Poi cerchiaro una pianta dispogliata

32^ canto del Purgatorio

La fermata presso l’albero robusto

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Come una schiera di soldati per suo scampo si rivolge indietro invertendo la direzione di marcia proteggendosi sotto gli scudi, ed esegue una conversione con l’insegna, prima che possa volgersi completamente; così la parte anteriore di quel corteo del celeste regno che precedeva il carro, ci passò tutta avanti prima che il carro volgesse il timone.

“Dopo le donne tornarono presso le ruote, e il grifone fece procedere così il benedetto carro, che tuttavia nessuna piuma si mosse. La bella donna che mi condusse a varcare il fiume e Stazio e io seguivamo la ruota che impresse a terra la sua traccia con un arco minore. Così percorrendo lentamente l’alta selva deserta per colpa di colei che prestò fede al serpente, un canto celestiale regolava i passi.

“Ci eravamo allontanati quasi di tanto spazio, quanto ne è solito percorrere una freccia scoccata in tre tiri d’arco, quando Beatrice smontò dal carro. Io udii ripetere a fior di labbra da tutti «Adamo»; poi si disposero a cerchio intorno a una pianta privata di foglie e di fronde fiorite ogni ramo. La sua chioma, che tanto più si allarga quanto più s’innalza, sarebbe considerata con stupore dagli Indiani per l’altezza nei loro boschi.

“«Sei beato, grifone, che non strappi col becco questo albero dolce quanto all’assaggio, poiché il ventre si contorce dolorosamente per effetto di ciò». Così gli altri gridarono intorno all’albero robusto; e l’animale con la doppia natura: «Così si mantiene integro il principio di ogni giustizia». E volto al timone che esso aveva trascinato, lo trainò alla base della pianta spoglia, e lo lasciò legato a essa con un ramo della pianta stessa.

“Come le piante terrene, quando la luce del sole piove sulla Terra fusa con quella che risplende seguendo la costellazione dei Pesci, diventano rigonfie, e poi ciascuna si rinnova con i suoi fiori, prima che il sole congiunga i suoi veloci cavalli sotto la costellazione successiva; così facendo sbocciare fiori dal colore meno acceso che quello delle rose e più intenso che quello delle viole, nuovamente si vestì di foglie e di fiori la pianta, che prima aveva i rami così spogli. Io non lo compresi, né è di quelli che in Terra si canta il canto sacro che in quel momento cantarono quelle figure, né sopportai tutto quanto il canto”.

© POI CERCHIARO UNA PIANTA DISPOGLIATA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La doppia fiera dentro vi raggiava

31^ canto del Purgatorio

Il grifone

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Da lì mi prese tra le braccia, e mi fece entrare bagnato all’interno del cerchio danzante delle quattro donne; e ciascuna formò col braccio una copertura sul mio capo. «Noi qui siamo ninfe e nel cielo siamo stelle; prima che Beatrice apparisse in Terra, fummo destinate da Dio a lei come sue serve devote. Ti condurremo davanti ai suoi occhi; ma a penetrare nello splendore gioioso che c’è internamente aguzzeranno i tuoi le tre dall’altra parte del carro, che arrivano a discernere più in profondità».

“Così iniziarono a dire cantando; e poi mi condussero con loro davanti al petto del grifone, in cui Beatrice stava volta a noi. Dissero: «Adopera la tua capacità visiva a guardarla; ti abbiamo condotto davanti agli occhi rilucenti come smeraldi da cui Amore vibrò già i suoi dardi contro di te». Mille desideri ardenti più che la fiamma mi spinsero e tennero fissi gli occhi negli occhi splendenti, che stavano ancora fissi sul grifone.

“Come la luce del sole si riflette nello specchio, non in modo diverso l’animale con la doppia natura vi mandava lume attraverso, una volta con alcuni atteggiamenti, una volta con altri. Pensa, lettore, quanto io mi meravigliavo quando vedevo il grifone stare fermo sempre identico a sé stesso, e mutava il proprio aspetto nella sua immagine riflessa negli occhi di Beatrice. Frattanto che la mia anima stupita e lieta assaporava quel cibo che, appagando il desiderio di sé, suscita la sete di sé, mostrandosi di più eccelso grado, le altre tre avanzarono di qualche passo, danzando al ritmo del canto celestiale.

“«Volgi, Beatrice, volgi gli occhi santi», erano i versi del loro canto, «al tuo fedele che, per vederti, ha sostenuto ardue prove! Per cortese degnazione concedici il favore che riveli a lui il tuo viso, sicché veda l’altra bellezza che tu nascondi».

“Quale poeta impallidì così sotto l’ombra del Parnaso, o si dissetò alla sua fonte, che non sembrasse avere le facoltà dell’animo confuse, provando a descriverti, o specchio della vivida Luce divina, quale apparisti quando nell’aria aperta ti sciogliesti dal velo, là dove il cielo ti raffigura rendendo armonia?”.

© LA DOPPIA FIERA DENTRO VI RAGGIAVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970