Nel dritto mezzo del campo maligno

Nel dritto mezzo del campo maligno

Il 18^ canto dellʼInferno si apre con lʼefficace descrizione di un luogo, lunga quanto basta affinché chi ne abbia interesse, mentre sta leggendo, possa sorbirsi in tutta tranquillità un buon tè freddo.

Essa riguarda il vastissimo pianoro di Malebolge, appunto il luogo in cui Virgilio e Dante vengono trasportati, è il caso di dire il mostro alato di cui presto faremo la conoscenza, che li ha prelevati sulla cornice esterna del settimo cerchio, quello suddiviso in tre gironi. Dove sono stati in piacevolissima compagnia con gli omicidi, i predoni, i suicidi, gli scialacquatori, i bestemmiatori, i sodomiti e, dulcis in fundo, gli usurai.

In sostanza, Gerione li ha depositati nell’ottavo cerchio dellʼInferno, dopo essere disceso con ampi volteggi lungo la ripida parete rocciosa che separa nettamente il cerchio suddetto dal precedente.

NellʼInferno si trova un luogo chiamato Malebolge, tutto di pietra di colore grigio, narra il poeta, “come la ripida parete rocciosa che lo circonda. Nel centro esatto del piano di Malebolge si apre il vuoto di un pozzo molto ampio e profondo, di cui a suo tempo e luogo esporrò la struttura. La corona che resta dunque tra il pozzo e la base dellʼalta parete di roccia è circolare, e ha il fondo suddiviso in dieci bolge.

Quale aspetto, dove per difesa delle mura innumerevoli fossati circondano i castelli, offre il luogo in cui si trovano, tale configurazione quelli facevano lì; e come rispetto a questi luoghi fortificati si trovano ponticelli dalle loro porte fino alla sponda esterna, così dalla base della parete rocciosa si partivano ponti di pietra che tagliavano gli argini e le bolge fino al pozzo che li interrompe e contiene”.

Fine della descrizione – e penso pure del tè. Da questo punto egli riprenderà a raccontare le proprie vicissitudini, e noi non vediamo l’ora di leggerle.

Ora cen porta l’un de’ duri margini

Ora cen porta l'un de' duri margini

INFERNO

CANTO XV

Ora cen porta l’un de’ duri margini; e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, sì che dal foco salva l’acqua e li argini. Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; e quali Padoan lungo la Brenta, per difender lor ville e lor castelli, anzi che Carentana ’l caldo senta: a tale imagine eran fatti quelli, tutto che né sì alti né sì grossi, qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era, perch’io indietro rivolto mi fossi, quando incontrammo d’anime una schiera che venian lungo l’argine, e ciascuna ci riguardava come suol da sera guardare uno altro sotto nuova luna; e sì ver’noi aguzzan le ciglia come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia, fui conosciuto da un, che mi prese per lo lembo e gridò: “Qual maraviglia!”. E io, quando ’l suo braccio a me distese, ficcai li occhi per lo cotto aspetto, sì che ’l viso abbrusciato non difese la conoscenza sua al mio ’ntelletto; e chinando la mano a la sua faccia, rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”.

E quelli: “O figliuol mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latino un poco teco ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia”.

I’ dissi lui: “Quanto posso, ven preco; e se volete che con voi m’asseggia, faròl, se piace a costui che vo seco”.

O figliuol”, disse, “qual di questa greggia s’arresta punto, giace poi cent’anni sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; e poi rigiugnerò la mia masnada, che va piangendo i suoi etterni danni”.

***

Io non osava scender de la strada per andar par di lui; ma ’l capo chino tenea com’uom che reverente vada.

El cominciò: “Qual fortuna o destino anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? e chi è questi che mostra ’l cammino?”.

Là sù di sopra, in la vita serena”, rispuos’io a lui, “mi smarri’ in una valle, avanti che l’età mia fosse piena. Pur ier mattina le volsi le spalle: questi m’apparve, tornand’io in quella, e reducemi a ca per questo calle”.

Ed elli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi ne la vita bella; e s’io non fossi sì per tempo morto, veggendo il cielo a te così benigno, dato t’avrei a l’opera conforto. Ma quello ingrato popolo maligno che discese di Fiesole ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno, ti si farà, per tuo ben far, nimico; ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; gent’è avara, invidiosa e superba: dai lor costumi fa che tu ti forbi. La tua fortuna tanto onor ti serba, che l’una parte e l’altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l’erba. Faccian le bestie fiesolane strame di lor medesme, e non tocchin la pianta, s’alcuna surge ancor in lor letame in cui riviva la sementa santa di que’ Roman che vi rimaser quando fu fatto il nido di malizia tanta”.

***

Se fosse tutto pieno il mio dimando”, rispuos’io lui, “voi non sareste ancora de l’umana natura posto in bando; ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna: e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo, e serbolo a chiosar con altro testo a donna che saprà, s’a lei arrivo. Tanto vogl’io che vi sia manifesto, pur che mia coscïenza non mi garra, ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. Non è nuova a li orecchi miei tal arra: però giri Fortuna la sua rota, come le piace, e ’l villan la sua marra”.

Lo mio maestro allora in su la gota destra si volse indietro e riguardommi; poi disse: “Bene ascolta chi la nota”. Né per tanto di men parlando vommi con ser Brunetto, e dimando chi sono li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: “Saper d’alcuno è buono; de li altri fia laudabile tacerci, ché ’l tempo saria corto a tanto suono. In somma sappi che tutti fur cherci e litterati grandi e di gran fama, d’un peccato medesmo al mondo lerci. Priscian sen va con quella turba grama, e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, s’avessi avuto di tal tigna brama, colui potei che dal servo de’ servi fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, dove lasciò li mal protesi nervi. Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone più lungo esser non può, però ch’i’ veggio là surger nuovo fummo del sabbione. Gente vien con la quale esser non deggio. Sieti raccomandato il mio Tesoro, nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”.

Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde.

Poi che la carità del natio loco

Poi che la carità del natio loco

INFERNO

CANTO XIV

Poi che la carità del natio loco mi strinse, raunai le fronde sparte e rende’le a colui, ch’era già fioco. Indi venimmo al fine ove si parte lo secondo giron dal terzo, e dove si vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove, dico che arrivammo ad una landa che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda intorno, come ’l fosso tristo ad essa; quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa, non d’altra foggia fatta che colei che fu da’ piè di Caton già soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge che piangean tutte assai miseramente, e parea posta lor diversa legge. Supin giacea in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, e altra andava continuamente. Quella che giva ’ntorno era più molta, e quella men che giacea al tormento, ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, piovean di foco dilatate falde, come di neve in alpe sanza vento. Quali Alessandro in quelle parti calde d’India vide sopra ’l suo stuolo fiamme cadere infino a terra salde, per ch’ei provide a scalpitar lo suolo con le sue schiere, acciò che lo vapore mei si stingueva mentre ch’era solo: tale scendeva l’etternale ardore; onde la rena s’accendea, com’esca sotto focile, a doppiar lo dolore. Sanza riposo mai era la tresca de le misere mani, or quindi or quinci escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci tutte le cose, fuor che ’ demon duri ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, chi è quel grande che non par che curi lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, sì che la pioggia non par che ’l marturi?”.

***

E quel medesmo, che si fu accorto ch’io domandava il mio duca di lui, gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto. Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui crucciato prese la folgore aguta onde l’ultimo dì percosso fui; o s’elli stanchi li altri a muta a muta in Mongibello a la focina negra, chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, sì comʼel fece a la pugna di Flegra, e me saetti con tutta sua forza: non ne potrebbe aver vendetta allegra”.

Allora il duca mio parlò di forza tanto, chʼiʼ non lʼavea sì forte udito: “O Capaneo, in ciò che non sʼammorza la tua superbia, seʼ tu più punito; nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al tuo furor dolor compito”.

Poi si rivolse a me con miglior labbia, dicendo: “Quei fu lʼun dʼi sette regi chʼassiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; ma, comʼio dissi lui, li suoi dispetti sono al suo petto assai debiti fregi. Or mi vien dietro, e guarda che non metti, ancor, li piedi ne la rena arsiccia; ma sempre al bosco tien li piedi stretti”.

Tacendo divenimmo là ʼve spiccia fuor de la selva un picciol fiumicello, lo cui rossore ancor mi raccapriccia. Quale dal Bulicame esce ruscello che parton poi tra lor le peccatrici, tal per la rena giù sen giva quello. Lo fondo suo e ambo le pendici fattʼera ʼn pietra, e ʼ margini da lato; per chʼio mʼaccorsi che ʼl passo era lici.

Tra tutto lʼaltro chʼiʼ tʼho dimostrato, poscia che noi intrammo per la porta lo cui sogliare a nessuno è negato, cosa non fu da li tuoi occhi scorta notabile comʼè ʼl presente rio, che sovra sé tutte fiammelle ammorta”.

Queste parole fuor del duca mio; per chʼio ʼl pregai che mi largisse ʼl pasto di cui largito mʼavea il disio.

***

In mezzo mar siede un paese guasto”, dissʼelli allora, “che sʼappella Creta, sotto ʼl cui rege fu già ʼl mondo casto. Una montagna vʼè che già fu lieta dʼacqua e di fronde, che si chiamò Ida; or è diserta come cosa vieta. Rea la scelse già per cuna fida del suo figliuolo, e per celarlo meglio, quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, che tien volte le spalle inverʼ Dammiata e Roma guarda come suo speglio. La sua testa è di fin oro formata, e puro argento son le braccia e ʼl petto, poi è di rame infino a la forcata; da indi in giuso è tutto ferro eletto, salvo che ʼl destro piede è terra cotta; e sta ʼn su quel, più che ʼn su lʼaltro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che lʼoro, è rotta dʼuna fessura che lagrime goccia, le quali, accolte, fóran quella grotta. Lor corso in questa valle si diroccia; fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; per sen van giù per questa stretta doccia, infin, là dove più non si dismonta, fanno Cocito; e qual sia quello stagno tu lo vedrai, però qui non si conta”.

E io a lui: “Se ʼl presente rigagno si diriva così dal nostro mondo, perché ci appar pur a questo vivagno?”.

Ed elli a me: “Tu sai che ʼl loco è tondo; e tutto che sie venuto molto, pur a sinistra, giù calando al fondo, non seʼ ancor per tutto ʼl cerchio vòlto; per che, se cosa nʼapparisce nova, non deʼ addur maraviglia al tuo volto”.

E io ancor: “Maestro, ove si trova Flegetonta e Letè? ché de lʼun taci, e lʼaltro diʼ che si fa dʼesta piova”.

In tutte tue question certo mi piaci”, rispuose, “ma ʼl bollor de lʼacqua rossa dovea ben solver lʼuna che tu faci. Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, là dove vanno lʼanime a lavarsi quando la colpa pentuta è rimossa”. Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi dal bosco; fa che di retro a me vegne: li margini fan via, che non son arsi, e sopra loro ogne vapor si spegne”.

Non era ancor di là Nesso arrivato

Non era ancor di là Nesso arrivato

INFERNO

CANTO XIII

Non era ancor di là Nesso arrivato, quando noi ci mettemmo per un bosco che da neun sentiero era segnato. Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. Non han sì aspri sterpi né sì folti quelle fiere selvagge che ’n odio hanno tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, che cacciar de le Strofade i Troiani con tristo annunzio di futuro danno. Ali hanno late, e colli e visi umani, piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; fanno lamenti in su l’alberi strani.

E ’l buon maestro “Prima che più entre, sappi che se’ nel secondo girone”, mi cominciò a dire, “e sarai mentre che tu verrai ne l’orribil sabbione. Però riguarda ben; sì vederai cose che torrien fede al mio sermone”.

Io sentia d’ogne parte trarre guai e non vedea persona che ’l facesse; per ch’io tutto smarrito m’arrestai. Cred’io ch’ei credette ch’io credesse che tante voci uscisser, tra quei bronchi, da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi qualche fraschetta d’una d’este piante, li pensier c’hai si faran tutti monchi”.

Allor porsi la mano un poco avante e colsi un ramicel da un gran pruno; e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi”.

Come d’un tizzo verde ch’arso sia da l’un de’ capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond’io lasciai la cima cadere, e stetti come l’uom che teme.

***

S’elli avesse potuto creder prima”, rispuose ’l savio mio, “anima lesa, ciò c’ha veduto pur con la mia rima, non averebbe in te la man distesa; ma la cosa incredibile mi fece indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi nel mondo sù, dove tornar li lece”.

E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi, ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi perch’io un poco a ragionar m’inveschi. Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi; fede portai al glorioso offizio, tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti, morte comune e de le corti vizio, infiammò contra me li animi tutti; e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto. Per le nove radici d’esto legno vi giuro che già mai non ruppi fede al mio segnor, che fu d’onor sì degno. E se di voi alcun nel mondo riede, conforti la memoria mia, che giace ancor del colpo che ’nvidia le diede”.

Un poco attese, e poi “ Da ch’el si tace”, disse ’l poeta a me, “non perder l’ora; ma parla; e chiedi a lui, se più ti piace”.

Ond’io a lui: “Domandal tu ancora di quel che credi ch’a me satisfaccia; ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”.

Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia liberamente ciò che ’l tuo dir priega, spirito incarcerato, ancor ti piaccia di dirne come l’anima si lega in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, s’alcuna mai di tai membra si spiega”.

***

Allor soffiò il tronco forte, e poi si convertì quel vento in cotal voce: “Brievemente sarà risposto a voi. Quando si parte l’anima feroce dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta, Minòs la manda a la settima foce. Cade in la selva, e non l’è parte scelta; ma là dove fortuna la balestra, quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra: l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, fanno dolore, e al dolor fenestra. Come l’altre verrem per nostre spoglie, ma non però ch’alcuna sen rivesta, ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. Qui le strascineremo, e per la mesta selva saranno i nostri corpi appesi, ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”.

Noi eravamo ancora al tronco attesi, credendo ch’altro ne volesse dire, quando noi fummo d’un romor sorpresi, similemente a colui che venire sente ’l porco e la caccia a la sua posta, ch’ode le bestie, e le frasche stormire. Ed ecco due da la sinistra costa, nudi e graffiati, fuggendo sì forte, che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”. E l’altro, cui pareva tardar troppo, gridava: “Lano, sì non furo accorte le gambe tue a le giostre dal Toppo!”. E poi che forse li fallia la lena, di sé e d’un cespuglio fece un groppo. Di rietro a loro era la selva piena di nere cagne, bramose e correnti come veltri ch’uscisser di catena. In quel che s’appiattò miser li denti, e quel dilaceraro a brano a brano; poi sen portar quelle membra dolenti. Presemi allor la mia scorta per mano, e menommi al cespuglio che piangea per le rotture sanguinenti in vano.

O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea, che t’è giovato di me fare schermo? che colpa ho io de la tua vita rea’”. Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo, disse: “Chi fosti, che per tante punte soffi con sangue doloroso sermo?”.

Ed elli a noi: “O anime che giunte siete a veder lo strazio disonesto c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, raccoglietele al piè del tristo cesto. I’ fui de la città che nel Batista mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo sempre con l’arte sua la farà trista; e se non fosse che ’n sul passo d’Arno rimane ancor di lui alcuna vista, que’ cittadin che poi la rifondarno sovra ’l cener che d’Attila rimase, avrebber fatto lavorare indarno. Io fei gibetto a me de le mie case”.

Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta

Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta

Nel 14^ canto dellʼInferno, precisamente nel terzo girone del settimo cerchio, Dante, nel citare il Veglio di Creta, lo fa per parlare – attraverso la voce di Virgilio – dellʼorigine dei fiumi infernali. Essi nascono dalle lacrime che scendono in modo copioso dalle ferite che ricoprono le membra di tale personaggio e che, raccogliendosi ai suoi piedi, perforano la roccia del monte Ida a Creta, in cui dimora la sua statua, fino a che forma, da un balzo allʼaltro, prima lʼAcheronte, poi, in ordine di discesa, lo Stige, il Flegetonte e il Cocito.

Ora, senza tediare oltremodo il lettore coi riferimenti della mitologia classica – che, se vorrà, potrà dilettarsi ad approfondire per proprio conto – ci limiteremo a dare conto di questi fiumi al modo in cui sono trattati da Dante; il tutto, nel tempo che occorre per bere un buon caffè in compagnia.

Precisiamo subito che detti fiumi sono, in realtà, uno solo, che di volta in volta assume nomi diversi, a seconda della dislocazione, nonché degli aspetti che mutano di volta in volta: lʼAcheronte è una livida palude, lo Stige, uno stagno fangoso, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente e, buon ultimo, il Cocito, un lago ghiacciato. Bene. Procediamo in ordine di citazione.

LʼAcheronte dantesco è una trista riviera attraverso la quale Caronte traghetta le anime dannate, la cui riva malvagia attende ciascun uom che Dio non teme, resa protagonista insieme al demone nel 3^ canto dellʼInferno, vv. 72-124. “Vidi anime presso la riva di un ampio fiume”, narra il poeta; e perciò egli invita Virgilio a dirgli chi sono e quale usanza le fa apparire ansiose di andare da una parte allʼaltra, avendo come risposta che le cose gli sarebbero state note una volta arrestati i loro passi sulla dolorosa riva di quel fiume, nel vestibolo infernale.

Lo Stige, secondo la descrizione del poeta, appare a questi sul limite del quarto cerchio, come una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva, 7^ canto vv.101-102, da cui hanno origine le onde bige, di un triste ruscel che vanno a riversarsi in una palude che è denominata, appunto, Stige, la quale circonda la città di Dite. Un pantano dove in superficie appaiono anime immerse nelle acque fangose, tutte nude, con il volto rabbioso, troncandosi coʼ denti a brano a brano, mentre si battono tra di loro: gli iracondi, con gli accidiosi nascosti sotto.

Il Flegetonte, per il poeta – ma non lo cita per nome – è unʼampia fossa in arco torta, un fiume di sangue nel quale sono immersi gli omicidi e i predoni – 12^ canto dellʼInferno. Questa fossa circonda totalmente lo spazio del settimo cerchio, di cui forma il girone più esterno. Il fosso tristo attornia poi la selva dei suicidi e degli scialacquatori – 13^ canto dellʼInferno, per riemergere come una diramazione, il picciol fiumicello, nel terzo girone del settimo cerchio, quello dei bestemmiatori, dei sodomiti e degli usurai, per precipitare nel cerchio sottostante, lʼottavo, detto Malebolge.

Da cui, alla fine di un lungo percorso, diventerà il Cocito, di cui Virgilio non vuole parlare a Dante verso la fine del 14^ canto, dopo avergli descritto la modalità di formazione dei fiumi. Ma sarà il poeta a parlarne diffusamente nei canti 31^, 33^ e 34^ , come luogo di espiazione dei traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori, nell’ultimo cerchio dell’Inferno. Egli, infatti, immagina Cocito a moʼ di una distesa ghiacciata, divisa in quattro zone, la fredda crosta formata dai venti prodotti dalle sei ali di Lucifero, e rappresentata come unʼimbuto inclinato.

Io fei gibetto a me de le mie case

Io fei gibetto a me de le mie case

Secondo girone del settimo cerchio dell’Inferno, la selva dei suicidi e degli scialacquatori.  Dove si sente dire: “Io feci della mia casa un luogo di supplizio”Con questa frase perentoria, a voler dire che egli si è suicidato tra le proprie mura, la voce accorata di un dannato chiude il 13^ canto dellʼInferno.

Il tutto, dopo aver chiesto ai due poeti fermi di fronte a lui, di raccogliere alla base del doloroso sterpo in cui è racchiusa la sua anima i ramoscelli con le foglie divelti poco prima da un altro dannato, il padovano Giacomo di SantʼAndrea, noto scialacquatore delle proprie sostanze, che si era illuso di aver trovato riparo dietro quella pianta dallʼassalto di alcune cagne infernali che inseguivano lui e un compagno, uscendone invece lacerato pezzo a pezzo e portato via – e il cespuglio con i rami strappati.

Bene, cioè male. Il poeta ci ha teso un bel tranello, non cʼè che dire, e non sarà il solo! A onor del vero, tentativi di decifrare lʼenigma sulle generalità di questo personaggio, non sono di certo mancati, a partire dai primi, autorevoli commentatori dellʼopera (Lana e Anonimo su tutti), che intesero individuarlo nel giudice fiorentino Lotto degli Agli e proseguiti nei secoli. Pertanto, in mancanza di altre testimonianze attendibili a dimostrare il contrario, ci atteniamo a quella che ancora sembra la meno improbabile.

Costui lo troviamo citato quale professor iuris in un documento del 1273, con cui Carlo I dʼAngiò gli affida, unitamente a Guglielmo Martini, un giurisperito anchʼegli fiorentino, lʼincarico di riportare la pace tra i Guelfi di Massa. La sua carriera politico-burocratica si svolse perlopiù fuori da Firenze, anche se fu membro del collegio dei priori nel bimestre 15 Aprile-15 Giugno 1285 – la carica ricoperta poi da Dante nel bimestre 15 Giugno-15 Agosto 1300.

Spesso fu chiamato a ricoprire le funzioni di giudice, a Bologna nel 1266 e nelle Marche nel 1267, di capitano del popolo, a Cremona nel 1277 e a San Miniato nel 1293, di podestà, a San Miniato nel 1282 e, passando in varie località in anni diversi, a Borgo San Sepolcro nel 1291, per suicidarsi subito dopo, impiccandosi in casa propria, a causa del disonore provato per un falso perpetrato in qualità di giudice.

S’avessi avuto di tal tigna brama

S'avessi avuto di tal tigna brama

Mancano pochi passi alla fine del 15^ canto dellʼInferno, quello di Brunetto Latini, per intenderci, quando il mentore di Dante, interrogato da questi su quali altri sodomiti scontano la loro pena nel terzo girone del settimo cerchio, dopo aver fatto i nomi del grammatico Prisciano di Cesarea e del grande giureconsulto Francesco dʼAccursio, cita con una famosa perifrasi un personaggio così immondo in vita, che si meritò il trasferimento da Firenze a Vicenza, dove vi lasciò li mal protesi nervi. E se Dante avesse avuto di tal tigna brama di vederlo, messer Brunetto non si sarebbe tirato indietro. 

Lettore, tu e io facciamo così la conoscenza del vescovo fiorentino Andrea, della ricca famiglia guelfa deʼ Mozzi. Dalla sua biografia, si apprende che completò gli studi giuridici a Bologna, e soggiornò a lungo in Inghilterra. Successivamente cappellano di alcuni pontefici, tra cui Alessandro IV, canonico della Chiesa fiorentina e di quella di Cambrai, rappresentante delegato del cardinal Latino in terra toscana, fu nominato vescovo della sua città nel 1287. Carica che mantenne fino al 1295, quando Bonifacio VIII, il 13 settembre di quellʼanno, per punizione lo destinò alla diocesi di Vicenza, dove morì nel febbraio 1296.

La ragione della bolla papale relativa al trasferimento sembra sia basata sul fatto che il governo del vescovo nella diocesi fiorentina, pur mirando nelle intenzioni “a risollevarne le sorti e ridare lustro alla città” – come peraltro si legge nella stessa – fosse attinente a una trama nemmeno tanto coperta di frizioni e controversie col clero, alcune delle quali di matrice meramente finanziaria, avviata sotto il pontificato di Niccolò IV.

Da questi, il vescovo era stato accusato di “violazione dei diritti altrui” e abuso di potere, e se ne stava aspettando da un momento allʼaltro la condanna. Infatti, in una bolla del settembre 1291, Niccolò IV lo aveva rimproverato di seminare zizzania tra i Fratelli della penitenza, parteggiando egli per i Guelfi di parte Nera, ordinandogli pertanto di restituire la cassa posta sotto sequestro senza averne lʼautorità, e minacciandolo di ricorrere a misure più severe. Ma, scomparso il papa nellʼAprile 1292, il vescovo Andrea aveva naturalmente ignorato quegli ordini. Fino al provvedimento di Bonifacio VIII, che gli costò il trasferimento in una sede di scarsa importanza.

In riferimento allʼaccusa di sodomia – a quanto se ne sa, per nulla documentabile da fonti certe – vi è da ritenere che a Firenze le “male lingue” avessero intaccato facilmente la fama del vescovo. Dicerie che dovettero influenzare non poco Dante – come accadde anche nel caso di Brunetto Latini, di Prisciano di Cesarea e di Francesco dʼAccursio, tutti collocati dal poeta nel girone dei sodomiti.

Anche se, a tal proposito, Boccaccio scrisse: “Per questa miseria, nella quale forse era disonesto peccatore, e per molte altre sue sciocchezze che di lui si raccontano nel vulgo, fu per opera di messer Tomaso… onorevole cavaliere e grande al cospetto del papa… nellʼintento di levar dinanzi agli occhi suoi e deʼ suoi cittadini tanta abominazione… permutato… in vescovo di Vicenza”.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

La statua del Veglio di Creta, canto 14^ dellʼInferno, terzo girone del settimo cerchio, è di sicuro una delle figure allegoriche più riuscite dellʼintera Commedia, tanto da meritarsi perfino lʼattenzione di un pilastro del panorama culturale novecentesco, come Benedetto Croce, ed è al contempo un pretesto che Virgilio usa per arrivare a illustrare a Dante lʼorigine dei fiumi infernali – nascendo questi dalle lacrime che copiose scendono dalle ferite che ricoprono le sue membra e che, raccogliendosi ai suoi piedi, perforano la roccia del monte Ida a Creta in cui dimora, fino a formare, di salto in salto nellʼabisso infernale, lʼAcheronte, lo Stige, il Flegetonte, da cui si stacca una diramazione – il picciol fiumicello di cui parleremo tra poco – e infine il lago ghiacciato di Cocito.

Virgilio e Dante dunque hanno da poco lasciato al suo destino il gigantesco Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, e stanno proseguendo il loro viaggio rasentando la selva dei suicidi e degli scialacquatori, stando attenti a non poggiare i loro preziosi piedi, specialmente quelli di Dante, sulla sabbia rovente.

A un tratto agli occhi di questi si mostra il rivo di cui sopra, di colore rosso, racchiuso da due sponde di pietra, quasi un canale, che gli suscita un moto di raccapriccio. Il maestro coglie lʼoccasione per ricordargli che fino a quel momento non ha visto nulla di più interessante, come questo strano ruscello che sta vedendo ora. Per cui la curiosità del poeta si accende subito: spiegati meglio, ti prego, maestro. Virgilio non se lo fa ripetere… e a questo punto entra in ballo il Veglio di Creta.

La fonte diretta di questo personaggio è la statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui si fa cenno nella Bibbia (Daniele, 2,31-45). Essa, nelle intenzioni del poeta, simboleggia la storia del genere umano, che dallʼetà dellʼoro è degenerata via via fino a giungere al suo tempo.

Ma se la fonte è prettamente biblica, molti sono i riferimenti che Dante attinge a piene mani alla mitologia classica, a partire da Creta. Essa è lʼisola che sorge in mezzo al Mediterraneo, un tempo governata da Saturno e che conobbe una mitica felice prima della sua decadenza avviata da Giove, la madre del quale aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida.

Questa è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e lʼImpero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dellʼOriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè lʼOccidente, il cuore della cristianità.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

Io son colui che tenni ambo le chiavi

Siamo nel 13^ canto dell’Inferno, quello di Pier della Vigna. Che dice ai due poeti: “Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che esclusi quasi ognuno dalla sua confidenza; fui fedele alla mia altissima carica, tanto che per questo persi la pace e la vita”. Questo breve discorso scaturisce dal moncone di un ramo spezzato di un grande cespuglio spinoso nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, secondo girone del settimo cerchio dell’Inferno.  

Pier della Vigna nacque a Capua intorno al 1190 da unʼumile famiglia, ma nonostante ciò riuscì a compiere gli studi a Bologna. Appena trentenne, su raccomandazione dellʼarcivescovo di Palermo, fu accolto presso la corte di Federico II con la duplice funzione di notaio e scrittore della cancelleria imperiale. Nel 1225 fu eletto a giudice della Magna Curia, carica che mantenne ininterrottamente, quindi per gran parte della propria vita terrena, fino al 1247, quando fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta”, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dellʼimperatore.

Nel frattempo, tra la redazione di un atto di governo e una missione diplomatica nei paesi stranieri, ovviamente intendendo con ciò anche gli stati piccoli e grandi disseminati nella penisola italica, si dilettò a poetare in volgare – svettando con il sonetto Amando con fin core – e a redigere un apprezzatissimo epistolario. Infine, nel febbraio 1249, mentre era in missione a Cremona, venne arrestato; ciò portò alla privazione di tutte le sue cariche e, successivamente, un crudele accecamento.

A questo punto con la mente mettiamo a fuoco unʼimmagine. Non è difficile. Gradualmente si dipana la scena. Ci troviamo allʼinterno di una stanza rettangolare, entro la quale il nostro Pietro siede davanti a un bellissimo scrittoio. Lui non ci può vedere – veniamo dal futuro e abbiamo il dono di essere invisibili – ma noi vediamo lui che muove appena le labbra, concentratissimo: sta leggendo. Chissà, forse si tratta di un documento fondamentale per la buona riuscita del suo incarico. Ed ecco che un robusto bussare, ripetuto più volte, lo costringe ad alzare gli occhi, che poi tieni fissi sulla porta per qualche istante, un lunghissimo istante che sembra non finire mai. Scosso da tremiti per tutto il corpo – sa che cosa sta accadendo – resta seduto. Ma lo raggiunge una voce imperiosa, che gli intima di aprire immediatamente la porta. Scrollando il capo, si avvia a passi lenti incontro al suo ineluttabile destino.

Pier della Vigna si suicidò un paio di mesi dopo quella infausta giornata. Tra le versioni della sua tragica fine, che circolarono subito dopo, ne ricordiamo un paio, quanto al luogo e alle modalità: nella rocca di San Miniato, battendo la testa contro il muro della prigione, nella chiesa di San Paolo a Ripa dʼArno a Pisa, sfracellandosi la testa sulla parete esterna.

Anche le cause che provocarono la sua caduta in disgrazia sono alquanto contraddittorie. Quella più accreditata ci riporta a una congiura di palazzo organizzata dai nobili della corte, invidiosi della vertiginosa ascesa ai vertici dellʼamministrazione da parte dellʼumile Pietro, tesi peraltro riportata da Dante nel canto sopra citato, uno dei più significativi di tutta la Commedia, e accolta da quasi tutti i commentatori contemporanei della stessa, nonché da qualche moderno.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Ti auguro che tu possa assecondare il tuo segno astrale, e ti dico che non potrai fallire il raggiungimento della meta che ti sei prefissa, se ti conosco bene; e se non fossi morto anzitempo, sapendo che gli astri ti erano tanto favorevoli, ti avrei dato una mano nel tuo agire di ogni giorno, come poeta e come membro della vita cittadina. Ma i Fiorentini saranno i tuoi peggiori nemici, proprio a causa del tuo retto agire; e cʼè un motivo, perché non è conveniente, per un uomo magnanimo come sei tu, operare in mezzo a uomini così ignoranti e malvagi. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; essi sono avari, pieni dʼinvidia e superbi: faʼ in modo che ti allontani dalle loro abitudini”.

A parlare così è Brunetto Latini, il mentore di Dante, incontrato dal poeta nel girone dei sodomiti del settimo cerchio, di cui si tratta nel 15^ canto dellʼInferno. Dunque, il nostro Brunetto inveisce contro Firenze. Perché? Tutto nasce dallʼipotesi che i Fiorentini si trasformeranno a un certo punto in acerrimi nemici del poeta, a causa della sua giusta azione nella vita politica cittadina.

Ciò si spiega, secondo ser Brunetto, perché i Fiorentini sono una diretta emanazione dei Fiesolani, e quindi di questo luogo del contado mantengono la rozzezza di usi e costumi tipica degli abitanti delle montagne: quello ingrato popolo maligno che discese a Firenze ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno – questa è lʼesatta definizione che il poeta fa esprimere per bocca del suo maestro di gioventù.

Il quale si rifà alla nota leggenda, secondo la quale Fiesole fu rasa al suolo dopo essersi ribellata a Catilina, per cui i Romani, gettando le basi di Firenze, avevano accolto i profughi scampati alla distruzione della loro città. Il poeta riteneva che la propria famiglia discendesse dai Romani, quindi quanto detto dal suo mentore sembra confermare una divisione di fondo tra esso e i suoi concittadini, sfociato nel tempo nellʼodio provato contro di lui specialmente dai Guelfi di parte Bianca e di parte Nera; la prima, perché il poeta se ne allontanerà dopo la battaglia della Lastra – riferimento, questo, che si arguisce dalla profezia del suo antenato Cacciaguida, quando lo incontrerà in Paradiso; la seconda, in quanto avversaria di ʻpartitoʼ.

Ma Brunetto Latini si mostra certo che i suoi avversari non riusciranno a prevalere sul poeta – qui non sarà esattamente così – interpretiamolo pertanto come un augurio che Dante fa a sé stesso – perché un brutto giorno sarà esiliato insieme ai suoi compagni di sventura – e auspica loro di divorarsi a vicenda e di non toccare la pianta, i discendenti del sangue romano, la sementa santa che fu gettata nella fondazione della città, ammesso che se ne trovino ancora nel letamaio fiorentino.