Vero è ch’altra fiata qua giù fui

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Nell’età medievale fu molto popolare una leggenda, la quale si fondava sul fatto che Virgilio rientrasse a pieno titolo nell’ampio stuolo dei magi, che popolavano il mondo antico.

Leggenda, peraltro, che qualche commentatore vide accennata in diversi passi dell’Inferno dantesco: per esempio, nel nono canto, quando Virgilio, all’uopo incalzato da una maliziosa domanda di Dante, gli risponde di essere sceso già una volta dal Limbo, sua dimora abituale, nell’Inferno vero e proprio, costrettovi dagli scongiuri di Eritone, “che evocava il ritorno delle anime nei loro corpi” – per la cronaca, una maga della Tessaglia, di cui parla Lucano nella Farsalia, la quale indusse al ritorno sulla Terra un morto, affinché anticipasse a Sesto Pompeo l’esito della battaglia di Farsalo.

Quindi, nel dodicesimo canto, allorché Virgilio, invitando Dante a sbrigarsi a scendere lungo la discesa di un dirupo, a guardia del quale vi è il Minotauro, conforta il suo pupillo, premettendo a una lunga spiegazione sulle origini della frana: “Devi sapere che l’altra volta in cui discesi quaggiù nel basso Inferno…”

Da ultimo, nel ventunesimo canto, nel momento in cui Virgilio, minacciato dai diavoli Malebranche, dice a Dante di nascondersi dietro uno sperone di roccia – ci troviamo nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio, quella dei barattieri – e di non preoccuparsi più che tanto, perché lui già si è trovato nella stessa situazione di pericolo, appunto quando era sceso all’Inferno.

Fin qui i riferimenti, verso i quali altri commentatori hanno parlato invece di ‘occhio disattento’. A partire da Pietro, il figlio del poeta, Benvenuto e Lana, a proposito della discesa di Virgilio all’Inferno, costoro si sono trovati concordi nel ritenere la stessa una mera invenzione letteraria suggerita loro, aggiungono altri, da una analoga circostanza esistente nell’Eneide, dove la Sibilla, guida di Enea, racconta a costui di essere già scesa un’altra volta nell’Ade, insieme a Ecate.

Per cui, il riferimento all’intervento della maga tessala, che facilita la discesa di Virgilio, non è altro che artificio creato ad hoc da Dante, per rendere attendibile la preventiva conoscenza di Virgilio dei luoghi da attraversare. Infatti, ci si è chiesto, in quale altro modo la guida spirituale di Dante avrebbe potuto accompagnare speditamente il Sommo Poeta nel meandri dell’Inferno, se non lo avesse già visitato?

Tuttavia, a fine ’800, la secolare querelle sul Virgilio – mago fu chiusa dal Comparetti, nel suo Virgilio nel Medio Evo (1872), che ammoniva: “… è un errore ben grande… il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c’è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago e taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità”. E ciò basti a noi poveri mortali.

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Così sen va, e quivi m’abbandona

Così sen va, e quivi m'abbandona

Nel momento in cui i due poeti si erano visti sbarrare il passo dai diavoli-guardiani della città di Dite, Virgilio aveva fatto un cenno con la mano al loro capo, a significare di voler conferire con lui in disparte. E così i due si erano appartati, dando vita a un breve e concitato dialogo, sotto lo sguardo allibito del povero Dante. Ah, se avesse potuto udire che cosa si stavano dicendo quei due!

Così sen va, e quivi m’abbandona, e io resto nel dubbio, tanto che nella mia mente si alternano pensieri diversi”. Questo scriverà il poeta nella parte conclusiva del canto ottavo dell’Inferno.

Per chiosare poi: “Non potei sentire ciò che disse loro; ma egli non stette là insieme ad essi per molto tempo, tanto che tutti corsero all’interno come se gareggiassero”.

Bene. Ci sembra di vederli questi diavoli – compreso il capo che, non avendo raggiunto alcun accordo con Virgilio, si stacca bruscamente da lui, indicando con gli occhi color dellʼossidiana, l’entrata ai sottoposti – che oltrepassano di corsa la porta, mentre l’ultimo di essi, con un ghigno di soddisfazione, la chiude in faccia a Virgilio!

Eh sì, un vero e proprio smacco per il maestro, che non avrebbe mai immaginato di dover subire, nemmeno nei suoi incubi peggiori, quando era vivo. Come! Questo affronto a me!, deve aver pensato; non a caso il poeta ci riferisce che, nel momento in cui si riaccostò a lui, dopo averlo visto camminare a testa bassa e con le sopracciglia aggrottate, egli andava borbottando: “Guarda un po’ chi mi ha impedito l’accesso a Dite!”

Per proseguire, lanciando uno sguardo fiero a Dante, mentre si riaccosta a lui: “Tu, per quanto io mi addolori, non turbarti, poiché io lotterò e prevarrò, chiunque all’interno delle mura si adoperi per non farci entrare. Questa loro prepotenza non è una novità; perché prima d’ora la mostrarono ai danni della porta esterna, la quale tuttora è priva di serratura. Sulla parte alta di essa tu hai visto scritte parole disperate: e già dopo di essa scende il declivio, oltrepassando i cerchi senza guida, tal da cui ci sarà aperta la porta della città”.

Quest’inno si gorgoglian nella strozza

Quest'inno si gorgoglian ne la strozza

Non ci vuole molto a immaginare i due poeti, immoti sulla riva melmosa dello Stige – dopo essere discesi lungo un fosso la cui acqua non può che essere buia assai più che persa, visto l’ambiente – e spettatori inconsapevoli di uno spettacolo deprimente, nonché sconveniente: quello degli iracondi che si battono nelle acque stagnanti non soltanto con le mani, ma in special modo con le altre parti del corpo, mordendosi con i denti fino al punto di ridursi a brandelli; ancorché in quelle acque gli iracondi non si trovino in solitudine.

Infatti, a fare loro compagnia, una degna compagnia, sia detto a onor del vero, vi sono immersi in quelle acque putride gli accidiosi, “altre anime che respirano” – così Virgilio spiega a Dante – i quali, con il loro respiro, permettono a quelle di gonfiarsi in bolle sulla superficie, come il poeta può benissimo verificare da solo muovendo appena uno sguardo colmo di inquietudine.

Signori, stiamo per concludere il settimo canto dell’Inferno, e vi rendiamo edotti sul fatto che Virgilio tenta di alleviare la sofferenza del poeta, descrivendogli in un modo il più possibile didascalico la situazione che si presenta ai suoi occhi. È pur vero che non può essere diversa: dopotutto, si trovano o no all’Inferno?

Ma consentiamo al maestro di parlare in prima persona. Egli, infatti, prosegue in tal modo, nel relazionare il mesto status degli accidiosi: “A gruppi nel fango ripetono: ‘Fummo tristi da vivi, portando l’accidia dentro di noi: ora ci rattristiamo nella fanghiglia nera’. Quest’inno si gorgoglian nella strozza, perché non lo possono ripetere con la parola pronunciata per intero”, chiosa Virgilio, emettendo un gemito penoso.

Detto ciò, prende via lungo la riva e a Dante, che lo segue alquanto scosso, non resta che scrivere come chiusura del canto: “Così aggirammo un lungo arco dell’orlo estremo dello Stige, tra la riva asciutta e il fango, con li occhi volti a chi del fango ingozza: giungemmo alla fine in vista di una torre”.

Una torre all’Inferno? Certo.

Simile qui con simile è sepolto

Simile qui con simile è sepolto

Ora visualizziamo la scena in panoramica aerea, a volo d’uccello, come si dice. Che cosa vediamo sotto di noi? Un vasto spazio, da dove spuntano numerosi sepolcri di pietra con le coperture alzate e tenute su con sostegni.

Dall’interno e dai lati degli stessi, guizzano altissime e sinuose lingue di fuoco. Poi, girando appena lo sguardo, scorgiamo due puntini. Sì, sono proprio loro: i due poeti, appena varcata la porta di Dite, fermi subito dopo, che guardano in direzione dei sepolcri.

Dunque questa è la visione. Ma in tale operazione – e siamo nella chiusura del nono canto dell’Inferno – ci ha supportati non poco il paragone del poeta quando descrive ciò che è frutto esclusivo della nostra immaginazione.

Leggiamo, infatti: “Come nei pressi di Arles, alla foce del Rodano, come vicino a Pola, sul promontorio del Carnaro ai confini dell’Italia, i resti di antichi sepolcreti caratterizzano del tutto quei luoghi, così là (n.d.r. nella pianura che si staglia davanti agli occhi stupiti di Dante, non appena mette piede al seguito di Virgilio all’interno della città di Dite) era dappertutto, eccetto che lo scenario vi era più crudele; perché i fuochi erano distribuiti tra i sepolcri e collocati intorno a ognuno, a causa dei quali erano così del tutto roventi, che nessuna attività di fabbro impone che il ferro lo sia maggiormente.

Tutte le loro coperture”, precisa il poeta, “erano sollevate e puntellate, e ne venivano fuori lamenti angosciosi a tal punto, che provenivano certamente dai dannati”.

Fin qui Dante, il quale, con voce angosciata, si rivolge al maestro, chiedendogli: “Maestro, chi sono quelle anime che, sepolte dentro a quei sarcofaghi, si fanno sentire coi gemiti dolorosi?”.

E Virgilio, con uno sguardo comprensivo, gli risponde: “Sono gli eretici coi loro seguaci, distinti in sette, e molto più di quanto tu non ritenga vero i sepolcri ne sono colmi. Simile qui con simile è sepolto, e le urne sono più o meno cocenti”.

Detto ciò, Virgilio prende via, svoltando subito alla sua destra, seguito dal poeta. E noi continuiamo a vederli dall’alto, come due puntini, mentre essi si immettono, a passo svelto, in uno stretto sentiero, che s’insinua tra i primi avelli e le alte mura di Dite.

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

Pensa, lettor, se io mi sconfortai mentre ascoltavo quel discorso, perché pensai di non ritornare più sulla Terra”.

In questo passo, un vero e proprio appello a chi leggerà la sua opera – e non sarà l’unico di tali appelli – il Sommo Poeta si rivolge direttamente a costui, nella speranza di coinvolgerlo nel proprio sconcerto, e con l’intento di renderlo partecipe il più possibile nelle trame di un’esperienza, che si sta rivelando sempre più tormentosa.

Ma, precisamente, a che cosa si sta riferendo Dante? Beh, mettiamoci nei suoi panni: come si fa a non condividere la sua angustia! Ha appena sentito dire dal leader dei diavoli-guardiani di Dite – il quale, poco prima, aveva fatto cenno a Virgilio di avvicinarsi, per parlare con lui in disparte in merito all’entrata dei due poeti nella città – che doveva tornarsene indietro da solo, visto che aveva mostrato tutta la sua baldanza addentrandosi nei meandri di quel regno.

Ci siamo avvicinando a grandi passi alla parte conclusiva dell’ottavo canto dell’Inferno, e il Sommo Poeta, per la prima volta da quando ha varcato la “porta che non è negata a nessuno”, è colto dal terrore di non farcela.

Così, rivolgendosi con occhi imploranti al maestro e con voce tremante – non escludendo a priori, crediamo noi, anche un accenno di pianto, si sfoga: “O Virgilio caro, tu che spesso mi hai incoraggiato e liberato dai gravi pericoli in cui sono incorso, non mi abbandonare così distrutto; e se non possiamo proseguire, ripercorriamo subito insieme il cammino fatto”.

E Virgilio, non prima di aver lanciato uno sguardo di fuoco a quel demone che gli aveva detto, a mo’ di sfida, che lo avrebbe trattenuto in ostaggio in quel luogo di tenebre, replica a Dante fissandolo con fredda determinazione: “Non temere; perché nessuno ci può impedire il nostro passaggio: ci è stato concesso da Dio. Ma aspettami qui, e credi più in te stesso aspettandoti buone cose, poiché non ti abbandonerò nel basso Inferno”.

Detto ciò, si muove e giunge in un punto non lontano dalla porta di Dite, mentre il capo dei diavoli lo raggiunge in un battibaleno. Che cosa si diranno? Non siate ansiosi. Lo sapremo presto.

Troncandosi co’ denti a brano a brano

Troncandosi co' denti a brano a brano

Ora scendiamo senza indugio dove l’angoscia dei dannati è più intensa; già ogni stella cade che saliva quand’io mi mossi, e l’eccessivo sostare è proibito”.

Così Virgilio a Dante, concludendo il suo lungo discorso sulla entità divina chiamata Fortuna, che regge le sorti dell’intera umanità.

Ci avviamo, adesso, insieme ai due poeti, a concludere il settimo canto dell’Inferno. E, ai nostri occhi, appare la sagoma snella di Virgilio nell’atto di rialzarsi dal masso in cui sedeva fino a poco prima, dopo che egli ha pronunciato le parole di cui sopra.

E, dopo che pure Dante si è rimesso in piedi, i due scendono il declivio che conduce al cerchio degli avari e dei prodighi. Una volta oltrepassati costoro, impegnati a lanciarsi invettive durante la ‘giostra dei sassi’, egli racconta: “Noi attraversammo il cerchio fino all’orlo opposto in corrispondenza di una fonte che gorgoglia e rovescia il suo contenuto in un fosso che deriva da essa”.

L’acqua di questo fosso è piuttosto scura che nera; e i due pellegrini, coi piedi immersi nelle acque torbide, s’inoltrano con buona lena giù per un cammino, che definire malagevole è alquanto riduttivo. “Questo triste ruscello sfocia nello Stige”, chiosa Dante, “quando ha raggiunto le falde della scarpata che divide i cerchi dove incontra le rive malagevoli e plumbee”.

Pertanto, raggiunta la sponda melmosa del pantano, egli sbircia da dietro Virgilio e, aguzzando lo sguardo verso il centro della stesso, “vidi anime immerse nella palude fangosa, tutte nude, con il volto rabbioso”, prosegue nel racconto. “Queste si battevano non soltanto con la mani, ma anche con le altre parti del corpo, troncandosi co’ denti a brano a brano”.

Che Dante impallidisca, restando sconvolto dalla scena e inavvertitamente si lasci sfuggire un lamento, non è né sarà una novità per tutto il viaggio nel mondo ultraterreno. Come non è né sarà una novità il fatto che il maestro conforti il suo allievo, fornendogli puntualmente i dettagli di quanto Dante è reso partecipe – almeno fino a quando sarà la sua guida. Del resto, il suo compito è proprio questo. E ciò accadrà anche in questo caso.