Non de’ addur maraviglia al tuo volto

Non de' addur maraviglia al tuo volto

Tranne la testa d’oro puro, il Veglio di Creta reca ogni sua parte del corpo divisa da una ferita che fa sgorgare le lacrime, le quali, raccolte ai suoi piedi, forano la roccia, ha spiegato Virgilio a Dante. Che ha continuato nella sua dissertazione, dicendo che il percorso delle lacrime procede nell’abisso infernale da un salto all’altro, e forma l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte, per essere incanalato poi in una doccia di pietra, e costituire infine il lago Cocito al centro della Terra.

Canto 14^ dell’Inferno, nella parte finale dello stesso, immersi nello scenario inquietante della pianura sabbiosa, che costituisce il terzo girone del settimo cerchio del baratro infernale. Dove il poeta non ha fatto altro che starsene in religioso silenzio, di fronte al maestro, che parlava, parlava, parlava, descrivendo l’enorme statua che si erge nelle viscere del monte Ida, a Creta.

E dove, aggrottando la fronte, Dante si decide a parlare a sua volta, chiedendo con voce ferma: “Maestro, se questo ruscello si origina dalla Terra in tal modo, perché a noi si mostra soltanto su questo margine estremo?”

Per avere questa risposta: “Tu sai che l’Inferno è di forma rotonda; e sebbene tu abbia percorso un arco di cerchio molto ampio, sempre a sinistra, scendendo, non sei stato guidato finora lungo l’intera circonferenza; sicché, se qualcosa ti appare come nuova, non de’ addur maraviglia al tuo volto”.

Da qui Dante, insistente, ribatte: “Maestro, dove sono il Flegetonte e il Lete? perché dellʼuno non parli, e dellʼaltro affermi che è originato da queste lacrime”.

E il maestro, stizzito: “Mi piacciono di certo tutte le tue domande, ma il ribollimento del fiume sanguigno avrebbe dovuto risolvere il primo dei tuoi dubbi. Vedrai il Lete, ma fuori da qui, sulla vetta del Purgatorio”.

Per concludere così: “Ce ne dobbiamo andare; faʼ in modo di venirmi dietro: gli argini di pietra, che non sono roventi, ci indicano la strada, e sopra di essi si spengono tutte le fiamme”. Stop. Fine del canto.

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I’ fui de la città che nel Batista

I' fui de la città che nel Batista

Inquadriamo due dannati, che corrono uno dietro l’altro nel sottobosco della selva dei suicidi e degli scialacquatori. Quello davanti – il senese Lano di Squarcia Maconi – ha invocato da poco la dannazione eterna, che lo venisse a prendere con sé. Il compagno – il padovano Giacomo di Sant’Andrea – gli ha ricordato di rimando che nella battaglia di Pieve del Toppo le sue gambe non erano state tanto sciolte come in quel momento, per fermarsi subito dopo, respirando a fatica, e nascondendosi dietro a un cespuglio.

Intanto la selva si era riempita di cagne nere, le quali, scagliandosi contro la pianta, hanno addentato il povero Giacomo, lo hanno ridotto a pezzi, e hanno trascinato via il suo corpo straziato. Canto 13^ dell’Inferno, che andiamo a concludere.

Vedendo questa scena, Virgilio prende per mano il poeta, e si avvia verso il cespuglio che sta lamentandosi vanamente attraverso le sue ferite sanguinanti. E lo sente dire: “O Giacomo di Sant’Andrea, a che ti è servito usarmi come rifugio? che colpa ho io della tua vita dispendiosa?”

Allora il maestro, fermatosi presso di lui, con tono fermo gli chiede: “Chi fosti tu, che da queste numerose ferite emetti sospiri e parole dolenti miste a sangue?”

O anime che siete venute a vedere lo scempio che ha staccati da me i miei rametti frondosi” – così una voce risponde sempre in tono dolente – “sistemateli ai piedi di questo povero sterpo. I’ fui della città che nel Batista sostituì Marte come protettore; ed è per questo che la guerra la renderà sempre tribolata; e se non fosse che in capo del Ponte Vecchio all’Arno rimane la sua statua tronca, quei Fiorentini che poi la ricostruirono sulle macerie che restarono dopo l’assedio dei barbari, l’avrebbero fatta rinascere invano. Io feci della mia casa un patibolo”.

Così, caro lettore, si chiude il canto.

Poi si rivolse, e parve di coloro

Poi si rivolse, e parve di coloro

Virgilio, che a un certo punto della narrazione è sparito – egli sta camminando su uno degli argini di pietra che delimitano il ruscello di sangue, che si dipana sul sabbione del terzo girone del settimo cerchio, davanti a Dante e a Brunetto Latini, questʼultimo sulla sabbia rovente – a un tratto lo rivediamo mentre si gira, ribattendo al poeta che è un buon ascoltatore chi ricorda ciò che gli viene detto.

Infatti, il maestro di Dante degli anni giovanili del poeta ha da poco terminato la sua lunghissima disquisizione sulla vera natura dei Fiorentini e sulla sorte che aspetta il poeta di lì in poi – è il terzo in ordine di tempo a farlo, dopo Ciacco e Farinata degli Uberti – e Dante, che non gradisce sprecare il suo tempo, ha ritenuto però giusto chiedere informazioni sui compagni più noti e più sommi del buon Brunetto.

E lo ha fatto, sentendosi rispondere che conoscere lo stato di qualcuno dei sodomiti si sarebbe rivelata una buona cosa, ma degli altri era meglio non farne cenno, a causa del tempo tiranno che passava inesorabilmente – e il vecchio maestro avrebbe dovuto lasciare il poeta.

Allora, per appagare il desiderio di sapere di Dante – in fondo, lo scopo del viaggio di questi è proprio quello di imparare il più possibile dai peccati degli uomini – gli ha riferito che i suoi compagni di sorte furono tutti uomini di chiesa e letterati grandi e di chiara fama, macchiatisi in vita tutti della stessa colpa.

Ultimi versi del 15^ canto dellʼInferno. Dove ser Brunetto prosegue così: “Prisciano si accompagna a quei sodomiti, e Francesco dʼAccursio; e se avessi avuto la voglia di vedere un tipo così immondo, avresti potuto vedere Andrea de’ Mozzi. Resterei ancora a parlare; ma non posso proseguire con te, né è possibile che questa discussione vada avanti, poiché laggiù vedo alzarsi un gran polverone dalla spianata sabbiosa”.

Per concludere: “Stanno approssimandosi alcune anime con le quali non posso mischiarmi. Ti affido il mio libro, quel Tesoro che tu conosci molto bene, e grazie al quale io sono ancora ricordato dai vivi, e di più non chiedo”.

Poi si voltò”, chiosa il poeta a questo punto, “e sembrò uno dei partecipanti al Palio di Verona; e di costoro somigliò al vincitore, non al perdente”.

La sua testa è di fino oro formata

La sua testa è di fin oro formata

Tu non hai visto nulla di più interessante, da quando noi abbiamo oltrepassato la porta dell’Inferno”.

Così Virgilio a Dante, davanti al fiume di sangue bollente, che, scorrendo tra due margini di pietra, su di sé estingue tutta la pioggia di fuoco che scende inesorabilmente sulla spianata sabbiosa. Quella descritta nel 14^ canto dell’Inferno, che funge da terzo girone del settimo cerchio del baratro infernale.

Detto ciò, per spiegare l’origine del fiume, il maestro si dilunga in una elaborata dissertazione. Questa: “In mezzo al Mediterraneo c’è un’isola, Creta, adesso in evidente stato di abbandono, nella quale in un tempo remoto l’umanità fu innocente e lieta quando regnava Saturno. Sull’isola spicca il monte Ida, che allora fu ricco di sorgenti e di vegetazione: adesso è lasciato a sé stesso come un oggetto in disuso.

Fin d’allora”, prosegue Virgilio, “fu scelto da Rea come sicuro rifugio per generarvi e allevarvi suo figlio, e per nasconderlo meglio, quando frignava, ordinava ai suoi accoliti di far baccano. Dalle profondità oscure di questo monte si erge la grande statua di un vecchio, che volta le spalle a oriente e si rivolge occidente come se si trovasse dinanzi a uno specchio. La sua testa è di fino oro formata, e le sue braccia e il petto sono di argento puro, poi è di rame fino all’inguine; da quel punto in basso è tutto di ferro purissimo, tranne il piede destro che è di terracotta; e sta eretto più su quello che sul sinistro. Le porzioni del suo corpo, all’infuori della testa dʼoro, sono divise da ferite che fanno sgorgare le lacrime, che, raccolte ai piedi, forano quella roccia.

Il loro percorso va in questo abisso da un salto all’altro”, ancora il maestro, avviandosi verso la conclusione; “quelle lacrime formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi cadono in questo stretto canale, e infine formano il Cocito, al centro della Terra e di tutto il Creato; e come sia quel lago gelato, tu lo vedrai; perciò ora non te ne parlo”.

In quel che s’appiattò miser li denti

In quel che s'appiattò miser li denti

Stanno ancora lì, piantati, di fronte a quel tronco rinsecchito e contorto, dalla cui ferita – provocata da Dante, avendone divelto un rametto – fuoriesce, mischiata al sangue, una voce dolente e tuttavia intrisa di dignità.

La voce ha appena detto ai due poeti che, nel caso dei suicidi, quando l’anima si allontana dal corpo, Minosse la scaraventa nel secondo girone del settimo cerchio, dove da seme di spelta diviene stelo d’erba e poi pianta selvatica. Le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie, feriscono quella pianta, dando modo al dolore di estrinsecarsi. Infine, nel giorno del Giudizio anche le anime come lei si presenteranno all’appello per riprendersi i corpi, che trasporteranno lì nella selva, dove resteranno sospesi al cespuglio corrispondente all’anima che è stata ostile verso il proprio corpo.

Canto 13^ dell’Inferno, nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, secondo girone del settimo cerchio dellʼInferno, in cui abbiamo intrapreso la strada verso la parte finale dello stesso.

E dove il poeta, nel proseguimento del racconto, conferma quanto detto in apertura: “Noi stavamo ancora concentrati sul tronco, pensando che volesse continuare a parlare con noi, quando fummo sorpresi da un rumore improvviso, similmente a quanto accade al cacciatore che dal suo covo avverte il sopraggiungere del cinghiale incalzato dai battitori, che ode abbaiare i cani, e vede le fronde agitarsi”.

A un tratto – continuiamo noi – appaiono due dannati, nudi e graffiati, che correndo spezzano tutti gli sterpi del sottobosco. Quello di testa grida: “Vieni, vieni, dannazione eterna!”. E il compagno, che sembra troppo lento, di rimando: “Lano, non andavi così veloce a Pieve del Toppo!”

E poiché forse non respira più, si ferma e si acquatta dietro ad un arbusto tutto ritorto. Nel frattempo dietro a loro la selva si riempie di cagne nere, affamate e sfrenate alla corsa.

In quel che s’appiattò miser li denti, e lo ridussero a pezzi; poi trascinarono via quel corpo straziato”, conclude il poeta.

Non è nuova alli orecchi miei tal arra

Non è nuova a li orecchi miei tal arra

A un certo punto della conversazione tra Dante e Brunetto Latini, il primo ha risposto al secondo – dopo una lunga dissertazione di costui sui vizi dei Fiorentini, e del loro atteggiamento presente e futuro nei confronti del poeta – che se avesse potuto esaudire pienamente il suo vero desiderio, il mentore sarebbe ancora in vita.

Infatti, al poeta è rimasta impressa nella sua memoria la figura di padre benevolo assunta dal suo maestro, allorché via via gli dimostrava con il suo grande esempio come il ricordo negli uomini non cesserà mai a causa della gloria che solo i virtuosi possono avere; e tutto quanto il suo gradimento per questo, si dovrà riconoscere dalle sue parole.

Per la qual cosa egli ricorderà quello che il maestro gli ha rivelato sulla sua sorte, conservandolo come un bene prezioso, perché gli venga chiarito da Beatrice, nel momento in cui la incontrerà. Qui Dante si è fermato; stava per dire qualcosa dʼimportante, soprattutto a suo favore. E sorridendo al suo mentore…

Ci stiamo avviando verso la conclusione del 15^ canto dellʼInferno. E alla fine si sta avviando anche il dialogo tra Dante e Brunetto Latini, nella spianata sabbiosa che funge da terzo girone del settimo cerchio della voragine infernale.

Questo io voglio che vi sia chiaro”, riprende a dire il poeta, “solo che la mia coscienza non mi rimbrotti, che sono pronto per la Fortuna, come piace a lei. Non è nuova alli orecchi miei tal arra: pertanto la Fortuna giri la sua ruota come vuole, e il villano usi la sua zappa”.

Qui Virgilio, che precede entrambi gli interlocutori di una spanna su uno degli argini di pietra delimitanti il ruscello di sangue, piega la testa a destra e, girandosi, ribatte prontamente a Dante con voce ferma: “Ricordati che è un buon ascoltatore chi rammenta ciò che gli è stato detto”.

Né tuttavia tralascio di parlare con ser Brunetto”, racconta qui il poeta, “e gli domando chi sono i suoi compagni di sventura di più chiara fama e risonanza”.

E il vecchio maestro di Dante così risponde: “La conoscenza della condizione di qualcuno dei miei compagni è buona cosa; degli altri, invece, è meglio non parlarne, perché il tempo non basta per raccontare le loro gesta. Comunque, sappi che furono tutti religiosi e sommi e famosi letterati, che in vita si contraddistinsero per essersi insozzati della stessa colpa”. E non finisce qui!

Queste parole fuor del duca mio

queste parole fuor del duca mio

Dopo aver rimbrottato quel grande – Capaneo, per la cronaca – che, seppure da sdraiato, manifestava tutta la propria arroganza, irridendo la divinità, nella fattispecie Giove, e avergli descritto le sue gesta, Virgilio ha avvertito l’allievo di seguirlo, facendo attenzione a non calpestare la sabbia rovente, ma di camminare sempre rasente le ultime propaggini arboree dell’orrida selva dei suicidi e degli scialacquatori.

Avviatisi, l’uno davanti all’altro, nel terzo girone del settimo cerchio della voragine infernale, giungono senza aver bisogno di continuare a parlare nei pressi di un rivo, che sgorga appena fuori della selva, il cui colore rosso genera sgomento nell’animo del poeta, come egli candidamente confessa nella narrazione.

Siamo nel canto 14^ dell’Inferno, poco al di là della parte centrale dello stesso. Dove il poeta si riprende il filo di quella narrazione, dilettandosi in una interessante similitudine.

Leggiamola insieme: “Come dalla sorgente di Bulicame fuoriesce un corso d’acqua che poi le lavoranti addette alla pettinatura del lino e della canapa si dividono tra di loro, così quello si faceva strada verso il basso attraverso la sabbia. Il suo alveo e ambedue i fianchi erano costruiti in pietra, e pure i margini laterali; e perciò io mi avvidi che il varco era lì”.

Tra le diverse cose che ti ho mostrato, dopo aver varcato la porta dell’Inferno, tu non hai visto niente di notevole come questo ruscello, che spegne sopra il suo alveo tutte le falde di fuoco”.

Queste parole fuor del duca mio”, ci ricorda il poeta; “per la qual cosa io gli chiesi che mi spiegasse meglio ciò che egli volesse dire”. E resta in paziente attesa della risposta del maestro. Che, come solitamente avviene, non si fa attendere.

Surge in vermena e in pianta silvestra

surge in vermena e in pianta silvestra

Come si fa a non tornare nel tredicesimo canto dellʼInferno, precisamente nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, che è pure il secondo girone del settimo cerchio del baratro infernale? Già, come si fa? Se lo facessimo, cioè non tornarci, ci perderemmo il seguito dellʼincontro tra i due poeti e Pier della Vigna. E non sarebbe cosa buona e giusta.

Per cui, dopo aver ricordato che Virgilio, in particolare, ha atteso un poʼ prima di riprendere la parola, e dopo aver precisato che al poeta egli ha appena chiesto – visto che quellʼeminente uomo di Stato si è zittito,  una volta che ha spiegato le vere ragioni della sua morte – di non perdere lʼoccasione di rivolgere qualche domanda a costui, se ancora era interessato a intrattenere quel rapporto così speciale.

A quel punto Dante aveva risposto che non poteva, tanta era lʼangoscia che gli attanagliava la mente e il cuore, e che era meglio se proseguiva lui, Virgilio. Così questi non si fa pregare e, con voce ferma, si rivolge alla pianta in tal modo: “Spirito prigioniero, dicci in che modo lʼanima si congiunge a questi tronchi nodosi; e, se puoi, dicci se qualcuna delle anime si liberi da membra tanto strane”.

Allora il tronco emette un soffio modulato a parole, e poi il soffio diventa questa voce: “Vi darò subito una risposta esauriente. Quando lʼanima crudele si allontana dal corpo, Minosse la scaglia nel settimo cerchio.

Cade qui, in questa selva, e non la sceglie nessun luogo particolare; ma nel punto in cui è destinata dalla sorte, proprio lì germoglia come un seme di frumento. Surge in vermena e in pianta silvestra: le Arpie, nutrendosi successivamente delle sue foglie, la feriscono, e dalle lacerazioni il dolore si manifesta in lamenti strazianti.

Come tutte le altre anime dannate saremo presenti nel giorno del Giudizio a riappropriarci dei corpi di cui ci siamo liberate sulla Terra, ma non in modo che qualcuna di noi se ne possa rivestire, perché non è giusto avere di nuovo quello che lʼuomo sottrae a sé stesso in modo così violento. I corpi li trasporteremo qui, e resteranno sospesi in questa triste selva, ciascuno ad aderire allʼarbusto della sua anima nemica”.

E più non dice, lasciando i due poeti in paziente attesa. “Chissà che cosa avrà ancora da raccontarci”, avranno pensato entrambi. E invece…

Ciò che narrate di mio corso scrivo

Ciò che narrate di mio corso scrivo

Brunetto Latini ha ricordato al suo vecchio allievo che proprio i Fiorentini saranno i suoi acerrimi nemici, a causa del suo buon comportamento, “ma cʼè un motivo”, gli ha detto, “perché non è conveniente a un uomo generoso come te operare in mezzo a gente così ignorante e malvagia”.

E qui gli ha menzionato quel detto che designa i concittadini creature ottuse.

“Ti ricordo che sono avidi, invidiosi e soprattutto superbi. Perciò fai del tutto per allontanarti da essi. Le due fazioni in lotta, poi, vorranno coinvolgerti per forza nelle loro questioni politiche, ma questo non succederà”, ha precisato infine.

Siamo tornati nel quindicesimo canto dellʼInferno, al centro dello stesso. Dove Brunetto Latini, il mentore di Dante nei suoi anni adolescenziali – che sta scontando la pena nel terzo girone del settimo cerchio, tra i sodomiti – si è appena espresso nei termini di cui sopra, il poeta camminando a piccoli passi sullʼargine di pietra che racchiude il ruscello di sangue e il maestro, che lo affianca dabbasso sulla sabbia rovente della spianata, sulla superficie della quale piovono larghe falde di fuoco.

E dove ser Brunetto, come lo ha chiamato Dante quando lo ha riconosciuto, conclude il suo duro discorso, iniziato poco prima, con lo stesso tono accusatorio: “I Fiorentini si trasformino pure in sterco, e non facciano danni alla discendenza, ammesso che ci sia ancora chi riesca a sollevarsi dal loro letamaio, della stirpe nobile di quei Romani che vi restarono quando fu costruita una città tanto malvagia”.

A questo punto interviene il poeta, rispondendo in tono accorato, tanta è lʼemozione che lo pervade nel vedere il suo maestro ridotto così: “Se potessi esaudire totalmente ciò che veramente desidero, voi sareste ancora in vita; perché è impressa nella mia memoria, e ora mi duole molto, la vostra figura di padre così benigna, quando nella mia vita ogni tanto mi dimostravate con il vostro esempio in che modo il ricordo presso gli uomini non svanirà mai grazie alla gloria che solo gli uomini virtuosi possono vantare; e quanto tutto questo io lo gradisca, finché vivrò dovrà essere riconoscibile dalle mie parole.

Ciò che narrate di mio corso scrivo, e lo conserverò nella mia memoria insieme a unʼaltra profezia per farmelo spiegare da Beatrice, quando sarò con lei”. Pausa. Dante sta per dire qualcosa di molto bello, soprattutto per sé stesso. Sorride al suo mentore, che lo guarda ammirato per le parole udite, e… ma se ne riparlerà.

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

Tacendo divenimmo là 've spiccia

Dante ha ascoltato con molta attenzione la risposta rabbiosa proveniente da un dannato dallʼaspetto forzuto, visto sdraiato e in disparte sulla spianata sabbiosa, che funge da terzo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale.

Questo dannato, udito il poeta che domandava a Virgilio chi mai fosse quel grande che si staccava dagli altri in modo tanto evidente, gli ha detto in modo arrogante che egli è la stessa persona, sia da vivo sia da morto. Per cui, sebbene anche ora Giove avesse stancato il prode Vulcano, o avesse sfiancato per la fatica tutti i Ciclopi messi insieme, invocando sempre Vulcano, come accadde nella battaglia di Flegra, per fabbricare i fulmini e li avesse scagliati su di lui con tutta la forza possibile, non avrebbe avuto che una gioia effimera.

Ci troviamo nel 14^ canto dellʼInferno, quasi nella parte centrale. Il luogo: lo abbiamo ricordato poco fa. Dove si legge di Virgilio, che si scaglia contro colui che ha risposto direttamente a Dante, e indirettamente a entrambi.

Così, con voce veemente: “O Capaneo, la punizione più grave sta nel fatto che tu non ti vuoi piegare e la tua arroganza lo dimostra; nessun altro martirio, eccetto la tua rabbia, sarebbe una giusta punizione per la tua empietà”.

Ciò detto, il maestro, con il volto sereno e con la voce improvvisamente pacata, si rivolge a Dante, che lo guarda al colmo della meraviglia, dicendogli: “Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe; e il suo disprezzo per la divinità sembra sia rimasto identico a quanto provava in vita. Tuttavia, come io gli ho detto in unʼaltra occasione, i suoi atteggiamenti sprezzanti sono la rappresentazione del castigo che si è meritato, come i fregi sono orpelli sul petto”.

A questo punto Virgilio sʼinterrompe e scruta con gli occhi vivaci lontano da sé, al di là della vasta spianata di sabbia – ricordiamo al fedele lettore che entrambi sono appena usciti dalla selva dei suicidi e degli scialacquatori, e si trovano appunto ai margini del sabbione. Fatto questo, si gira verso lʼallievo per concludere: “Ora stammi dietro, e staʼ attento a non poggiare i piedi sulla rena arroventata; ma procedi sempre vicino al bosco”.

E così entrambi riprendono il cammino, lʼuno davanti e lʼaltro a seguire. “Tacendo divenimmo là ʼve spiccia fuori dalla selva un ruscello, il cui colore rosso tuttora mʼincute paura”, chiosa il poeta. Dove andranno?