Or accordiamo a tanto invito il piede

17^ canto del Purgatorio.

L’angelo della pace.

Nella terza cornice del Purgatorio. Dante narra: “Come il sonno s’interrompe quando di colpo una luce improvvisa colpisce gli occhi serrati, che interrotto si dilegua a poco a poco prima che svanisca tutto; così la mia visione si dissolse appena una luce mi colpì il volto, assai più lucente che quella a cui siamo abituati. Mi volgevo per vedere dove io fossi, quando una voce disse «Si sale qui», che distolse la mia attenzione da ogni altro oggetto d’interesse; e rese il mio desiderio tanto vivo di guardare chi era che parlava, che non si acquieta mai, se non viene a fronte della cosa desiderata. Ma come davanti al sole che abbaglia la vista umana e per l’eccesso di luce nasconde la sua forma, così veniva meno la mia facoltà visiva.

“«Questo è un angelo divino, che c’indirizza verso la via per salire senza che lo si preghi, e nasconde sé stesso con la sua luce. Così agisce con noi, come uno agisce con sé; perché chi aspetta di essere richiesto per donare mentre vede il bisogno altrui, già si appresta malvagiamente al rifiuto. Ora mettiamo il piede d’accordo con il suo invito; adoperiamoci di salire prima che si faccia sera, perché poi non si potrebbe, se non ritorna il giorno».

“Così disse il mio mentore, e io con lui ci dirigemmo verso una scala; e appena io fui sul primo gradino, mi sentii vicino quasi un movimento d’ali e farmi vento nel viso e dire: ‘Beati gli operatori di pace, che sono senza l’ira cattiva!’. Gli ultimi raggi di sole a cui segue la notte erano già tanto innalzati al di sopra di noi, che le stelle si mostravano da molte direzioni. ‘O forza vitale mia, perché svanisci così?’, dicevo dentro me stesso, perché mi sentivo sospesa la forza fisica delle gambe”.

© OR ACCORDIAMO A TANTO INVITO IL PIEDE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

O imaginativa che ne rube

17^ canto del Purgatorio.

Le visioni estatiche di ira punita.

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Ricordati come, lettore, se mai ti raggiunse la nebbia in montagna attraverso la quale tu vedessi non diversamente da una talpa attraverso la pellicola che le ricopre gli occhi, quando i vapori umidi e densi iniziano a ridursi, la luce del sole penetra debolmente attraverso di essi; e la tua immaginazione sarà pronta a riuscire a vedere come io inizialmente vidi di nuovo il sole, che era già prossimo a coricarsi.

“Così, rendendo pari i miei coi passi fidati del mio maestro, uscii fuori di tale caligine ai raggi di sole già spenti sulla spiaggia. O fantasia che a volte ci sottrai così a ciò che è al di fuori di noi, che non ci si avvede della realtà per quanto intorno mille trombe emettano il loro suono, chi ti determina, se i sensi non ti offrono forme sensibili da fissare in te? Ti determina una luce che prende forma nel Paradiso, o per l’influsso delle sfere celesti o per la volontà divina che la dirige sulla Terra .

“Nella mia immaginazione apparve l’impronta della spietata crudeltà di colei che fu trasformata nell’uccello che si compiace di più a emettere suoni; e qui la mia mente fu cosi concentrata dentro di sé, che una cosa che le fosse posta in quel momento dai sensi esteriori non era percepita da essa. Poi dentro la profonda fantasia cadde uno crocifisso, sprezzante e altero per quello che appariva all’aspetto, e così moriva; intorno a lui c’era il nobile Assuero, la sua sposa Ester e l’innocente Mardocheo, che fu così integro nelle parole e nelle azioni.

“E appena questa rappresentazione svanì per propria virtù, similmente a una bolla a cui manca l’acqua sotto alla quale si formò, apparve nella mia visione una fanciulla piangendo tanto, e diceva: «O regina, perché hai voluto annullarti per un impeto d’ira? Ti sei uccisa per non perdere Lavinia; ora mi hai perduta! Sono proprio io che piango, madre, per la tua morte cruda piuttosto che per quella di altri»”.

© O IMAGINATIVA CHE NE RUBE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970