poeta: egli vuole condannare l’ipocrisia come peccato soprattutto perpetrato dagli ordini religiosi, esaminandola nel campo sociale e politico più che nella sfera della coscienza dei singoli.

E nel contesto di questa condanna senza se e senza ma, si colloca nel canto l’episodio dei due frati bolognesi, di cui si parlerà in un altro momento, “che vuol essere inteso appunto come una satira contro gli intrighi politici del papato e della gente di chiesa”.

@ LÀ GIÙ TROVAMMO UNA GENTE DIPINTA

Io vidi già cavalier muover campo

22^ canto dell’Inferno.

(Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de’ barattieri in persona d’uno navarrese, e de’ barattieri medesimi questo canta.)

Io vidi già cavalier muover campo, e cominciare stormo e far lor mostra, e talvolta partir per loro scampo; corridor vidi per la terra vostra, o Aretini, e vidi gir gualdane, fedir torneamenti e correr giostra; quando con trombe, e quando con campane, con tamburi e con cenni di castella, e con cose nostrali e con istrane; né già con sì diversa cennamella cavalier vidi muover né pedoni, né nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni. Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni. Pur a la pegola era la mia ‘ntesa, per veder de la bolgia ogne contegno e de la gente ch’entro v’era incesa. Come i dalfini, quando fanno segno a’ marinar con l’arco de la schiena che s’argomentin di campar lor legno, talor così, ad alleggiar la pena, mostrav’alcun de’ peccatori ‘l dosso e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso stanno i ranocchi pur col muso fuori, sì che celano i piedi e l’altro grosso, sì stavan d’ogne parte i peccatori; ma come s’appressava Barbariccia, così si ritraén sotto i bollori. I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, uno aspettar così, com’elli ‘ncontra ch’una rana rimane e l’altra spiccia; e Graffiacan, che li era più di contra, li arruncigliò le ‘mpegolate chiome e trassel sù, che mi parve una lontra. I’ sapea già di tutti quanti ‘l nome, sì li notai quando fuorono eletti, e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

“O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”, gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi, che tu sappi chi è lo sciagurato venuto a man de li avversari suoi”.

Lo duca mio li s’accosto allato; domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose: “I’ fui nel regno di Navarra nato. Mia madre a servo d’un segnor mi puose, che m’avea generato d’un ribaldo, distruggitor di sé e di sue cose. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; quivi mi misi a far baratteria, di ch’io rendo ragione in questo caldo”.

E Cïriatto, a cui di bocca uscia d’ogne parte una sanna come a porco, li fé sentir come l’una sdruscia. Tra male gatte era venuto ‘l sorco; ma Barbariccia il chiuse con le braccia e disse: “State in là, mentr’io lo ‘nforco”.

E al maestro mio volse la faccia; “Domanda”, disse, “ancor, se più disii saper da lui, prima ch’altri ‘l disfaccia”.

Lo duca dunque: “Or dì: de li altri rii conosci tu alcun che sia latino sotto la pece?”. E quelli: “I’ mi partii, poco è, da un che fu di là vicino. Così foss’io ancor con lui coperto, ch’i’ non temerei unghia né uncino!”.

E Libicocco: “Troppo avem sofferto”, disse; e preseli ‘l braccio col runciglio, sì che, stracciando, ne portò un lacerto. Draghignazzo anco i volle dar di piglio giuso a le gambe; onde ‘l decurio loro si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand’elli un poco rappaciati fuoro, a lui, ch’ancor mirava sua ferita, domandò ‘l duca mio sanza dimoro: “Chi fu colui da cui mala partita di’ che facesti per venire a proda?”. Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita, quel di Gallura, vasel d’ogne froda, ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, e fé sì lor, che ciascun se ne loda. Danar si tolse e lasciolli di piano, sì com’e’ dice: e ne li altri offici anche barattier fu non picciol, ma sovrano. Usa con esso donno Michel Zanche di Logodoro; e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche. Omè, vedete l’altro che digrigna; i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello non s’apparecchi a grattarmi la tigna”.

E ‘l gran proposto, vòlto a Farfarello che stralunava li occhi per fedire, disse: “Fatti ‘n costà, malvagio uccello!”.

“Se voi volete vedere o udire”, ricominciò lo spaürato appresso, “Toschi o Lombardi, io ne farò venire; ma stieno i Malebranche un poco in cesso, sì ch’ei non teman de le lor vendette; e io, seggendo in questo loco stesso, per un ch’io son, ne farò venir sette quand’io suffolerò, com’è nostro uso di fare allor che fori alcun si mette”.

Cagnazzo a cotal motto levò ‘l muso, crollando ‘l capo, e disse: “Odi malizia ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!”.

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, rispuose: “Malizioso son io troppo, quand’io procuro a’ mia maggior trestizia”.

Alichin non si tenne e, di rintoppo a li altri, disse a lui: “Se tu ti cali, io non ti verrò dietro di gualoppo, ma batterò sovra la pece l’ali. Lascisi ‘l collo, e sia la ripa scudo, a veder se tu sol più di noi vali”.

O tu che leggi, udirai nuovo ludo: ciascun da l’altra costa li occhi volse, quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. Lo Navarrese ben suo tempo colse; fermò le piante a terra, e in un punto saltò e dal proposto lor si sciolse. Di che ciascun di colpa fu compunto, ma quei più che cagion fu del difetto; però si mosse e gridò: “Tu se’ giunto!”.

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto non potero avanzar; quelli andò sotto, e quei drizzò volando suso il petto: non altrimenti l’anitra di botto, quando ‘l falcon s’appressa, giù s’attuffa, ed ei ritorna sù crucciato e rotto. Irato Calcabrina de la buffa, volando dietro li tenne, invaghito che quei campasse per aver la zuffa; e come ‘l barattier fu disparito, così volse li artigli al suo compagno, e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno ad artigliar ben lui, e amendue cadder nel mezzo del bogliente stagno. Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue. Barbariccia, con li altri suoi dolente, quattro ne fé volar da l’altra costa con tutt’i raffi, e assai prestamente di qua, di là discesero a la posta; porser li uncini verso li ‘mpaniati, ch’eran già cotti dentro da la crosta. E noi lasciammo lor così ‘mpacciati.

@ IO VIDI GIÀ CAVALIER MUOVER CAMPO

Usa con esso donno Michel Zanche

22^ canto dell’Inferno.

Michele Zanche.

Ci troviamo nella quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Nel prosieguo del dialogo tra Virgilio e Ciampolo di Navarra, Virgilio si sente dire dal Navarrese, dopo che questi ha parlato ampiamente e in termini per nulla lusinghieri, di frate Gomita, “quello di Gallura, ricettacolo di ogni frode”, che lo stesso frequenta “donno Michel Zanche”, e che le lingue di entrambi non si stancano mai di parlare della loro patria comune: la Sardegna.

Chi fu Michele Zanche? Appartenente a una delle più ricche e influenti famiglie di Sassari, vi nacque intorno al 1210. Si trovò tra i notabili filo-genovesi del giudicato di Logudoro (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-ovest, in cui l’isola era stata ripartita da Pisa, dopo che nel 1117 l’aveva tolta ai Saraceni: Logoduro, appunto, Gallura, Arborea e Callari), che nel 1234 dovettero riparare a Genova, a causa di divergenze politiche insorte con la fazione favorevole a Pisa, ottenendo protezione presso la famiglia Doria.

Lo Zanche rientrò in Sardegna quasi subito, e qualche anno dopo, secondo i primi commentatori della Commedia, avrebbe contratto matrimonio con Adelasia, già sposa di Enzo, figlio di Federico II. Sull’isola egli mantenne i suoi rapporti commerciali con Genova, dove vivevano le figlie Richelda e Caterina, moglie di Branca Doria, di cui si parlerà dopo; rapporti, forse, non del tutto leciti, vista la nomea di barattiere che gli fu attribuita.

Si presume che tale nomea, Dante, che lo pose nella bolgia di cui sopra, l’avesse desunta da diverse fonti, prima fra tutte quella del giudice pisano Nino Visconti, suo amico. Sarebbe stato, infatti, proprio questi, quando governò il giudicato di Gallura per conto di Pisa dal 1275 al 1296, e nominò frate Gomita come suo vicario, a conferire a Michele Zanche suo cancelliere. Di lì in poi, “subitamente si cominciò a recare fra le mani le tenute e fare rivendere peggio che Don Gomita”, secondo le Chiose Selmi.

In virtù di quanto riporta il poeta nel 33^ canto dell’Inferno, Michele Zanche venne ucciso o fatto uccidere, in epoca imprecisata e forse in Sardegna, dal sunnominato Branca Doria e da un suo “prossimano”, probabilmente Giacomo Spinola, durante lo svolgimento di un banchetto; tutto questo per impossessarsi dei suoi beni, sebbene per qualcuno il motivo fosse strettamente politico, avendo lo Zanche rivolto le proprie simpatie ai Pisani.

@ USA CON ESSO DONNO MICHEL ZANCHE

Danar si tolse e lasciolli di piano

22^ canto dell’Inferno.

Frate Gomita.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Siamo nella quinta bolgia. A un dato punto del dialogo tra Virgilio e Ciampolo di Navarra, il poeta latino gli chiede se tra i barattieri suoi sodali abbia notizia di qualcuno che sotto la pece sia “latino”, cioè Italiano nel linguaggio dell’epoca.

Il dannato gli risponde prontamente che si è appena allontanato da uno di quelle parti. Virgilio allora gli domanda chi sia mai costui. “Frate Gomita, quello di Gallura, ricettacolo di ogni frode”, ribatte il Navarrese, per proseguire dicendo che il frate ebbe tra le mani i nemici del suo signore e volle denaro per liberarli alla chetichella.

Frate della regione di Gallura (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-est, in cui l’isola era stata suddivisa dai Pisani, dopo averla sottratta ai Saraceni nel 1117: Gallura, appunto, Logoduro, Callari e Arborea), Gomita fu vicario del giudice pisano Nino Visconti, quando questi, dal 1275 al 1296, governò quel territorio per conto di Pisa.

I primi commentatori della Commedia, dall’Anonimo fiorentino al Lana, non ci dicono su questo frate più di quanto non riporti Dante, sebbene ci sia qualcosa che potrebbe conferire al personaggio in questione una rilevanza storicamente accertata, vale a dire un paio di atti in quel di Camaldoli del 1278, riguardanti Corrado Malaspina e Branca Doria, in cui si parla di un tale “donno Gomita Matao”.

Nino Visconti avrebbe riposto nei suoi confronti la massima fiducia, malgrado le accuse di baratteria che riguardarono costui, “fino a che avendo frate Gomita lasciato andare per denari alcuni nemici di Nino che gli erano venuti nelle mani, fu fatto chiaro del tutto e fecelo appiccar per la gola”, conferma il Vellutello, un altro degli antichi commentatori, sulle orme dantesche e dei suoi colleghi.

@ DANAR SI TOLSE E LASCIOLLI DI PIANO

Mia madre a servo d’un segnor mi puose

22^ canto dell’Inferno.

Ciampolo di Navarra.

Nella quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, Dante incontra un dannato, che diventa suo malgrado il protagonista assoluto del canto. Il poeta, dopo averlo visto sull’argine della bolgia dal diavolo Graffiacane afferrato col runciglio per i capelli intrisi di pece ed essere tirato in alto come se fosse una lontra, chiede a Virgilio di sapere chi sia lo sciagurato in balia dei Malebranche, che stanno scortando i due poeti nel prosieguo del loro viaggio.

Virgilio, non potendosi esimere dalla richiesta, si pone a fianco di costui; e domandandogli di dove egli sia, si sente subito rispondere che nacque nel regno di Navarra e che la madre, avendolo procreato insieme a un farabutto, suicida e scialacquatore dei suoi averi, lo aveva reso servitore di un signore. Entrato, poi, a far parte della servitù di re Tebaldo, era diventato barattiere, cioè si era messo a distribuire cariche e prebende per denaro, “della quale cosa rendo conto in questo luogo caldo”.

Il suo nome, Ciampolo o in francese Jean Paul (di recente si è sostenuto che si tratti del trovatore provenzale Rutebeuf, anch’esso cortigiano del re navarrese), che Dante omette, gli viene attribuito dai primi commentatori della Commedia, soprattutto dal Lana, che si rifà proprio al passo su ricordato.

Esposto al continuo scherno dei diavoli, i quali trovano massimo godimento a interrompere il suo dialogo che egli prosegue con Virgilio, riesce prima a contenere la rapace veemenza di costoro, per attrarli, infine, a quello che il poeta definisce “nuovo ludo”: una prova di abilità, dove ha la meglio semplicemente tuffandosi nella pece liquida, scomparendo alla vista.

Se Benvenuto, anche lui tra i primi commentatori dell’opera dantesca, gli dà del “baratarius minor”, confrontandolo ai diavoli, per il Pagliaro, più recentemente, Ciampolo “qualifica la baratteria nel suo tipico aspetto umano di furberia e astuzia faccendiera, di contro alla versione grossolana e animalesca, rappresentata dai diavoli stupidi, crudeli e mentitori a vuoto”, che inseguono “una preda per essi intangibile (Dante e il suo duca) non si sa con quale proposito”.

@ MIA MADRE A SERVO D’UN SEGNOR MI PUOSE

Così di ponte in ponte, altro parlando

21^ canto dell’Inferno.

(Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l’offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.)

Così di ponte in ponte, altro parlando che la mia comedìa cantar non cura, venimmo; e tenavamo ‘l colmo, quando restammo per veder l’altra fessura di Malebolge e li altri pianti vani; e vidila mirabilmente oscura. Quale ne l’arzanà de’ Viniziani bolle l’inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani, ché navicar non ponno – in quella vece chi fa suo legno novo e chi ristoppa le coste a quel che più vïaggi fece; chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte; chi terzeruolo e artimon rintoppa -: tal, non per foco ma per divin’arte, bollia là giuso una pegola spessa, che ‘nviscava la ripa d’ogne parte. I’ vedea lei, ma non vedëa in essa mai che le bolle che ‘l bollor levava, e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io là giù fisamente mirava, lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”, mi trasse a sé del loco dov’io stava. Allor mi volsi come l’uom cui tarda di veder quel che li convien fuggire e cui paura sùbita sgagliarda, che, per veder, non indugia ‘l partire: e vidi dietro a noi un diavol nero correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero! e quanto mi parea ne l’atto acerbo, con l’ali aperte e sovra i piè leggero! L’omero suo, ch’era aguto e superbo, carcava un peccator con ambo l’anche, e quei tenea de’ piè ghermito ‘l nerbo.

Del nostro ponte disse: “O Malebranche, ecco un de li anzïan di Santa Zita! Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche a quella terra, che n’è ben fornita: ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; del no, per li denar, vi si fa ita“.

Là giù ‘l buttò, e per lo scoglio duro si volse; e mai non fu mastino sciolto con tanta fretta a seguitar lo furo. Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; ma i demon che del ponte avean coperchio, gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto! qui si nota altrimenti che nel Serchio! Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, non far sopra la pegola soverchio”.

Poi l’addentar con più di cento raffi, disser: “Coverto convien che qui balli, sì che, se puoi, nascosamente accaffi”.

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro “Acciò che non si paia che tu ci sia”, mi disse, “giù t’acquatta dopo uno scheggio, e per nulla offension che mi sia fatta, non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, per ch’altra volta fui a tal baratta”.

Poscia passò di là dal co del ponte; e com’el giunse in su la ripa sesta, mestier li fu d’aver sicura fronte. Con quel furore e con quella tempesta ch’escono i cani a dosso al poverello che di sùbito chiede ove s’arresta, usciron quei di sotto al ponticello, e volser contra lui tutt’i runcigli; ma el gridò: “Nessun di voi sia fello! Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, traggasi avante l’un di voi che m’oda, e poi d’arruncigliarmi si consigli”.

Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”; per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi – e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.

“Credi tu, Malacoda, qui vedermi esser venuto”, disse ‘l mio maestro, “sicuro già da tutti vostri schermi, sanza voler divino e fato destro? Lascian’ andar, che nel cielo è voluto ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro”.

Allor li fu l’orgoglio sì caduto, ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, e disse a li altri: “Omai non sia feruto”.

E ‘l duca mio a me: “O tu che siedi tra li scheggion del ponte quatto quatto, sicuramente omai a me ti riedi”.

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; e i diavoli si fecer tutti avanti, sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; così vid’ïo già temer li fanti ch’uscivan patteggiati di Caprona, veggendo sé tra nemici cotanti. I’ m’accostai con tutta la persona lungo ‘l mio duca, e non torceva li occhi da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ‘l tocchi”, diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”. E rispondien: “Sì, fa che gliel’accocchi?”.

Ma quel demonio che tenea sermone col duca mio, si volse tutto presto e disse: “Posa, posa, Scarmiglione!”.

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo iscoglio non si può, però che giace tutto spezzato al fondo l’arco sesto. E se l’andare avante pur vi piace, andavetene su per questa grotta; presso è un altro scoglio che via face. Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta, mille dugento con sessanta sei anni compiè che qui la via fu rotta. Io mando verso là di questi miei a riguardar s’alcun se ne sciorina; gite con lor, che non saranno rei”.

“Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina”, cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo; e Barbariccia guidi la decina. Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo, Cirïatto sannuto e Graffiacane e Farfarello e Rubicante pazzo. Cercate ‘ntorno le boglienti pane; costor sian salvi infino a l’altro scheggio che tutto intero va sovra le tane”.

“Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?”, diss’io, “deh, sanza scorta andianci soli, se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. Se tu se’ sì accorto come suoli, non vedi tu ch’e’ digrignan li denti e con le ciglia ne minaccian duoli?”.

Ed elli a me: “Non vo’ che tu paventi; lasciali digrignar pur a lor senno, ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti”.

Per l’argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta.

@ COSÌ DI PONTE IN PONTE, ALTRO PARLANDO

Ieri, più oltre cinqu’ore che quest’otta

21^ canto dell’Inferno.

L’inganno di Malacoda e la cronologia del viaggio dantesco.

Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, quinta bolgia. “Non si può procedere più avanti su questa fila di ponti rocciosi, perché sta tutto rotto al fondo il ponte che passa sopra la sesta bolgia”, dice Malacoda, il capo dei Malebranche, a Virgilio. Per proseguire così: “E se gradite tuttavia l’andare avanti, risalite su per questo argine; vicino vi è un altro ponte roccioso che permette il passaggio. Ieri, oltre cinque ore dopo quest’ora, si è compiuto il milleduecentosessantaseesimo anno da quando in questo punto la via fu interrotta. Io invio verso quella direzione qualcuno di questi miei sottoposti a sorvegliare se qualcuno se ne tira fuori; andate con loro, che non saranno ostili”.

Orbene, questo inganno verso Virgilio del capo dei Malebranche, ci aiuta a inquadrare nel migliore dei modi la cronologia del viaggio di Dante nei regni ultraterreni. Il tutto, nasce quando egli afferma che il ponte sovrastante la sesta bolgia di Malebolge è venuto giù a seguito della morte di Cristo, e che il giorno prima, “oltre cinque ore dopo quest’ora”, si sono compiuti milleduecentosessantasei anni da allora.

A questo punto, fare un passo indietro è doveroso: Virgilio ha chiarito al poeta (se ne ha traccia nel 12^ canto dell’Inferno) che al momento della crocifissione di Cristo ci fu un terremoto, che originò un franamento “qui”, cioè all’entrata del settimo cerchio dell’Inferno, e “altrove”; pertanto, Malacoda non può non riferirsi a questo evento. Ora, dal momento che Dante era della convinzione che Cristo fosse morto a trentaquattro anni (si legga il Convivio, IV, 23), e che, secondo il Vangelo di Luca, ciò fosse avvenuto un venerdì a mezzogiorno, ciò significa che, quando Malacoda si rivolge nel modo suddetto a Virgilio, sono le sette del mattino o quasi del sabato santo del 1300.

Resta ora da dirimere la questione dell’effettiva data d’inizio del viaggio dantesco. Mentre taluni commentatori sostengono che questo ebbe inizio il 25 Marzo 1300, un venerdì, vale a dire l’anniversario storico della morte di Cristo, altri optano per l’8 Aprile 1300, un venerdì santo, venendo la Pasqua il 10 Aprile. Senza prendere partito per l’una o l’altra tesi, non si può non rilevare che i sostenitori della seconda fanno risaltare il passo posto alla fine del 20^ canto dell’Inferno, quando Virgilio dice al poeta, smarritosi nella selva oscura la notte tra un giovedì e un venerdì, “e già ieri notte la luna è stata piena”. Quindi, da sempre venendo la Pasqua dei Cristiani la domenica dopo il primo plenilunio di primavera, la “luna piena” di cui sopra si stagliò nel cielo lunedì 4 Aprile 1300.

@ IER, PIÙ OLTRE CINQU’ORE CHE QUEST’OTTA

Usciron quei di sotto al ponticello

21^ canto dell’Inferno.

I Malebranche.

Quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Dante racconta che con quel furore e con quell’impeto violento e improvviso con cui i cani vengono fuori dall’uscio contro il mendicante che senza indugiare chiede l’elemosina dal luogo in cui si è fermato, “quelli uscirono di sotto al ponte, e indirizzarono contro di lui tutti i runcigli”.

Bene. “Quelli” sono i Malebranche, che secondo Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, furono “posti a tormentare i barattieri che hanno avuto male mani ad uncinare, e pigliare danari e doni di quello che non si dee pigliare”. Tale nome fu scelto dal poeta con lo “stesso procedimento che gli aveva dettato già il nome di Malebolge, un procedimento, cioè, non puramente fantastico, ma intellettualistico, inteso a sottolineare taluni aspetti della… figura e dei… costumi di questi guardiani infernali attraverso la combinazione di precisi elementi lessicali”: Sapegno, qualche secolo dopo.

Questi diavoli, di numero indefinito, hanno aspetto di una ferocia inaudita, e sono totalmente neri e alati. Straziano i dannati con le loro grandi unghie, e con i runcigli, uncini, o raffi che dir si voglia, li mettono all’interno o li tirano fuori dalla pece liquida. Con costoro i Malebranche usano un modo di esprimersi molto sarcastico, e in luogo di parlare urlano. Dante li paragona ai cani, come visto sopra, e, alquanto irosi, litigano di continuo tra di loro. Periodicamente sono scelti dal loro capo Malacoda a gruppi di dieci, e mandati lungo l’orlo sinistro della quinta bolgia, allo scopo di controllare se i barattieri sono fuoriusciti nel frattempo dalla pece liquida. Ciascun Malebranche reca un nome, e il poeta ne cita dodici: il già citato Malacoda e Scarmiglione, Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante.

Nomi, peraltro, che sono stati oggetto nel tempo di molteplici elucubrazioni, da parte dei commentatori; per limitarci ai moderni, Torraca è dell’idea che il poeta coniò quei nomi sulla base di nomi, cognomi, soprannomi di suoi contemporanei. Di più, Luiso riporta a Lucca l’origine dei nomi, a iniziare da Malacoda, che “è nome di famiglia lucchese”, continuando con Cagnazzo, Graffiacane, Scarmiglione, tutti nomi che compaiono nei principali atti pubblici della città.

@ USCIRON QUEI DI SOTTO AL PONTICELLO