Quest’inno si gorgoglian ne la strozza

Quest'inno si gorgoglian ne la strozza

Non ci vuole molto a immaginare i due poeti, immoti sulla riva melmosa dello Stige, nel punto d’inizio della scarpata che divide il quarto dal quinto cerchio dell’Inferno, e spettatori di una scena deprimente, nonché sconveniente: quello degli iracondi che si battono nelle acque stagnanti non soltanto con le mani, ma con la testa e col petto e coi piedi, mordendosi violentemente coi denti pezzo a pezzo, ancorché in quelle acque gli iracondi non si trovino in solitudine.

Infatti, a far loro compagnia vi sono immersi dannati che sospirano – così Virgilio spiega a Dante – “e fanno ribollire quest’acqua alla superficie, come ti rivela lo sguardo, dovunque si volga in giro”. Stiamo per concludere il 7^ canto dell’Inferno

Ma sia il poeta, per bocca del maestro, a continuare nel racconto. Il secondo, infatti, dice al primo a proposito degli accidiosi: “Conficcati nel fango dicono: ‘Fummo accidiosi nella vita terrena, covando nell’animo l’ira repressa: ora ci rattristiamo nella melma nera’. Si gorgogliano questo lamento nella gola, perché non lo possono emettere con la parola pronunciata per intero”.

Detto ciò, prende via lungo la riva e a Dante, che lo segue, non resta che scrivere a chiusura del canto: “Così andammo in tondo per un grande tratto della palude fangosa, tra la riva asciutta e la melma, con gli occhi rivolti agli iracondi. Da ultimo giungemmo alla base di una torre”.

Una torre all’Inferno? Certo.

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