La molta gente e le diverse piaghe

29^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.)

La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie sì inebrïate, che de lo stare a piangere eran vaghe. Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? perché la vista tua pur si soffolge là giù tra l’ombre triste smozzicate? Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; pensa, se tu annoverar le credi, che miglia ventidue la valle volge. E già la luna è sotto i nostri piedi; lo tempo è poco omai che n’è concesso, e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos’io appresso, «atteso a la cagion per ch’io guardava, forse m’avresti ancor lo star dimesso».

Parte sen giva, e io retro li andava, lo duca, già faccendo la risposta, e soggiugnendo: «Dentro a quella cava dov’io tenea or li occhi sì a posta, credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse ‘l maestro: «Non si franga lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello. Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; ch’io vidi lui a piè del ponticello mostrarti e minacciar forte col dito, e udi’ ‘l nominar Geri del Bello. Tu eri allor sì del tutto impedito sovra colui che già tenne Altaforte, che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte che non li è vendicata ancor», diss’io, «per alcun che de l’onta sia consorte, fece lui disdegnoso; ond’el sen gio sanza parlarmi, sì com’ïo estimo: e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo che de lo scoglio l’altra valle mostra, se più lume vi fosse, tutto ad imo. Quando noi fummo sor l’ultima chiostra di Malebolge, sì che i suoi conversi potean parere a la veduta nostra, lamenti saettaron a me diversi, che di pietà ferrati avean li strali; ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti ‘nsembre, tal era quivi, e tal puzzo n’usciva qual suol venir de le marcite membre. Noi discendemmo in su l’ultima riva del lungo scoglio, pur da man sinistra; e allor fu la mia vista più viva giù ver’ lo fondo, là ‘ve la ministra de l’alto Sire infallibil giustizia punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo, quando fu l’aere sì pien di malizia, che li animali, infino al picciol vermo, cascaron tutti, e poi le genti antiche, secondo che i poeti hanno per fermo, si ristorar di seme di formiche; ch’era a veder per quella oscura valle languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle l’un de l’altro giacea, e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle. Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. Io vidi due sedere a sé poggiati, com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia, dal capo al piè di schianze macolati; e non vidi già mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso, né a colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de l’unghie sopra sé per la gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso; e sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie», cominciò ‘l duca mio a l’un di loro, «e che fai d’esse tal volta tanaglie, dinne s’alcun Latino è tra costoro che son quinc’entro, se l’unghia ti basti etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti qui ambedue», rispuose l’un piangendo; «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo con questo vivo giù di balzo in balzo, e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo».

Allor si ruppe lo comun rincalzo; e tremando ciascuno a me si volse con altri che l’udiron di rimbalzo. Lo buon maestro a me tutto s’accolse, dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; e io incominciai, poscia ch’ei volse: «Se la vostra memoria non s’imboli nel primo mondo da l’umane menti, ma s’ella viva sotto molti soli, ditemi chi voi siete e di che genti; la vostra sconcia e fastidiosa pena di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo perch’io nol feci Dedalo, mi fece ardere a tal che l’avea per figliuolo. Ma ne l’ultima bolgia de le diece me per l’alchìmia che nel mondo usai dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai gente sì vana come la sanese? Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese, rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca che seppe far le temperate spese, e Niccolò che la costuma ricca del garofano prima discoperse ne l’orto dove tal seme s’appicca; e tra’ne la brigata in che disperse Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, e l’Abbagliato suo senno proferse. Ma perché sappi chi sì ti seconda contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, sì che la faccia mia ben ti risponda: sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, che falsai li metalli con l’alchìmia; e te dee ricordar, se ben t’adocchio, com’io fui di natura buona scimia».

@ LA MOLTA GENTE E LE DIVERSE PIAGHE

Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio

29^ canto dell’Inferno.

Capocchio.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Là dove il poeta sente dire da Capocchio: «Ma affinché tu apprenda chi così ti asseconda contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me, così che il mio volto ti corrisponda distintamente: così vedrai che sono l’ombra di Capocchio, io che falsificai i metalli con l’alchimia; e ti devi ricordare, se ti vedo chiaramente, come io fui un abile imitatore delle cose di natura».

Capocchio, collocato da Dante in questa bolgia tra gli alchimisti o falsari di metallo, per la quasi totalità dei primi commentatori della Commedia fu fiorentino, nonché compagno di studi del poeta in phisica o in filosofia naturale, forse in uno dei corsi frequentati da Dante per iscriversi all’arte dei medici e degli speziali.

Secondo il Buti, tra i più eminenti di quei commentatori, fu “di grande ingegno, e in filosofia giunse a tanto, che poi si diede all’alchimia credendosi venire alla vera; ma mancando nelle operazioni s’avvenne alla sofistica, cioè si diede a falsificare sottilmente ‘i metalli”.

E l’Anonimo, a seguire, attribuì l’alchimia di questo personaggio alla predisposizione imitatoria “che possedeva in sommo grado, così che sapea contrafare ogni uomo che volea e ogni cosa ed egli parea propriamente la cosa o l’uomo ch’egli contrafacea in ciascun atto… diessi nell’ultimo a contrafare i metalli, come egli facea gli uomini”. E proprio in qualità di alchimista Capocchio fu arso a Siena il 15 Agosto 1293.

@ SÌ VEDRAI CH’IO SON L’OMBRA DI CAPOCCHIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena

29^ canto dell’Inferno.

Griffolino dʼArezzo.

Nella decima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Griffolino d’Arezzo risponde a Dante: «Io fui di Arezzo, e Albero da Siena mi fece mettere al rogo; ma ciò per cui io morii non mi ha fatto arrivare qui».

Griffolino d’Arezzo, collocato dal poeta in questa bolgia tra gli alchimisti o falsari di metallo, fu bruciato vivo in qualità di eretico prima del 1272. Di lui si occupò il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, il quale scrisse a proposito della sua fine: “Questo Aretino fu una scritturata persona, sottile e sagace, ed ebbe nome maestro Griffolino; sapea e adoperava quella parte d’alchimia che è appellata sofistica, ma facealo sì secretamente che non era saputo per alcuna persona.

“Or questo maestro avea contezza con un Albero, figliuolo secreto del vescovo di Siena, e questo Albero era persona vaga e semplice; ed essendo un die a parlamento collo detto maestro Griffolino, e per modo di treppo lo ditto maestro disse: ‘S’io volessi, io anderei volando per aire come fanno li uccelli e di die e di notte’…

“Questo Albero si mise le parole al cuore, e credettelo; infine strinse lo detto maestro ch’elli li insegnasse volare. Lo maestro pur li dicea di no, come persona che non sapea fare niente. Costui li prese tanto odio addosso, che ‘l padre predetto, cioè il vescovo, li informò una inquisizione addosso e fello ardere per patarino”.

@ IO FUI D’AREZZO, E ALBERO DA SIENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

29^ canto dell’Inferno.

I falsari.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Decima bolgia. Dove il poeta fa una similitudine. Questa. “Non credo che a vedere in Egina il popolo tutto ammalato fosse un più intenso spettacolo doloroso, quando l’aria fu così impregnata di germi di corruzione pestilenziale, che gli animali, fino al piccolo verme, morirono tutti, e poi gli abitanti antichi, a seconda di quel che i poeti ritengono come cosa sicura, si rigenerarono dalla stirpe delle formiche; di quello che era per veder patire gli spiriti in quella oscura bolgia divisi in orribili mucchi. Chi era sdraiato sopra il ventre e chi sopra le spalle l’uno dell’altro, e chi si trasferiva carponi da un luogo all’altro per il dolente sentiero”.

I falsari, collocati da Dante in questa bolgia, colpiti dalla scabbia: gli alchimisti o falsari di metallo, malati di idrofobia: i falsari di persone, affetti da idropisia: i falsari di monete, tormentati da una febbre molto alta e violenta: i falsari di parole, furono coloro che alterarono la natura di quello che falsificarono.

Il Fraccaroli, tra i commentatori più recenti della Commedia, ha rilevato che l’ultimo posto del terzo gruppo dei fraudolenti è quello in cui l’odio si sostituisce all’amore, tale essendo la condizione morale dei consiglieri fraudolenti (ottava bolgia), dei seminatori di discordie e di scismi (nona bolgia) e appunto dei falsari. Ma per questi ultimi, “il loro mal animo verso il prossimo è tale che si avvicina al tradimento”. Infatti, dopo di loro e il pozzo dei giganti, troveremo i traditori. Nel nono e ultimo cerchio dell’Inferno.

@ QUAL SOVRA ‘L VENTRE E QUAL SOVRA LE SPALLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Chi poria mai pur con parole sciolte

28^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove lauttore vide punire coloro che commisero scandali, e seminatori di scisma e discordia e dogne realtà altro male operare.)

Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? Ogne lingua per certo verria meno per lo nostro sermone e per la mente c’hanno a tanto comprender poco seno. S’el s’aunasse ancor tutta la gente che già, in su la fortunata terra di Puglia, fu del suo sangue dolente per li Troiani e per la lunga guerra che de l’anella fé sì alte spoglie, come Livïo scrive, che non erra, con quella che sentio di colpi doglie per contastare a Ruberto Guiscardo; e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie a Ceperan, là dove fu bugiardo ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo; e qual forato suo membro e qual mozzo mostrasse, d’aequar sarebbe nulla il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ‘l triste sacco che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco, guardommi e con le man s’aperse il petto, dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco! vedi come storpiato è Mäometto! Dinanzi a me sen va piangendo Alì, fesso nel volto dal mento al ciuffetto. E tutti li altri che tu vedi qui, seminator di scandalo e di scisma fuor vivi, e però son fessi così.

«Un diavolo è qua dietro che n’accisma sì crudelmente, al taglio de la spada rimettendo ciascun di questa risma, quand’avem volta la dolente strada; però che le ferite son richiuse prima ch’altri li rivada. Ma tu chi se’ che ‘n su lo scoglio muse, forse per indugiar d’ire a la pena ch’è giudicata in su le tue accuse?».

«Né morte ‘l giunse ancor, né colpa ‘l mena», rispuose ‘l mio maestro, «a tormentarlo; ma per dar lui esperïenza piena, a me, che morto son, convien menarlo per lo ‘nferno qua giù di giro in giro; e quest’è ver così com’io ti parlo».

Più fuor di cento che, quando l’udiro, s’arrestaron nel fosso a riguardarmi per maraviglia, oblïando il martiro.

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, tu che forse vedra’ il sole in breve, s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch’altrimenti acquistar non saria leve».

Poi che l’un piè per girsene sospese, Mäometto mi disse esta parola; indi a partirsi in terra lo distese. Un altro, che forata avea la gola e tronco ‘l naso infin sotto le ciglia, e non avea mai ch’una orecchia sola, ristato a riguardar per maraviglia con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, e disse: «O tu cui colpa non condanna e cu’ io vidi in su terra latina, se troppa simiglianza non m’inganna, rimembriti di Pier da Medicina, se mai torni a veder lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina.

«E fa sapere a’ due miglior da Fano, a messer Guido e anco ad Angiolello, che, se l’antiveder qui non è vano, gittati saran fuor di lor vasello e mazzerati presso a la Cattolica per tradimento d’un tiranno fello. Tra l’isola di Cipri e di Maiolica non vide mai sì gran fallo Nettuno, non da pirate, non da gente argolica. Quel traditor che vede pur con l’uno, e tien la terra che tale qui meco vorrebbe di veder esser digiuno, farà venirli a parlamento seco; poi farà sì, ch’al vento di Focara non sarà lor mestier voto né preco».

E io a lui: «Dimostrami e dichiara, se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, chi è colui da la veduta amara».

Allor puose la mano a la mascella d’un suo compagno e la bocca li aperse, gridando: «Questi è desso, e non favella. Questi, scacciato, il dubitar sommerse in Cesare, affermando che ‘l fornito sempre con danno l’attender sofferse».

Oh quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata ne la strozza Curïo, ch’a dir fu così ardito! E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, levando i moncherin per l’aura fosca, sì che ‘l sangue facea la faccia sozza, gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, che fu mal seme per la gente tosca».

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; per ch’elli, accumulando duol con duolo, sen gio come persona trista e matta. Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, e vidi cosa ch’io avrei paura, sanza più prova, di contarla solo; se non che coscïenza m’assicura, la buona compagnia che l’uom francheggia sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia, un busto sanza capo andar sì come andavan li altri de la trista greggia; e ‘l capo tronco tenea per le chiome, pesol con mano a guisa di lanterna: e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». Di sé facea a sé stesso lucerna, ed eran due in uno e uno in due; com’esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue, levò ‘l braccio alto con tutta la testa per appressarne le parole sue, che fuoro: «Or vedi la pena molesta, tu che, spirando, vai veggendo i morti: vedi s’alcuna è grande come questa. E perché tu di me novella porti, sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli che diedi al re giovane i ma’ conforti. Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli. Achitofèl non fé più d’Absalone e di Davìd coi malvagi punzelli. Perch’io parti’ così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch’è in questo troncone. Così s’osserva in me lo contrapasso».

@ CHI PORIA MAI PUR CON PAROLE SCIOLTE

E ‘l capo tronco tenea per le chiome

28^ canto dell’Inferno.

Bertran de Born.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Là dove il poeta sente dire da Bertran de Born: «Ora vedi la pena gravosa, tu che, mentre ancora respiri, cammini visitando i morti: vedi se un’altra è grande come questa. E affinché tu possa arrecare notizie di me, sappi che sono Bertran de Born, colui che fornì al re giovane i cattivi consigli».

Bertran de Born, collocato da Dante in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu il signore del castello di Hautefort nel Périgord, e visse nella seconda metà del XII^ secolo. Indiscutibilmente uno dei più importanti trovatori di lingua provenzale, fu ricordato dal poeta sia come “poeta delle armi” (De Vulgari Eloquentia, II, II, 9), sia per la sua grande liberalità e magnificenza nei costumi (Convivio, IV, XI, 14).

Da trovatore di eccellenza quale fu, le sue canzoni trattarono generalmente temi politico-militari e, nella più famosa delle stesse, Be. m platz lo gais temps de pascor, descrisse “la tragica bellezza delle battaglie, con i corpi feriti e mutilati, e i tronconi delle lance ancora confitti nei cadaveri” (Chiavacci Leonardi), confrontando tutto questo alle delizie primaverili.

Secondo una biografia dell’epoca, da feudatario del Périgord e quindi suddito di Enrico II Plantageneto, re d’Inghilterra, allora anche duca di Aquitania, indusse il figlio primogenito del re, Enrico III detto il re giovane, in quanto già incoronato durante la vita del padre, a ribellarsi contro di lui. Alla morte di lui, Bertran scrisse un’altra celebre canzone, Si tuit li dol. Da parte sua, Dante, pur attenendosi alla biografia di cui sopra, gli volle comunque conservare la dignità che lo distinse nella vita terrena, conclusa da monaco cistercense nell’abbazia di Dalon prima del 1215.

@ E ‘L CAPO TRONCO TENEA PER LE CHIOME

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Levando i moncherin per l’aura fosca

28^ canto dell’Inferno.

Mosca de’ Lamberti.

Nella nona bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Mosca de’ Lamberti grida a Dante: «Ti ricorderai anche del Mosca, che disse, ohimè!, “Cosa fatta capo ha”, che fu causa di male per la gente toscana».

Mosca de’ Lamberti, collocato dal poeta in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu un autorevole uomo politico della prima metà del XIII^ secolo, membro della potente famiglia ghibellina dei Lamberti. Nacque a Firenze in data ignota, ma è presumibile che agli inizi del 1200 avesse circa vent’anni, perché risultò come testimone in un atto di cessione di terre tra Siena e Firenze.

L’episodio certamente più rilevante della vita di questo personaggio, e il motivo per cui il poeta ne tramandò il non felice ricordo, fu l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti nel giorno di Pasqua del 1216, evento da cui si fece risalire la nascita e la conseguente contesa tra due fazioni cittadine, che successivamente presero il nome di Guelfi e Ghibellini.

@ LEVANDO I MONCHERIN PER L’AURA FOSCA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

28^ canto dell’Inferno.

I seminatori di discordie e di scismi.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Nona bolgia. Dove il poeta fa una similitudine. Questa. “Anche se riunisse ancora in uno stesso luogo tutta la schiera dei combattenti che già, nella famosa terra del meridione d’Italia, si dolse con il suo sangue per i Romani e per la lunga battaglia che formò con gli anelli un così grande bottino, come scrive Livio, che non si parte dal vero, con quella che sentì il dolore delle ferite per opporre resistenza a Roberto il Guiscardo; e l’altra il cui mucchio di ossa ancora si trova riunito a Ceprano, là dove ogni suddito napoletano fu traditore, e al di là di Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo riuscì vincitore senza combattere; e chi facesse vedere le sue membra ferite e chi amputate, si sarebbe lontani dall’eguagliare il deforme spettacolo presentato dalla nona bolgia”.

I seminatori di discordie e di scismi, collocati da Dante in questa bolgia, si resero colpevoli della separazione di ciò che era unito nelle città e nella comunità ecclesiale, entità in cui abbondavano, appunto, tutti quelli che avevano, e hanno ancora oggi, il loro interesse a “seminare zizzania” tra gli esseri umani. Al poeta, quindi, non restò altro che rappresentare i personaggi descritti attraverso efferate mutilazioni, al tempo stesso effetto e configurazione plastica delle divisioni da essi prodotte tra cristiani, tra cittadini, addirittura tra genitori e figli.

Infatti, la sua attenzione fu rivolta a definire nei minimi particolari le feroci modalità della pena e del contrappasso confacente alla stessa, per cui, secondo il Sapegno, “coloro che introdussero nella società umana le ferite della discordia, l’atrocità degli odi, delle vendette e del sangue, sono alla loro volta orrendamente dilaniati, lacerati e insanguinati nelle loro stesse carni”.

@ S’EL S’AUNASSE ANCOR TUTTA LA GENTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Già era dritta in sù la fiamma e queta

27^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVII, dove tratta di que’ medesimi aguatatori e falsi consiglieri d’inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.)

Già era dritta in sù la fiamma e queta per non dir più, e già da noi sen gia con la licenza del dolce poeta, quand’un’altra, che dietro a lei venìa, ne fece volger li occhi a la sua cima per un confuso suon che fuor n’uscia. Come ‘l bue cicilian che mugghiò prima col pianto di colui, e ciò fu dritto, che l’avea temperato con sua lima, mugghiava con la voce de l’afflitto, sì che, con tutto che fosse di rame, pur el pareva dal dolor trafitto; così, per non aver via né forame dal principio nel foco, in suo linguaggio si convertïan le parole grame.

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio su per la punta, dandole quel guizzo che dato avea la lingua in lor passaggio, udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo la voce e che parlavi mo lombardo, dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”, perch’io sia giunto forse alquanto tardo, non t’incresca restare a parlar meco; vedi che non incresce a me, e ardo! Se tu pur mo in questo mondo cieco caduto se’ di quella dolce terra latina ond’io mia colpa tutta reco, dimmi se i Romagnuoli han pace o guerra; ch’io fui d’i monti là intra Orbino e ‘l giogo di che Tever si diserra».

Io era in giuso ancora attento e chino, quando il mio duca mi tentò di costa, dicendo: «Parla tu; questi è latino».

E io, ch’avea già pronta la risposta, sanza indugio a parlare incominciai: «O anima che se’ là giù nascosta, Romagna tua non è, e non fu mai, sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; ma ‘n palese nessuna or vi lasciai. Ravenna sta come stata è molt’anni: l’aguglia da Polenta la si cova, sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

«La terra che fé già la lunga prova e di Franceschi sanguinoso mucchio, sotto le branche verdi si ritrova. E ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d’i denti succhio. Le città di Lamone e di Santerno conduce il lïoncel dal nido bianco, che muta parte da la state al verno. E quella cu’ il savio bagna il fianco, così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte, tra tirannia si vive e stato franco. Ora chi se’, ti priego che ne conte; non esser duro più ch’altri sia stato, se ‘l nome tuo nel mondo tegna fronte».

Poscia che ‘l foco alquanto ebbe mugghiato al modo suo, l’aguta punta mosse di qua, di là, e poi diè cotal fiato: «S’i’ credesse che mia risposta fosse a persona che mai tornasse al mondo, questa fiamma staria sanza più scosse; ma però che già mai di questo fondo non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, sanza tema d’infamia ti rispondo.

«Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, credendomi, sì cinto, fare ammenda; e certo il creder mio venìa intero, se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, che mi rimise ne le prime colpe; e come e quare, voglio che m’intenda. Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe che la madre mi diè, l’opere mie non furon leonine, ma di volpe. Li accorgimenti e le coperte vie io seppi tutte, e sì menai lor arte, ch’al fine de la terra il suono uscie.

«Quando mi vidi giunto in quella parte di mia etade ove ciascun dovrebbe calar le vele e raccoglier le sarte, ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, e pentuto e confesso mi rendei; ahi miser lasso! e giovato sarebbe. Lo principe d’i novi Farisei, avendo guerra presso a Laterano, e non con Saracin né con Giudei, ché ciascun suo nimico era Cristiano, e nessun era stato a vincer Acri né mercatante in terra di Soldano, né sommo officio né ordini sacri guardò in sé, né in me quel capestro che solea fare i suoi cinti più macri.

«Ma come Costantin chiese Silvestro d’entro Siratti a guerir de la lebbre, così mi chiese questi per maestro a guerir de la sua superba febbre; domandommi consiglio, e io tacetti perché le sue parole parver ebbre. E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; finor t’assolvo, e tu m’insegna fare sì come Penestrino in terra getti. Lo ciel poss’io serrare e diserrare, come tu sai; però son due le chiavi che ‘l mio antecessor non ebbe care”.

«Allor mi pinser li argomenti gravi là ‘ve ‘l tacer mi fu avviso ‘l peggio, e dissi: “Padre, da che tu mi lavi di quel peccato ov’io mo cader deggio, lunga promessa con l’attender corto ti farà trïunfar ne l’alto seggio”. Francesco venne poi, com’io fu’ morto, per me; ma un d’i neri cherubini li disse: “Non portar; non mi far torto. Venir se ne dee giù tra ‘ miei meschini perché diede ‘l consiglio frodolente, dal quale in qua stato li sono a’ crini; ch’assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere insieme puossi per la contradizion che nol consente”.

«Oh me dolente! come mi riscossi quando mi prese dicendomi: “Forse tu non pensavi ch’io löico fossi”. A Minòs mi portò; e quelli attorse otto volte la coda al dosso duro; e poi che per la gran rabbia la si morse, disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; per ch’io là dove vedi son perduto, e sì vestito, andando, mi rancuro».

Quand’elli ebbe ‘l suo dir così compiuto, la fiamma dolorando si partio, torcendo e dibattendo ‘l corno aguto. Noi passam’ oltre, e io e ‘l duca mio, su per lo scoglio infino in su l’altr’arco che cuopre ‘l fosso in che si paga il fio a quei che scommettendo acquistan carco.

@ GIÀ ERA DRITTA IN SÙ LA FIAMMA E QUETA

Lunga promessa con l’attender corto

27^ canto dell’Inferno.

Il “consiglio fraudolento” di Guido da Montefeltro.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Là dove il poeta sente dire da Guido da Montefeltro: «Quando mi vidi arrivato in quel periodo della mia vita dove ciascuno dovrebbe ammainare le vele e radunare le corde, ciò che prima mi piaceva, allora mi dispiacque, e pentito e confessato mi feci frate; ahi misero infelice! e mi sarebbe stato utile. Il principe dei secondi Farisei, avendo guerra vicino al Laterano, e non contro i Saraceni né contro gli Ebrei, perché ogni suo nemico era Cristiano, e nessuno era stato a vincere San Giovanni d’Acri né mercante nella terra del Sultano, né verso di sé ebbe riguardo al supremo ministero di pontefice né agli ordini sacerdotali, né verso di me a quel cordiglio che soleva consumare nelle penitenze coloro che se ne rivestivano.

«Ma come Costantino chiamò Silvestro dalla grotta dentro il Soratte per guarire dalla lebbra, così questi mi chiamò come medico per guarire dalla sua febbre di superbia; mi chiese un suggerimento, e io tacqui perché le sue parole mi sembrarono deliranti. Egli poi continuò a dire: “Il tuo cuore non abbia timore; ti assolvo fin d’ora, e tu consigliami come possa fare a radere al suolo la rocca di Palestrina. Io posso chiudere e aprire il Paradiso, come tu sai; perciò sono due le chiavi che il mio predecessore non ebbe in molto pregio”.

«Allora i ragionamenti importanti mi spinsero fino al punto in cui l’astenersi dal rispondere mi parve peggior partito che il parlare, e dissi: “Padre, dal momento che tu mi purifichi da quel peccato dove io ora devo incorrere, il promettere molto e il mantenere poco ti farà prevalere nell’eccelsa cattedra”».

Appunto. Bonifacio VIII fece proprio questo. Egli si mise d’accordo con i suoi nemici Colonna, che furono perdonati; tolse loro la scomunica, promettendo di restituire loro la dignità precedente, e poi fece abbattere la rocca di Palestrina, dove si erano rifugiati dall’inizio delle ostilità, che erano insorte a seguito della mancata accettazione della sua elezione da parte dei cardinali Pietro e Jacopo Colonna, dopo che Celestino V aveva abdicato.

@ LUNGA PROMESSA CON L’ATTENDER CORTO