Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero

27^ canto dell’Inferno.

Guido da Montefeltro.

Nell’ottava bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Guido da Montefeltro dice a Dante: «Io fui guerriero, e poi fui frate minore, credendomi di espiare le mie colpe, così vestito di quel cordiglio che funge da cintura nell’abito dei francescani; e certo la mia credenza si sarebbe interamente compiuta, se non fosse stato il sommo sacerdote, che gli venga un accidente!, che mi riportò nelle colpe precedenti; e come e perché, voglio che tu oda con attenzione».

Guido da Montefeltro, collocato dal poeta in questa bolgia tra i consiglieri fraudolenti, fu un uomo dalla vita alquanto avventurosa. Dal 1274 capo dei Ghibellini romagnoli, per cinque anni fu il paladino, come capitano del popolo di Forlì, della lunga resistenza contro il papa a favore delle prerogative comunali, finché nel 1281 Martino IV, istigato dai Geremei, i Guelfi bolognesi, affidò a Giovanni d’Appia, il rettore di Romagna, il mandato di debellare quella.

Il d’Appia, alla testa di una coalizione di truppe papali, angioine e francesi, iniziò l’assedio della città, fino a quando commise un errore fatale, che permise al nostro eroe d’ideare una geniale contromossa. Poiché una parte degli assedianti, prevalentemente cavalieri francesi, era penetrata in città attraverso una porta difesa per finta, le forze resistenti si concentrarono sulla parte delle truppe restata al di fuori, così che alla fine, in due fasi, i difensori prevalsero su entrambe le parti nemiche.

Ma subito dopo Guido da Montefeltro si rese conto che i Forlivesi erano comunque rassegnati a cedere le armi, e così si ritirò sui monti con pochi amici; e, dopo aver firmato la pace con Onorio IV, se ne stette per qualche tempo al confino di Chioggia. Tornato nel consorzio civile nel 1289, a Pisa, fu eletto capitano del popolo e capitano della guerra contro Firenze.

Stipulata poi la pace tra le due città nel 1293, si dimise da entrambe le cariche. Prima a Celestino V, poi a Bonifacio VIII chiese di riavvicinarsi alla Chiesa. Dal momento che il secondo era favorevole a una politica di pacificazione in Romagna, durante una udienza concessa ai rappresentanti di Cesena e di Rimini, il papa riuscì a convincerlo a entrare nell’ordine dei frati francescani, dove vi rimase fino alla morte avvenuta nel settembre 1298.

@ IO FUI UOM D’ARME, E POI FUI CORDIGLIERO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Dimmi se Romagnuoli han pace o guerra

27^ canto dell’Inferno.

La situazione politica della Romagna.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ottava bolgia. Dove il poeta risponde a Guido da Montefeltro: «O anima che sei celata là in basso, la tua Romagna non è, e non è mai stata, senza guerra nei cuori dei suoi tiranni; ma ora in modo evidente non ve ne ho lasciata nessuna. Ravenna sta come è stata per molti anni: l’aquila dei da Polenta la tiene sotto di sé, così che protegge Cervia con le sue ali.

«La città che già fece la lunga resistenza all’assedio e la cruenta strage di Francesi, è dominata dagli artigli del leone verde. E il vecchio e il giovane mastino da Verucchio, che trattarono crudelmente Montagna, usano i denti come un succhiello là dove solevano farlo. Le città del Lamone e del Santerno sono governate dal leoncino azzurro in campo bianco, che muta fazione dall’estate all’inverno. E quella che è lambita dal Savio a lato delle mura, così come essa è situata tra il piano e l’Appennino, vive in uno stato di mezzo tra signoria e governo libero. Ora ti prego di dirci chi sei; non essere restio a parlare più di quanto io sia stato con te, possa la tua nomea fra gli uomini resistere all’assalto del tempo».

Questa breve rassegna delle città romagnole operata da Dante si sviluppa con un linguaggio fortemente allusivo, con l’utilizzo di due specie di riferimenti: le immagini tipicamente zoomorfe, che si evidenziano sulle insegne nobiliari dei tiranni, peraltro mai nominati, e quelle riguardanti i fiumi Lamone, Santerno e Savio, per designare rispettivamente le città di Faenza, Imola e Cesena.

@ DIMMI SE ROMAGNUOLI HAN PACE O GUERRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande

26^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVI, nel quale si tratta de l’ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a’ fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d’Ulisse e Diomedes pone loro pene.)

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande! Tra li ladron trovai cinque cotali tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali. Ma se presso al mattin del ver si sogna, tu sentirai, di qua da picciol tempo, di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. E se già fosse, non saria per tempo. Così foss’ei, da che pur esser dee! ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee che n’avea fatto iborni a scender pria, rimontò ‘l duca mio e trasse mee; e proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra ‘ rocchi de lo scoglio lo piè sanza la man non si spedia. Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio, perché non corra che virtù nol guidi; sì che, se stella bona o miglior cosa m’ha dato ‘l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ‘l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara: di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ‘ve ‘l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi vide ‘l carro d’Elia al dipartire, quando i cavalli al cielo erti levorsi, che nol potea sì con li occhi seguire, ch’el vedesse altro che la fiamma sola, sì come nuvoletta, in sù salire: tal si move ciascuna per la gola del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto, e ogne fiamma un peccator invola.

Io stava sovra ‘l ponte a veder surto, sì che s’io non avessi un ronchion preso, caduto sarei giù sanz’esser urto. E ‘l duca, che mi vide tanto atteso, disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti son io più certo; ma già m’era avviso che così fosse, e già voleva dirti: chi è ‘n quel foco che vien sì diviso di sopra, che par surger de la pira dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira Ulisse e Dïomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l’ira; e dentro da la lor fiamma si geme l’agguato del caval che fé le porta onde uscì de’ Romani il gentil seme. Piangevisi entro l’arte per che, morta, Deïdamìa ancor si duol d’Achille, e del Palladio pena vi si porta».

«S’ei posson dentro da quelle faville parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego e ripriego, che ‘l priego vaglia mille, che non mi facci de l’attender niego, fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna di molta loda, e io però l’accetto; ma fa che la tua lingua si sostegna. Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi dove parve al mio duca tempo e loco, in questa forma lui parlare audivi: «O voi che siete due dentro ad un foco, s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, s’io meritai di voi assai o poco quando nel mondo li alti versi scrissi, non vi movete; ma l’un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando, pur come quella cui vento affatica; indi la cima qua e là menando, come fosse lingua che parlasse, gittò voce di fuori e disse: «Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore; ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto.

«L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna. Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov’ Ercule segnò li suoi riguardi acciò che l’uom più oltre non si metta; da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta.

«”O frati” dissi, “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

«Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino. Tutte le stelle già de l’altro polo vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso, che non surgëa fuor del marin suolo.

«Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo, quando n’apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».

@ GODI, FIORENZA, POI CHE SE’ SÌ GRANDE

Fatti non foste a viver come bruti

26^ canto dell’Inferno.

Il racconto di Ulisse.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Là dove il poeta e Virgilio sentono dire da Ulisse: «Quando mi allontanai da Circe, che mi allettò più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea così le desse il nome, né la tenerezza che lega il padre al figlio, né la devozione filiale per il vecchio padre, né l’amore dovuto e consacrato dal rito il quale doveva allietare Penelope, poterono vincere dentro di me l’ardente brama che io ebbi di fare esperienza del mondo e dei vizi e delle virtù degli uomini; ma mi avviai per il profondo mare aperto con una sola nave e con quei pochi compagni dai quali non fui abbandonato.

«Vidi l’una e l’altra riva fino alla Spagna, fino al Marocco, e l’isola dei Sardi, e le altre che quel mare circonda intorno. Io e i compagni eravamo vecchi e debilitati quando giungemmo a quel braccio di mare angusto dove Ercole fissò i suoi segnali affinché l’uomo non si spinga più in là; a destra mi lasciai Siviglia, a sinistra già mi aveva lasciata Ceuta.

«Dissi: “O fratelli, che attraverso centomila pericoli siete arrivati all’estremità occidentale della terraferma, non vogliate rifiutare la conoscenza diretta dell’emisfero disabitato, seguendo il corso del sole, a questa tanto breve veglia che ci rimane della vita sensibile. Ponete mente alla vostra origine: non foste procreati per vivere come animali, ma per perseguire la virtù e la conoscenza”.

«Io resi i miei compagni così alacri e pronti al viaggio per mare, con questa breve esortazione, che a stento in seguito li avrei trattenuti; e rivolta la poppa della nave verso oriente, trasformammo i remi in ali per il percorso dissennato, sempre avanzando verso sinistra. La notte mostrava già tutte le stelle dell’altro emisfero, e il nostro era tanto basso, che non emergeva fuori della distesa del mare.

«Cinque volte si era illuminata e altrettante oscurata la luce dell’emisfero inferiore della luna, da quando ci eravamo accinti all’arduo viaggio, quando ci si mostrò una montagna, di colore oscuro per la distanza, e mi sembrò tanto alta quanto mai avevo vista alcuna. Noi ci sentimmo lieti, e subito la gioia si trasformò in dolore e danno; perché dalla terra sconosciuta si formò un vento turbinoso e andò a colpire la parte anteriore della nave. La fece girare tre volte con tutte le acque; alla quarta sollevare la poppa e inabissare la prua, come volle Dio, fino a che il mare si richiuse sopra di noi».

@ FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

A la vendetta vanno come a l’ira

Una questione aperta.

26^ canto dell’Inferno.

Nell’ottava bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Virgilio risponde a Dante: «Là dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così vanno insieme al castigo come contro l’ira divina; e nella parte interna della loro fiamma piangono lamentosamente l’insidia del cavallo che aprì la porta da cui uscì il nobile progenitore dei Romani. Dentro vi si sconta l’astuzia a causa della quale, da morta, Deidamia ancora si duole di Achille, e vi si sconta il furto del Palladio».

Ulisse, collocato dal poeta in questa bolgia tra i consiglieri fraudolenti in coppia con Diomede, ha dato lo spunto riguardo a una questione sorta già a partire dai primi commentatori della Commedia, che rimane tuttora aperta. Questa. L’eroe greco è da considerarsi reo perché ha osato sfidare i limiti imposti da Dio agli uomini, e quindi la sua fine, che egli stesso racconterà a Dante e Virgilio, rappresenta una sorta di castigo, oppure, è da riconoscere in lui un eroe dell’ardimento votato alla sete di conoscenza, che non poté raggiungere in quanto pagano, dunque in aperta sfida con la divinità?

Su questo dilemma, come detto sopra, si divisero già gli antichi commentatori, a partire dal Buti e da Benvenuto da Imola. Ugualmente, però, si dividono i moderni, come il Nardi e il Fubini. Il primo vede in Ulisse la superbia dell’uomo “che vuole raggiungere con le sue sole forze le ultime realtà”, paragonandolo addirittura ad Adamo, il primo peccatore; per il secondo, nel comportamento di Ulisse non vi fu alcuna colpa, ma soltanto una grandezza per niente fortunata. Colpevolisti e innocentisti, dunque. Due schieramenti destinati a restare tali ancora per molto tempo.

@ A LA VENDETTA VANNO COME A L’IRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Di tante fiamme tutta risplendea

26^ canto dellʼInferno.

I consiglieri fraudolenti.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ottava bolgia. Dove il poeta fa una similitudine. Questa. “Quante lucciole vede giù nella valle il contadino che dimora sul colle, nel tempo in cui colui che illumina la terra tiene meno nascosta a noi la sua faccia, appena la mosca dà luogo alla zanzara, forse là dove egli vendemmia e ara: di tante fiamme tutta si riverberava l’ottava bolgia: di tante fiamme tutta si riverberava l’ottava bolgia, come io mi avvidi subito che giunsi là dove appariva il fondo”.

I consiglieri fraudolenti, collocati da Dante in questa bolgia, vi scontano una colpa legata strettamente alla conoscenza e al cattivo uso dell’ingegno, utilizzato per conseguire con la frode la supremazia del singolo o di una parte politica. Insomma, l’astuzia e la malizia politica, e, più generalmente, l’abuso dell’intelligenza in contrasto con le norme morali e religiose.

Colpa che comporta in molti casi una specie di ammirazione, “di fronte alla quale anche l’atteggiamento di Dante è assai lontano dal disprezzo o addirittura dalla ripugnanza che aveva mostrato per gli altri fraudolenti, e il giudizio si fa perplesso, complicato, drammatico: l’eccellenza dell’ingegno è un dono di Dio, un privilegio, che deve essere custodito e tenuto a freno con infinita cautela perché ‘non corra che virtù nol guidi’, per il Sapegno.

Che continuò in tal modo: “In questa atmosfera di alta meditazione morale di colloca e deve essere inteso anche l’episodio di Ulisse. Il quale narra a Dante, non le colpe, gli inganni e le frodi, per cui si trova punito con Diomede nell’inferno, sì la storia del suo estremo inconsapevole errore, allorché da vecchio, bramoso di sempre nuove esperienze, si indusse con pochi compagni a varcare le colonne di Ercole lanciandosi nell’oceano aperto alla ricerca di terre sconosciute…” A tal proposito, va da sé che si approfondirà questa ultima notazione in altra sede.

@ DI TANTE FIAMME TUTTA RISPLENDEA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Al fine de le sue parole il ladro

25^ canto dell’Inferno.

(Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr’a ‘ fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.)

Al fine de le sue parole il ladro le mani alzò con amendue le fiche, gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, perch’una li s’avvolse allora al collo, come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; e un’altra a le braccia, e rilegollo, ribadendo sé stessa sì dinanzi, che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi? Per tutt’i cerchi de lo ‘nferno scuri, non vidi spirto in Dio tanto superbo, non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. El si fuggì che non parlò più verbo; e io vidi un centauro pien di rabbia venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».

Maremma non cred’io che tante n’abbia, quante bisce elli avea su per la groppa infin ove comincia nostra labbia. Sovra le spalle, dietro da la coppa, con l’ali aperte li giacea un draco; e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, che, sotto ‘l sasso di monte Aventino, di sangue fece spesse volte laco. Non va co’ suoi fratei per un cammino, per lo furto che frodolente fece del grande armento ch’elli ebbe a vicino; onde cessar le sue opere biece sotto la mazza d’Ercule, che forse gliene diè cento, e non sentì le diece».

Mentre che sì parlava, ed el trascorse, e tre spirti venner sotto noi, de’ quai né io né ‘l duca mio s’accorse, se non quando gridar: «Chi siete voi?»; per che nostra novella si ristette, e intendemmo pur ad essi poi. Io non li conoscea; ma ei seguette, come suol seguitar per alcun caso, che l’un nomar un altro convenette, dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; per ch’io, acciò che ‘l duca stesse attento, mi puosi ‘l dito su dal mento al naso.

Se tu se’ or, lettore, a creder lento ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, ché io che ‘l vidi, a pena il mi consento. Com’io tenea levate in lor le ciglia, e un serpente con sei piè si lancia dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia e con li anterïor le braccia prese; poi li addentò e l’una e l’altra guancia; li diretani a le cosce distese, e miseli la coda tra ‘mbedue e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue ad alber sì, come l’orribil fiera per l’altrui membra avviticchiò le sue. Poi s’appiccar, come di calda cera fossero stati, e mischiar lor colore, né l’un né l’altro già parea quel ch’era: come procede innanzi da l’ardore, per lo papiro suso, un color bruno che non è nero ancora e ‘l bianco more.

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! Vedi che già non se’ né due né uno». Già eran li due capi un divenuti, quando n’apparver due figure miste in una faccia, ov’eran due perduti. Fersi le braccia due di quattro liste; le cosce con le gambe e ‘l ventre e ‘l casso divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso: due e nessun l’imagine perversa parea; e tal sen gio con lento passo. Come ‘l ramarro sotto la gran fersa del dì canicular, cangiando sepe, folgore par se la via attraversa, sì pareva, venendo verso l’epe de li altri due, un serpentello acceso, livido e nero come gran di pepe; e quella parte onde prima è preso nostro alimento, a l’un di lor trafisse; poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ‘l mirò, ma nulla disse; anzi, co’ piè fermati, sbadigliava pur come sonno o febbre l’assalisse. Elli ‘l serpente e quei lui riguardava; l’un per la piaga e l’altro per la bocca fummavan forte, e ‘l fummo si scontrava. Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca del misero Sabello e di Nasidio, e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, ché se quello in serpente e quella in fonte converse poetando, io non lo ‘nvidio; ché due nature mai a fronte a fronte non trasmutò sì ch’amendue le forme a cambiar lor matera fosser pronte. Insieme si rispuosero a tai norme, che ‘l serpente la coda in forca fesse, e ‘l feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse s’appiccar sì, che ‘n poco la giuntura non facea segno alcun che si paresse. Togliea la coda fessa la figura che si perdeva là, e la sua pelle si facea molle, e quella di là dura. Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, e i due piè de la fiera, ch’eran corti, tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti, diventaron lo membro che l’uom cela, e ‘l misero del suo n’avea due porti. Mentre che ‘l fummo l’uno e l’altro vela di color novo, e genera ‘l pel suso per l’una parte e da l’altra il dipela, l’un si levò e l’altro cadde giuso, non torcendo però le lucerne empie, sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, e di troppa matera ch’in là venne uscir li orecchi de le gote scempie; ciò che non corse in dietro e si ritenne di quel soverchio, fé naso a la faccia e le labbra ingrossò quanto convenne. Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, e li orecchi ritira per la testa come face le corna la lumaccia; e la lingua, ch’avëa unita e presta prima a parlar, si fende, e la forcuta ne l’altro si richiude; e ‘l fummo resta.

L’anima ch’era fiera divenuta, suffolando si fugge per la valle, e l’altro dietro a lui parlando sputa. Poscia li volse le novelle spalle, e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, com’ho fatt’io, carpon per questo calle». Così vid’io la settima zavorra mutare e trasmutare; e qui mi scusi la novità se fior la penna abborra. E avvegna che li occhi miei confusi fossero alquanto e l’animo smagato, non poter quei fuggirsi tanto chiusi, ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; ed era quel che sol, di tre compagni che venner prima, non era mutato; l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

@ AL FINE DE LE SUE PAROLE IL LADRO

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dellʼInferno.

Le metamorfosi nella letteratura latina.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Là dove il poeta fa una considerazione. Questa: “Ovidio taccia su Cadmo e Aretusa, perché anche se componendo versi trasforma quello in serpente e quella in sorgente, io non lo invidio; perché non trasformò mai due essenze una in faccia all’altra così che ambedue le forme fossero obbedienti a scambiare reciprocamente la loro materia”.

Figura del mito, Cadmo fu il fondatore di Tebe. Figlio del re fenicio Agenore, venuto in Grecia da Sidone, avrebbe seminato qui i denti di un drago da lui ucciso; da questi sarebbero nati dei guerrieri, trucidatisi poi a vicenda a eccezione di cinque, con l’aiuto dei quali Cadmo avrebbe fondato Tebe. Ovidio inventò la metamorfosi di costui in serpente, intesa come espiazione per aver ucciso il drago.

Figura del mito anch’essa, Aretusa fu una ninfa dell’Achea. Un giorno, di ritorno dalla caccia, fece un bagno nel fiume Alfeo. Il fiume s’innamorò subito di lei, e assunse la figura umana. La ninfa fuggì, inseguita dal suo spasimante, e durante la fuga implorò il soccorso di Artemide, la quale intervenne mutandola in fonte. Poi la dea aprì la terra dove la ninfa si rifugiò prontamente; ma Alfeo si mutò di nuovo in fiume, per inseguirla sotto il mare fino all’isola Ortigia, vicino a Siracusa, dove entrambi riemersero dalle acque del mare, Aretusa sotto forma di sorgente cui Alfeo unì le proprie acque rimaste immuni dalla salsedine marina.

@ TACCIA DI CADMO E D’ARETUSA OVIDIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Vedi che già non sei né due né uno

25^ canto dell’Inferno.

Tre ladri fiorentini.

Nella settima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Buoso Donati e Puccio Sciancato gridano ad Agnolo Brunelleschi: «Ohimè, Agnolo, come cambi natura! Vedi che già non sei né due né uno».

Buoso Donati, Puccio Sciancato e Agnolo Brunelleschi, collocati dal poeta in questa bolgia tra i ladri, furono cittadini fiorentini. Su Buoso Donati, i primi commentatori della Commedia non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato dal poeta; per alcuni si trattava di Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri di Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati.

Per la critica più recente, vedi il Barbi, invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora il Barbi, cioè Puccio Sciancato, Agnolo Brunelleschi, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riportata, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

Il terzo venne identificato, sempre dai suddetti commentatori, con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose anonime, edite dal Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

@ VEDI CHE GIÀ NON SEI NÉ DUE NÉ UNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Non va co’ suoi fratei per un cammino

25^ canto dell’Inferno.

Caco.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Settima bolgia. Dove Virgilio dice al poeta: «Questi è Caco, che, nella caverna del monte Aventino, spesso produsse un’ampia pozza di sangue. Non procede di comune accordo con gli altri centauri, per il furto che compì con frode della grande mandria che egli ebbe nelle vicinanze; pertanto le sue condotte disoneste furono eliminate dalla clava di Ercole, che forse lo picchiò con cento percosse, e morì prima della decima».

Figura del mito, Caco, collocato da Dante in questa bolgia tra i ladri, fu figlio di Vulcano, metà uomo e metà bestia, che vomitava dalla bocca “inutili incendi” (Eneide, VIII, 259), era senza mezzi termini un ladro di bestiame, e la sua dimora si trovava in un antro del monte Aventino, a Roma, luogo lordo di sangue e di ossa umane, teatro dei suoi omicidi.

Un giorno rubò ad Ercole quattro tori e quattro giovenche della mandria del re Gerione, che l’eroe aveva condotto con sé dalla Spagna dopo aver sconfitto costui. Così Ercole, scopertolo, lo uccise con una stretta delle sue braccia, e nel punto in cui accadde il fatto costruì l’Ara massima. Tale episodio fu riportato da Virgilio nell’Eneide (VIII, 193-268), dalla quale lo riprese il poeta, sebbene con la variante sulla morte del mostro: nell’opera virgiliana, Caco, come detto sopra, morì strangolato per la stretta della braccia di Ercole; nel canto di cui trattasi, sotto i colpi della clava dell’eroe.

Tutto ciò induce a ritenere che Dante riprendesse dall’episodio virgiliano per il tramite di un’opera compilativa o di qualche chiosa. Caco fu da egli elevato a simbolo della fraudolenza condannata nella stessa bolgia, come i centauri del primo girone del settimo cerchio erano stati eletti quali rappresentanti della violenza contro il prossimo.

@ NON VA CO’ SUOI FRATEI PER UN CAMMINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970