Con questi Fiorentin son padoano

17^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

Dopo che fissai lo sguardo nel volto di taluni, sui quali piove il doloroso fuoco, non ne riconobbi nessuno; ma io mi avvidi che dal collo penzolava a ciascuno una borsa che aveva un determinato colore e un determinato stemma di famiglia, e di quella vista sembra che il loro occhio si nutra. E quando guardando con attenzione vengo tra loro, vidi su una borsa gialla un azzurro che aveva aspetto e comportamento di un leone. Poi, continuando il carro del mio sguardo a procedere oltre, ne vidi una seconda rossa come il sangue, che rappresentava un’oca più bianca che il burro.

E un dannato che aveva la sua borsa bianca con l’insegna di una scrofa azzurra e grassa, mi disse: “Tu che cosa fai in questa cavità? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano sederà qui alla mia sinistra. Sono padovano con questi Fiorentini: molte volte mi offendono l’udito gridando: ‘Sia dannato il gran cavaliere, che porterà la borsa con tre capri’ “. A questo punto distorse la bocca e tirò fuori la lingua, come il bue che lecchi il naso.

@ CON QUESTI FIORENTIN SON PADOANO

Per li occhi fora scoppiava lor duolo

17^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

Lì il maestro mi disse: “Affinché tu porti via una cognizione piena e totale di questo girone, va’ e vedi la loro condizione. I tuoi dialoghi là siano brevi; fino a che non torni, discorrerò con questa, che ci presti le sue spalle robuste”.

Così andai tutto solo di nuovo su per l’orlo estremo di quel settimo cerchio, in cui sedevano le anime anime. La loro sofferenza prorompeva in lacrime attraverso gli occhi; di qua, di là, tentavano di difendersi con le mani ora dal vapore igneo, e ora dallo strato di sabbia ardente: non in modo diverso fanno i cani d’estate una volta con il muso una volta con la zampa, tutte le volte che sono punti o dalle pulci o dalle mosche o dai tafani.

@ PER LI OCCHI FORA SCOPPIAVA LOR DUOLO

Nel vano tutta sua coda guizzava

17^ canto dellʼInferno.

Seconda parte.

Come a volte i barconi a fondo piatto stanno sulla sponda, che parzialmente sono in acqua e parzialmente in terraferma, e come là tra i Tedeschi ghiottoni il castoro si prepara a recare danno, così la fiera pessima stava sul margine che è di pietra e limita il terreno sabbioso. Tutta la sua cosa guizzava nel vuoto, piegando in su la velenosa estremità forcuta che muniva la parte terminale similmente a uno scorpione.    

La guida disse: “Adesso è utile che la nostra via devii fino a quella bestia crudele che si posa là”.

Perciò scendemmo a destra, e facemmo dieci passi sull’estremità del cerchio, per evitare con cura la sabbia e le fiamme. E quando noi giunti a lei, poco più in là vedo sulla sabbia dannati stare seduti vicino al punto estremo.

@ NEL VANO TUTTA SUA CODA GUIZZAVA

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi

17^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

“Ecco la fiera con la coda appuntita, che valica le catene montuose e vince le opere murarie e le difese! Ecco colei che corrompe e guasta tutti!”.

Nel modo suddetto la mia guida cominciò a parlarmi; e le fece cenno che venisse sull’orlo del precipizio, vicino ai margini estremi degli argini di pietra che avevamo percorsi. E quella malvagia rappresentazione simbolica della frode si avvicinò, e portò a riva la testa e il tronco, ma non avvicinò all’orlo la coda. Il suo volto era il volto di un persona leale, tanto rassicurante era il suo aspetto esteriore, e tutto il rimanente del corpo era di un serpente; aveva le zampe fornite di unghie adunche coperte di peli fino alle ascelle; aveva il dorso e il petto e ambedue i fianchi screziati da disegni in forma di nodi e figure rotonde. Con un numero maggiore di colori, di lavori di sfondo e di rilievi non confezionarono mai tessuti Tartari né Turchi, né tali tele furono poste sul telaio da Aracne.

@ SI COMINCIÒ LO MIO DUCA A PARLARMI

Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo

16^ canto dell’Inferno

(Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.)

Già era in loco onde sudia ‘l rimbombo de l’acqua che cadea ne l’altro giro, simile a quel che l’arnie fanno rombo, quando tre ombre insieme si partiro, correndo, d’una torma che passava sotto la pioggia de l’aspro martiro. Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: “Sòstati tu ch’a lʼabito ne sembri essere alcun di nostra terra prava”.

Ahimè, che piaghe vidi ne lor membri, ricenti e vecchie, da le fiamme incese! Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. A le lor grida il mio dottor s’attese; volse l viso ver’ me, e “Or aspetta”, disse, “a costor si vuole esser cortese. E se non fosse il foco che saetta la natura del loco, i’ dicerei che meglio stesse a te che a lor la fretta”.

Ricominciar, come noi restammo, ei l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, fenno una rota di sé tutti e trei. Qual sogliono i campion far nudi e unti, avviando lor presa e lor vantaggio, prima che sien tra lor battuti e punti, così rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo faceva ai piè continüo viaggïo.

E “Se miseria d’esto loco sollo rende in dispetto noi e nostri prieghi”, cominciò l’uno, “e ‘l tinto aspetto e brollo, la fama nostra il tuo animo pieghi a dirne chi tu se, che i vivi piedi così sicuro per lo ‘nferno freghi. Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, tutto che nudo e dipelato vada, fu di grado maggior che tu non credi: nepote fu de la buona Gualdrada; Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita fece col senno assai e con la spada. L’altro, ch’appresso me la rena trita, è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce nel mondo sù dovria esser gradita. E io, che posto son con loro in croce, Iacopo Rusticucci fui, e certo la fiera moglie più ch’altro mi nuoce”.

S’i’ fossi stato dal foco coperto, gittato mi sarei tra lor di sotto, e credo che ‘l dottor l’avria sofferto; ma perchio mi sarei brusciato e cotto, vinse paura la mia buona voglia che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia la vostra condizion dentro mi fisse, tanta che tardi tutta si dispoglia, tosto che questo mio segnor mi disse parole per le quali i’ mi pensai che qual voi siete, tal gente venisse. Di vostra terra sono, e sempre mai l’ovra di voi e li onorati nomi con affezion ritrassi e ascoltai. Lascio lo fele e vo per dolci pomi promessi a me per lo verace duca; ma ‘nfino al centro pria convien ch’i’ tomi”.

Se lungamente l’anima conduca le membra tue”, rispuose quelli ancora, “e se la fama tua dopo te luca, cortesia e valor dì se dimora ne la nostra città sì come suole, o se del tutto se n’è gita fora; ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole con noi per poco e va là coi compagni, assai ne cruccia con le sue parole”.

La gente nuova e i sùbiti guadagni orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.

Così gridai con la faccia levata; e i tre, che ciò inteser per risposta, guardar lun l’altro com’al ver si guata.

Se l’altre volte sì poco ti costa”, rispuoser tutti, “il satisfare altrui, felice te se sì parli a tua posta! Però, se campi d’esti luoghi bui e torni a riveder le belle stelle, quando ti gioverà dicere ‘I fui’, fa che di noi a la gente favelle”. Indi rupper la rota, e a fuggirsi ali sembiar le gambe isnelle. Un amen non saria possuto dirsi tosto così com’e’ fuori spariti; per ch’al maestro parve di partirsi. Io lo seguiva, e poco eravam iti, che ‘l suon de l’acqua n’era sì vicino, che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino prima dal Monte Viso ‘nver’ levante, da la sinistra costa d’Apennino, che si chiama Acquacheta suso, avante che si divalli giù nel basso letto, e a Forlì di quel nome è vacante, rimbomba là sovra San Benedetto de l’Alpe per cadere ad una scesa ove dovea per mille esser recetto; così, giù duna ripa discoscesa, trovammo risonar quellacqua tinta, sì che n poc’ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta, e con essa pensai alcuna volta prender la lonza a la pelle dipinta. Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, sì come l duca m’avea comandato, porsila a lui aggrappata e ravvolta. Ondei si volse inver’ lo destro lato, e alquanto di lunge da la sponda la gittò giuso in quell’alto burrato.

E’ pur convien che novità risponda”, dicea fra me medesmo, “al novo cenno che ‘l maestro con locchio sì seconda”.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno presso a color che non veggion pur lovra, ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: “Tosto verrà di sovra ciò chio attendo e che il tuo pensier sogna; tosto convien ch’al tuo viso si scovra”.

Sempre a quel ver cha faccia di menzogna de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, però che sanza colpa fa vergogna; ma qui tacer nol posso; e per le note di questa comedìa, lettor, ti giuro, s’elle non sien di lunga grazia vòte, ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro venir notando una figura in suso, maravigliosa ad ogne cor sicuro, sì come torna colui che va giuso talora a solver l’àncora ch’aggrappa o scoglio o altro che nel mare è chiuso, che ‘n sù si stende e da piè si rattrappa.

@ GIÀ ERA IN LOCO ONDE S’UDIA ‘L RIMBOMBO

Su dantepertutti.com del 04.11.2019