In quella parte del giovanetto anno

24 ^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de’ ladroni sgrida contro a’ Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.)

In quella parte del giovanetto anno che ‘l sole i crin sotto l’Acquario tempra e già le notti al mezzo dì sen vanno, quando la brina in su la terra assempra l’imagine di sua sorella bianca, ma poco dura a la sua penna tempra, lo villanello a cui la roba manca, si leva, e guarda, e vede la campagna biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca, ritorna in casa, e qua e là si lagna, come ‘l tapin che non sa che si faccia; poi riede, e la speranza ringavagna, veggendo ‘l mondo aver cangiata faccia in poco d’ora, e prende suo vincastro e fuor le pecorelle a pascer caccia.

Così mi fece sbigottir lo mastro quand’io li vidi sì turbar la fronte, e così tosto al mal giunse lo ‘mpiastro; ché, come noi venimmo al guasto ponte, lo duca a me si volse con quel piglio dolce ch’io vidi prima a piè del monte. Le braccia aperse, dopo alcun consiglio eletto seco riguardando prima ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei ch’adopera ed estima, che sempre par che ‘nnanzi si proveggia, così, levando me sù ver’ la cima d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».

Non era via da vestito di cappa, ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sù montar di chiappa in chiappa. E se non fosse che da quel precinto più che da l’altro era la costa corta, non so di lui, ma io sarei ben vinto. Ma perché Malebolge inver’ la porta del bassissimo pozzo tutta pende, lo sito di ciascuna valle porta che l’una costa surge e l’altra scende; noi pur venimmo al fine in su la punta onde l’ultima pietra si scoscende.

La lena m’era del polmon sì munta quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, anzi m’assisi ne la prima giunta.

«Omai convien che tu così ti spoltre», disse ‘l maestro; «ché seggendo in piuma, in fama non si vien, né sotto coltre; sanza la qual chi sua vita consuma, cotal vestigio in terra di sé lascia, qual fummo in aere e in acqua la schiuma. E però leva sù; vinci l’ambascia con l’animo che vince ogne battaglia, se col suo grave corpo non s’accascia. Più lunga scala convien che si saglia; non basta da costoro esser partito. Se tu mi ‘ntendi, or fa sì che ti vaglia».

Leva’mi allor, mostrandomi fornito meglio di lena ch’i’ non mi sentia, e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».

Su per lo scoglio prendemmo la via, ch’era ronchioso, stretto e malagevole, ed erto più assai che quel di pria. Parlando andava per non parer fievole; onde una voce uscì de l’altro fosso, a parole formar disconvenevole. Non so che disse, ancor che sovra ‘l dosso fossi de l’arco già che varca quivi; ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era vòlto in giù, ma gli occhi vivi non poteano ire al fondo per lo scuro; per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; ché, com’i’ odo quinci e non intendo, così giù veggio e neente affiguro».

«Altra risposta», disse, «non ti rendo se non lo far; ché la dimanda onesta si de’ seguir con l’opera tacendo».

Noi discendemmo il ponte da la testa dove s’aggiugne con l’ottava ripa, e poi mi fu la bolgia manifesta: e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di sì diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa. Più non si vanti Libia con sua rena; ché se chelidri, iaculi e faree produce, e cencri con anfisibena, né tante pestilenzie né sì ree mostrò già mai con tutta l’Etïopia né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia corrëan genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia: con serpi dietro le man avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate. Ed ecco a un ch’era da nostra proda, s’avventò un serpente che ‘l trafisse là dove ‘l collo a le spalle s’annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse, com’el s’accese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse; e poi che fu a terra sì distrutto, la polver si raccolse per sé stessa e ‘n quel medesmo ritornò di butto. Così per li gran savi si confessa che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba né biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce.

E qual è quel che cade, e non sa como, per forza di demon ch’a terra il tira, o d’altra oppilazion che lega l’omo, quando si leva, che ‘ntorno si mira tutto smarrito de la grande angoscia ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: tal era ‘l peccator levato poscia. Oh potenza di Dio, quant’è severa, che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domandò poi chi ello era; per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fiera. Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana».

E ïo al duca: «Dilli che non mucci, e domanda che colpa qua giù ‘l pinse; ch’io ‘l vidi omo di sangue e di crucci».

E ‘l peccator, che ‘ntese, non s’infinse, ma drizzò verso me l’animo e ‘l volto, e di trista vergogna si dipinse; poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto ne la miseria dove tu mi vedi, che quando fui de l’altra vita tolto. Io non posso negar quel che tu chiedi; in giù son messo tanto perch’io fui ladro a la sagrestia d’i belli arredi, e falsamente già fu apposto altrui. Ma perché di tal vista tu non godi, se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, apri li orecchi al mio annunzio, e odi.

«Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; poi Fiorenza rinova genti e modi. Tragge Marte vapor di Val di Magra ch’è di torbidi nuvoli involuto; e con tempesta impetüosa e agra sovra Campo Picen fia combattuto; ond’ei repente spezzerà la nebbia, sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. E detto l’ho perché doler ti debbia!».

@ IN QUELLA PARTE DEL GIOVANETTO ANNO

Vita bestial mi piacque e non umana

24^ canto dell’Inferno.

Vanni Fucci.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Verso la fine del canto, quando Virgilio interpella il dannato ridiventato subito sé stesso per sapere chi egli sia, dopo che questi è divenuto tutto cenere a seguito dell’attacco di un serpente, si sente rispondere: «Io sono caduto dalla Toscana, poco fa, in questa bolgia feroce. Mi piacque una vita bestiale e non umana; sono Vanni Fucci bestia, e Pistoia fu il mio covo opportuno». E quando Dante si rivolge a Virgilio dicendogli di non lasciarselo sfuggire, e di domandargli di quale colpa si sia macchiato, il dannato, rivolgendosi a lui, gli risponde: «Mi duole più che tu mi hai raggiunto nella infelicità nella quale mi vedi, che quando fui sottratto alla vita terrena».

Dunque Vanni Fucci. Chi fu costui? Figlio illegittimo di Fuccio de’ Lazzari, nobile pistoiese, si rese protagonista, nel partito dei Guelfi Neri, delle lotte civili che imperversarono per anni nella sua città. Infatti, nel 1295 venne condannato in contumacia per fatti di sangue e di brigantaggio. Dante lo conobbe probabilmente nel 1292, quando serviva Firenze contro Pisa, tanto da porlo all’Inferno, nella bolgia dei ladri, invece che tra i violenti, dove avrebbe meritato di finire, a causa del furto del tesoro nella sagrestia della cappella di san Iacopo nel duomo di Pistoia.

A tal proposito il Sapegno a suo tempo scrisse: “Di quel furto, avvenuto a quanto pare nel primi mesi del ’93, le cronache contemporanee e i commentatori del poema ci danno versioni incerte e discordanti. Narrano che la colpa ne fosse ingiustamente attribuita a un Rampino Foresi (o Vergellesi), che corse rischio di morire impiccato. Più tardi la verità del fatto venne a galla, e uno dei complici di Vanni Fucci, il notaio Vanni della Monna, fu condannato a morte; ma il principale colpevole dovette sottrarsi alla pena fuggendo; e anzi, poiché egli si duole qui d’esser trovato fra i ladri da Dante e questi finge di non sapere la causa per cui è punito in maniera così infamante, convien ritenere che la sua partecipazione al furto fosse accertata solo dopo la sua morte, avvenuta poco prima del marzo del 1300”.

@ VITA BESTIAL MI PIACQUE E NON UMANA

Erba né biado in sua vita non pasce

24^ canto dell’Inferno.

La fenice.

Settima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Ancora a metà del canto, il poeta racconta che tra l’orrenda e tormentatrice moltitudine dei serpenti corrono anime nude e spaventate, senza sperare in un buco dove nascondersi o nella pietra elitropia: hanno le mani strette dietro con le serpi; queste spingono lungo le reni la coda e la testa, e sono annodate sul davanti. Ed ecco contro uno che è dalla parte di Dante e Virgilio, si lancia addosso un serpente che lo colpisce là dove il collo si congiunge alle spalle.

Ma facciamo proseguire il poeta: «Mai né una O né una I si scrissero così rapidamente, come egli prese fuoco e bruciò, e fu inevitabile che cadendo divenisse tutto cenere; e dopo che fu così annientato a terra, la cenere si addensò da sola e ridiventò di colpo lo stesso dannato. Così si asserisce dagli insigni sapienti che la fenice muore e poi nasce di nuovo, ogni volta che viene vicino al cinquecentesimo anno; nella sua vita non si nutre di erba né di vegetali seminati dall’uomo, ma solo di gocce d’incenso e di amomo, e le bende funebri sono il nardo e la mirra».

La fenice fu un uccello favoloso sacro agli antichi Egizi, di cui ne parlarono in abbondanza letterati e astrologi. Erodoto la descrisse come una grande aquila, con le piume estremamente variopinte. Originaria dell’Etiopia, viveva almeno cinquecento anni, fino a quando, arrivata al termine della sua esistenza, si costruiva un nido per morirvi bruciata. Dalle ceneri, ne nasceva un’altra, che volava in Egitto, a Eliopoli, in cui era consacrata nel tempio del Sole, per tornare poi in Etiopia a vivere una lunghissima vita.

Dante, con il riferimento sopra citato, nel quale la rapidità della morte e della sua rinascita è paragonata alle mutazioni dei ladri colpiti dai serpenti, sembrò credere, asserisce più di qualche commentatore, alla realtà effettiva della fenice, che veniva usata, peraltro, dai poeti suoi contemporanei come metafora per descrivere il personaggio dell’amante.

@ ERBA NÉ BIADO IN SUA VITA NON PASCE

Più non si vanti Libia con sua rena

24^ canto dell’Inferno.

Serpenti.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Settima bolgia. Narra il poeta, a metà del canto, che, udita una voce uscita da questa bolgia, insieme a Virgilio discende il ponte dall’estremità in cui si unisce con l’ottavo argine, per poi apparire loro la stessa; e vi vede dentro una terribile moltitudine di serpenti, «e di una condizione così mostruosa che il ricordo mi dissipa ancora il sangue», precisa, mentre sta descrivendo la scena per i lettori a mo’ di paragone.

«La Libia non si vanti più con il suo deserto», li avverte; «perché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene, né tanti pestiferi animali né così velenosi lasciò vedere mai con tutta l’Etiopia né con ciò che è presso il Mar Rosso».

Bene. Facciamo ora la conoscenza diretta di queste favolose creature del deserto libico, descritte nella Farsaglia di Lucano. Cominciamo dai chelidri. Trattasi di serpenti anfibi, i quali avanzavano senza torsione del corpo e sollevando al loro passaggio spirali di vapore.

Che dire degli iaculi? Conferma prima l’Ottimo commento, uno dei più rilevanti commenti del Trecento alla Commedia, secondo cui erano serpenti volanti: “… li iaculi assaliscono gli uccelli in su li arbori… onde son detti iaculi, cioè lancianti”, poi Buti, uno dei primi commentatori della predetta: “questa è un’altra spezie che si lancia, e trafora quel che percuote, come una lancia o una saetta”.

Passiamo alle faree, che Dante cita al femminile dal phareas di Lucano, che è nome maschile: si muovevano in direzione dritta facendo un solco per terra con la coda. E i cencri? Velenosissimi, con la pelle variegata in piccole macchie simili a chicchi di miglio e dall’andatura irregolare. Sempre Buti: “Cencri, questa è una specie di serpenti, che sempre va torcendosi, e non va mai diritto”.

Concludiamo questa interessante rassegna con le anfisibene. Questi serpenti avevano una testa a ognuna delle estremità, ed erano in grado di muoversi in una direzione o nell’altra.

@ PIÙ NON SI VANTI LIBIA CON SUA RENA

Taciti, soli, sanza compagnia

23^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l’ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l’auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d’Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.)

Taciti, soli, sanza compagnia n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, come frati minor vanno per via. Vòlt’era in su la favola d’Isopo lo mio pensier per la presente rissa, dov’el parlò de la rana e del topo; ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia principio e fine con la mente fissa. E come l’un pensier de l’altro scoppia, così nacque di quello un altro poi, che la prima paura mi fé doppia.

Io pensava così: «Questi per noi sono scherniti con danno e con beffa sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. Se l’ira sovra ‘l mal voler s’aggueffa, ei ne verranno dietro più crudeli che ‘l cane a quella lievre ch’elli acceffa».

Già mi sentia tutti arricciar li peli de la paura e stava indietro intento, quand’io dissi: «Maestro, se non celi te e me tostamente, i’ ho pavento d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; io li ‘magino sì, che già li sento».

E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, l’imagine di fuor tua non trarrei più tosto a me, che quella dentro ‘mpetro. Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ‘ miei, con simile atto e con simile faccia, sì che d’intrambi un sol consiglio fei. S’elli è che sì la destra costa giaccia, che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, noi fuggirem l’imaginata caccia».

Già non compié di tal consiglio rendere, ch’io li vidi venir con l’ali tese non molto lungi, per volerne prendere. Lo duca mio di sùbito mi prese, come la madre ch’al romore è desta e vede presso a sé le fiamme accese, che prende il figlio e fugge e non s’arresta, avendo più di lui che di sé cura, tanto che solo una camiscia vesta; e giù dal collo de la ripa dura supin si diede a la pendente roccia, che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Non corse mai sì tosto acqua per doccia a volger ruota di molin terragno, quand’ella più verso le pale approccia, come ‘l maestro mio per quel vivagno, portandosene me sovra ‘l suo petto, come suo figlio, non come compagno. A pena fuoro i piè suoi giunti al letto del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle sovresso noi; ma non lì era sospetto: ché l’alta provedenza che lor volle porre ministri de la fossa quinta, poder di partirs’ indi a tutti tolle.

Là giù trovammo una gente dipinta che giva intorno assai con lenti passi, piangendo e nel sembiante stanca e vinta. Elli avean cappe con cappucci bassi dinanzi a li occhi, fatte de la taglia che in Clugnì per li monaci fassi. Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, che Federigo le mettea di paglia. Oh in etterno faticoso manto! Noi ci volgemmo ancor pur a man manca con loro insieme, intenti al tristo pianto; ma per lo peso quella gente stanca venìa sì pian, che noi eravam nuovi di compagnia ad ogne mover d’anca.

Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi alcun ch’al fatto o al nome si conosca, e li occhi, sì andando, intorno».

E un che ‘ntese la parola tosca, di retro a noi gridò: «Tenete i piedi, voi che correte sì per l’aura fosca! Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». Onde ‘l duca si volse e disse: «Aspetta, e poi secondo il suo passo procedi».

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta de l’animo, col viso, d’esser meco; ma tardavali ‘l carco e la via stretta. Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco mi rimiraron sanza far parola; poi si volsero in sé, e dicean seco: «Costui par vivo a l’atto della gola; e s’e’ son morti, per qual privilegio vanno scoperti de la grave stola?».

Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio de l’ipocriti tristi se’ venuto, dir chi tu se’ non avere in dispregio».

E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa, e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. Ma voi chi siete, a cui tanto distilla quant’i’ veggio dolor giù per le guance? e che pena è in voi che sì sfavilla?».

E l’un rispuose a me: «Le cappe rance son di piombo sì grosse, che li pesi fan così cigolar le lor bilance. Frati godenti fummo, e bolognesi; io Catalano e questi Loderingo nomati, e da tua terra insieme presi come suole esser tolto un uom solingo, per conservar sua pace; e fummo tali, ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».

Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»; ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse un, crucifisso in terra con tre pali. Quando mi vide, tutto si distorse, soffiando ne la barba con sospiri; e ‘l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, mi disse: «Quel confitto che tu miri, consigliò i Farisei che convenia porre un uom per lo popolo a’ martìri. Attraversato è, nudo, ne la via, come tu vedi, ed è mestier ch’el senta qualunque passa, come pesa pria. E a tal modo il socero si stenta in questa fossa, e li altri dal concilio che fu per li Giudei mala sementa».

Allor vid’io maravigliar Virgilio sovra colui ch’era disteso in croce tanto vilmente ne l’etterno essilio. Poscia drizzò al frate cotal voce: «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci s’a la man destra giace alcuna foce onde noi amendue possiamo uscirci, sanza costrigner de li angeli neri che vegnan d’esto fondo a dipartirci».

Rispuose adunque: «Più che tu non speri s’appressa un sasso che da la gran cerchia si move e varca tutt’i vallon feri, salvo che ‘n questo è rotto e nol coperchia; montar potrete su per la ruina, che giace in costa e nel fondo soperchia».

Lo duca stette un poco a testa china; poi disse: «Mal contava la bisogna colui che i peccator di qua uncina».

E ‘l frate: «Io udi’ già dire a Bologna del diavol vizi assai, tra ‘ quali udi’ ch’elli è bugiardo e padre di menzogna».

Appresso il duca a gran passi sen gì, turbato un poco d’ira nel sembiante; ond’io da li ‘ncarcati mi parti’ dietro a le poste de le care piante.

@ TACITI, SOLI, SANZA COMPAGNIA

Un, crucifisso in terra con tre pali

23^ canto dell’Inferno.

Caifas.

Ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Sesta bolgia. Oltre la metà del canto, i due poeti hanno ascoltato attentamente la breve presentazione che ha fatto di sé Catalano de’ Malavolti e del sodale Loderingo degli Andalò, entrambi nella vita terrena appartenenti all’ordine religioso dei ‘Frati Gaudenti’. Allora Dante prova a rispondere, ma si ferma subito, perché gli si presenta all’occhio uno, piantato in terra con tre pali.

Questi, quando vede il poeta, si contorce totalmente, sbuffando nella barba con sospiri; e il frate Catalano, che ha posto attenzione a ciò, dice al poeta che il conficcato che sta guardando fissamente consigliò i Farisei che era conveniente per il popolo crocifiggere un uomo. «È messo di traverso, nudo, nella via, come tu vedi, ed è necessario che egli senta quanto pesa ognuno che passa, prima che sia passato», precisa.

Si sta parlando di Caifas, in aramaico “oppressore”, sommo sacerdote di Gerusalemme dal 18 a.C. al 36 a.C., del quale i Vangeli ci hanno tramandato la sua responsabilità nell’opposizione della classe sacerdotale giudea contro Cristo. Infatti, Matteo, e non solo lui (Matteo, 26,3 e 57, Luca, 3,2 e Giovanni, 11,50, 28, 14 e 24), riportò che, in una riunione appositamente organizzata, si decise la cattura e la messa a morte del Salvatore. Il quale, condotto alla presenza di Caifas, dichiarò di essere il Figlio di Dio, ricevendo in risposta che stava bestemmiando.

Il passo dantesco fu chiosato dall’Anonimo Fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, che scrisse: “Questo crucifisso fu Caifasso, il quale, quando Cristo fu crucifisso da’ Giudei, elli era Pontefice maggiore; e disse in sua diceria, che si convenia che uno morisse per lo popolo, e Cristo fosse esso. E perciò che ipocritamente consigliò per lo popolo, per la giustizia conviene che ogni gente lo scalpiti e vadali addosso”.

@ UN, CRUCIFISSO IN TERRA CON TRE PALI

Frati godenti fummo, e bolognesi

23^ canto dell’Inferno.

I frati Gaudenti.

Sesta bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. A metà del canto, quando Virgilio e Dante sono raggiunti a fatica da Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò, oppressi da cappe dorate all’esterno, ma nell’interno tutte di piombo, costoro prima si dicono a vicenda che il poeta sembra vivo quanto al movimento della gola, poi gli chiedono di non disdegnare di dire chi egli sia. E Dante, rispondendo loro di essere nato e cresciuto a Firenze, conferma di essere col corpo che ha sempre avuto, e a sua volta chiede: «Ma voi chi siete, ai quali tante lacrime quante ne vedo scendono stillando giù per le guance? e quale pena è in voi che così risplende?».

E uno di loro gli risponde che le cappe dorate di piombo sono così pesanti, che il loro peso li fa gemere come i contrappesi fanno così stridere le bilance. «Fummo frati Gaudenti, e bolognesi; chiamati io Catalano e questi Loderingo», precisa.

Bene. ‘Frati Gaudenti’ era la denominazione con la quale erano noti i Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, un ordine religioso nato all’epoca della crociata contro gli Albigesi, all’alba del 1200, e successivamente rifondato a Bologna nel 1260, tra gli altri da Loderingo degli Andalò. Fini dichiarati di questo ordine era la lotta spietata alle eresie, e la difesa degli interessi della Chiesa di Roma nel contesto dei Comuni.

I cavalieri avevano la concessione di recare con sé le armi, come se fosse stato un vero e proprio ordine militare, per sedare eventuali tumulti civili. Tuttavia, questi cavalieri non disdegnarono la vita secolare e politica, per cui l’epiteto di Gaudenti, che risale probabilmente al fatto che gli stessi si erano imposti di servire in gioia Dio, col tempo assunse per la gente comune un valore spregiativo.

Il poeta, trattando in modo specifico di Catalano de’ Malavolti e del sodale Loderingo degli Andalò, li fa assurgere a simboli degli ipocriti, nella bolgia dove tutti sembrano frati. Il primo, guelfo bolognese, fu tra i primi appartenenti all’ordine. Il secondo, membro di una nobile famiglia ghibellina di Bologna, fu, come detto sopra, tra i rifondatori dello stesso. Fu podestà in diverse città, a Bologna due volte e a Firenze una, con frate Catalan.

@ FRATI GODENTI FUMMO, E BOLOGNESI

Là giù trovammo una gente dipinta

23^ canto dell’Inferno.

Quella gente dipinta.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Sesta bolgia. All’inizio del canto, i due poeti, silenziosi, soli, senza scorta se ne vanno l’uno dinanzi e l’altro dietro, come i frati minori camminano per la strada. E quando Dante vede venire i diavoli, lasciati nella bolgia precedente, con le ali distese da non molto lontano, per voler afferrare entrambi, Virgilio, reso edotto poco prima dal poeta sulla presenza di essi dietro alle loro spalle, lo stringe improvvisamente, e giù dal sommo dell’argine di pietra si lascia andare col corpo supino lungo la digradante parete rocciosa, che chiude uno dei lati della bolgia. Giunti sul fondo della stessa, incontrano dei dannati dipinti che vanno in tondo con passi assai lenti, piangendo e sopraffatti dalla stanchezza per quanto traspare dal volto. Essi hanno cappe con i copricapi abbassati di fronte agli occhi. Di fuori sono dorate, così che esse abbacinano; ma dentro tutte di piombo.

“I peccatori puniti in questa bolgia sono gli ipocriti: la forma del castigo eterno che il poeta escogita per essi è tra quelle elaborate con maggior sottigliezza di rapporti e di contrappassi e insieme con maggiore evidenza rappresentativa e sensibilità d’artista”, scrisse il Sapegno a suo tempo. Per proseguire come segue: “Del resto il contrasto tra la vistosa apparenza esteriore e la tormentosa realtà ha un evidente rapporto con la natura di un peccato, che consiste nel celare sotto una veste di virtù e di santità un’indole viziosa”.

Inoltre, per lui, la sgargiante cappa da monaco e l’avanzare nella bolgia a mo’ di processione religiosa di questi dannati, pongono in risalto la categoria di persone contro la quale si scaglia il poeta: egli vuole condannare l’ipocrisia come peccato soprattutto perpetrato dagli ordini religiosi, esaminandola nel campo sociale e politico più che nella sfera della coscienza dei singoli.

E nel contesto di questa condanna senza se e senza ma, si colloca nel canto l’episodio dei due frati bolognesi, di cui si parlerà in un altro momento, “che vuol essere inteso appunto come una satira contro gli intrighi politici del papato e della gente di chiesa”, sempre il Sapegno.

@ LÀ GIÙ TROVAMMO UNA GENTE DIPINTA

Io vidi già cavalier muover campo

22^ canto dell’Inferno.

(Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de’ barattieri in persona d’uno navarrese, e de’ barattieri medesimi questo canta.)

Io vidi già cavalier muover campo, e cominciare stormo e far lor mostra, e talvolta partir per loro scampo; corridor vidi per la terra vostra, o Aretini, e vidi gir gualdane, fedir torneamenti e correr giostra; quando con trombe, e quando con campane, con tamburi e con cenni di castella, e con cose nostrali e con istrane; né già con sì diversa cennamella cavalier vidi muover né pedoni, né nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni. Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni. Pur a la pegola era la mia ‘ntesa, per veder de la bolgia ogne contegno e de la gente ch’entro v’era incesa. Come i dalfini, quando fanno segno a’ marinar con l’arco de la schiena che s’argomentin di campar lor legno, talor così, ad alleggiar la pena, mostrav’alcun de’ peccatori ‘l dosso e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso stanno i ranocchi pur col muso fuori, sì che celano i piedi e l’altro grosso, sì stavan d’ogne parte i peccatori; ma come s’appressava Barbariccia, così si ritraén sotto i bollori. I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, uno aspettar così, com’elli ‘ncontra ch’una rana rimane e l’altra spiccia; e Graffiacan, che li era più di contra, li arruncigliò le ‘mpegolate chiome e trassel sù, che mi parve una lontra. I’ sapea già di tutti quanti ‘l nome, sì li notai quando fuorono eletti, e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

«O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!», gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, che tu sappi chi è lo sciagurato venuto a man de li avversari suoi».

Lo duca mio li s’accosto allato; domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose: «I’ fui nel regno di Navarra nato. Mia madre a servo d’un segnor mi puose, che m’avea generato d’un ribaldo, distruggitor di sé e di sue cose. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; quivi mi misi a far baratteria, di ch’io rendo ragione in questo caldo».

E Cïriatto, a cui di bocca uscia d’ogne parte una sanna come a porco, li fé sentir come l’una sdruscia. Tra male gatte era venuto ‘l sorco; ma Barbariccia il chiuse con le braccia e disse: «State in là, mentr’io lo ‘nforco».

E al maestro mio volse la faccia; «Domanda», disse, «ancor, se più disii saper da lui, prima ch’altri ‘l disfaccia».

Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii conosci tu alcun che sia latino sotto la pece»?. E quelli: «I’ mi partii, poco è, da un che fu di là vicino. Così foss’io ancor con lui coperto, ch’i’ non temerei unghia né uncino!».

E Libicocco: «Troppo avem sofferto», disse; e preseli ‘l braccio col runciglio, sì che, stracciando, ne portò un lacerto. Draghignazzo anco i volle dar di piglio giuso a le gambe; onde ‘l decurio loro si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand’elli un poco rappaciati fuoro, a lui, ch’ancor mirava sua ferita, domandò ‘l duca mio sanza dimoro: «Chi fu colui da cui mala partita di’ che facesti per venire a proda?». Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita, quel di Gallura, vasel d’ogne froda, ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, e fé sì lor, che ciascun se ne loda. Danar si tolse e lasciolli di piano, sì com’e’ dice: e ne li altri offici anche barattier fu non picciol, ma sovrano. Usa con esso donno Michel Zanche di Logodoro; e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche. Omè, vedete l’altro che digrigna; i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello non s’apparecchi a grattarmi la tigna».

E ‘l gran proposto, vòlto a Farfarello che stralunava li occhi per fedire, disse: «Fatti ‘n costà, malvagio uccello!».

«Se voi volete vedere o udire», ricominciò lo spaürato appresso, «Toschi o Lombardi, io ne farò venire; ma stieno i Malebranche un poco in cesso, sì ch’ei non teman de le lor vendette; e io, seggendo in questo loco stesso, per un ch’io son, ne farò venir sette quand’io suffolerò, com’è nostro uso di fare allor che fori alcun si mette».

Cagnazzo a cotal motto levò ‘l muso, crollando ‘l capo, e disse: «Odi malizia ch’elli ha pensata per gittarsi giuso»!.

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, rispuose: «Malizioso son io troppo, quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».

Alichin non si tenne e, di rintoppo a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali, io non ti verrò dietro di gualoppo, ma batterò sovra la pece l’ali. Lascisi ‘l collo, e sia la ripa scudo, a veder se tu sol più di noi vali».

O tu che leggi, udirai nuovo ludo: ciascun da l’altra costa li occhi volse, quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. Lo Navarrese ben suo tempo colse; fermò le piante a terra, e in un punto saltò e dal proposto lor si sciolse. Di che ciascun di colpa fu compunto, ma quei più che cagion fu del difetto; però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto non potero avanzar; quelli andò sotto, e quei drizzò volando suso il petto: non altrimenti l’anitra di botto, quando ‘l falcon s’appressa, giù s’attuffa, ed ei ritorna sù crucciato e rotto. Irato Calcabrina de la buffa, volando dietro li tenne, invaghito che quei campasse per aver la zuffa; e come ‘l barattier fu disparito, così volse li artigli al suo compagno, e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno ad artigliar ben lui, e amendue cadder nel mezzo del bogliente stagno. Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue. Barbariccia, con li altri suoi dolente, quattro ne fé volar da l’altra costa con tutt’i raffi, e assai prestamente di qua, di là discesero a la posta; porser li uncini verso li ‘mpaniati, ch’eran già cotti dentro da la crosta. E noi lasciammo lor così ‘mpacciati.

@ IO VIDI GIÀ CAVALIER MUOVER CAMPO

Usa con esso donno Michel Zanche

22^ canto dell’Inferno.

Michele Zanche.

Ottavo cerchio dellʼInferno, Malebolge. Quinta bolgia. Superata la metà del canto, nel prosieguo del dialogo tra Virgilio e Ciampolo di Navarra, il secondo, dopo che ha descritto in termini per nulla lusinghieri frate Gomita, “quello di Gallura”, dice al poeta latino che esso frequenta “donno Michel Zanche”, e che le loro lingue non si sentono stanche a parlare della Sardegna, patria di entrambi.

Appartenente a una delle più ricche e influenti famiglie di Sassari, Michele Zanche vi nacque intorno al 1210. Si trovò tra i notabili filo-genovesi del giudicato di Logudoro (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-ovest, in cui l’isola era stata ripartita da Pisa, dopo che nel 1117 l’aveva tolta ai Saraceni: Logoduro, appunto, Gallura, Arborea e Callari), che nel 1234 dovettero riparare a Genova, a causa di divergenze politiche insorte con la fazione favorevole a Pisa, ottenendo protezione presso la famiglia Doria.

Lo Zanche rientrò in Sardegna quasi subito, e qualche anno dopo, secondo i primi commentatori della Commedia, avrebbe contratto matrimonio con Adelasia, già sposa di Enzo, figlio di Federico II. Sull’isola egli mantenne i suoi rapporti commerciali con Genova, dove vivevano le figlie Richelda e Caterina, moglie di Branca Doria, di cui si parlerà dopo; rapporti, forse, non del tutto leciti, vista la nomea di barattiere che gli fu attribuita.

Si presume che tale nomea, Dante, che lo pose nella bolgia di cui sopra, l’avesse desunta da diverse fonti, prima fra tutte quella del giudice pisano Nino Visconti, suo amico. Sarebbe stato, infatti, proprio questi, quando governò il giudicato di Gallura per conto di Pisa dal 1275 al 1296, e nominò frate Gomita come suo vicario, a conferire a Michele Zanche suo cancelliere. Di lì in poi, “subitamente si cominciò a recare fra le mani le tenute e fare rivendere peggio che Don Gomita”, secondo le Chiose Selmi.

In virtù di quanto riporta il poeta nel 33^ canto dell’Inferno, Michele Zanche venne ucciso o fatto uccidere, in epoca imprecisata e forse in Sardegna, dal sunnominato Branca Doria e da un suo “prossimano”, probabilmente Giacomo Spinola, durante lo svolgimento di un banchetto; tutto questo per impossessarsi dei suoi beni, sebbene per qualcuno il motivo fosse strettamente politico, avendo lo Zanche rivolto le proprie simpatie ai Pisani.

@ USA CON ESSO DONNO MICHEL ZANCHE