Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

21^ canto dell’Inferno.

Uno degli “anziani” di Lucca.

Quinta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Il poeta narra che, frattanto che lui guarda intensamente laggiù, la sua guida, dicendo “Guarda, guarda!”, lo spinge ad avvicinarsi a sé dal luogo in cui lui sta, e vede dietro a loro un diavolo scuro venire correndo su per il ponte roccioso. Un peccatore grava con ambedue le anche il suo omero, che è appuntito e alto, e il diavolo a sua volta tiene stretto il collo dei piedi. Dal ponte in cui sono i due poeti dice: “O Malebranche, ecco uno dei reggitori del comune di Lucca! Immergetelo nella pece, mentre torno di nuovo in quella città, che ne è molto provveduta: ognuno vi è barattiere, eccetto che Bonturo; del no, in cambio di denaro, vi si fa sì”.

Orbene, chi è questo anonimo personaggio, denominato “reggitore del comune di Lucca”, posto da Dante tra i barattieri? Guido da Pisa, e poi Buti, indicarono subito in un certo Martino Bottario il suddetto, con la conferma poi nel tempo da parte di altri commentatori. Di certo si era ancora nel campo delle ipotesi, fino a quando, qualche decennio or sono, se ne ebbe una prova documentale, con il ritrovamento di alcuni atti, tra i quali un estratto dai verbali di adunanza del Consiglio del Capitano e del Consiglio del Podestà di Lucca datato 30 settembre – 1 Ottobre 1295, che testimoniavano l’esistenza in vita, alla fine del 1200, di un tale Martino, in arte bottaio.

Inoltre, secondo Chiari, l’accertamento della data della morte di quel Martino barattiere, avvenuta nell’Aprile del 1300, precisamente nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo, dimostrerebbe che, “l’indicazione dell’ora e del giorno in cui si trovano in quella bolgia Dante e Virgilio, data da Malacoda, determina di preciso di quale Anziano si parli, come dovettero capire i contemporanei di Dante, e come difatti capì Guido da Pisa”.

Tuttavia, prove documentali o no, altri commentatori non meno prestigiosi, tra i quali Pietrobono e Grabher, insistettero nella tesi che il poeta, con la sua indicazione in perifrasi, si fosse riferito alla magistratura lucchese presa nel suo insieme, più che a un magistrato ben determinato.

@ METTETEL SOTTO, CH’I’ TORNO PER ANCHE

Di nova pena mi conven far versi

20^ canto dell’Inferno.

(Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.)

Di nova pena mi conven far versi e dar matera al ventesimo canto de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. Io era già disposto tutto quanto a riguardar ne lo scoperto fondo, che si bagnava d’angoscioso pianto; e vidi gente per lo vallon tondo venir, tacendo e lagrimando, al passo che fanno le letane in questo mondo.

Come ‘l viso mi scese in lor più basso, mirabilmente apparve esser travolto ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso, ché da le reni era tornato ‘l volto, e in dietro venir li convenia, perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. Forse per forza già di parlasia si travolse così alcun del tutto; ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto di tua lezione, or pensa per te stesso com’io potea tener lo viso asciutto, quando la nostra imagine di presso vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi le natiche bagnava per lo fesso. Certo io piangea poggiato a un de’ rocchi del duro scoglio, sì che la mia scorta mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi? Qui vive la pietà quand’è ben morta; chi è più scellerato che colui che al giudicio divin passion comporta?

“Drizza la testa, drizza, e vedi a cui s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; per ch’ei gridavan tutti: ‘Dove rui, Anfïarao? perché lasci la guerra?’. E non restò di ruinare a valle fino a Minòs che ciascheduno afferra. Mira c’ha fatto petto de le spalle; perché volse veder troppo davante, di retro guarda e fa retroso calle.

“Vedi Tiresia, che mutò sembiante quando di maschio femmina divenne, cangiandosi le membra tutte quante; e prima, poi, ribatter li convenne li duo serpenti avvolti, con la verga, che rïavesse le maschili penne. Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, che ne’ monti di Luni, dove ronca lo Carrarese che di sotto alberga, ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca per sua dimora; onde a guardar le stelle e ‘l mar non li era la veduta tronca.

“E quella che ricuopre le mammelle, che tu non vedi, con le trecce sciolte, e ha di là ogne pilosa pelle, Manto fu, che cercò per terre molte; poscia si puose là dove nacqu’io; onde un poco mi piace che m’ascolte. Poscia che ‘l padre suo di vita uscìo e venne serva la città di Baco, questa gran tempo per lo mondo gio.

“Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. Per mille fonti, credo, e più si bagna tra Garda e Val Canonica e Pennino de l’acqua che nel detto laco stagna. Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino pastore e quel di Brescia e ‘l veronese segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

“Siede Peschiera, bello e forte arnese da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, ove la riva ‘ntorno più discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ciò che ‘n grembo a Benaco star non può, e fassi fiume giù per verdi paschi. Tosto che l’acqua a correr mette co, non più Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po.

“Non molto ha corso, ch’el trova una lama, ne la qual si distende e la ‘mpaluda; e suo di state talor esser grama. Quindi passando la vergine cruda vide terra, nel mezzo del pantano, sanza coltura e d’abitanti nuda. Lì, per fuggire ogne consorzio umano, ristette con suoi servi a far sue arti, e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

“Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti s’accolsero a quel loco, ch’era forte per lo pantan ch’avea da tutte parti. Fer la città sovra quell’ossa morte; e per colei che ‘l loco prima elesse, Mantüa l’appellar sanz’altra sorte. Già fuor le genti sue dentro più spesse, prima che la mattia da Casalodi da Pinamonte inganno ricevesse. Però t’assenno che, se tu mai odi originar la mia terra altrimenti, la verità nulla menzogna frodi”.

E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti mi son sì certi e prendon sì mia fede, che li altri mi sarien carboni spenti. Ma dimmi, de la gente che procede, se tu ne vedi alcun degno di nota; ché solo a ciò la mia mente rifiede”.

Allor mi disse: “Quel che da la gota porge la barba in su le spalle brune, fu – quando Grecia fu di maschi vòta, sì ch’a pena rimaser per le cune – augure, e diede ‘l punto con Calcanta in Aulide a tagliar la prima fune. Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta l’alta mia tragedia in alcun loco: ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

“Quell’altro che ne’ fianchi è così poco, Michele Scotto fu, che veramente de le magiche frode seppe ‘l gioco. Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, ch’avere inteso al cuoio e a lo spago ora vorrebbe, ma tardi si pente. Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine; fecer mali con erbe e con imago. Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine d’amendue li emisferi e tocca l’onda sotto Sobilia Caino e le spine; e già iernotte fu la luna tonda: ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque alcuna volta per la selva fonda”.

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

@ DI NOVA PENA MI CONVEN FAR VERSI

Manto fu, che cercò per terre molte

20^ canto dell’Inferno.

Manto.

“E quella che nasconde le mammelle, che tu non vedi, con i capelli sciolti, e ha ogni parte del corpo coperta di peli dal lato di dietro, fu Manto, che cercò per molte regioni; dopo si fermò nel luogo in cui io nacqui; per cui desidero che mi ascolti un poco. Dopo che il padre suo morì e divenne schiava Tebe, questa andò a lungo per la terra”.

Questa è la presentazione di Manto che Virgilio fa a Dante, nella quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Figlia di Tiresia, l’aruspice tebano posto anch’esso dal poeta nella stessa bolgia, fu indovina come il padre, e più volte citata nei poemi latini: per esempio, nelle Metamorfosi di Ovidio (VI 157-162), Manto è menzionata quando sollecita le donne di Tebe a venerare Latona contro il divieto di Niobe, e nella Tebaide di Stazio (IV 463-585) essa funge da aiutante del padre durante le suppliche alle divinità infernali e le cerimonie per i vaticini.

Da questo personaggio, Dante, per bocca di Virgilio, prende spunto per un’interessante digressione a carattere storico-geografico su Mantova. In breve, Manto, come sopra ricordato, “dopo che il padre suo morì e divenne schiava Tebe, andò a lungo per la terra”. Giunta, infine, nella zona in cui il Mincio incontra una bassura, nella quale acquista maggiore ampiezza e la trasforma in palude, “vide terra, nel mezzo della palude, senza vegetazione e priva di abitanti. In quel luogo, per allontanarsi da ogni convivenza tra uomini, si fermò con i suoi servi a praticare le sue magie, e trascorse la vita, e vi lasciò il suo corpo privo dell’anima.

“Le persone che si erano sparse nei dintorni poi si riunirono in quel luogo, che era sicuro per la palude che aveva tutto intorno. Edificarono la città presso quelle ossa morte; e in onore di colei che in precedenza aveva prescelto il luogo, la chiamarono Mantova senza altre motivazioni del suo nome”.

A questo punto, Virgilio intima al poeta che, se mai avesse sentito raccontare in altro modo l’origine della sua città, nessuna falsa narrazione avrebbe dovuto alterare la verità. E, non caso, diversi commentatori hanno interpretato questo passo come un tentativo, da parte sua, di discolpare la città dall’accusa di essere debitrice a una maga circa la propria origine ed esistenza.

@ MANTO FU, E CERCÒ PER TERRE MOLTE

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

20^ canto dell’Inferno.

Tiresia.

Quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Virgilio dice a Dante: “Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina, mutandosi le membra tutte quante; e prima che ritornasse maschio, poi, gli fu necessario percuotere di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone”.

Di questo personaggio ne parlò già Omero nell’Odissea, definendolo un “profeta glorioso”, cieco e sapiente, nonché interprete delle vicende scabrose che interessarono la famiglia di Edipo. Ma fu il poeta latino Stazio che lo fece assurgere a un ruolo ben più significativo. Nella sua Tebaide, infatti, egli lo ritrasse con la fisionomia di aruspice in un episodio di evocazione infernale, puro horror, in tutti i sensi.

Tornando al ritratto che ne fece Omero, la cecità e la facoltà divinatoria di Tiresia, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, ebbero origine dal giudizio che egli diede in una diatriba fra Giove e Giunone su quale sesso provasse maggior piacere nell’atto d’amore. Egli, infatti, fu chiamato a deliberare come arbitro, in qualità di esperto, perché mutato in femmina per aver percosso con un bastone i due serpenti sopra citati, recuperando la natura originaria soltanto dopo sette anni, ripetendo lo stesso gesto.

Tiresia diede ragione al re degli dèi, il quale lo ricompensò conferendogli il dono della profezia, mentre la dea, vendicandosi del verdetto a lei sfavorevole, lo rese cieco. E così Dante lo porrà all’Inferno tra gli indovini della quarta bolgia di Malebolge, definendolo, per bocca di Virgilio, “colui che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina”, si conforma così alla tesi di Ovidio.

A tal proposito, si rileva da parte di qualche commentatore, che la condanna dantesca di Tiresia all’Inferno è giustificata dalla inquietanti caratteristiche di negromante che Stazio gli attribuisce nella Tebaide; ma qualcun altro osserva, invece, che Dante si basa sulla metamorfosi che Ovidio porta a un momento anteriore rispetto alla sua effettiva attività di indovino, che inizia grazie a Giove.

@ VEDI TIRESIA, CHE MUTÒ SEMBIANTE

E non restò di ruinare a valle

20^ canto dell’Inferno.

Anfiarao.

“Alza la testa, alza, e vedi colui al quale si aprì la terra davanti agli occhi dei Tebani; per cui essi gridavano tutti: ‘Dove rovini, Anfiarao? perché abbandoni la battaglia?’. E non cessò di precipitare giù fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda come ha trasformato il dorso in petto; poiché pretese vedere troppo davanti, rivolge lo sguardo verso la parte posteriore e cammina all’indietro”.

Così Virgilio invita Dante a vedere Anfiarao, nella quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Dunque Anfiarao. Chi fu costui? Poeta e indovino, sposò Erifile, sorella del re di Argo, Adrasto, da cui ebbe due figli, Alcmeone e Anfiloco. Non volendo prendere parte alla guerra contro Tebe, detta “dei Sette Re”, poiché era sicuro che vi avrebbe perso la vita, si nascose in un luogo conosciuto solo dalla moglie.

Ma costei lo disse a Polinice, corrotto dalla collana di Armonia, apportatrice di sventure a chi ne fosse venuto in possesso, di proprietà della moglie di Polinice, Argia. Così scoperto, Anfiarao dovette partecipare giocoforza alla guerra contro Tebe, nella quale, dopo varie schermaglie preliminari, fu inghiottito dalla terra, d’un tratto apertasi in una profondissima fenditura, giungendo pertanto ancora vivo nell’Ade. In seguito fu vendicato dal figlio, che uccise la propria madre.

Il mito di Anfiarao e di Erifile ha goduto di grande fortuna nell’antichità greca e romana. Il poeta lo conobbe grazie alla Tebaide di Stazio, della cui opera è uno dei personaggi principali. E per la sua attività di augure, cui si fa cenno nel poema, Dante lo pone tra i dannati della bolgia citata in apertura.

Il poeta ne ricorda la fine, seguendo il racconto di Stazio, come risulta dall’accenno all’incontro con Minosse, il giudice dei dannati. Di questo personaggio, il poeta ne parla indirettamente, attraverso la figura del figlio matricida, anche nel 12^ canto del Purgatorio e nel 4^ canto del Paradiso.

@ E NON RESTÒ DI RUINARE A VALLE

O Simon Mago, o miseri seguaci

19^ canto dell’Inferno.

(Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Nicola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de linferno.)

O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate deon essere spose, e voi rapaci per oro e per argento avolterate, or convien che per voi suoni la tromba, però che ne la terza bolgia state. Già eravamo, a la seguente tomba, montati de lo scoglio in quella parte ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l’arte che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, e quanto giusto tua virtù comparte! Io vidi per le coste e per lo fondo piena la pietra livida di fóri, d’un largo tutti e ciascun era tondo. Non mi parean men ampi né maggiori che que’ che son nel mio bel San Giovanni, fatti per loco d’i battezzatori; l’un de li quali, ancor non è molt’anni, rupp’io per un che dentro v’annegava: e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava d’un peccator li piedi e de le gambe infino al grosso, e l’altro dentro stava. Le piante erano a tutti accese intrambe; per che sì forte guizzavan le giunte, che spezzate averien ritorte e strambe. Qual suole il fiammeggiar de le cose unte muoversi pur su per la strema buccia, tal era lì dai calcagni a le punte.

Chi è colui, maestro, che si cruccia guizzando più che li altri suoi consorti”, diss’io, “e cui più roggia fiamma succia?”.

Ed elli a me: “Se tuo vuo’ ch’i’ ti porti là giù per quella ripa che più giace, da lui saprai di sé e de’ suoi torti”.

E io: “Tanto m’è bel, quanto a te piace: tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto dal tuo volere, e sai quel che si tace”.

Allor venimmo in su l’argine quarto; volgemmo e discendemmo a mano stanca là giù nel fondo foracchiato e arto. Lo buon maestro ancor de la sua anca non mi dipuose, sì mi giunse al rotto di quel che si piangeva con la zanca.

O qual che se’ che ‘l di sù tien di sotto, anima trista come pal commessa”, comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”.

Io stava come ‘l frate che confessa lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto, se’ tu già costì ritto, Bonifazio? Di parecchi anni mi mentì lo scritto. Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno la bella donna, e poi di farne strazio?”.

Tal mi fec’io, quai son color che stanno, per non intender ciò ch’è lor risposto, quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: “Dilli tosto: ‘Non son colui, non son colui che credi’ “; e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi; poi, sospirando e con voce di pianto, mi disse: “Dunque che a me richiedi? Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, che tu abbi però la ripa corsa, sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; e veramente fui figliuol de l’orsa, cupido sì per avanzar li orsatti, che sù l’avere e qui me misi in borsa. Di sotto al capo mio son li altri tratti che precedetter me simoneggiando, per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, allor ch’i’ feci ‘l sùbito dimando. Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi e ch’i’ son stato così sottosopra, ch’el non starà piantato coi piè rossi: ché dopo lui verrà di più laida opra, di ver’ ponente, un pastor sanza legge, tal che convien che lui e me ricuopra. Nuovo Iasón sarà, di cui si legge ne’ Maccabei; e come a quel fu molle suo re, così fia lui chi Francia regge”.

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: “Deh, or mi dì: quanto tesoro volle Nostro Segnore in prima da san Pietro ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’. Né Pier né li altri tolsero a Matia oro od argento, quando fu sortito al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito; e guarda ben la mal tolta moneta ch’esser ti fece contra Carlo ardito. E se non fosse ch’ancor lo mi vieta la reverenza de le somme chiavi che tu tenesti ne la vita lieta, io userei parole ancor più gravi; ché la vostra avarizia il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista, quando colei che siede sopra l’acque puttaneggiar coi regi a lui fu vista; quella che con le sette teste nacque, e da le diece corna ebbe argomento, fin che virtute al suo marito piacque. Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; e che altro è da voi a l’idolatre, se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!”.

E mentr’io li cantava cotai note, o ira o coscïenza che ‘l mordesse, forte spingava con ambo le piote. I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, con sì contenta labbia sempre attese lo suon de le parole vere espresse. Però con ambo le braccia mi prese; e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d’avermi a sé distretto, sì men portò sovra ‘l colmo de l’arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio ed erto che sarebbe a le capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto.

@ O SIMON MAGO, O MISERI SEGUACI

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre

19^ canto dell’Inferno.

La “donazione di Costantino”.

Dante e Niccolò III si rendono compartecipi di un colloquio alquanto acceso, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Alla chiusura di quello, il poeta, che per tutto il tempo è rimasto chino come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che è infilato a testa in giù in una buca, davanti a un buco di forma sferica da cui sporgono i piedi e le gambe fino alla coscia del pontefice, che è confitto con la testa di sotto e che agita con violenza le giunture, prorompe così: “Ahi, Costantino, di quanto male fu causa, non la tua conversione, ma quella donazione che ricevette da te il primo papa che fu ricco!”.

Qui Dante si riferisce alla “donazione di Costantino”, un atto prodotto nel periodo 750-850 d.C. a Roma o forse a S. Denis, per mezzo del quale l’imperatore Costantino avrebbe donato nel 314 d.C. a papa Silvestro I il potere civile su Roma, sull’Italia e su tutto il mondo occidentale. Questo atto sanciva l’attribuzione alla Chiesa di Roma delle stesse dignità dell’Impero, potendo il papa e il clero rivendicare gli stessi onori dei rappresentanti imperiali.

All’epoca del poeta nessuno provò a ritenerlo falso (la falsità essendo stata dimostrata  soltanto in età umanistica da Nicolò da Cusa e da Valla), quindi nemmeno lui, essendosi   affermata una tradizione che ne stabiliva l’autenticità risalente al 12^ secolo, quando era stato inserito nel Decretum Gratiani, testo ufficiale del diritto canonico. Però, era vivace un dibattito ormai secolare tra canonisti e civilisti, i secondi sostenendo che l’atto aveva procurato, con la violazione delle prescrizioni dell’Impero, una diminuzione del valore dell’ideale imperiale.

Anche Dante, da par suo, fu tra i partecipanti a questo dibattito, col negare nel De Monarchia il valore giuridico della “donazione”, dimostrando con una serie di argomentazioni  che la figura dell’imperatore non poteva recar danno all’Impero. Quindi, egli era dell’idea che l’imperatore aveva sì affidato al papa prerogative e beni terreni, ma costui avrebbe dovuto accettare quanto donato solo come dote a beneficio dei poveri.

Dunque, secondo il poeta, fu pia l’intenzione dell’imperatore, ma non lo fu la pretesa ecclesiale di andare oltre il proposito di quegli. Con la conseguenza che nelle mani dei pontefici, nel corso dei secoli, si era venuto a sommare il potere temporale a quello spirituale. E Dante, su questo tema, era particolarmente sensibile; di qui, la condanna sopra citata.

@ AHI, COSTANTIN, DI QUANTO MAL FU MATRE

 

Sappi ch’i’ fui vestito del gran manto

19^ canto dell’Inferno.

Niccolo III.

O chiunque tu sia che tieni il capo di sotto, anima sciagurata confitta come un palo nel terreno”, io cominciai a dire, “se puoi parla”.

Così Dante, nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dellInferno, a un dannato confitto in posizione capovolta nell’interno di un buco di forma sferica, dicendo nella narrazione di essere come il frate che ascolta l’accusa del sicario infedele, che, dopo che è stato infilato a testa giù in una buca, chiama di nuovo il confessore per cui ritarda pur di poco la morte.

Il dannato in questione è Niccolò III, il quale con il poeta intesse prima un colloquio alquanto concitato, in cui, tra l’altro, gli confessa che “sulla terra mise i beni materiali in borsa e qui me stesso”, mentre favoriva alcuni appartenenti alla sua famiglia, per finire poi investito da una reprimenda da parte dello stesso Dante, con la quale il poeta ne approfitta per denunziare i mali della Chiesa del suo tempo.

Questo papa, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, fu eletto al sacro soglio in età avanzata, nel 1277, per restare in carica fino al 1280, quando morì. Al momento della sua elezione, trovò una situazione politica molto complessa, a causa della diatriba tra gli Angioini e la Chiesa. Egli frenò l’influenza di Carlo I d’Angiò, cui tolse il vicariato reale della Toscana, rivendicò i diritti ecclesiastici sulla Romagna, riconosciuti da Rodolfo d’Asburgo, e fu artefice della pace di Firenze del 1280, attraverso l’intermediazione del nipote, il cardinale Malabranca, favorendo l’insediamento di un governo guelfo in città.

La simonia e il nepotismo, le due colpe di cui lo accusò il poeta, furono in verità parte preponderante della sua politica, tesa ad affrancare la Chiesa sia dagli Angioini e sia dall’Impero. Villani lo ricorda così: “Fu de’ primi, o primo papa, nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti” (Cronica VII 54).  E per quanto riguarda la citazione dantesca dell’orsa e degli orsatti, Torraca si rifà a Pipino (RIS IX, col.724), in cui si nomina un libello in cui il papa era raffigurato con un piccolo orso sulla mitra e due ai piedi.

@ SAPPI CH’I’ FUI VESTITO DEL GRAN MANTO

Or convien che per voi suoni la tromba

19^ canto dell’Inferno.

I papi simoniaci.

Apprendiamo dallEnciclopedia dantesca edita nel 1970, che la simonia è la “volontà di comprare o vendere per un prezzo temporale un bene intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale”. Il termine ha origine da Simone di Samaria o Mago il quale, osservata l’efficacia dellimposizione delle mani da parte degli apostoli Pietro e Giovanni, cercò di comprare con la moneta quel potere, ricevendone un netto rifiuto da Pietro.

Premessa doverosa per segnalare che i peccatori di questo commercio, essenzialmente gli ecclesiastici, si trovano nella terza bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, dove sono confitti e in posizione capovolta nell’interno di buchi di forma sferica, tutti di una stessa larghezza. Fuori dell’orifizio di ciascuno sporgono i piedi e le gambe di un peccatore fino alla coscia, mentre la parte restante del corpo sta all’interno. Entrambe le piante dei piedi di tutti sono infuocate; per cui le giunture si agitano con violenza. 

Davanti a questa scena, Dante è colpito da un dettaglio: un dannato si agita più che gli altri, mentre una fiamma più rossa lo consuma. Si tratta di Niccolo III, con il quale il poeta prima intesse un colloquio alquanto concitato, in cui il papa cita prima Bonifacio VIII, per il quale è stato scambiato, poi Clemente V, che lo raggiungeranno un giorno a fargli degna compagnia, dopodiché gli si scaglia contro con una feroce invettiva, attraverso cui denunzia i mali della Chiesa del suo tempo. Ma di Niccolò III vale la pena di parlarne a parte. Qui interessa porre l’attenzione, seppure in breve, sugli altri due.

Dunque Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani. Questi, durante il suo pontificato, dal 1294 alla sua morte nel 1303, celebrò il primo anno santo della storia. Fervido interventista nella lotta tra Filippo il Bello ed Edoardo d’Inghilterra, e in quella tra Angioini e Aragonesi, si distinse per aver favorito l’accordo che portò alla pace tra Venezia e Genova. L’esilio di Dante da Firenze e le conseguenti condanne ebbero inizio dall’attività politica del papa verso Firenze; il poeta, infatti, aveva denunciato una missione della Chiesa contraria ai propri principi spirituali. Bonifacio VIII fu rappresentato da Dante come simoniaco, ancorché la sua elezione avvenne in modo regolare, almeno secondo i più.

Liquidato Bonifacio VIII, Niccolo III dice a Dante che, dopo quegli, verrà in quella bolgia, da occidente, un papa privo di religione: Clemente V, al secolo Bertrand de Got, eletto al soglio pontificio nel 1305, dove restò fino al 1314, anno della sua morte. Fu colui che portò la sede apostolica da Roma ad Avignone. Il poeta, per bocca sempre di Niccolò III, lo paragona a Giasone, compratore di un nuovo sacerdozio dal re Antioco di Siria, mentre il nuovo Antioco sarà Filippo il Bello, a favore del quale ripeterà le gesta del sacerdote. Infatti, per compiacere il re francese fece annullare tutti gli atti di Bonifacio VIII e di Benedetto XI che sembravano ostili allo stesso, e gli lasciò via libera nel perseguire i Templari. 

Luogo è in inferno detto Malebolge

18^ canto dell’Inferno.

(Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de’ ruffiani  e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.)    

Luogo è in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge. Nel dritto mezzo del campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo, di cui suo loco dicerò l’ordigno. Quel cinghio che rimane adunque è tondo tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’alta ripa dura, e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura più e più fossi cingon li castelli, la parte dove son rende figura, tale imagine quivi facevan quelli; e come a tai fortezze da’ lor sogli a la ripa di fuor son ponticelli, così da imo de la roccia scogli movien che ricidien li argini e ‘ fossi infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi di Gerïon, trovammoci; e ‘l poeta tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. A la man destra vidi nova pieta, novo tormento e novi frustatori, di che la prima bolgia era repleta. Nel fondo erano ignudi i peccatori; dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto, di là con noi, ma con passi maggiori, come i Roman per l’essercito molto, l’anno del giubileo, su per lo ponte hanno a passar la gente modo colto, che da l’un lato tutti hanno la fronte verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro, da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro vidi demon cornuti con gran ferze, che li battien crudelmente di retro. Ahi come facevan lor levare le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava né le terze. Mentr’io andava, li occhi miei in uno furo scontrati; e io sì tosto dissi: “Già di veder costui non son digiuno”.

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; e ʼl dolce duca meco si ristette, e assentio ch’alquanto in dietro gissi. E quel frustato celar si credette bassando ‘l viso; ma poco li valse, ch’io dissi: “O tu che l’occhio a terra gette, se le fazion che porti non sono false, Venedico se’ Caccianemico. Ma che ti mena a sì pungenti salse?”.

Ed elli a me: “Mal volontier lo dico; ma sforzami la tua chiara novella, che mi fa sovvenir del mondo antico. I’ fu colui che la Ghisolabella condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella. E non pur io piango bolognese; anzi n’è questo loco tanto pieno, che tante lingue non son ora apprese a dicer sipa tra Sàvena e Reno; e se di ciò vuoi fede o testimonio, rècati a mente il nostro avaro seno”.

Così parlando il percosse un demonio de la sua scuriada, e disse: “Via, ruffian! qui non son femmine da conio”.

I’ mi raggiunsi con la scorta mia; poscia con pochi passi divenimmo là ‘v’ uno scoglio de la ripa uscia. Assai leggeramente quel salimmo; e vòlti a destra su per la sua scheggia, da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov’el vaneggia di sotto per dar passo a li sferzati, lo duca disse: “Attienti, e fa che feggia lo viso in te di quest’altri mal nati, ai quali ancor non vedesti la faccia però che son con noi insieme andati”.

Del vecchio ponte guardavam la traccia che venia verso noi da lʼaltra banda, e che la ferza similmente scaccia.

E ‘l buon maestro, sanza mia dimanda, mi disse: “Guarda quel grande che vene, e per dolor non par lagrime spanda: quanto aspetto reale ancor ritene! Quelli è Iasón, che per cuore e per senno li Colchi del monton privati féne. Ello passò per l’isola di Lenno poi che l’ardite femmine spietate tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate Isifile ingannò, la giovinetta che prima avea tutte l’altre ingannate. Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martiro lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta. Con lui sen va chi da tal parte inganna; e questo basti de la prima valle sapere e di color che ‘n sé assanna”.

Già eravam la ‘ve lo stretto calle con l’argine secondo s’incrocicchia, e fa di quello ad un altr’arco spalle. Quindi sentimmo gente che si nicchia ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, e sé medesma con le palme picchia. Le ripe eran grommate d’una muffa, per l’alito di giù che vi s’appasta, che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta loco a veder sanza montare al dosso de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso vidi gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso. E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco.

Quei mi sgridò: “Perché se’ tu sì gordo di riguardar più me che de li altri brutti?”. E io a lui: “Perchè, se ben ricordo, già t’ho veduto coi capelli asciutti, e se’ Alessio Interminei da Lucca: però t’adocchio più che li altri tutti”.

Ed elli allor, battendosi la zucca: “Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe”, mi disse, “il viso un poco più avante, sì che la faccia ben con l’occhio attinghe di quella sozza e scapigliata fante che là si graffia con l’unghie merdose, e or s’accoscia e ora è in piedi stante. Taide è, la puttana che rispuose al drudo suo, quando disse ‘Ho io grazie grandi apo te?’: ‘Anzi maravigliose!’. E quinci sian le nostre viste sazie”.

@ LUOGO È IN INFERNO DETTO MALEBOLGE