Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

Il poeta ci ha deliziati con una delle sue similitudini, quando ha paragonato la caduta del ruscello di sangue bollente della diramazione del Flegetonte nel fondo della parete scoscesa, a “quel fiume che ha il proprio corso per primo dal Monviso verso Oriente, dal versante sinistro degli Appennini, che in alto è detto Acquacheta, prima che scenda giù nella pianura, e a Forlì ha già cambiato nome, rimbomba nei pressi del convento di San Benedetto dellʼAlpe per formare un salto laddove doveva essere letto sufficiente per moltissimi fiumi”; per chiosare, poi, che il fragore in poco tempo avrebbe resi sordi lui e Virgilio.

Qui Dante ci ha informati che aveva i fianchi cinti da una corda, “e con essa mi ero proposto talora di catturare la lonza dalla pelliccia screziata. Dopo che la ebbi completamente slegata da me, come mi aveva imposto Virgilio, gliela tesi raccolta e aggrovigliata”.

E Virgilio si è rivolto verso destra, e abbastanza distante dallʼorlo del cerchio lʼha lanciata giù in fondo al profondo dirupo.

16^ canto dellʼInferno. Conclusione. Dove Dante dice a sé stesso: “Però dovrà seguire qualcosa di nuovo allo strano segnale che il maestro segue così con lo sguardo”.

Ahi come prudenti devono essere le persone nei riguardi di coloro che non soltanto vedono gli atti esteriori, ma penetrano con l’intelletto nei pensieri!”, rileva poi.

E Virgilio gli dice: “A breve salirà dal fondo ciò che io aspetto e che il tuo pensiero immagina in modo confuso; presto è inevitabile che si renda visibile a tuoi occhi”.

E allora il poeta, nel terzo girone del settimo cerchio, evidenzia che “si deve sempre tacere finché si può quella verità che ha lʼaspetto di unʼinverosimile invenzione, poiché ci si vergogna senza colpa; ma a questo punto non la posso tacere; e in nome dei versi della Commedia, lettore, ti giuro, possano essi essere graditi a lungo, che vidi una massa corporea ascendere nuotando attraverso quellʼaria densa e tenebrosa, tale da destare meraviglia ad ogni animo coraggioso, come risale in superficie colui che sʼimmerge sottʼacqua talvolta a sciogliere lʼancora che è rimasta incagliata o in uno scoglio o ad altro che è racchiuso nel mare, che si tende in alto e ritrae le gambe”. E il canto si chiude qui.

E quinci sian le nostre viste sazie

E or s'accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno. Conclusione.

E lui a sua volta gridò ma con voce di rimbrotto: “Perché tu sei così avido di conoscere più me che gli altri lerci?”. E io a lui: “Perché, se ricordo esattamente, già ti ho visto coi capelli asciutti, e sei Alessio Interminelli  di Lucca; perciò ti guardo bene più che tutti gli altri”.

Ed egli quindi, percuotendosi il capo: “Mi hanno sprofondare quaggiù le adulazioni di cui io non ebbi mai la lingua sazia”.

Dopo di ciò la guida mi disse: “Spingi lo sguardo un poco più avanti, così che tu raggiunga sicuramente con gli occhi il volto di quella immonda e spettinata bagascia che si graffia là con le unghie imbrattate di sterco, e una volta si mette giù piegandosi con le gambe e una volta è ferma in piedi. È Taide, la prostituta che rispose al suo ganzo quando disse ‘Io ho grandi meriti presso di te?’: ‘E per di più a meraviglia!’. E di questo siano appagati i nostri occhi”.  

E con le branche l’aere a sé raccolse

Ella sen va notando lenta lenta

17^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Ma esso, che altre volte mi aveva aiutato in altre situazioni rischiose, non appena io salii mi abbracciò e mi tenne fermo; e disse: “Gerione, vai senza indugio: i volteggi siano ampi, e la discesa lenta; presta attenzione al carico insolito che hai”. 

Come la barca si stacca dalla riva indietreggiando a poco a poco, così si staccò di lì; e dopo che si sentì totalmente a suo agio, là dov’era il petto, diresse la coda, e dopo averla distesa in lungo la scosse, come un’anguilla, e con la zampe fornite di unghie adunche addensò lʼaria intorno a sé”.

Non credo che fosse maggiore la paura quando Fetonte lasciò cadere di mano le redini, e perciò l’atmosfera si incendiò, come appare anche ora; né quando il povero Icaro sentì il dorso perdere le penne per la cera che si era sciolta, mentre il padre gli gridava ‘Segui una strada errata!’, di quella che fu la mia, quando vidi che ero completamente sospeso nel vuoto, e vidi dileguata ogni vista eccetto che della bestia.

Da leggere: Così ne puose al fondo Gerione del 14.01.2020

Io avea una corda intorno cinta

Io avea una corda intorno cinta

I tre sodomiti del girotondo, sulla spianata sabbiosa del terzo girone del settimo cerchio dellʼInferno, hanno compreso come replica lʼinvettiva del poeta verso la sua patria e i suoi concittadini – “I nuovi abitanti e le ricchezze rapidamente acquisite hanno prodotto alterigia e dissolutezza, Firenze, nei tuoi cittadini, sicché tu già te ne duoli” – e si sono contemplati lʼun lʼaltro con lʼatteggiamento di chi è convinto di una verità.

E tutti gli hanno risposto che se le altre volte gli è costato così poco dare risposte così soddisfacenti ad altri, “beato te se parli così quanto ti paia e piaccia”. Perciò, se lui fosse uscito sano e salvo da quelle tenebre infernali e fosse risalito sulla Terra, quando gli sarebbe piaciuto dire di essere venuto lì, che facesse in modo di parlare di loro alle persone. Dopo hanno rotto il cerchio, e ad allontanarsi correndo le loro gambe sono sembrate ali tanto erano veloci.

A quel punto non si sarebbe potuto dire un amen “rapidamente così come essi furono scomparsi”; e perciò a Virgilio è sembrato opportuno allontanarsi. “Io gli tenevo dietro, e ci eravamo incamminati da poco, ma lo scroscio del ruscello ci era tanto vicino, che se pure avessimo parlato saremmo stati uditi a fatica”.

16^ canto dellʼInferno. Verso la conclusione. In cui il poeta ci delizia con una delle sue  similitudini, quando paragona la caduta del ruscello di sangue bollente della diramazione del Flegetonte nel fondo della parete scoscesa, a “quel fiume che ha il proprio corso per primo dal Monviso verso Oriente, dal versante sinistro degli Appennini, che in alto è detto Acquacheta, prima che scenda giù nella pianura, e a Forlì ha già cambiato nome, rimbomba nei pressi del convento di San Benedetto dellʼAlpe per formare un salto laddove doveva essere letto sufficiente per moltissimi fiumi”; per chiosare, poi, che il fragore in poco tempo avrebbe resi sordi lui e Virgilio.

Qui Dante ci informa che ha i fianchi cinti da una corda, “e con essa mi ero proposto talora di catturare la lonza dalla pelliccia screziata. Dopo che la ebbi completamente slegata da me, come mi aveva imposto Virgilio, gliela tesi raccolta e aggrovigliata”.

E Virgilio si rivolge verso destra, e abbastanza distante dallʼorlo del cerchio la lancia giù in fondo al profondo dirupo.

Le ripe eran grommate d’una muffa

Le ripe eran grommate d'una muffa

18^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Già eravamo dove l’angusto passaggio del ponte s’incrocia con il secondo argine, e trasforma quello in appoggio ad un altro arco. Di lì sentimmo dannati che gemono sommessamente nella bolgia successiva e che con la faccia ansimano fragorosamente, e colpiscono loro stessi con le mani. Le coste erano incrostate da una fetida sostanza, per l’esalazione risalente dal fondo che vi si addensa come pasta, che faceva contrasto con la vista e con l’olfatto. 

Il fondo è così profondo, che nessun luogo è sufficiente per vedere se non salendo sul culmine dell’arco, dove il ponte di pietra è più alto. Giungemmo lì; e di lì giù nel fondo vidi dannati immersi in uno sterco che sembrava tolto dalle latrine terrene. E frattanto che io ricerco con gli occhi laggiù, vidi un dannato con la testa così sporca di sterco, che non appariva se era laico o ecclesiastico.

Da leggere: E quinci sian le nostre viste sazie del 02.01.2020

I’ m’assettai in su quelle spallacce

I' m'assettai in su quelle spallacce

17^ canto dell’Inferno. Oltre il centro.

E io, temendo che stare parecchio infastidisse lui che mi ha consigliato di stare poco, me ne tornai indietro allontanandomi dalle anime tormentate. Trovai la mia guida che era montata già sulla schiena della bestia crudele, e mi disse: “Ora sii forte e ardimentoso. D’ora in poi si scenderà con tali mezzi; sali davanti, dal momento che voglio essere mediano, così che la coda non possa nuocere”.

Com’è colui che sente avvicinarsi il brivido della febbre quartana, che ha già le unghie pallide, e trema interamente soltanto mirando un luogo ombroso e fresco, così diventai io rispetto alle parole dette; ma mi ammonì il timore di essere rimproverato, che fortifica il servitore davanti al suo valente signore. Mi sistemai sopra quella groppa; bensì volli dire, ma il suono della voce non uscì come io pensai: “Abbracciami”. 

Da leggere: Come la navicella esce di loco del 18.12.2019

Fa che di noi a la gente favelle

Fa che di noi la gente favelle

Dante, posto con Virgilio su uno degli argini che racchiudono il sangue bollente della diramazione del Flegetonte, ha detto ai tre sodomiti che fanno il girotondo sopra la spianata del terzo girone del settimo cerchio, che egli era Fiorentino, e sempre riferì e ascoltò con affetto devoto le loro azioni e i loro onorevoli nomi. “Abbandono lʼamarezza del peccato, e aspiro alle virtù teologiche e morali promesse a me da Virgilio; ma prima devo scendere fino al fondo dellʼInferno”, ha poi concluso.

Detto ciò, ha atteso la risposta del dannato che lo ha interpellato. Che non è tardata ad arrivare. Infatti, questi gli ha chiesto se le virtù convenienti a un animo nobile si trovavano a Firenze comʼera solito, o se l’avevano abbandonata totalmente; “perché Guglielmo Borsiere, il quale soffre con noi da poco tempo e si accompagna là coi compagni, ci affligge molto con le sue parole”, ha precisato.

16^ canto dellʼInferno. Oltre il centro di esso. Dove il poeta, con il volto alzato, grida così: “I nuovi abitanti e le ricchezze rapidamente acquisite hanno prodotto alterigia e dissolutezza, Firenze, nei tuoi cittadini, sicché tu già te ne duoli”.

I tre, che comprendono ciò come replica, si contemplano lʼun lʼaltro con lʼatteggiamento di chi è convinto di una verità.

Se le altre volte ti costa così poco”, rispondono tutti, “dare risposte così soddisfacenti ad altri, beato te se parli così quanto ti paia e piaccia! Perciò, se tu esci sano e salvo da queste tenebre infernali e risali sulla Terra, quando ti piacerà dire di essere venuto qui faʼ in modo di parlare di noi alle persone”.

Dopo rompono il cerchio, e ad allontanarsi correndo le loro gambe sembrano ali tanto sono veloci.

“Non si sarebbe potuto dire un amen rapidamente così come essi furono scomparsi; e perciò a Virgilio sembrò opportuno allontanarsi. Io gli tenevo dietro”, narra il poeta a questo punto, “e ci eravamo incamminati da poco, ma lo scroscio del ruscello ci era tanto vicino, che se pure avessimo parlato saremmo stati uditi a fatica”.

Ello passò per l’isola di Lenno

Ello passò per l'isola di Lenno

18^ canto dell’Inferno. Oltre il centro.

E il valente maestro, senza la mia richiesta, mi disse: “Guarda quel grande che incede, e malgrado la sofferenza non sembra che pianga: quanta altera regalità conserva tuttora! Quegli è Giasone, che con coraggio e con senno privò gli abitanti della Colchide del vello d’oro. Esso toccò in un tratto del suo percorso l’isola di Lemno dopo che le animose e crudeli donne avevano ucciso tutti i loro uomini.

“Lì con atti da innamorato e con falsi discorsi trasse in inganno Isifile, la giovanetta che in precedenza aveva tratte in inganno tutte le altre. La fece restare lì, incinta, tutta sola; un peccato così grave lo condanna a un tormento altrettanto grave; e si rende giustizia pure a Medea. Con lui se ne va chi trae in inganno le donne per il proprio piacere; e basti sapere questo della prima bolgia e di coloro che afferra e strazia dentro di sé”.

Da leggere: Le ripe eran grommate d’una muffa del 06.12.2019

Con questi Fiorentin son padoano

Con questi Fiorentin son padoano

17^ canto dell’Inferno. Al centro.

Dopo che guardai alcuni, sui quali precipita la dolorosa pioggia di fuoco, non ne riconobbi nessuno; ma io mi avvidi che dal collo a ognuno pendeva una borsa che aveva un dato colore e un dato blasone, e di qui sembra che si posino compiaciuti i loro occhi. E mentre io guardando con attenzione vengo tra di loro, vidi in una borsa gialla una figura di colore azzurro che aveva l’aspetto e l’atteggiamento di un leone. Poi, guardando oltre, ne vidi una seconda rossa come il sangue, palesando un’oca bianca più che il burro. 

 E un dannato, che aveva disegnata con una scrofa azzurra e pingue la sua borsa bianca, mi disse: “Tu che cosa fai in questa buca? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà qui alla mia sinistra. Sono padovano con questi Fiorentini: molte volte mi rintronano le orecchie gridando: ‘Venga all’Inferno il sommo cavaliere, che porterà con sé la borsa con tre capri!’ “. A questo punto deformò la bocca e tirò fuori la lingua, come il bue che si strofini il naso.

Da leggere: I’ m’assettai in su quelle spallacce del 30.11.2019

Cortesia e valor dì se dimora

Cortesia e valor dì se dimora

Eccoli, i tre del girotondo, sulla spianata sabbiosa del terzo girone del settimo cerchio dellʼInferno, quello che ospita i bestemmiatori, i sodomiti – cui appartengono quelli – e gli usurai, a pochi passi da Virgilio e Dante posti su uno degli argini di pietra, dentro cui scorre il sangue bollente della diramazione del Flegetonte.

Uno dei tre, nel presentare al poeta prima i suoi compagni e poi sé stesso, gli ha detto che se il miserabile stato di quel luogo rendeva spregevoli loro e le loro richieste, e il volto annerito e spelato e scorticato dalle fiamme, la loro fama avrebbe dovuto indurre la volontà di Dante alla benevolenza di dire loro chi fosse.

Proseguendo col dire che quegli che lo precedeva, quantunque fosse tutto nudo e senza peli, fu di rango elevato più di quanto Dante non credesse: fu nipote della virtuosa Gualdrada; si chiamò Guido Guerra, e nella sua vita operò con molto senno e coraggio.

Il terzo, che dietro a lui calpestava il terreno sabbioso, era Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole tra i vivi avrebbero dovuto essere apprezzate. E lui, che è sottoposto al tormento con loro, era Iacopo Rusticucci, e certamente – puntualizza a favore del poeta – la sua ritrosa moglie lo ha danneggiato più di altre cose.

A questo punto il dannato si è zittito, e ha aspettato la risposta di Dante. Ma questi prima di farlo, ha tenuto a precisare, come intermezzo a beneficio del lettore, che se fosse stato protetto dal fuoco, si sarebbe precipitato di sotto tra di loro, pensando che Virgilio lo avrebbe permesso; ma poiché si sarebbe bruciato e ustionato la paura ha prevalso sulla sua buona disposizione dʼanimo che lo rendeva avidamente desideroso di abbracciarli.

16^ canto dellʼInferno. Nel cuore dello stesso. In cui egli risponde in tal modo: “Non il disprezzo, ma la vostra situazione mʼimpresse il dolore nel cuore, tanto intenso che ci vorrà tempo prima che si dilegui completamente, non appena Virgilio mi ha detto parole dalle quali ho supposto che dovevate essere anime, quali voi siete, degne di riguardo.

Sono Fiorentino, e sempre riferii e ascoltai con affetto devoto le vostre azioni e i vostri onorevoli nomi. Abbandono lʼamarezza del peccato, e aspiro alle virtù teologiche e morali promesse a me da Virgilio; ma prima devo scendere fino al fondo dellʼInferno”.

Detto ciò, si pone in paziente attesa della risposta del dannato. Che non tarda ad arrivare. Eccola: “Possa tu vivere a lungo, e possa la tua nomea risplendere dopo la tua morte, di’ se le virtù convenienti a un animo nobile si trovano a Firenze com’era solito, o se l’hanno abbandonata totalmente; perché Guglielmo Borsiere, il quale soffre con noi da poco tempo e si accompagna là coi suoi compagni, ci affligge molto con le sue parole”.