La bocca sollevò dal fiero pasto

33^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXIII, ove si tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.)

La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto. Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli disperato dolor che ‘l cor mi preme già pur pensando, pria ch’io ne favelli. Ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, parlare e lagrimar vedrai insieme.

«Io non so chi tu se’ né per che modo venuto se’ qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo. Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino. Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso e poscia morto, dir non è mestieri; però quel che non puoi avere inteso, cioè come la morte mia fu cruda, udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

«Breve pertugio dentro da la Muda, la qual per me ha ‘l titol de la fame, e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, m’avea mostrato per lo suo forame più lune già, quand’io feci ‘l mal sonno che del futuro mi squarciò ‘l velame. Questi pareva a me maestro e donno, cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte per che i Pisan veder Lucca non ponno.

«Con cagne magre, studïose e conte Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi s’avea messi dinanzi da la fronte. In picciol corso mi parieno stanchi lo padre e ‘ figli e con l’agute scane mi parea lor veder fender li fianchi. Quando fui desto innanzi la dimane, pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli ch’eran con meco, e dimandar del pane.

«Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava; e se non piangi, di che pianger suoli? Già eran desti, e l’ora s’appressava che ‘l cibo ne solëa essere addotto, e per suo sogno ciascun dubitava; e io senti’ chiavar l’uscio di sotto a l’orribile torre; ond’io guardai nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

«Io non piangëa, sì dentro impetrai: piangevan elli; e Anselmuccio mio disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. Perciò non lagrimai né rispuos’io tutto quel giorno né la notte appresso, infin che l’altro sol nel mondo uscìo. Come un poco di raggio si fu messo nel doloroso carcere, e io scorsi per quattro visi il mio aspetto stesso, ambo le man per lo dolor mi morsi; ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia di manicar, di sùbito levorsi e disser: “Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia”.

«Queta’mi allor per non farli più tristi; lo dì e l’altro stemmo tutti muti; ahi dura terra, perché non t’apristi? Poscia che fummo al quarto dì venuti, Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. Quivi morì; e come tu mi vedi, vid’io cascar li tre ad uno ad uno tra ‘l quinto dì e il sesto; ond’io mi diedi, già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti riprese ‘l teschio misero co’ denti, che furo a l’osso, come d’un can, forti. Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove ‘l sì suona, poi che i vicini a te punir son lenti, muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, sì ch’elli annieghi in te ogne persona! Che se ‘l conte Ugolino aveva voce d’aver tradita te de le castella, non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. Innocenti facea l’età novella, novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata e li altri due che ‘l canto suso appella.

Noi passammo oltre, la ‘ve la gelata ruvidamente un’altra gente fascia, non volta in giù, ma tutta riversata. Lo pianto stesso lì pianger non lascia, e ‘l duol che truova in su li occhi rintoppo, si volge in entro a far crescer l’ambascia; ché le lagrime prime fanno groppo, e sì come visiere di cristallo, rïempion sotto ‘l ciglio tutto il coppo. E avvegna che, sì come d’un callo, per la freddura ciascun sentimento cessato avesse del mio viso stallo, già mi parea sentire alquanto vento; per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? non è qua giù ogne vapore spento?».

Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove di ciò ti farà l’occhio la risposta, veggendo la cagion che ‘l fiato piove».

E un de’ tristi de la fredda crosta gridò a noi: «O anime crudeli tanto che data v’è l’ultima posta, levatemi dal viso i duri veli, sì ch’ïo sfoghi ‘l duol che ‘l cor m’impregna, un poco, pria che ‘l pianto si raggeli».

Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

Rispose adunque: «I’ son frate Alberigo; i’ son quel de la frutta del mal orto, che qui riprendo dattero per figo».

«Oh», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?». Ed elli a me: «Come ‘l mio corpo stea nel mondo sù, nulla scïenza porto. Cotal vantaggio ha questa Tolomea, che spesse volte l’anima ci cade innanzi ch’Atropòs mossa le dea. E perché tu più volontier mi rade le ‘nvetrïate lagrime dal volto, sappie che, tosto che l’anima trade come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto da un demonio, che poscia il governa mentre che ‘l tempo suo tutto sia vòlto. Ella ruina in sì fatta cisterna; e forse pare ancor lo corpo suso de l’ombra che di qua dietro mi verna. Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso: elli è ser Branca Doria, e son più anni poscia passati ch’el fu sì racchiuso».

«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni; ché Branca Doria non morì unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni».

«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche, là dove bolle la tenace pece, non era ancora giunto Michel Zanche, che questi lasciò il diavolo in sua vece nel corpo suo, ed un suo prossimano che ‘l tradimento insieme con lui fece. Ma distendi oggimai in qua la mano; aprimi li occhi». E io non gliel’apersi; e cortesia fu lui esser villano. Ahi Genovesi, uomini diversi d’ogne costume e pien d’ogne magagna, perché non siete voi del mondo spersi? Ché col peggiore spirto di Romagna trovai di voi un tal, che per sua opra in anima in Cocito già si bagna, e in corpo par vivo ancor di sopra.

@ LA BOCCA SOLLEVÒ DAL FIERO PASTO

I’ son quel da le frutta del mal orto

33^ canto dell’Inferno.

Frate Alberigo.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Terza zona, la Tolomea. Il poeta sente dire da Frate Alberigo: «Sono frate Alberigo; sono colui che fece assassinare i parenti al momento di servire la frutta nel convito loro offerto, io che sconto la mia grave colpa con una pena anche più grave».

Frate Alberigo, al secolo Alberigo di Ugolino de’ Manfredi di Faenza, posto da Dante nella terza zona di questo cerchio tra i traditori degli ospiti, appartenne, al pari di Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò (incontrati dal poeta nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio tra gli ipocriti), all’ordine dei Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, denominati ‘frati gaudenti’. La sua famiglia, forse di provenienza tedesca, fu guelfa e si oppose con alterne vicende agli Accarisi, i quali, nel 1274, li bandirono da Faenza. I Manfredi, allora, si rifugiarono nel Bolognese, e ritornarono nella loro città soltanto nel 1280, per il tradimento del ghibellino Tebaldello de’ Zambrasi, compagno di sorte di Bocca degli Abati (e da costui citato nella seconda zona, l’Antenora, del nono cerchio tra i traditori della patria).

Alberigo nacque, presumibilmente, nel secondo decennio del Duecento; ciò si deduce dal fatto che entrò solo in vecchiaia nei ‘frati gaudenti’, quindi non prima del 1261, anno in cui a Bologna fu costituito quell’ordine. E come non si sa la data di nascita, così si ignora quando morì; anche in tal caso, congetturando, essendosi Dante stupito di trovarlo già a Cocito (dove l’Alberigo dannato afferma di non sapere di come il suo corpo possa stare in terra), si dimostra che la sua morte non era ancora avvenuta nell’aprile del 1300.

Comunque, perché troviamo il frate a Cocito? Avendo in corso con certi suoi parenti, Manfredo e Alberghetto, una mera questione d’interesse, fece finta di volersi riappacificare con loro e li invitò nella sua villa di Cesate; “e quando essi ebbono desinato tutte le vivande, elli comandò che venessono le frutta, et allora venne la sua famiglia armata, com’elli aveva ordinato, et uccisono tutti costoro alle mense, com’erano a sedere; e però s’usa di dire: Elli ebbe delle frutta di frate Alberigo”, come raccontò il Buti, tra i primi commentatori della Commedia.

@ Iʼ SON QUEL DA LE FRUTTA DEL MAL ORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino

33^ canto dell’Inferno.

Il racconto del conte Ugolino.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il conte Ugolino dice a Dante: «Tu vuoi che io richiami alla memoria il dolore inconsolabile che mi opprime e tormenta il cuore già al solo pensiero, prima che io ne discuta. Ma se le mie parole devono essere causa che produca come proprio frutto cattiva fama al traditore che mordo, vedrai parlare e piangere contemporaneamente.

«Io ignoro chi tu sia né come sei venuto all’Inferno; ma mi sembri veramente fiorentino quando io ti sento. Tu devi sapere che fui il conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: ora ti dirò perché sono per lui un vicino tale. Non è necessario dire che in conseguenza dei suoi malvagi pensieri, fidandomi di lui, io fossi imprigionato e in seguito fatto morire; tuttavia verrai a sapere ciò che non puoi avere sentito dire, cioè come la mia morte fu orribile, e apprenderai se egli mi ha recato offesa.

«Una stretta feritoia all’interno della Torre dei Gualandi, la quale a causa mia ha il nome di Torre della Fame, e che dovrà accadere di nuovo che sia chiusa per altri, mi aveva già lasciato vedere attraverso la sua apertura molti mesi, quando io feci il triste sogno che mi svelò il futuro. Questi mi appariva capo e signore, nell’atto di cacciare il lupo e i lupacchiotti verso il monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.

«Aveva schierato davanti a sé i Gualandi con i Sismondi e con i Lanfranchi con cagne affamate, avide di preda ed esperte. Dopo breve corsa il padre e i figli mi apparivano stanchi, e mi pareva di veder lacerare a loro i fianchi con le zanne aguzze. Quando mi svegliai prima della mattina, sentii piangere durante il sonno i miei figlioli che erano con me, e chiedere del pane.

«Sei proprio insensibile, se tu già non ti duoli col pensare ciò che il mio cuore presagiva a sé stesso; e se non piangi, per che cosa suoli piangere? Erano già svegli, e si avvicinava il momento in cui ci soleva essere recato il cibo, e ciascuno temeva dubbioso per il suo sogno; e io sentii inchiodare la porta all’entrata della spaventosa torre; cosicché guardai i miei figlioli negli occhi tacendo.

«Io non piangevo, così dentro diventai di pietra: piangevano essi; e il mio Anselmuccio disse: “Tu ci guardi così, padre! che cos’hai?”. Perciò non piansi né io risposi tutto quel giorno né la notte seguente, fino al momento in cui il nuovo giorno sorse sulla terra. Appena un poco di luce entrò nella dolorosa prigione, e io vidi sui quattro volti il mio stesso atteggiamento, mi morsi ambedue le mani per il dolore; ed essi, pensando che io lo facessi a causa del desiderio di mangiare, si alzarono improvvisamente e dissero: “Padre, sarà per noi assai meno dolore se tu ti cibi di noi: tu ci hai dato queste misere carni, e tu stesso toglicele”.

«Quindi mi calmai per non rattristarli di più; quel giorno e il seguente stemmo tutti silenziosi; ahi terra crudele, perché non ti spalancasti? Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo mi si gettò coricato ai piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi soccorri?”. Così morì; e come tu vedi me, io vidi cadere senza vita gli altri tre uno alla volta tra il quinto giorno e il sesto; per cui io, con la vista già annebbiata dalla fame, mi misi ad andare a tentoni sopra ciascuno, e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti. In seguito, più che il dolore, ebbe maggior potere la fame».

@ TU DEI SAPER CH’I’ FUI CONTE UGOLINO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, 1955

e successive ristampe

Quel peccator, forbendola a’ capelli

33^ canto dell’Inferno.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta narra: “Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto bestiale, pulendola con i capelli della testa di cui egli aveva fatto scempio dalla parte posteriore”.

Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, collocato da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, nato nella prima metà del 1200 da una nobile famiglia ghibellina di Pisa, proprietaria di vaste proprietà feudali nella Maremma Pisana e in Sardegna, si accordò con il genero Giovanni Visconti nel 1275 per far vincere a Pisa i Guelfi. Scoperta la cospirazione, fu subito esiliato, ma rientrò in città l’anno dopo, in breve acquistando una grande autorità.

Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, resse la signoria del comune come podestà. Fu in quel momento che, per rompere la lega stretta contro Pisa da Genova, Firenze e Lucca, cedette ai Lucchesi i castelli di Bientina, Ripafratta e Viareggio, e ai Fiorentini quelli di Fucecchio, S. Maria in Monte, Castelfranco e Montecalvoli.

“Sottratto in tal modo il comune ai pericoli più urgenti”, scriveva il Sapegno, “rafforzò la signoria, associandosi nel governo il nipote Ugolino Visconti (1285). Nel giugno del 1288, però la parte ghibellina insorse sotto la guida dellʼarcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi”.

Ugolino fu rinchiuso nella torre dei Gualandi, con i due figli e i due nipoti, e, dopo alcuni mesi di prigionia, cominciata nel luglio del 1288, tutti e cinque furono lasciati morire di fame. Era il marzo del 1289. Chiosava ancora il Sapegno, nella sua presentazione del 33^ canto: “La storia di Ugolino della Gherardesca, che racconta come fosse lasciato morire di fame coi figli e i nipoti per ordine dell’arcivescovo Ruggieri, dopo che nobili e il popolo di Pisa s’eran ribellati alla sua signoria, e minutamente rievoca ad uno ad uno i giorni e le ore di quel terribile supplizio, è una delle pagine più famose, e delle più umane, di tutto il poema”.

@ QUEL PECCATOR, FORBENDOLA A’ CAPELLI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

S’io avessi le rime aspre e chiocce

Canto 32^ dell’Inferno.

(Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e di traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.)

S’io avessi le rime aspre e chiocce, come si converrebbe al tristo buco sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce, io premerei di mio concetto il suco più pienamente; ma perch’io non l’abbo, non sanza tema a dicer mi conduco; ché non è impresa da pigliare a gabbo discriver fondo a tutto l’universo, né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe, sì che dal fatto il dir non sia diverso. Oh sovra tutte mal creata plebe che stai nel loco onde parlare è duro, mei foste state qui pecore o zebe! Come noi fummo giù nel pozzo scuro sotto i piè del gigante assai più bassi, e io mirava ancora a l’alto muro, dicere udi’mi: «Guarda come passi: va sì, che tu non calchi con le piante le teste de’ fratei miseri lassi».

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante. Non fece al corso suo sì grosso velo di verno la Danoia in Osterlicchi, né Tanaï là sotto ‘l freddo cielo, com’era quivi; che se Tambernicchi vi fosse sù caduto, o Pietrapana, non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana col muso fuor de l’acqua, quando sogna di spigolar sovente la villana, livide, insin là dove appar vergogna eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, mettendo i denti in nota di cicogna. Ognuna in giù tenea volta la faccia; da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo tra lor testimonianza si procaccia. Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto, volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, che ‘l pel del capo avieno insieme misto.

«Ditemi, voi che sì strignete i petti», diss’io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; e poi ch’ebber li visi a me eretti, li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse le lagrime tra essi e riserrolli. Con legno legno spranga mai non cinse forte così; ond’ei come due becchi cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi per la freddura, pur col viso in giùe, disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? Se vuoi saper chi son cotesti due, la valle onde Bisenzo si dichina del padre loro Alberto e di lor fue. D’un corpo usciro; e tutta la Caina potrai cercare, e non troverai ombra degna più d’esser fitta in gelatina: non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra con esso un colpo per la man d’Artù; non Focaccia; non questi che m’ingombra col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, e fu nomato Sassol Mascheroni; se tosco se’, ben sai omai chi fu. E perché non mi metti in più sermoni, sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi; e aspetto Carlin che mi scagioni».

Poscia vid’io mille visi cagnazzi fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, e verrà sempre, de’ gelati guazzi. E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo al quale ogne gravezza si rauna, e io tremava ne l’etterno rezzo; se voler fu o destino o fortuna, non so; ma, passeggiando tra le teste, forte percossi ‘l piè nel viso ad una.

Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? se tu non vieni a crescer la vendetta di Montaperti, perché mi moleste?».

E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, sì ch’io esca d’un dubbio per costui; poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».

Lo duca stette, e io dissi a colui che bestemmiava duramente ancora: «Qual se’ tu che così rampogni altrui?».

«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, percotendo», rispuose, «altrui le gote, sì che, se fossi vivo, troppo fora?».

«Vivo son io, e caro esser ti puote», fu mia risposta, «se dimandi fama, ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».

Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. Lèvati quinci e non mi dar più lagna, ché mal sai lusingar per questa lama!».

Allor lo presi per la cuticagna e dissi: «El converrà che tu ti nomi, o che capel qui sù non ti rimagna».

Ond’elli a me: «Perché tu mi dischiomi, né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti se mille fiate in sul capo mi tomi».

Io avea già i capelli in mano avvolti, e tratti glien’avea più d’una ciocca, latrando lui con li occhi giù raccolti, quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? non ti basta sonar con le mascelle, se tu non latri? qual diavol ti tocca?».

«Omai», diss’io, «non vo’ che più favelle, malvagio traditor; ch’a la tua onta io porterò di te vere novelle».

«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; ma non tacer, se tu di qua entro eschi, di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. El piange qui l’argento de’ Franceschi: “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera là dove i peccatori stanno freschi”. Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, tu hai dallato quel di Beccheria di cui segò Fiorenza la gorgiera. Gianni de’ Soldanier credo che sia più là con Ganellone e Tebaldello, ch’aprì Faenza quando si dormia».

Noi eravam partiti già da ello, ch’io vidi due ghiacciati in una buca, sì che l’un capo a l’altro era cappello; e come ‘l pan per fame si manduca, così ‘l sovran li denti a l’altro pose là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca: non altrimenti Tidëo si rose le tempie a Menalippo per disdegno, che quei faceva il teschio e l’altre cose.

«O tu che mostri per sì bestial segno odio sovra colui che tu ti mangi, dimmi ‘l perché», diss’io, «per tal convegno, che se tu a ragion di lui ti piangi, sappiendo chi voi siete e la sua pecca, nel mondo suso ancora io te ne cangi, se quella con ch’io parlo non si secca».

@ S’IO AVESSI LE RIME ASPRE E CHIOCCE

Or tu chi se’ che vai per l’Antenora

32^ canto dell’Inferno.

Bocca degli Abati.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta sente dire da Bocca degli Abati: «Tu che cos’hai, Bocca? non ti è sufficiente far strepito con le mascelle, senza che tu urli? che diavolo ti prende?».

Bocca degli Abati, posto da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, fu un nobile fiorentino di parte guelfa che, in quanto membro eminente di questa fazione politica, partecipò alla battaglia di Montaperti il 4 settembre 1260 contro i ghibellini senesi, alleati dei fuoriusciti fiorentini guidati da Farinata degli Uberti e dei cavalieri inviati da Manfredi di Svevia.

Raccontò il Villani (VI 78), a proposito della partecipazione di tale personaggio a questa battaglia: “e come la schiera de’ Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de’ cavalieri de’ Fiorentini ov’era la ‘nsegna della cavalleria del comune, la quale portava messer Iacopo del Nacca della casa de’ Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch’era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ciò fatto, la cavalleria e ‘l popolo veggendo abbattuta l’insegna, e così traditi da’ loro, e da’ Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta”.

Durante gli anni seguenti di governo ghibellino, Bocca degli Abati collaborò con i vincitori. Ma dopo la rivincita guelfa nel 1266, fu bandito. Morì prima del 1300. Scriveva il Sapegno: “Più ancora delle conseguenze del gesto di Bocca, in quanto lo toccavano personalmente come cittadino, e come uomo, a Dante doveva parer particolarmente odiosa la turpitudine del gesto in sé: da ogni pagina di questi due canti, XXXII e XXXIII, deve scaturire risoluta la condanna, non già di questa o quella parte politica, ma dei metodi e delle forme di tutta la politica dell’età comunale, vista e giudicata nel suo complesso”.

Il personaggio di Bocca degli Abati, tutto sommato, è rivestito suo malgrado di un’angosciosa nota di umanità, “sebbene di una protervia che dà anche al dolore qualcosa di bestiale”, notava il Grabher, in quanto, nel prosieguo del concitato dialogo tra lui e il poeta, la circostanza che egli si opponga alla legittima curiosità del secondo di sapere chi sia (Dante ne ha piena conferma dall’intervento di un altro dannato, che rimbrotta il vicino chiamandolo per nome), rivela da ultimo la consapevolezza della sua vergogna.

@ OR TU CHI SE’ CHE VAI PER L’ANTENORA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, 1955

e successive ristampe

Sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi

32^ canto dell’Inferno.

Camicione de’ Pazzi.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi dice a Dante: «E affinché tu non mi costringa a parlare ancora, sappi che fui Camicione de’ Pazzi; e attendo Carlino che mi discolpi».

Camicione de’ Pazzi, collocato dal poeta nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, fu ritenuto colpevole dell’omicidio di un suo congiunto, tale Ubertino. Non si ha notizia di fatti sicuri che lo riguardino, tranne che in un documento viene citato tale Betto “quondam Guccii Dom. Uberti Camiscioni”, e che un suo nipote partecipò al convegno di San Godenzo insieme a Dante.

Il quale, va da sé, non poté non renderlo uno dei dannati confitti nel ghiaccio di Cocito, precisamente nella Caina, la zona riservata ai traditori dei parenti. Camicione prima spiega al poeta chi siano le due ombre nel ghiaccio con lui, congiunte insieme e che cozzano con le teste l’una con l’altra (Aleandro e Napoleone degli Alberti), nonché gli indica altri compagni di sorte vicini (Mordret, figlio del re Artù, la cui storia leggendaria fa parte del ciclo della Tavola Rotonda, il pistoiese Vanni de’ Cancellieri, detto Focaccia, efferato uccisore di parenti, addirittura del padre, come sostenuto dal Bambaglioli e dal figlio di Dante, Pietro, tra i primi commentatori della Commedia, e il fiorentino Sassolo Mascheroni, che uccise a tradimento un bambino, figlio di suo zio, per poter vantare diritti ereditari), poi si presenta dicendo il proprio nome, come riportato in apertura, e da ultimo lancia una frecciata diretta a un suo congiunto, tale Carlino (anche lui un de’ Pazzi, che sarà destinato alla seconda zona di Cocito, l’Antenora, dimora dei traditori della patria).

Su questo personaggio si espresse a suo tempo il Momigliano: “Parla con un piglio sgarbato, spavaldo, testardo, uguale dal principio alla fine, con frasi asimmetriche come la sua faccia dalle orecchie mozze mulescamente puntata verso il ghiaccio, ora fluenti in versi rapidi, ora chiuse in versi troncati a mezzo o bizzarramente ossitoni, tutte suggerite dal cinismo bestiale di chi è oramai incallito nella miseria e nella malignità della propria condizione”.

@ SAPPI CH’I’ FU’ IL CAMISCION DE’ PAZZI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Se vuoi saper chi son cotesti due

32^ canto dell’Inferno.

Alessandro e Napoleone degli Alberti.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi dice al poeta: «Perché ci fissi con tanta insistenza come se ti specchiassi in noi? Se vuoi apprendere chi sono questi due, la valle da cui discende il Bisenzio fu del loro padre Alberto e di loro. Nacquero dalla stessa madre; e potrai esplorare tutta la Caina, e non troverai un’ombra più meritevole di essere confitta nel ghiaccio».

Alessandro e Napoleone degli Alberti, posti da Dante nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, furono figli di Alberto degli Alberti, dei conti di Vernio e di Mangona, famiglia padrona di alcuni castelli nella Val di Bisenzio e nella Val di Sieve. L’Anonimo fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, su di loro scrisse: “furono di sì perverso animo che, per torre l’uno all’altro le fortezze che avevano…, vennono a tanta ira e a tanta malvagità d’animo, che l’uno uccise l’altro, e così insieme morirono”.

L’odio reciproco era sì dovuto a ragioni politiche, essendo guelfo Alessandro e ghibellino Napoleone, ma soprattutto dipendeva da mere ragioni di interesse, relative alla divisione dell’eredità del padre. Chiosava il Sapegno a tal proposito: “Napoleone, a cui il padre aveva lasciato solo la decima parte dei suoi beni, già prima del 1259 s’era preso con la violenza parte del retaggio spettante ai fratelli, ma era stato costretto, per l’intervento del comune fiorentino, a restituire il castello di Mangona”.

Circa venti anni dopo, nel 1279, il cardinal Latino convinse i due fratelli a riappacificarsi, ma il suo intervento non servì a molto. Infatti, la contesa tra loro divenne ancora più aspra, fino a raggiungere il suo naturale epilogo. Dopo essere stato estromesso con l’inganno dai possedimenti della Val di Bisenzio ad opera di Napoleone, Alessandro assalì costui a tradimento e durante la lotta i due si uccisero vicendevolmente. Il fatto ebbe grande risonanza a Firenze ed è databile tra il 1282 e il 1286, dunque quando Dante era giovane. Peraltro, il duplice fratricidio non bastò a placare gli animi nella famiglia. Infatti, poco dopo, Orso, figlio di Napoleone, fu ucciso da Alberto, figlio di Alessandro.

@ SE VUOI SAPER CHI SON COTESTI DUE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, 1955

e successive ristampe

Una medesma lingua pria mi morse

Canto 31^ dell’Inferno.

(Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.)

Una medesma lingua pria mi morse, sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, e poi la medicina mi riporse; così od’io che solea far la lancia d’Achille e del suo padre esser cagione prima di trista e poi di buona mancia. Noi demmo il dosso al misero vallone su per la ripa che ‘l cinge dintorno, attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno, sì che ‘l viso m’andava innanzi poco; ma io senti’ sonare un alto corno, tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, che, contra sé la sua via seguitando, dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. Dopo la dolorosa rotta, quando Carlo Magno perdé la santa gesta, non sonò sì terribilmente Orlando. Poco portäi in là volta la testa, che me parve veder molte alte torri; ond’io: «Maestro, dì, che terra è questa».

Ed elli a me: «Però che tu trascorri per le tenebre troppo da la lungi, avvien che poi nel maginare abborri. Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, quanto ‘l senso s’inganna di lontano; però alquanto più te stesso pungi». Poi caramente mi prese per mano e disse: «Pria che noi siam più avanti, acciò che ‘l fatto men ti paia strano, sappi che non son torri, ma giganti, e son nel pozzo intorno da la ripa da l’umbilico in giuso tutti quanti».

Come quando la nebbia si dissipa, lo sguardo a poco a poco raffigura ciò che cela ‘l vapor che l’aere stipa, così forando l’aura grossa e scura, più e più appressando ver’ la sponda, fuggiemi errore e crescémi paura; però che, come su la cerchia tonda Monteriggion di torri si corona, così la proda che ‘l pozzo circonda torreggiavan di mezza la persona li orribili giganti, cui minaccia Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d’alcun la faccia, le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte, e per le coste giù ambo le braccia. Natura certo, quando lasciò l’arte di sì fatti animali, assai fé bene per tòrre tali essecutori a Marte. E s’ella d’elefanti e di balene non si pente, chi guarda sottilmente, più giusta e più discreta la ne tene; ché dove l’argomento de la mente s’aggiugne al mal volere e a la possa, nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma, e a sua proporzione eran l’altre ossa; sì che la ripa, ch’era perizoma dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto di sovra, che di giugnere a la chioma tre Frison s’averien dato mal vanto; però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi dal loco in giù dov’omo affibbia ‘l manto.

«Raphèl maì amècche zabì almi», cominciò a gridar la fiera bocca, cui non si convenia più dolci salmi.

E ‘l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, tienti col corno, e con quel ti disfoga quand’ira o altra passïon ti tocca! Cércati al collo, e troverai la soga che ‘l tien legato, o anima confusa, e vedi lui che ‘l gran petto ti doga». Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; questi è Nembrotto per lo cui mal coto pur un linguaggio nel mondo non s’usa. Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; ché così è a lui ciascun linguaggio come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».

Facemmo adunque più lungo vïaggio, vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro trovammo l’altro assai più fero e maggio. A cigner lui qual che fosse ‘l maestro, non so io dir, ma el tenea soccinto dinanzi l’altro e dietro il braccio destro d’una catena che ‘l tenea avvinto dal collo in giù, sì che ‘n su lo scoperto si ravvolgëa infino al giro quinto.

«Questo superbo volle esser esperto di sua potenza contra ‘l sommo Giove», disse ‘l mio duca, «ond’elli ha cotal merto. Fïalte ha nome, e fece le gran prove quando i giganti fer paura a’ dèi; le braccia ch’el menò, già mai non move».

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei che de lo smisurato Brïareo esperïenza avesser li occhi mei».

Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo presso di qui che parla ed è disciolto, che ne porrà nel fondo d’ogne reo. Quel che tu vuo’ veder, più là è molto ed è legato e fatto come questo, salvo che più feroce par nel volto».

Non fu tremoto già tanto rubesto, che scotesse una torre così forte, come Fïalte a scuotersi fu presto. Allor temett’io più che mai la morte, e non v’era mestier più che la dotta, s’io non avessi viste le ritorte. Noi procedemmo più avante allotta, e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

«O tu che ne la fortunata valle che fece Scipïon di gloria reda, quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle, recasti già mille leon per preda, e che, se fossi stato a l’alta guerra de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda ch’avrebber vinto i figli de la terra: mettine giù, e non ten vegna schifo, dove Cocito la freddura serra. Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: questi può dar di quel che qui si brama; però ti china e non torcer lo grifo. Ancor ti può nel mondo render fama, ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta se ‘nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».

Così disse ‘l maestro; e quelli in fretta le man distese, e prese ‘l duca mio, ond’Ercule sentì già grande stretta. Virgilio, quando prender si sentio, disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; poi fece sì ch’un fascio era elli e io. Qual pare a riguardar la Carisenda sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì, ched ella incontro penda: tal parve Antëo a me che stava a bada di vederlo chinare, e fu tal ora ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. Ma lievemente al fondo che divora Lucifero con Giuda, ci sposò; né, sì chinato, lì fece dimora, e come albero in nave si levò.

@ UNA MEDESMA LINGUA PRIA MI MORSE

O tu che ne la fortunata valle

31^ canto dell’Inferno.

Anteo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «O tu che nell’illustre pianura che rese glorioso Scipione, quando Annibale fuggì coi suoi, portasti già mille leoni come bottino di caccia, e che, se avessi preso parte all’ardua battaglia dei tuoi fratelli, sembra tuttora che si creda che i figli della Terra sarebbero riusciti vincitori: mettici giù dove il freddo rigido stringe in gelo Cocito, e non disdegnare di rendere a noi questo servizio».

Figura del mito classico, Anteo, collocato da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fu figlio della Terra, che lo aveva generato con Nettuno (per alcuni). Viveva nell’attuale Tunisia, nella valle del Bagrada, vicino a Zama, ed era solito adornare la sua dimora con le teste mozzate dei suoi nemici, fin quando incontrò Ercole, il quale lo stritolò con la forza senza limiti delle sue braccia.

Il poeta descrisse la sua fine nel Convivio (III, III 7-8) come segue: “si legge ne le storie d’Ercule, e ne l’Ovidio Maggiore e in Lucano e in altri poeti, che combattendo con lo gigante che si chiamava Anteo, tutte volte che lo gigante era stanco, e elli ponea lo suo corpo sopra la terra disteso o per sua volontà o per forza d’Ercule, forza e vigore interamente de la terra resurgea, ne la quale e de la quale esso era generato. Di che accorgendosi Ercule, a la fine prese lui; e stringendo quello e levatolo da la terra, tanto lo tenne sanza lasciarlo a la terra ricongiugnere, che lo vinse per soperchio e uccise. E questa battaglia fu in Africa, secondo le testimonianze delle scritture”.

Dai primi commentatori della Commedia in poi si è ritenuto che Dante avesse letto questo racconto nella Farsaglia di Lucano (IV, 593-600), del quale il riferimento sopra riportato non è altro che un riassunto. Lucano, peraltro, affermò che fu una fortuna il fatto che il gigante non poté partecipare alla battaglia di Flegra, combattuta dagli altri giganti contro Giove – di qui, egli non ha le braccia incatenate nel luogo dell’Inferno dove si trova, da cui, previa l’efficace captatio benevolentiae virgiliana citata in apertura, farà approdare i due poeti nel nono cerchio.

@ O TU CHE NE LA FORTUNATA VALLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970