Non aspettar mio dir più né mio cenno

27^ canto del Purgatorio.

Le ultime parole di Virgilio.

Sul limitare del Paradiso terrestre. Il poeta sente dire da Virgilio: «Hai visto le pene transitorie e le eterne, figlio; e sei giunto in un lungo in cui io con le mie sole forze non posso distinguere più avanti. Ti ho condotto qui con l’inventiva e con gli accorgimenti; d’ora innanzi assumi il tuo piacere come guida; sei fuori delle ripide vie, sei fuori delle vie strette.

«Vedi il sole che ti risplende sulla faccia; vedi le erbe tenere e fresche, i fiori e gli alberelli che il terreno genera qui solo spontaneamente. Finché verrà lieta Beatrice che, piangente, mi ingiunse di venire a te, puoi sederti e puoi passeggiare tra essi. Non attendere più le mie parole né i miei consigli; il tuo arbitrio è libero, retto e integro, e sarebbe una colpa non fare a suo piacere; per cui io t’incorono re e pontefice di te stesso».

Secondo il Sapegno, “…nelle parole di Virgilio (e sono le ultime che lo scrittore gli fa pronunciare), la nota malinconica e patetica del congedo è appena accennata, con virile pudicizia. L’accento batte sull’importanza dello sforzo compiuto e sulla grandezza dell’acquisto che ne consegue: il raggiungimento della felicità, invano bramata dagli uomini in terra, la conquista della libertà morale, la promessa di una più alta rivelazione”.

Dunque nel detto di Virgilio si rivela pienamente il suo ultimo momento. Nel punto in cui è giunto Dante, egli non può fare più nulla. La sua funzione, entrata in gioco nel 1^ canto dell’Inferno dopo l’apparizione al poeta delle tre fiere, è terminata. “Il maestro incorona il discepolo come signore di se stesso, affrancato dalla sua custodia, ma non può seguirlo oltre quella franchigia”, scrive al riguardo la Chiavacci Leonardi, per proseguire così: “Il profondo e doloroso tema virgiliano che dominò nei canti di Stazio…torna con tutta la sua forza in questa chiusa, dove la ridente bellezza appena intravista del giardino (l’erbette, i fiori e li arbuscelli) non vale a far dimenticare a Dante – cioè al suo verso – l’angoscia di quel disio sanza speme, di quella vista non appagata; egli è arrivato là, dice infatti Virgilio, dov’io per me più oltre non discerno”.

© NON ASPETTAR MIO DIR PIÙ NÉ MIO CENNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno

27^ canto del Purgatorio

La sosta nella notte e il sogno del poeta

Nella settima cornice del Purgatorio. Dante narra: “La via andava su diretta attraverso la parete rocciosa in una direzione tale che io interrompevo davanti a me i raggi del sole che era già prossimo al tramonto. E facemmo esperienza di pochi gradini, quando sia io sia i miei saggi percepimmo tramontare il sole alle nostre spalle, per il fatto che l’ombra sparì. E prima che l’orizzonte fosse diventato di un solo colore in tutte le sue zone sconfinate, e la notte avesse tutte le parti a essa assegnate, ciascuno di noi si coricò su un gradino; perché la legge naturale del monte ci fiaccò la forza fisica e il piacere del salire ancora.

“Quali le capre, che sono state rapaci e petulanti sopra le sommità dei monti prima che siano sazie, stanno ruminando mansuete e silenziose all’ombra, fino a quando il sole è ardente, tenute sotto la guardia del pastore, che si è appoggiato sul bastone e concede loro un poco di riposo; e quale il mandriano che soggiorna lontano dalla sua casa, trascorre la notte paziente presso il suo gregge, vigilando affinché una fiera non lo disperda; tali eravamo tutti e tre in quel momento, io come una capra, ed essi come i pastori, protetti da una parte e dall’altra dalle alte pareti di roccia.

“Lì poteva apparire poco del cielo; ma, per quel poco, io vedevo le stelle sia più luminose sia più grandi del loro solito. Nel modo detto meditando e così guardando quelle, mi vinse il sonno; il sonno che spesso, prima che avvenga l’evento, ha conoscenza dei fatti. Nell’ora, credo, in cui Venere, che appare continuamente brillante del fuoco d’amore, mandò dall’oriente i suoi primi raggi sul monte, avevo l’impressione di vedere in sogno una donna giovane e bella che andava raccogliendo fiori in una vasta pianura; e accompagnandosi col canto diceva: «Ognuno che domanda il mio nome sappia che sono Lia, e vado muovendo intorno le belle mani a confezionarmi una corona intessuta di fiori. Per compiacermi davanti allo specchio, mi faccio bella qui; ma mia sorella Rachele non si distoglie mai dalla sua contemplazione mentale, e siede sempre. Ella è desiderosa di contemplare i suoi begli occhi come io nel farmi bella con le mani; lei soddisfa la vita contemplativa, e io l’attiva»”.

© PER PIACERMI A LO SPECCHIO, QUI M’ADDORNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Pon giù omai, pon giù ogne temenza

27^ canto del Purgatorio.

L’angelo della castità e la paura di Dante.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Come quando fa scendere i primi raggi là dove versò il sangue il suo Creatore, trovandosi l’Ebro sotto la costellazione della Bilancia alta nel cielo, e le acque del Gange sono infuocate dall’ora nona, così stava il sole; per cui il giorno volgeva al termine, quando l’angelo di Dio ci apparve lieto. Stava sul ciglio della cornice fuori della cortina di fuoco, e cantava ‘Beati i puri di cuore!’ con voce assai intensa più che l’umana.

“Dopo ci disse quando noi gli fummo vicino: «Non si procede oltre, anime sante, se prima la fiamma non reca molestia: entrate in essa, e porgete orecchio al canto che risuona dall’altra parte»; per cui io, divenni tale, quando lo intesi, qual è colui che è calato nella fossa. Mi tesi in avanti con le mani congiunte, contemplando il fuoco e immaginando tanto corpi umani già visti bruciati.

“Le valenti guide si rivolsero verso di me; e Virgilio mi disse: «Figliolo mio, qui vi può essere il tormento, ma non la dannazione. Ricordati, ricordati! E se io ti guidai incolume sulle spalle di Gerione, che cosa farò ora che sono più vicino a Dio? Reputa certamente che se stessi all’interno di questa cortina di fuoco ben mille anni, non ti potrebbe privare di un solo capello.

“«E se tu forse pensi che io ti tragga in inganno, avvicinati a lei, e fatti assicurare con le tue mani dall’orlo della tua veste. Deponi finalmente, deponi ogni paura; volgiti in qua e vieni: entra certo e tranquillo!». E io ancora immobile e contro la mia coscienza. Quando mi vide stare ancora immobile e ostinato, un poco crucciato disse: «Ora vedi, figlio: tra Beatrice e te c’è solo questo ostacolo».

“Come Piramo al nome di Tisbe aprì gli occhi al momento della morte, e la guardò, allorché i frutti bianchi del gelso diventarono rossi; così, la mia ostinazione diventata cedevole, mi volsi al saggio mentore, sentendo ricordare il nome che mi sorge continuamente nella memoria. Ed egli tentennò il capo e disse: «Come! Vogliamo starcene da questa parte?»; dopo sorrise come si fa col fanciullo che si lascia persuadere dalla promessa di un frutto”.

© PON GIÙ OMAI, PON GIÙ OGNE TEMENZA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan

26^ canto del Purgatorio.

Arnaldo Daniello.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Arnaldo Daniello: «Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondere a voi. Io sono Arnaldo, che espio i miei peccati e vado cantando; pensoso vedo la passata follia, e vedo gioioso il gaudio che spero, davanti a me. Ora vi prego, in nome di quella grazia divina che vi guida alla sommità della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore!».

Arnaldo Daniello (Arnaut Daniel), posto da Dante in questa cornice tra i lussuriosi, fu un poeta e trovatore provenzale. Nacque verso il 1150 in Dordogna e fu attivo nella sua produzione artistica nel trentennio che va dal 1180 al 1210, quando presumibilmente morì. Legato da una profonda amicizia con un altro importante trovatore dell’epoca, Bertram dal Bornio (Bertran de Born), anch’egli assurto alla gloria eterna nel 28^ canto dell’Inferno, forse fu il più grande maestro del “trobar clus”, una tipologia di ardua e complessa poetica, basata su una tecnica abilmente elaborata per non dire oscura, che contraddistinse anche altri trovatori.

Di lui si sono rintracciate 18 tra canzoni e poesie. Menzionato, oltre che nel 26^ canto del Purgatorio, anche nel De Vulgari Eloquentia, nonché prendendolo a modello nelle Rime petrose, il poeta ne imita la sestina lirica di Lo ferm voler qu’el cor m’intra. A tal proposito, la Chiavacci Leonardi chiosa: “Quella tappa della sua storia poetica, così importante per il linguaggio della Commedia, è qui riconosciuta altamente da Dante, non meno dell’altra rappresentata dalle dolci rime del Guinizzelli.

“Il suo stretto rapporto e il suo debito verso il provenzale sono stabiliti esplicitamente da questo passo del Purgatorio, non solo perché in esso Arnaut è fatto maggiore (miglior fabbro del parlar materno, ndr), dal punto di vista tecnico, di tutti i poeti volgari, ma anche per l’eccezionale omaggio resogli della lunga parlata nella sua lingua, nella quale, come vedremo, Dante fa trasparire la sua stessa voce”.

A questo punto, non ci resta che riportarla, questa “lunga parlata nella sua lingua”, parafrasata in apertura nel linguaggio odierno:

«Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

© IEU SUI ARNAUT, QUE PLOR E VAU CANTAN

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Son Guido Guinizzelli, e già mi purgo

26^ canto del Purgatorio.

Guido Guinizzelli.

Nella settima cornice del Purgatorio. Guido Guinizzelli a Dante: «Dunque conosci le nostre azioni e di che cosa fummo colpevoli: se per caso vuoi sapere chi siamo quanto al nome, non c’è tempo per parlarne, e non saprei. Tuttavia diminuirò il tuo desiderio riguardo a me: sono Guido Guinizzelli, e già mi ritrovo qui per essermi pentito appieno prima che alla fine della vita».

Guido Guinizzelli, collocato dal poeta in questa cornice tra i lussuriosi, nacque a Bologna nella prima metà del XIII^ secolo e morì a Monselice, nel Padovano, verso la fine del 1276. Fu un tipico rappresentante della cultura cittadina del suo tempo, sia in qualità di giudice sia da un punto di vista artistico. Esponente di spicco delle controversie politiche bolognesi come ghibellino sodale dei Lambertazzi, fu costretto all’esilio a Monselice, quando nel 1274 prevalsero i guelfi Geremei,

Fu indicato da Dante quale il più famoso rimatore in volgare prima del Cavalcanti (si veda il riferimento a entrambi nel 11^ canto, vv. 97.98) e il suo Canzoniere, alquanto scarno per ciò che riguarda il numero delle poesie (15 sonetti e 5 canzoni), fu comunque quello che inaugurò il nuovo corso della lirica amorosa nel nostro Paese, dando il via a tematiche e modalità compositive di quella corrente letteraria nota col nome di Dolce stil novo.

In questo canto il poeta gliene dà sicura testimonianza, “chiamandolo padre del gruppo di poeti che con lui usarono le nuove rime d’amore. E ne resta documento il sonetto-rimprovero di Bonagiunta, che riconosce polemicamente in lui il creatore di un nuovo modo di far poesia: «Voi ch’avete mutato la manera/de li piacenti detti de l’amore»”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

La poetica del primo Guinizzelli trovò l’apice con la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, il componimento che inaugurò lo stil novo, sia per la forma sia per il contenuto, a cui si devono affiancare altri sonetti, come Gentil donzella, di pregio nomata, atti a fissare i temi precipui della nuova poesia. E il valore che il Guinizzelli ebbe per Dante come colui che diede inizio alle nove rime, si rivela proprio nel 26^ del Purgatorio.

© SON GUIDO GUINIZZELLI, E GIÀ MI PURGO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Lì veggio d’ogne parte farsi presta

26^ canto del Purgatorio.

Le due schiere di lussuriosi e gli esempi di lussuria punita.

Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Frattanto che ce ne andavamo così lungo il margine, uno davanti all’altro, e spesso il buon maestro mi diceva: «Sta’ attento: ti sia utile che io ti faccia accorto»; il sole mi colpiva a destra, che già, risplendendo, cambiava in bianco il colore celeste del cielo di tutto l’occidente; e io con la mia ombra facevo apparire più rosseggiante la cortina di fuoco; e soltanto a un così piccolo indizio, andando, vidi molte ombre riflettere.

“Questa fu la causa che gli fornì l’occasione di parlare di me; e iniziarono a dirsi: «Quello non sembra un corpo apparente»; poi alcuni si fecero avanti verso di me, quanto gli era possibile farsi avanti, nondimeno con la cura di non uscire nel punto in cui non fossero arsi.

“«O tu che segui gli altri, non per il fatto che tu sia più pigro, ma forse con un atteggiamento di riverenza, rispondi a me che brucio nella sete e nel fuoco. Né la tua replica è necessaria solo a me; perché tutti questi ne hanno una sete più intensa che gli Indiani o gli Etiopi di acqua fredda. Dicci com’è che rendi la tua persona un ostacolo ai raggi del sole, proprio come se tu non fossi ancora entrato dentro alla rete della morte».

“Così mi parlava uno di essi; e io mi sarei già palesato, se non avessi volto l’attenzione a un’altra novità che si mostrò in quel momento; perché al centro della strada occupata dalla fiamma si avvicinarono spiriti in direzione opposta a quella dei primi, i quali mi resero attento nel guardarli fissamente. Nel momento dell’incontro vedo dappertutto ogni ombra affrettarsi e baciarsi l’una con l’altra senza fermarsi, soddisfatte delle festose accoglienze di breve durata; così nella loro fila scura le formiche si toccano l’un l’altra col muso, forse per chiedere notizie sul loro viaggio e sulla loro sorte.

“Appena interrompono il bacio di amicizia, prima che nel punto d’incontro abbiano compiuto il primo passo per allontanarsi, ciascuna si sforza di gridare quanto più forte si può: le ombre appena giunte: «Sodoma e Gomorra»; e le prime: «Pasife s’introduce nella vacca di legno, affinché il giovane toro corra verso la lussuria di lei». Poi, come le gru che si separassero alcune volando verso i monti Rifei, e altre verso i deserti sabbiosi della Libia, queste ritrose al freddo, quelle al caldo, così una delle schiere se ne va, l’altra viene verso di noi; e, piangendo, tornano all’inno precedente e al gridare che gli è più confacente; e si accostano a me, come prima, quelli stessi che mi avevano pregato, attenti ad ascoltare per quanto traspariva dai loro volti”.

© LÌ VEGGIO D’OGNE PARTE FARSI PRESTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra

25^ canto del Purgatorio.

Il muro di fuoco e gli esempi di castità.

Nella settima cornice. Il poeta narra: “Ed eravamo già giunti all’ultima cornice, e volti a destra, ed eravamo attenti a un’altra cosa che ci attirava a sé. Lì la parete scaglia fuori una cortina di fuoco, e l’orlo esterno della balza soffia verso l’alto un vento che la respinge e porta via da essa un passaggio allontanandola; per cui era necessario che noi avanzassimo uno per volta dalla parte aperta verso il vuoto; e io di qua temevo il fuoco, e di là temevo di precipitare.

“La mia guida diceva: «In questo punto si devono frenare gli occhi, poiché si potrebbe deviare facilmente dalla via». In quel momento in mezzo alle grandi fiamme udii spiriti che cantavano ‘Dio di somma clemenza’, che mi fece importare di volgermi al canto non meno di tenere a freno gli occhi; e vidi spiriti andanti attraverso la cortina di fuoco; per cui io guardavo loro e i miei passi, alternando gli sguardi ora verso gli spiriti ora verso il cammino.

“Dopo l’ultima parte che si recita di quell’inno, gridavano forte: ‘Non conosco uomo’; dopo riprendevano a cantare l’inno a bassa voce. Finito questo, di nuovo gridavano: «Diana visse ritirata nei boschi, e ne scacciò Elice che aveva gustato il veleno dell’amore». Dopo tornavano a cantare; dopo gridavano mogli e mariti che furono esenti dalla colpa come ci prescrive di essere la virtù morale e l’obbligo della fedeltà coniugale. E credo che questo comportamento sia loro sufficiente per tutto il tempo che il fuoco li brucia: con tale cura e con tali nutrimenti spirituali alla fine è inevitabile che si rimargini la ferita del peccato”.

© QUIVI LA RIPA FIAMMA IN FUOR BALESTRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Apri a la verità che viene il petto

25^ canto del Purgatorio

L’origine dell’essere umano, dell’anima e del corpo aereo delle ombre

Tra la sesta e la settima cornice. Stazio a Dante: «Se l’intelletto tuo, figlio, esamina attentamente e accoglie in sé le parole mie, ti saranno luce al dubbio che tu esprimi. Il sangue che stilla puro, che poi non viene assorbito dalle avide vene, e rimane come un cibo che si toglie da una tavola, deriva dal cuore paterno la potenza formativa a tutte le membra del corpo umano, come quello che va attraverso le vene a nutrire quelle formate del corpo.

«Elaborato di nuovo, si raccoglie dov’è più conveniente tacere che parlare; e di lì in seguito stilla sopra il sangue dell’altro sesso nel recipiente naturale. Lì si riuniscono insieme l’uno e l’altro, l’uno predisposto a subire, e l’altro ad agire a causa del perfetto luogo da cui è spremuto; e, congiunto con esso, inizia a esercitare la sua operazione prima formando un coagulo, e poi dà vita a ciò che fece trasformare in materia consistente.

«Diventata un’anima la potenza formativa quale è quella di una pianta, divergente in ciò, che la prima continua a operare e la seconda è già compiuta, poi agisce tanto, che già si muove e sente, come una spugna marina; e dopo comincia a formare gli organi dei sensi di cui è il principio generativo. Una volta si allarga, figliolo, una volta si spande, la potenza che è derivata dal cuore del genitore, in cui la natura è intenta a formare tutte le parti del corpo umano.

«Ma come da feto divenga parlante, tu non lo comprendi ancora: questo è un tale argomento, che già indusse in errore uno più sapiente di te, sicché secondo il suo insegnamento affermò come separato dall’anima l’intelletto possibile, perché non vide nessun organo del corpo assunto da esso. Accogli la verità che sto per annunciarti; e sappi che, appena nel feto il formare del cervello è compiuto, il primo Motore si volge verso di lui soddisfatto sopra una così mirabile opera della natura, e v’infonde uno spirito nuovo, ricolmo di potenza intellettiva, che assimila al suo essere ciò che trova in atto nel feto, e si forma un’anima sola, che ha facoltà vegetativa e sensitiva e riflette sé stessa su sé stessa.

«E affinché provi meno stupore del mio discorso, guarda il calore del sole che diventa vino, congiunto alla linfa che stilla dai tralci della vite. Quando Lachesi non ha più di quel lino di cui dispone, l’anima si scioglie dal corpo, e ne porta via con sé virtualmente sia le facoltà umane e sia le divine: le facoltà sprovviste di organi sono tutte quante inerti; la memoria, l’intelligenza e la volontà sono attive molto più che durante la vita.

«Senza fermarsi, con un mirabile impulso interno l’anima precipita a una delle sponde; lì per la prima volta comprende quale sarà la sua sorte in eterno. Appena lì uno spazio aereo la circonda, la potenza formativa irradia intorno così e quanto nel corpo vivente. E come l’aria, quando è molto pregna di umidità, a causa del raggio di sole che si riflette su sé stesso, si abbellisce dei vari colori dell’arcobaleno; così lì si dispone lo spazio aereo circostante e secondo quella parvenza corporea che è in lui informa di sé per effetto della sua virtù l’anima che si fermò; e simile poi alla fiamma che asseconda la lingua di fuoco là dovunque si trasferisca, la sua nuova parvenza corporea segue l’anima.

«Poiché di conseguenza ha in seguito la sua visibilità, è chiamata ombra; e di conseguenza forma poi ogni organo di senso fino alla vista. Di conseguenza parliamo e di conseguenza noi ridiamo; di conseguenza produciamo le lacrime e i sospiri che puoi aver udito per il monte. A seconda di come ci tormentano i desideri e gli altri sentimenti, l’ombra li esprime sensibilmente; e questa è la causa del fatto di cui tu provi meraviglia».

© APRI A LA VERITÀ CHE VIENE IL PETTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

25^ canto del Purgatorio.

La magrezza dei golosi.

Tra la sesta e la settima cornice. Il poeta narra: “Era l’ora in cui il salire non consentiva indugio; perché il sole aveva lasciato il meridiano alla costellazione del Toro e la notte a quella dello Scorpione: per cui, come agisce chi non si ferma ma prosegue il suo cammino, qualsiasi cosa gli si mostri, se lo colpisce l’incitamento della necessità, così noi ci avviammo per il passaggio stretto, uno davanti all’altro inoltrandoci per la scala che a causa della strettezza obbliga coloro che salgono ad avanzare in fila.

“E quale il piccolo della cicogna che solleva l’ala per il desiderio di volare, e non si azzarda di allontanarsi dal nido, e la piega; tale ero io con il desiderio di domandare che si accendeva e si spegneva, giungendo fino al gesto che fa colui che si dispone a parlare. Il mio caro padre non tralasciò di parlare, per quanto fosse rapido l’andare; ma disse: «Distendi l’arco del dire, che hai teso fino alla punta ferrata della freccia».

“Quindi aprii tranquillamente la bocca e iniziai a dire: «Come può dimagrire un corpo in cui non si fa sentire bisogno di nutrirsi?».

“«Se ti rammentassi come Meleagro si logorò al ridurre a nulla di un tizzone ardente, questo non ti sarebbe così ostico», disse; «e se tu considerassi come, al guizzo della persona, l’immagine umana guizza all’interno dello specchio, ciò che sembra arduo a comprendere ti sembrerebbe agevole. Ma affinché ti acquieti dentro al tuo desiderio, ecco qui Stazio; e io lo invoco e prego che adesso sia il risanatore delle piaghe della tua mente».

“«Se gli rivelo la conoscenza delle cose eterne dandogli la possibilità di vederle», rispose Stazio, «quando ci sei tu, mi sia di scusa il non poter io rifiutarmi»”.

© ECCO QUI STAZIO; E IO LUI CHIAMO E PREGO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970






Sì tra le frasche non so chi diceva

24^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di golosità punita.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quale il cavaliere talora galoppa fuori da un drappello che faccia una scorreria in campo nemico, e va per procurarsi la degna fama del primo scontro, tale si allontanò da noi tre con passi più lunghi; e io rimasi in cammino solo con i due che furono maestri di vita così insigni dell’umanità. E quando si fu allontanato da noi, tanto che i miei occhi gli tennero dietro, come l’intelletto a ciò che le sue parole significavano, mi apparvero i rami carichi di frutti e pieni di vita e di vigore di un altro albero, e non molto lontani per il fatto che soltanto in quel momento mi ero volto verso là.

“Vidi spiriti sotto di esso sollevare le mani e gridare non so che cosa verso le foglie, come bimbi avidi e sprovveduti che pregano, e la persona pregata non esaudisce la preghiera, ma, per far essere più intenso proprio il loro desiderio, tiene in alto l’oggetto desiderato e non lo nasconde. Poi si allontanarono come se fossero disingannati; e noi giungemmo rapidamente al grande albero, che non esaudisce tante preghiere e lacrime.

“«Passate oltre senza avvicinarvi: in cima al monte c’è l’albero il cui frutto fu addentato da Eva, e questa pianta derivò da esso». Così tra il fogliame diceva non so chi; per cui Virgilio e Stazio e io, avvicinati, proseguivamo dalla parte del monte che s’innalza. Diceva: «Vi sovvenga dei maledetti generati da una nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con la loro duplice natura; e degli Ebrei che si dimostrarono lascivi nel modo in cui si misero a bere, per cui Gedeone non li accettò come compagni, quando discese i colli verso l’esercito di Madian».

“Così passammo avvicinati a uno dei due margini della cornice, sentendo ricordare esempi del peccato di gola seguiti già da miseri danni e castighi. Poi, discostati dal monte e tra noi procedendo lungo il pavimento deserto del ripiano, ci fecero arrivare avanti ben mille e più passi, ciascuno meditando in silenzio. «Che cosa andate pensando così voi tre soli?», disse una voce improvvisa; per cui io sussultai come fanno le bestie impaurite mentre riposano tranquille.

© SÌ TRA LE FRASCHE NON SO CHI DICEVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970