I’ m’accostai con tutta la persona

21^ canto dell’Inferno.

Quinta parte.

“Pensi tu, Malacoda, di vedermi venuto fin qui”, disse il mio maestro, “reso sicuro finora da tutti i vostri impedimenti, senza la volontà divina e di una prospera predestinazione? Lasciaci andare, perché nel Paradiso è voluto che mostri ad altri questa via difficile”.

Quindi l’orgoglio gli fu così abbattuto, che egli si lasciò cadere l’uncino vicino ai piedi, e disse agli altri: “Dopo quanto mi ha detto non sia ferito”.

E la mia guida a me: “O tu che stai chinato e raccolto tra le sporgenze rocciose del ponte, ormai puoi ritornare da me senza timore”.

Per cui io mi avviai e mi avvicinai rapidamente a lui; e i diavoli si mossero tutti in avanti, così che io temetti che essi non osservassero l’accordo preso; così io vidi già temere i soldati a piedi che uscivano da Caprona in seguito al patto di capitolazione già concluso, vedendosi tra nemici tanto numerosi. Mi avvicinai con tutto il corpo accanto alla mia guida, e non distoglievo gli occhi dal loro aspetto che non era buono.

@ I’ M’ACCOSTAI CON TUTTA LA PERSONA

Mestier li fu d’aver sicura fronte

21^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

In seguito passò di là dal principio del ponte; e non appena egli arrivò sull’argine che separa la quinta dalla sesta bolgia, gli fu necessario avere l’animo saldo. Con quella furia e con quell’impeto violento e improvviso con cui i cani vengono fuori dall’uscio contro il mendicante che senza indugiare chiede l’elemosina dalla soglia in cui si è fermato, quelli uscirono di sotto al ponte, e indirizzarono contro di lui tutti i ferri uncinati; ma egli gridò: “Nessuno di voi sia male intenzionato! Prima che mi afferrino i vostri uncini, si porti avanti uno di voi che mi ascolti, e poi decida sull’opportunità di afferrarmi con i ferri uncinati”.

Tutti gridarono: “Vada Malacoda!”; per cui un diavolo si avviò – e gli altri stettero immobili – e si avvicinò a lui dicendo: “Che utilità gli porta?”

@ MESTIER LI FU D’AVER SICURA FRONTE

Poi l’addentar con più di cento raffi

21^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

Laggiù lo gettò a caso, e si volse per il duro ponte roccioso; e non vi fu mai un segugio slegato con tanta fretta dalla catena a inseguire il ladro. Quello andò sotto la pece di un solo slancio, e riemerse ripiegato su sé stesso; ma i demoni che erano nascosti sotto il ponte, gridarono: “Qui non si fa l’ostensione del Santo Volto! qui si nuota in modo diverso che nel Serchio! Perciò, se tu desideri di non essere graffiato da noi, non uscire fuori dalla pece”.

Dopo che l’ebbero afferrato saldamente con più di cento ferri uncinati, dissero: “Qui è destino che tu muova le gambe coperto sotto la pece, così che, se puoi, arraffi di nascosto”.

Non in modo diverso i cuochi ai loro sottoposti fanno immergere la carne al centro di una grossa pentola con gli uncini, perché non emerga a galla.

Il valente maestro mi disse: “Affinché non appaia che tu ci sia, chinati giù e rannicchiati dietro una sporgenza rocciosa, in modo che abbia per te un qualche riparo; e per nessuna offesa che mi sia fatta, tu non temere, dal momento che conosco le cose, perché una prima volta fui a tale mischia”.

@ POI L’ADDENTAR CON PIÙ DI CENTO RAFFI

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!

21^ canto dell’Inferno.

Seconda parte.

Frattanto che io guardavo intensamente laggiù, la mia guida, dicendo “Guarda, guarda!”, mi spinse ad avvicinarmi a sé dal luogo in cui io stavo. Quindi mi volsi come chi è impaziente di vedere quel che gli è utile sfuggire e a cui la paura improvvisa toglie gagliardia, che, per quanto si volti a vedere, non ritarda la partenza: e vidi dietro a noi un diavolo scuro venire correndo su per il ponte roccioso.

Ahi quanto egli era feroce nello sguardo! e quanto mi sembrava truce nel contegno, con le ali distese e leggero sopra i piedi! Un peccatore gravava con ambedue le anche sulla sua spalla, che era angolosa e sporgente, e lui a sua volta teneva stretto il collo dei piedi.

Dal nostro ponte disse: “O Malebranche, ecco uno dei reggitori del comune di Lucca! Immergetelo nella pece, mentre torno di nuovo in quella città, che ne è molto provveduta: ognuno vi è barattiere, eccetto che Bonturo; del no, in cambio di denaro, vi si fa sì”.

@ AHI QUANT’ELLI ERA NE L’ASPETTO FERO!

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani

21^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

Così giungemmo dal ponte sopra la quarta bolgia al ponte sopra la quinta, parlando di altre cose che la mia commedia non si prende cura di narrare; ed eravamo giunti nel più punto più alto, quando ci fermammo per vedere la bolgia successiva di Malebolge e gli altri pianti inutili; e la vidi estremamente oscura. Quale nell’arsenale dei Veneziani bolle in inverno la tenace pece per spalmare di nuovo le loro navi che hanno patito danni, perché non possono navigare – in quella vece chi ripara la sua nave e chi rattoppa le fessure dei fianchi a quella che ha fatto più viaggi; chi batte ripetutamente a prua e chi a poppa; gli uni apprestano i remi e gli altri avvolgono il sartiame; chi rattoppa la vela minore e quella maggiore -: tale, non per il fuoco ma per attività divina, bolliva laggiù una pece densa, che ricopriva di uno strato vischioso la parete dappertutto. Vedevo lei, ma non vedevo in essa altro che i rigonfiamenti che la pece in ebollizione sollevava, e gonfiarsi totalmente, e riabbassarsi come premuta dal suo peso.

@ QUALE NE L’ARZANÀ DE’ VINIZIANI

Di nova pena mi conven far versi

20^ canto dell’Inferno.

(Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.)

Di nova pena mi conven far versi e dar matera al ventesimo canto de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. Io era già disposto tutto quanto a riguardar ne lo scoperto fondo, che si bagnava d’angoscioso pianto; e vidi gente per lo vallon tondo venir, tacendo e lagrimando, al passo che fanno le letane in questo mondo.

Come ‘l viso mi scese in lor più basso, mirabilmente apparve esser travolto ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso, ché da le reni era tornato ‘l volto, e in dietro venir li convenia, perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. Forse per forza già di parlasia si travolse così alcun del tutto; ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto di tua lezione, or pensa per te stesso com’io potea tener lo viso asciutto, quando la nostra imagine di presso vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi le natiche bagnava per lo fesso. Certo io piangea poggiato a un de’ rocchi del duro scoglio, sì che la mia scorta mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi? Qui vive la pietà quand’è ben morta; chi è più scellerato che colui che al giudicio divin passion comporta?

“Drizza la testa, drizza, e vedi a cui s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; per ch’ei gridavan tutti: ‘Dove rui, Anfïarao? perché lasci la guerra?’. E non restò di ruinare a valle fino a Minòs che ciascheduno afferra. Mira c’ha fatto petto de le spalle; perché volse veder troppo davante, di retro guarda e fa retroso calle.

“Vedi Tiresia, che mutò sembiante quando di maschio femmina divenne, cangiandosi le membra tutte quante; e prima, poi, ribatter li convenne li duo serpenti avvolti, con la verga, che rïavesse le maschili penne. Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, che ne’ monti di Luni, dove ronca lo Carrarese che di sotto alberga, ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca per sua dimora; onde a guardar le stelle e ‘l mar non li era la veduta tronca.

“E quella che ricuopre le mammelle, che tu non vedi, con le trecce sciolte, e ha di là ogne pilosa pelle, Manto fu, che cercò per terre molte; poscia si puose là dove nacqu’io; onde un poco mi piace che m’ascolte. Poscia che ‘l padre suo di vita uscìo e venne serva la città di Baco, questa gran tempo per lo mondo gio.

“Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. Per mille fonti, credo, e più si bagna tra Garda e Val Canonica e Pennino de l’acqua che nel detto laco stagna. Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino pastore e quel di Brescia e ‘l veronese segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

“Siede Peschiera, bello e forte arnese da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, ove la riva ‘ntorno più discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ciò che ‘n grembo a Benaco star non può, e fassi fiume giù per verdi paschi. Tosto che l’acqua a correr mette co, non più Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po.

“Non molto ha corso, ch’el trova una lama, ne la qual si distende e la ‘mpaluda; e suo di state talor esser grama. Quindi passando la vergine cruda vide terra, nel mezzo del pantano, sanza coltura e d’abitanti nuda. Lì, per fuggire ogne consorzio umano, ristette con suoi servi a far sue arti, e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

“Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti s’accolsero a quel loco, ch’era forte per lo pantan ch’avea da tutte parti. Fer la città sovra quell’ossa morte; e per colei che ‘l loco prima elesse, Mantüa l’appellar sanz’altra sorte. Già fuor le genti sue dentro più spesse, prima che la mattia da Casalodi da Pinamonte inganno ricevesse. Però t’assenno che, se tu mai odi originar la mia terra altrimenti, la verità nulla menzogna frodi”.

E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti mi son sì certi e prendon sì mia fede, che li altri mi sarien carboni spenti. Ma dimmi, de la gente che procede, se tu ne vedi alcun degno di nota; ché solo a ciò la mia mente rifiede”.

Allor mi disse: “Quel che da la gota porge la barba in su le spalle brune, fu – quando Grecia fu di maschi vòta, sì ch’a pena rimaser per le cune – augure, e diede ‘l punto con Calcanta in Aulide a tagliar la prima fune. Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta l’alta mia tragedia in alcun loco: ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

“Quell’altro che ne’ fianchi è così poco, Michele Scotto fu, che veramente de le magiche frode seppe ‘l gioco. Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, ch’avere inteso al cuoio e a lo spago ora vorrebbe, ma tardi si pente. Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine; fecer mali con erbe e con imago. Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine d’amendue li emisferi e tocca l’onda sotto Sobilia Caino e le spine; e già iernotte fu la luna tonda: ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque alcuna volta per la selva fonda”.

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

@ DI NOVA PENA MI CONVEN FAR VERSI

Manto fu, che cercò per terre molte

20^ canto dell’Inferno.

Manto.

“E quella che nasconde le mammelle, che tu non vedi, con i capelli sciolti, e ha ogni parte del corpo coperta di peli dal lato di dietro, fu Manto, che cercò per molte regioni; dopo si fermò nel luogo in cui io nacqui; per cui desidero che mi ascolti un poco. Dopo che il padre suo morì e divenne schiava Tebe, questa andò a lungo per la terra”.

Questa è la presentazione di Manto che Virgilio fa a Dante, nella quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Figlia di Tiresia, l’aruspice tebano posto anch’esso dal poeta nella stessa bolgia, fu indovina come il padre, e più volte citata nei poemi latini: per esempio, nelle Metamorfosi di Ovidio (VI 157-162), Manto è menzionata quando sollecita le donne di Tebe a venerare Latona contro il divieto di Niobe, e nella Tebaide di Stazio (IV 463-585) essa funge da aiutante del padre durante le suppliche alle divinità infernali e le cerimonie per i vaticini.

Da questo personaggio, Dante, per bocca di Virgilio, prende spunto per un’interessante digressione a carattere storico-geografico su Mantova. In breve, Manto, come sopra ricordato, “dopo che il padre suo morì e divenne schiava Tebe, andò a lungo per la terra”. Giunta, infine, nella zona in cui il Mincio incontra una bassura, nella quale acquista maggiore ampiezza e la trasforma in palude, “vide terra, nel mezzo della palude, senza vegetazione e priva di abitanti. In quel luogo, per allontanarsi da ogni convivenza tra uomini, si fermò con i suoi servi a praticare le sue magie, e trascorse la vita, e vi lasciò il suo corpo privo dell’anima.

“Le persone che si erano sparse nei dintorni poi si riunirono in quel luogo, che era sicuro per la palude che aveva tutto intorno. Edificarono la città presso quelle ossa morte; e in onore di colei che in precedenza aveva prescelto il luogo, la chiamarono Mantova senza altre motivazioni del suo nome”.

A questo punto, Virgilio intima al poeta che, se mai avesse sentito raccontare in altro modo l’origine della sua città, nessuna falsa narrazione avrebbe dovuto alterare la verità. E, non caso, diversi commentatori hanno interpretato questo passo come un tentativo, da parte sua, di discolpare la città dall’accusa di essere debitrice a una maga circa la propria origine ed esistenza.

@ MANTO FU, E CERCÒ PER TERRE MOLTE

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

20^ canto dell’Inferno.

Tiresia.

Quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Virgilio dice a Dante: “Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina, mutandosi le membra tutte quante; e prima che ritornasse maschio, poi, gli fu necessario percuotere di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone”.

Di questo personaggio ne parlò già Omero nell’Odissea, definendolo un “profeta glorioso”, cieco e sapiente, nonché interprete delle vicende scabrose che interessarono la famiglia di Edipo. Ma fu il poeta latino Stazio che lo fece assurgere a un ruolo ben più significativo. Nella sua Tebaide, infatti, egli lo ritrasse con la fisionomia di aruspice in un episodio di evocazione infernale, puro horror, in tutti i sensi.

Tornando al ritratto che ne fece Omero, la cecità e la facoltà divinatoria di Tiresia, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, ebbero origine dal giudizio che egli diede in una diatriba fra Giove e Giunone su quale sesso provasse maggior piacere nell’atto d’amore. Egli, infatti, fu chiamato a deliberare come arbitro, in qualità di esperto, perché mutato in femmina per aver percosso con un bastone i due serpenti sopra citati, recuperando la natura originaria soltanto dopo sette anni, ripetendo lo stesso gesto.

Tiresia diede ragione al re degli dèi, il quale lo ricompensò conferendogli il dono della profezia, mentre la dea, vendicandosi del verdetto a lei sfavorevole, lo rese cieco. E così Dante lo porrà all’Inferno tra gli indovini della quarta bolgia di Malebolge, definendolo, per bocca di Virgilio, “colui che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina”, si conforma così alla tesi di Ovidio.

A tal proposito, si rileva da parte di qualche commentatore, che la condanna dantesca di Tiresia all’Inferno è giustificata dalla inquietanti caratteristiche di negromante che Stazio gli attribuisce nella Tebaide; ma qualcun altro osserva, invece, che Dante si basa sulla metamorfosi che Ovidio porta a un momento anteriore rispetto alla sua effettiva attività di indovino, che inizia grazie a Giove.

@ VEDI TIRESIA, CHE MUTÒ SEMBIANTE

E non restò di ruinare a valle

20^ canto dell’Inferno.

Anfiarao.

“Alza la testa, alza, e vedi colui al quale si aprì la terra davanti agli occhi dei Tebani; per cui essi gridavano tutti: ‘Dove rovini, Anfiarao? perché abbandoni la battaglia?’. E non cessò di precipitare giù fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda come ha trasformato il dorso in petto; poiché pretese vedere troppo davanti, rivolge lo sguardo verso la parte posteriore e cammina all’indietro”.

Così Virgilio invita Dante a vedere Anfiarao, nella quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Dunque Anfiarao. Chi fu costui? Poeta e indovino, sposò Erifile, sorella del re di Argo, Adrasto, da cui ebbe due figli, Alcmeone e Anfiloco. Non volendo prendere parte alla guerra contro Tebe, detta “dei Sette Re”, poiché era sicuro che vi avrebbe perso la vita, si nascose in un luogo conosciuto solo dalla moglie.

Ma costei lo disse a Polinice, corrotto dalla collana di Armonia, apportatrice di sventure a chi ne fosse venuto in possesso, di proprietà della moglie di Polinice, Argia. Così scoperto, Anfiarao dovette partecipare giocoforza alla guerra contro Tebe, nella quale, dopo varie schermaglie preliminari, fu inghiottito dalla terra, d’un tratto apertasi in una profondissima fenditura, giungendo pertanto ancora vivo nell’Ade. In seguito fu vendicato dal figlio, che uccise la propria madre.

Il mito di Anfiarao e di Erifile ha goduto di grande fortuna nell’antichità greca e romana. Il poeta lo conobbe grazie alla Tebaide di Stazio, della cui opera è uno dei personaggi principali. E per la sua attività di augure, cui si fa cenno nel poema, Dante lo pone tra i dannati della bolgia citata in apertura.

Il poeta ne ricorda la fine, seguendo il racconto di Stazio, come risulta dall’accenno all’incontro con Minosse, il giudice dei dannati. Di questo personaggio, il poeta ne parla indirettamente, attraverso la figura del figlio matricida, anche nel 12^ canto del Purgatorio e nel 4^ canto del Paradiso.

@ E NON RESTÒ DI RUINARE A VALLE

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente

20^ canto dell’Inferno.

Ultima parte.

“Quell’altro che è così magro nei fianchi, fu Michele Scotto, che seppe veramente l’arte degli inganni propri della magia. Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, che ora desidererebbe avere atteso al mestiere di calzolaio, ma si pente dopo il tempo  conveniente e opportuno. Vedi le empie che abbandonarono l’ago, la spola e il fuso, e divennero indovine; fecero malie con filtri di erbe e con figure di cera. Ma vieni senz’altro indugio, perché la luna già tocca il limite di ambedue gli emisferi e raggiunge il mare sotto Siviglia; e già ieri notte la luna è stata piena: ben te ne devi ricordare, perché talora non ti ha recato danno nella selva profonda”.

Così mi parlava, e frattanto andavamo.

@ VEDI GUIDO BONATTI; VEDI ASDENTE