Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto

Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto

19^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

Tale divenni io, quali sono coloro che stanno quasi confusi, per non aver capito ciò che è risposto loro, e non sono capaci di replicare.

Quindi Virgilio disse: “Digli subito: ‘Non sono colui, non sono colui che ritieni tale’ “; e io risposi come mi fu prescritto.

Per cui lo spirito agitò violentemente i piedi; poi, sospirando e con voce dolente e lamentosa, mi disse: “Dunque che cosa vuoi sapere da me? Se di sapere chi sia t’importa così tanto, che tu abbia perciò percorsa la costa, sappi che fui rivestito dai paramenti pontificali; e fui veramente un Orsini, così desideroso per favorire i discendenti dell’Orsa, che sulla terra misi i beni materiali in borsa e qui me stesso. Di sotto alla mia testa sono stati trascinati gli altri che mi precedettero praticando simonia, appiattiti nelle fenditure della roccia.

@ SE DI SAPER CH’I’ SIA TI CAL COTANTO

Io stava come ‘l frate che confessa

19^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

In quel momento giungemmo al quarto margine; voltammo e discendemmo a mano sinistra laggiù nel fondo pieno di fori e stretto. Il valente maestro al momento non mi mise giù dal suo fianco, finché non mi portò al foro di quello che dava sfogo al dolore dimenando le gambe.

“O chiunque tu sia che tieni il capo di sotto, anima sciagurata confitta come un palo nel terreno”, io cominciai a dire, “se puoi, parla”.

Io stavo come il frate che ascolta l’accusa sicario infedele, che, dopo che è stato infilato a testa in giù in una buca, chiama di nuovo il confessore per cui ritarda pur di poco la morte.

Ed egli gridò: “Tu sei già costì in piedi, tu sei già costì in piedi, Bonifacio? Il libro del futuro mi ha ingannato di non poco tempo. Tu sei pago tanto presto di quei beni materiali per i quali non esitasti di condurre fraudolentemente in sposa la Chiesa, e poi di oltraggiarla?”.

@ IO STAVA COME ‘L FRATE CHE CONFESSA

Le piante erano a tutti accese intrambe

19^ canto dell’Inferno.

Seconda parte.

Fuori dell’orifizio di ognuno sporgevano i piedi e le gambe di un peccatore fino alla coscia, e il restante stava nell’interno. Entrambe le piante dei piedi di tutti erano infuocate; per cui le giunture guizzavano con tanta violenza, che avrebbero ridotte in pezzi funicelle di vimini attorti e corde di fibre vegetali intrecciate. Quale la fiamma che brucia sulle cose spalmate di olio suole spostarsi soltanto su per la superficie esterna, tale era in quel punto dai calcagni alle punte dei piedi.

“Chi è colui, maestro, che manifesta il proprio dolore guizzando più che gli altri suoi partecipi della stessa sorte”, io dissi, “e che una fiamma più rossa consuma?”.

Ed egli a me: “Se tu vuoi che ti conduca laggiù per quella costa che è più bassa, sarai informato da lui di sé e delle sue azioni colpevoli”.

E io: “Tutto questo mi è conveniente, come vuoi tu: tu sei signore, e sai che non mi allontano dalla tua volontà, e sai quanto mi astengo dal chiederti”.

@ LE PIANTE ERANO A TUTTI ACCESE INTRAMBE

Io vidi per le coste e per lo fondo

19^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

O Simone Mago, o gretti seguaci che le cariche spirituali, che dovrebbero essere unite alla bontà, e invece voi avidi contaminate con adulterio in cambio di denaro, adesso è destino che suoni la tromba per voi, poiché state nella terza bolgia. Giunti alla bolgia successiva, già eravamo saliti in quella zona del ponte roccioso che sovrasta perpendicolarmente proprio sulla parte media della bolgia. 

O sapienza divina, quanta è l’azione punitrice che manifesti in Paradiso, in terra, e nel mondo del male, e quanto giustamente la tua potenza distribuisce premi e castighi! Io vidi per le ripe e per il fondo la pietra di color ferrigno cosparsa di buchi, tutti di una larghezza e ognuno era di forma sferica. Non mi sembravano meno ampi né più profondi di quelli che sono nel mio bel San Giovanni, costruiti scavando come spazio vuoto di fonti in cui si battezza; l’uno dei quali, non molti anni fa, io spezzai per un tale che vi affogava internamente: e questa sia la testimonianza che tragga d’inganno ognuno.

@ IO VIDI PER LE COSTE E PER LO FONDO

Luogo è in inferno detto Malebolge

18^ canto dell’Inferno.

(Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de’ ruffiani  e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.)    

Luogo è in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge. Nel dritto mezzo del campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo, di cui suo loco dicerò l’ordigno. Quel cinghio che rimane adunque è tondo tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’alta ripa dura, e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura più e più fossi cingon li castelli, la parte dove son rende figura, tale imagine quivi facevan quelli; e come a tai fortezze da’ lor sogli a la ripa di fuor son ponticelli, così da imo de la roccia scogli movien che ricidien li argini e ‘ fossi infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi di Gerion, trovammoci; e ‘l poeta tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. A la man destra vidi nova pieta, novo tormento e novi frustatori, di che la prima bolgia era repleta. Nel fondo erano ignudi i peccatori; dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto, di là con noi, ma con passi maggiori, come i Roman per l’essercito molto, l’anno del giubileo, su per lo ponte hanno a passar la gente modo colto, che da l’un lato tutti hanno la fronte verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro, da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro vidi demon cornuti con gran ferze, che li battien crudelmente di retro. Ahi come facevan lor levare le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava né le terze. Mentr’io andava, li occhi miei in uno furo scontrati; e io sì tosto dissi: “Già di veder costui non son digiuno”.

Per ch’io a figurarlo i piedi affissi; e ʼl dolce duca meco si ristette, e assentio ch’alquanto in dietro gissi. E quel frustato celar si credette bassando ‘l viso; ma poco li valse, ch’io dissi: “O tu che l’occhio a terra gette, se le fazion che porti non sono false, Venedico se’ Caccianemico. Ma che ti mena a sì pungenti salse?”.

Ed elli a me: “Mal volontier lo dico; ma sforzami la tua chiara novella, che mi fa sovvenir del mondo antico. I’ fu colui che la Ghisolabella condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella. E non pur io piango bolognese; anzi n’è questo loco tanto pieno, che tante lingue non son ora apprese a dicer sipa tra Sàvena e Reno; e se di ciò vuoi fede o testimonio, rècati a mente il nostro avaro seno”.

Così parlando il percosse un demonio de la sua scuriada, e disse: “Via, ruffian! qui non son femmine da conio”.

I’ mi raggiunsi con la scorta mia; poscia con pochi passi divenimmo là ‘v’ uno scoglio de la ripa uscia. Assai leggeramente quel salimmo; e vòlti a destra su per la sua scheggia, da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov’el vaneggia di sotto per dar passo a li sferzati, lo duca disse: “Attienti, e fa che feggia lo viso in te di quest’altri mal nati, ai quali ancor non vedesti la faccia però che son con noi insieme andati”.

Del vecchio ponte guardavam la traccia che venia verso noi da lʼaltra banda, e che la ferza similmente scaccia.

E ‘l buon maestro, sanza mia dimanda, mi disse: “Guarda quel grande che vene, e per dolor non par lagrime spanda: quanto aspetto reale ancor ritene! Quelli è Iasón, che per cuore e per senno li Colchi del monton privati féne. Ello passò per l’isola di Lenno poi che l’ardite femmine spietate tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate Isifile ingannò, la giovinetta che prima avea tutte l’altre ingannate. Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martiro lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta. Con lui sen va chi da tal parte inganna; e questo basti de la prima valle sapere e di color che ‘n sé assanna”.

Già eravam la ‘ve lo stretto calle con l’argine secondo s’incrocicchia, e fa di quello ad un altr’arco spalle. Quindi sentimmo gente che si nicchia ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, e sé medesma con le palme picchia. Le ripe eran grommate d’una muffa, per l’alito di giù che vi s’appasta, che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta loco a veder sanza montare al dosso de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso vidi gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso. E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parea s’era laico o cherco.

Quei mi sgridò: “Perché se’ tu sì gordo di riguardar più me che de li altri brutti?”. E io a lui: “Perchè, se ben ricordo, già t’ho veduto coi capelli asciutti, e se’ Alessio Interminei da Lucca: però t’adocchio più che li altri tutti”.

Ed elli allor, battendosi la zucca: “Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe”, mi disse, “il viso un poco più avante, sì che la faccia ben con l’occhio attinghe di quella sozza e scapigliata fante che là si graffia con l’unghie merdose, e or s’accoscia e ora è in piedi stante. Taide è, la puttana che rispuose al drudo suo, quando disse ‘Ho io grazie grandi apo te?’: ‘Anzi maravigliose!’. E quinci sian le nostre viste sazie”.

@ LUOGO È IN INFERNO DETTO MALEBOLGE

Ecco la fiera con la coda aguzza

Ecco la fiera con la coda aguzza

17^ canto dell’Inferno.

Ecco la fiera con la coda aguzza, che passa i monti e rompe i muri e lʼarmi! Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”. Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; e accennolle che venisse a proda, vicino al fin di passeggiati marmi. E quella sozza imagine di froda sen venne, e arrivò la testa e l busto, ma n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia duom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e dun serpente tutto laltro fusto; due branche avea pilose insin lascelle; lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste dipinti avea di nodi e di rotelle. Con più color, sommesse e sovraposte non fer mai drappi Tartari né Turchi, né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come talvolta stanno a riva i burchi, che parte sono in acqua e parte in terra, e come là tra li Tedeschi lurchi lo bivero s’assetta a far sua guerra, così la fiera pessima si stava su l’orlo ch’è di pietra e ‘l sabbion serra. Nel vano tutta sua coda guizzava, torcendo in sù la venenosa forca ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: “Or convien che si torca la nostra via un poco insino a quella bestia malvagia che colà si corca”.

Però scendemmo a la destra mammella, e diece passi femmo in su lo stremo, per ben cessar la rena e la fiammella. E quando noi a lei venuti semo, poco più oltre veggio in su la rena gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ‘l maestro “Acciò che tutta piena esperienza d’esto giron porti”, mi disse, “va, e vedi lor mena. Li tuoi ragionamenti sian là corti; mentre che torni, parlerò con questa, che ne conceda i suoi omeri forti”.

Così ancor su per la strema testa di quel settimo cerchio tutto solo andai, dove sedea la gente mesta. Per li occhi fora scoppiava lor duolo; di qua, di là soccorrien con le mani quando aʼ vapori, e quando al caldo suolo: non altrimenti fan di state li cani or col ceffo or col piè, quando son morsi o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi, ne’ quali ‘l doloroso foco casca, non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi che dal collo a ciascun pendea una tasca ch’avea certo colore e certo segno, e quindi par che ‘l loro occhio si pasca. E com’io riguardando tra lor vegno, in una borsa gialla vidi azzurro che d’un leone avea faccia e contegno. Poi, procedendo di mio sguardo il curro, vidine un’altra come sangue rossa, mostrando un’oca bianca più che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa segnato avea lo suo sacchetto bianco, mi disse: “Che fai tu in questa fossa? Or te ne va; e perché se’ vivo anco, sappi che ‘l mio vicin Vitaliano sederà qui dal mio sinistro fianco. Con questi Fiorentin son padoano: spesse fiate mi ‘ntronan li orecchi gridando: ‘Vegna ‘l cavalier sovrano, che recherà la tasca con tre becchi!’ ” . Qui distorse la bocca e di fuor trasse la lingua, come bue che ‘l naso lecchi.

E io, temendo no ‘l più star crucciasse lui che di poco star m’avea ‘mmonito, torna’mi in dietro da l’anime lasse. Trova’ il duca mio ch’era salito già su la groppa del fiero animale, e disse a me: “Or sie forte e ardito. Omai si scende per sì fatte sale; monta dinanzi, ch’i voglio esser mezzo, sì che la coda non possa far male”.

Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, e triema tutto pur guardando ‘l rezzo, tal divenn’io a le parole porte; ma vergogna mi fé le sue minacce, che innanzi a buon segnor fa servo forte. I’ mʼassettai in su quelle spallacce; sì volli dir, ma la voce non venne com’io credetti: “Fa che tu m’abbracce”. Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne ad altro forse, tosto ch’i’ montai con le braccia m’avvinse e mi sostenne; e disse: “Gerion, moviti omai: le rote larghe, e lo scender sia poco; pensa la nova soma che tu hai”.

Come la navicella esce di loco in dietro in dietro, sì quindi si tolse; e poi ch’al tutto si sentì a gioco, là ‘v’era ‘l petto, la coda rivolse, e quella tesa, come anguilla, mosse, e con le branche l’aere a sé raccolse. Maggior paura non credo che fosse quando Fetonte abbandonò li freni, per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse; né quando Icaro misero le reni sentì spennar per la scaldata cera, gridando il padre a lui “Mala via tieni!”, che fu la mia, quando vidi ch’i’ era ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta ogne veduta fuor che de la fera. Ella sen va notando lenta lenta; rota e discende, ma non me n’accorgo sen non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo far sotto noi un orribile scroscio, per che con li occhi ʼn giù la testa sporgo. Allor fu’ io più timido a lo stoscio, però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; ond’io tremando tutto mi raccoscio. E vidi poi, ché nol vedea davanti, lo scendere e ‘l girar per li gran mali che s’appressavan da diversi canti.

Come ‘l falcon ch’è stato assai su l’ali, che sanza veder logoro o uccello fa dire al falconiere “Omè, tu cali!”, discende lasso onde si move isnello, per cento rote, e da lungo si pone dal suo maestro, disdegnoso e fello; così ne puose al fondo Gerione al piè al piè de la stagliata rocca, e, discarcate le nostre persone, si dileguò come da corda cocca.

Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo

Già era in loco onde s'udia 'l rimbombo

16^ canto dell’Inferno.

Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo de l’acqua che cadea ne l’altro giro, simile a quel che l’arnie fanno rombo, quando tre ombre insieme si partiro, correndo, d’una torma che passava sotto la pioggia de l’aspro martiro. Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: “Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri alcun di nostra terra prava”.

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, ricenti e vecchie, da le fiamme incese! Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. A le lor grida il mio dottor s’attese; volse l viso ver’ me, e “Or aspetta”, disse, “a costor si vuole esser cortese. E se non fosse il foco che saetta la natura del loco, i’ dicerei che meglio stesse a te che a lor la fretta”.

Ricominciar, come noi restammo, ei l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, fenno una rota di sé tutti e trei. Qual sogliono i campion far nudi e unti, avviando lor presa e lor vantaggio, prima che sien tra loro battuti e punti,  così rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo faceva ai piè continuo viaggio.

E “Se miseria d’esto loco sollo rende in dispetto noi e nostri prieghi”, cominciò l’uno, “e ‘l tinto aspetto e brollo, la fama nostra il tuo animo pieghi a dirne chi tu se’, che i vivi piedi così sicuro per lo ‘nferno freghi. Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, tutto che nudo e dipelato vada, fu di grado maggior che tu non credi: nepote fu de la buona Gualdrada; Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita fece col senno assai e con la spada. L’altro, ch’appresso me la rena trita, è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce nel mondo sù dovria esser gradita. E io, che posto son con loro in croce, Iacopo Rusticucci fui, e certo la fiera moglie più ch’altro mi nuoce”.

S’i fossi stato dal foco coperto, gittato mi sarei tra lor di sotto, e credo che ‘l dottor l’avria sofferto; ma perch’io mi sarei brusciato e cotto, vinse paura la mia buona voglia che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia la vostra condizion dentro mi fisse, tanta che tardi tutta si dispoglia, tosto che questo mio segnor mi disse parole per le quali i’ mi pensai che qual voi siete, tal gente venisse. Di vostra terra sono, e sempre mai l’ovra di voi e li onorati nomi con affezion ritrassi e ascoltai. Lascio lo fele e vo per dolci pomi promessi a me per lo verace duca; ma nfino al centro pria convien ch’i’ tomi”.

Se lungamente l’anima conduca le membra tue”, rispuose quelli ancora, “e se la fama tua dopo te luca, cortesia e valor dì se dimora ne la nostra città sì come suole, o se del tutto se n’è gita fora; ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole con noi per poco e va là coi compagni, assai ne cruccia con le sue parole”.

La gente nuova e i sùbiti guadagni orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”. Così gridai con la faccia levata; e i tre, che ciò inteser per risposta, guardar l’un l’altro comal ver si guata.

Se l’altre volte sì poco ti costa”, rispuoser tutti, “il satisfare altrui, felice te se sì parli a tua posta! Però, se campi d’esti luoghi bui e torni a riveder le belle stelle, quando ti gioverà dicere ‘I fui’, fa che di noi a la gente favelle”. Indi rupper la rota, e a fuggirsi ali sembiar le gambe isnelle. Un amen non saria possuto dirsi tosto così come’ fuori spariti; per ch’al maestro parve di partirsi. Io lo seguiva, e poco eravam iti, che ‘l suon de lacqua n’era sì vicino, che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino prima dal Monte Viso ‘nver’ levante, da la sinistra costa d’Apennino, che si chiama Acquacheta suso, avante che si divalli giù nel basso letto, e a Forlì di quel nome è vacante, rimbomba là sovra San Benedetto de l’Alpe per cadere ad una scesa ove dovea per mille esser recetto; così, giù d’una ripa discoscesa, trovammo risonar quell’acqua tinta, sì che n poc’ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta, e con essa pensai alcuna volta prender la lonza a la pelle dipinta. Poscia ch’io lebbi tutta da me sciolta, sì come l duca mavea comandato, porsila a lui aggrappata e ravvolta. Ond’ei si volse inver’ lo destro lato, e alquanto di lunge da la sponda la gittò giuso in quell’alto burrato.

E pur convien che novità risponda”, dicea fra me medesmo, “al novo cenno che ‘l maestro con l’occhio sì seconda”. Ahi quanto li uomini esser dienno presso a color che non veggion pur l’ovra, ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: “Tosto verrà di sovra ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna; tosto convien ch’al tuo viso si scovra”.

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, però che sanza colpa fa vergogna; ma qui tacer nol posso; e per le note di questa comedìa, lettor, ti giuro, s’elle non sien di lunga grazia vòte, ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro venir notando una figura in suso, maravigliosa ad ogne cor sicuro, sì come torna colui che va giuso talora a solver l’àncora ch’aggrappa o scoglio o altro che nel mare è chiuso, che ‘n sù si stende e da piè si rattrappa.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa

E un che d'una scrofa azzurra e grossa

17^ canto dell’Inferno. Reginaldo degli Scrovegni.

Mentre il poeta guardando con attenzione viene tra gli usurai, nel terzo girone del settimo cerchio, in una borsa gialla vede una figura di colore azzurro che ha l’aspetto e l’atteggiamento di un leone. Poi, guardando oltre, ne vede una seconda rossa come il sangue, palesando un’oca bianca più che il burro. E un dannato che ha disegnata con una scrofa azzurra e pingue la sua borsa bianca, gli dice: “Tu che cosa fai in questa buca? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà qui alla mia sinistra. Sono padovano con questi Fiorentini: molte volte mi rintronano le orecchie gridando: ‘Venga all’Inferno il sommo cavaliere, che porterà con sé la borsa con tre capri!’ “.

Fin qui Dante. Comunemente si ritiene che questo dannato, il quale gli si rivolge con tale veemenza, sia Reginaldo degli Scrovegni, la cui nomea di usuraio era diffusa dappertutto. Capostipite della omonima famiglia padovana, si unì ben presto in matrimonio con una dolce donzella della famiglia vicentina dei Malcapelli, tale connubio consentendogli di espandere la sua principale attività, quella del prestito, oltre i limitati confini della sua città.

Esattore nel 1268 per il vescovo di Padova delle decime di Montecchio e di altri borghi limitrofi, fu avveduto curatore dei propri averi, che impiegò  sempre con frutto in prestiti e terreni dapprima scelti con oculatezza. Dal 1290 non si ebbero più sue notizie certe, ma quelle dei figli, quindi è presumibile che sia morto entro quella data. A tal proposito citiamo da P. Selvatico (Visita di Dante a Giotto, in Dante e Giotto, 1865, pagina 108): “… moriva gridando: datemi la chiave dello scrigno, perché nessuno trovi il mio denaro”.

Così, mentre Dante lo immortalava facendogli dire quanto sopra riportato, quale simbolo della borghesia mercantile in ascesa che si arricchiva con l’usura, il figlio Arrigo  commissionava a Giotto l’affresco, realizzato tra il 1303 e il 1305, della cappella di Santa Maria della Carità a Padova, capolavoro della nostra arte.

Da leggere: Ecco la fiera con la coda aguzza del 14.04.2020

La fiera moglie più ch’altro mi nuoce

La fiera moglie più ch'altro mi nuoce

16^ canto dell’Inferno. Iacopo Rusticucci.

E io, che sono sottoposto al tormento con loro, sono Iacopo Rusticucci, e certo la ritrosa moglie mi ha recato danno più che altre cose”.

Chi parla così a Dante è uno dei tre sodomiti che, facendo un cerchio di loro stessi nel terzo girone del settimo cerchio dellInferno, arrivano dai due poeti, che camminano sopra uno degli argini che racchiudono il sangue bollente della diramazione del Flegetonte. Dunque Iacopo Rusticucci. Il poeta, come per altri eminenti personaggi fiorentini, aveva chiesto sue notizie a Ciacco, nel terzo cerchio, quello dei golosi, sentendosi rispondere che peccati differenti li tenevano giù con il loro peso nelle parti basse dell’Inferno.

Appartenente a una famiglia fiorentina della consorteria dei Cavalcanti, fu uno dei cittadini più noti e da un punto di vista politico più in vista dellʼepoca di Dante. Nacque a Firenze intorno al 1200, e fu Guelfo come Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, suo compagno di sventura tra i sodomiti. Nel 1237 entrambi mediarono la pace in una contesa fra San Gimignano e Volterra, e l’anno dopo Rusticucci chiese al comune di San Gimignano una ricompensa per essere intervenuto a favore di quel comune presso il podestà di Firenze contro gli ambasciatori della città nemica. Nominato nel 1254, insieme a Ugo della Spina, procuratore del Comune di Firenze, per intrattenere rapporti politici e commerciali con altre città della Toscana, quattro anni dopo si trovò a ricoprire la carica di capitano del popolo ad Arezzo.

Dante di lui allude sì alla sua buona fama nel campo politico, ma anche ai suoi guai coniugali, che lo portarono a lasciare la moglie dandosi alla sodomia, quasi l’avesse fatto in sfregio verso tutte le donne – a tal proposito, Benvenuto, uno dei primi commentatori della Commedia, parlò di ‘uxor prava’, a proposito di una lite alquanto accesa tra i due.

Da leggere: Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo del 04.04.2020

E or s’accoscia e ora è in piedi stante

E or s'accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno. Taide.

Dopo che ha udito Alessio Interminelli, in vita un nobile lucchese, il quale, percuotendosi il capo, ha concluso il breve dialogo con Dante, riferendo a questi che nella seconda bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, lo hanno fatto sprofondare le adulazioni di cui egli non ebbe mai la lingua sazia, Virgilio si rivolge al poeta in tal modo: “Spingi lo sguardo un poco più avanti, così che tu raggiunga sicuramente con gli occhi il volto di quella immonda e spettinata bagascia che si graffia là con le unghie imbrattate  di sterco, e una volta si mette giù piegandosi con le gambe e una volta è ferma in piedi. È Taide, la prostituta che rispose al suo ganzo quando disse ‘Io ho grandi meriti presso di te?’: ‘E per di più a meraviglia!’. E di questo siano appagati i nostri occhi”. 

Parliamo di costei. Si tratta di un personaggio di Eunuchus, una commedia di Terenzio. Nella stessa, le battute sotto riportate, che Dante parafrasa a modo suo, non sono scambiate tra la prostituta e il suo amante Trasone, ma tra questi e Gnatone, di mestiere mezzano, al quale il primo chiede se Taide gli è grata del proprio dono: una schiava.

Dunque la fonte dantesca non è Terenzio, ma forse Cicerone e il suo De amicitia (XXVI 98), in cui il dialogo è riferito come esempio di adulazione senza che gli interlocutori vengano citati. Nel leggere Cicerone, infatti, era possibile equivocare, com’è accaduto a Dante, che alla replica fosse deputata proprio Taide: “Magnas vero agere gratias Thais mihi? satis erat respondere magnas; ingentes  inquit: semper auget adsentator id, quod is cuius ad voluntatem dicitur, vult esse magnum”. In tal caso, infatti, Thais, fungendo da soggetto, poteva essere scambiato facilmente come un vocativo, attribuendo quindi a essa la risposta.

Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, peraltro menziona il Liber Esopi di Gualtiero Anglico, dove la favola di Taide e il giovane è raccontata per educare le nuove generazioni a non farsi attrarre dagli adulatori. Ciò dimostra, se non altro, come fosse popolare ai tempi del poeta tale personaggio, e come fosse diventato l’emblema del peccato di adulazione.

Qualcuno dei commentatori più recenti ha sostenuto che Dante, anche se avesse avuto a  disposizione il testo terenziano, può aver cambiato i protagonisti alla sua maniera, al fine di rappresentare con un dannato, in tal caso di sesso femminile, il più possibile stimolante la sua immaginazione: non a caso questa immonda e spettinata bagascia immersa nello sterco, infatti, è una delle figure più incisive della degradazione propria dell’Inferno.