Segnato è or da voi lo mio cervello

33^ canto del Purgatorio

Il serrato dialogo tra Beatrice e il poeta

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “«Ognuno che lo depreda con violenza o lo rompe, compie un sacrilegio con un atto che reca offesa a Dio, che lo creò inviolabile solo per utilizzarlo ai propri fini. Per aver addentato il suo frutto, la prima anima per più di cinquemila anni agognò con pena e con desiderio Colui che con la sua morte riscattò il peccato originale. Il tuo acume intellettualeè offuscato come nel sonno, se non intende rettamente che per una causa particolare lui è tanto alto e così stravolto sulla sommità.

“«E se i pensieri di cose vane non fossero stati come l’acqua dell’Elsa intorno al tuo intelletto, e il compiacimento che provavi in essi come fu Piramo per i frutti bianchi del gelso, anche solo per queste circostanze comprenderesti quanto all’albero, nel divieto di toccarlo, la giustizia di Dio secondo il senso morale. Ma poiché io ti vedo diventato di pietra nell’intelletto e, pietrificato, ottenebrato, sicché ti sopraffà la luce di verità delle mie parole, voglio pure, e anche se non impresse nella memoria, almeno adombrate, che tu le porti via da qui dentro di te proprio per quel motivo per cui si riporta dalla Terra Santa il bastone da viaggio ornato da un ramo di palma».

“Eio: «Come la cera segnata dal suggello, che non altera la figura impressa, così adesso la mia memoria serba le parole dette da voi. Ma perché il vostro desiderato discorso s’innalza al di sopra della mia capacità intellettuale, che tanto più non riesce ad afferrarlo quanto più si sforza?».

Disse: «Affinché tu comprenda i limiti di quella dottrina che hai seguito, e veda come il suo insegnamento possa avere le forze di seguire il mio discorso; e tu veda che la sapienza umana è diversa tanto dalla divina, quanto è distante dalla Terra il cielo che più alto di tutti si affretta nel suo volgersi».

“E io le risposi: «Non mi ricordo che mi sia mai allontanato da voi, né ne ho la coscienza che rimorda».

“«E se tu non te ne puoi ricordare», sorridendo rispose, «ora ricordati come oggi bevesti l’acqua del Lete; e come l’esistenza del fuoco si deduce dal fumo, così questa dimenticanza prova in modo manifesto qualche colpa nella tua volontà rivolta altrove. Tuttavia a questo punto le mie parole saranno senza velo di figura, quanto sarà confacente renderle accessibili alla tua intelligenza rozza»”.

© SEGNATO È OR DA VOI LO MIO CERVELLO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Non sarà tutto tempo sanza reda

33^ canto del Purgatorio

Il canto delle sette donne e la profezia di Beatrice

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “’Dio, vennero le genti!’, le donne iniziarono a intonare, alternandosi nel dilettevole canto una volta le tre una volta le quattro, e piangendo; e Beatrice, addolorata e pietosa, le ascoltava così mutata, che poco più fu il cambiamento di Maria sotto la croce. Ma dopo che le sette donne le diedero agio di parlare, alzatasi in piedi, rispose, rossa in viso: ‘Ancora un poco, e non mi vedrete più; e ancora un altro poco, amate sorelle mie, e voi mi rivedrete’.

“Poi se le mise innanzi tutte e sette, e dietro di sé, solo con un cenno, indusse me e la donna e il saggio che rimase. Così se ne andava; e non credo che avesse poggiato in terra il decimo passo suo, quando mi ferì con il fulgore del suo sguardo; e con sereno sembiante mi disse: «Vieni in fretta, tanto che, se io converso con te, tu sia davvero indotto ad ascoltarmi». Quando io le fui accanto, com’era mio dovere, mi disse: «Fratello, perché non ti azzardi finalmente a pormi domande mentre vieni con me?».

“Come a coloro che di fronte a un loro superiore per grado e autorità sono troppo riverenti mentre parlano, che non esprimono la parola in modo che si possa intendere chiaramente, così accadde a me, che con una voce non pienamente udibile iniziai a dire: «Signora, voi sapete la mia necessità, e ciò che è conveniente a essa».

“Ed ella a me: «Voglio che tu d’ora innanzi ti liberi dal timore e dalla vergogna, sicché non parli più come chi sogna. Sappi che il carro che il drago spezzò, non è quello che fu; ma chi ne ha colpa, reputi che la punizione di Dio non si arresterà dinanzi alle difese del reo. Non sarà sempre senza erede l’aquila che lasciò le piume sul carro, per cui divenne mostro e in seguito bottino; poiché io vedo sicuramente, e perciò lo rivelo, già vicine le costellazioni, al sicuro da ogni ostacolo e da ogni contrasto, ad assegnarci un tempo nel quale un D.X.V., inviato da Dio, ucciderà la prostituta con quel gigante che commette una grave colpa con lei”.

“«E forse il mio racconto enigmatico, quale gli oracoli di Temi e gli enigmi della Sfinge, ottiene meno il tuo consenso, perché stanca il tuo intelletto alla loro maniera; ma presto gli eventi saranno come le Naiadi, che risolveranno questo vaticinio arduo senza la perdita di pecore o di raccolti. Tu scrivi nella memoria; e come sono state dette da me, così esponi queste parole agli uomini riguardo al vivere che è un correre verso la morte. E ricordati, quando tu le scriverai, di non nascondere come hai visto l’albero che poco fa lì è stato spogliato due volte”.

© NON SARÀ TUTTO TEMPO SANZA REDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970