Alcun tempo il sostenni col mio volto

30^ canto del Purgatorio.

Dante è accusato da Beatrice di traviamento.

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Ella, sempre immobile sulla predetta sponda del carro, indirizzò il suo discorso così in seguito verso le Intelligenze pietose: «Voi vegliate nel giorno di Dio, sicché la notte né il sonno non vi nascondono qualsiasi azione che il mondo degli uomini compia nel suo cammino; per cui la mia replica è che mi comprenda con maggiore intenzione colui che piange dall’altra parte, affinché il peccato e il dolore siano proporzionati.

«Non soltanto a causa dell’influsso delle sfere celesti, che indirizzano ogni creatura umana a uno scopo determinato a seconda di come i pianeti siano congiunti con esse, ma per l’abbondanza di doni della grazia divina, che hanno la loro pioggia da nuvole così alte, che nell’Empireo non vi arrivano neppure le nostre viste, questi nella sua età giovanile fu tale in potenza attiva, che ogni buona disposizione naturale avrebbe prodotto in lui una straordinaria riuscita.

«Ma il terreno diventa tanto più sterile e più selvatico col cattivo seme e non coltivato, quanto più esso è più dotato di una buona fertilità naturale. Per qualche tempo lo mantenni sulla retta via con la mia presenza: facendogli vedere gli occhi giovanili, lo conducevo con me volto nella giusta direzione. Appena fui all’inizio della mia giovinezza e passai dalla vita terrena a quella eterna, questi si staccò da me, e si concesse ad altri.

«Quando ero ascesa dalla vita del corpo a quella dello spirito, e mi erano aumentate sia la bellezza sia i poteri della sua essenza, io da lui fui meno amata e meno apprezzata; e si miseper una via falsa, andando dietro a fallaci apparenze di bene, che nessuna promessa di felicità mantengono mai interamente. Né mi giovò l’ottenere con preghiere da Dio buone ispirazioni, con le quali in sogno e in modo diverso lo richiamai a me: gliene importò così poco!

«Scese tanto in basso, che tutti i mezzi erano già insufficienti per la salvezza dell’anima sua, eccetto che fargli conoscere le anime dannate. Per questo discesi alla porta dei dannati, e la mia preghiera, piangendo, fu rivolta a colui che l’ha accompagnato quassù. Sarebbe violato un arcano decreto di Dio, se il Lete fosse attraversato e fosse assaporata tale bevanda senza nessun pagamento che faccia spargere lacrime di pentimento»”.

© ALCUN TEMPO IL SOSTENNI COL MIO VOLTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

30^ canto del Purgatorio.

Beatrice rimprovera Dante e gli angeli gli manifestano compassione.

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “Come un ammiraglio che a poppa e a prua passa in rassegna l’equipaggio che adempie ai suoi compiti sulle altre navi, e lo esorta a fare cose buone; così sul fianco sinistro del carro, quando mi volsi al suono del nome mio, che solo necessariamente a questo punto è scritto nel testo, vidi la donna che prima mi apparve velata sotto la nuvola di fiori fatti cadere dagli angeli in segno di festosa accoglienza, rivolgere lo sguardo verso di me al di qua del fiume.

Quantunque il velo che le pendeva dalla testa, cinto da un ramoscello d’alloro, facesse sì che non apparisse chiaramente visibile, ancora nel contegno di altero e regale disdegno seguitò come colui che parla e lascia in serbo le parole più vibranti: «Guarda proprio qui! Sono proprio, sono proprio Beatrice. Come osasti di salire al monte? tu non sapevi che qui l’uomo è felice?».

Gli occhi si abbassarono e si fissarono sul limpido corso d’acqua; ma vedendomi in esso, li rivolsi verso il terreno, tanta vergogna mi fece abbassare la testa. Così la madre sembra spietata al figlio, come ella sembrò a me; perché la compassione espressa in modi aspri ha il gusto d’amaro. Ella tacque; e gli angeli cantarono improvvisamente ‘In te, Signore, ho sperato’; ma non andarono oltre ‘i piedi miei’.

Come la neve diventa dura e compatta come ghiaccio tra i vivi alberi montani diritti come travi sui gioghi dell’Appennino, portata e addensata sotto l’urto dei venti di nord-est, poi, resa liquida, gocciola attraverso il suo stesso spessore dagli strati superiori agli inferiori, soltanto che soffi il vento caldo della terra meridionale che non ha l’ombra, sicché somiglia alla candela che il fuoco scioglie; così fui senza lacrime e sospiri prima del canto di quelli che cantano in eterno seguendo la musicale armonia dei cieli; ma dopo che ebbi intesonelle dilettevoli modulazioni del canto il loro essere partecipi con me, come se avessero detto: ‘Donna, perché lo avvilisci così?’, il doloreche mi si era addensato intorno al cuore, diventò sospiri e lacrime, e con fatica uscì dal petto per la via della bocca e degli occhi.

© QUASI AMMIRAGLIO CHE IN POPPA E IN PRORA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Donna m’apparve, sotto verde manto

30^ canto del Purgatorio

Appare Beatrice

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Quando il gruppo dei sette candelabri, che mai ebbe cognizione né del tramonto né della nascita né del velame d’altra caligine che quello del peccato, e che lì faceva edotto del proprio dovere, come fa quello delle sette stelle dell’Orsa Minore con chi volga il timone per giungere in porto, si fermò: i vegliardi portatori di verità, giunti prima tra il grifone ed essi, si volsero al carro come alla loro meta; e uno di loro, come un inviato celeste, cantando gridò tre volte ‘Vieni dal Libano, mia sposa’, e tutti gli altri di seguito.

“Quali i beati all’ultimo suono delle trombe angeliche risorgeranno solleciti ognuno dalla sua sepoltura, mentre la voce restituita al corpo intonerà l’alleluia, tali sul carro divino, al canto di tanto insigne vegliardo, si alzarono cento esecutori e messaggeri della vita eterna. Tutti dicevano: ‘Benedetto tu che vieni!’, e scagliando fiori sia al di sopra sia intorno, ‘Oh, spargete gigli a piene mani!’.

“Io vidi già al principiare del giorno la zona orientale tutta sfumata nel colore della rosa, e il cielo rimanente adornato di un bel colore celeste; e la faccia del sole sorgere velata dall’ombra, sicché a causa dei vapori umidi che ne mitigavano lo splendore l’occhio la tollerava per lungo tempo: così all’interno di una nuvola di fiori che dalle mani degli angeli andava su e cadeva di nuovo in basso dentro e di fuori, mi apparve una donna fasciata di foglie d’ulivo addosso a un velo bianchissimo, vestita del colore di luce purpurea sotto un verde mantello.

“E lo spirito mio, che era già così a lungo che al suo cospetto non era stato, pieno di tremore, afflitto dal turbamento, senza aver più conoscenza con gli occhi, a causa di un misterioso potere che promanò da lei, avvertì la grande forza dell’amore di un tempo. Appena mi ferì negli occhi la profonda potenza d’amore che mi aveva già colpito prima che io fossi fuori della fanciullezza, mi volsi a sinistra con l’ansiosa attesa con la quale il bimbo accorre dalla mamma quando ha paura o quando è addolorato, per dire a Virgilio: ‘Meno che una quantità minima di sangue mi è rimasta che non tremi: riconosco i segni dell’ardore di un tempo’.

“Ma Virgilio ci aveva lasciati privi di sé, Virgilio carissimo padre, Virgilio a cui mi affidai per la salvezza della mia anima; né tutto quello di cui privò sé stessa la progenitrice del genere umano, poté impedire alle guance lavate con la rugiada che, piangendo, non ritornassero macchiate di lacrime. «Dante, per il fatto che Virgilio se ne sia andato, non aver fretta di piangere, non piangere ancora; perché è necessario che tu pianga per un dolore più grave»”.

© DONNA M’APPARVE, SOTTO VERDE MANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Sotto così bel ciel com’io diviso

29^ canto del Purgatorio

La processione mistica

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Questi stendardi si allungavano nella lontananza tanto che la mia facoltà visiva non ne discerneva la fine; e, secondo me, quelle esterne erano lontane dieci passi. Sotto un cielo così bello come io lo descrivo, ventiquattro vegliardi, a due a due, venivano cinti di una corona di gigli. Tutti cantavano: «Tu sia lodata tra le figlie di Adamo, e siano lodate in eterno le bellezze tue!».

“Dopo che i fiori e le altre erbe tenere e fresche di fronte a me sulla riva opposta furono sgombre da quelle figure insigni, come nel movimento del cielo una costellazione ne segue un’altra nella rotazione del cielo, quattro animali le seguirono, ciascuno cinto di un ramoscello d’alloro. Ognuno era dotato di sei ali; le piume ricoperte di occhi; e gli occhi di Argo, se fossero di un uomo vivo, sarebbero di tal fatta.

“Più non diffondo versi a rappresentare il loro aspetto, lettore; poiché mi costringe un’altra necessità, tanto che per questa non posso essere generoso; ma leggi Ezechiele, che li raffigura come li vide arrivare da settentrione con il vento e con le nuvole e con il fuoco; e quali li troverai nelle sue pagine, tali erano lì, eccetto che quanto al numero delle ali Giovanni è con me e si allontana da Ezechiele.

“La superficie interna a loro quattro teneva in sé un carro trionfale, su due ruote, che veniva trainato dal collo di un grifone. Esso teneva tese verso l’alto l’una e l’altra ala tra la mediana e le tre e tre strisce, sicché, tagliando l’aria, nessuna ledeva. Si elevavano tanto che non se ne vedeva l’estremità; le parti di aquila erano di colore aureo, e le altre bianche, mescolate di rosso. Non solo Roma non onorò Scipione l’Africano, ovvero Augusto, con un carro così bello, ma anche quello del Sole sarebbe apparso povero paragonato con esso; quello del Sole che, deviando dal suo cammino, fu bruciato per la preghiera della Terra docile, quando Giove fu giusto in modo arcano.

“Tre donne danzavano con moto circolare dalla parte della ruota destra; l’una tanto ardente che a stento si sarebbe distinta all’interno del fuoco; l’altra era come se tutto il corpo fosse stato fatto di smeraldo; la terza somigliava a neve caduta di fresco; e una volta sembravano guidate dalla bianca, una volta dalla rossa; e le altre regolavano dal canto di questa l’andare sia lento sia veloce. Quattro danzavano dalla parte sinistra, vestite di color rosso vivo, seguendo il ritmo di una di loro che aveva tre occhi in testa.

“Dietro a tutto il gruppo appena descritto vidi due vecchi diversi quanto alla veste, ma uguali in atteggiamento sia dignitoso sia austero. L’uno si dimostrava come qualcuno dei discepoli di quell’eccelso Ippocrate che la natura creò a beneficio degli esseri viventi che essa ama di più; l’altro manifestava l’occupazione opposta con una spada lucente e aguzza, tale che mi fece paura al di qua del fiume.

“Poi vidi quattro di umile apparenza; e dietro a tutti un vecchio solo, assorto in una visione estatica, con la faccia espressiva di penetrazione e di acume. E questi sette erano vestiti di bianco come quelli della prima schiera, ma non erano incoronati di gigli intorno al capo, bensì di rose e di altri fiori rossi; uno sguardo poco lontano avrebbe giurato che tutti ardessero al di sopra delle sopracciglia. E quando il carro fu di fronte a me, si udì un fragore, e fu chiaro che quelle figure degne sembrarono avere vietato il camminare oltre, arrestandosi lì con i sette candelabri”.

Fin qui la descrizione dantesca. Ora vediamo, in ordine di apparizione, che cosa simboleggiano tutti questi personaggi: i ventiquattro vegliardi i libri dell’Antico Testamento, i quattro animali i libri del Nuovo Testamento, il carro trionfale la Chiesa di Roma, il grifone Cristo, le tre donne le virtù teologali, le quattro donne le virtù cardinali, i due vecchi gli Atti degli Apostoli di san Luca e delle Epistole di san Paolo, i quattro vecchi le Epistole cattoliche di san Pietro, di san Giacomo, di san Giovanni Evangelista e di san Giuda, infine, il vecchio solo l’Apocalisse di san Giovanni Evangelista.

© SOTTO COSÌ BEL CIEL COM’IO DIVISO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Di sopra fiammeggiava il bello arnese

29^ canto del Purgatorio.

La processione mistica: i sette candelabri, le figure in abito bianco e le sette liste luminose.

Nel Paradiso terrestre. Dante narra: “Avanzati un poco oltre, l’ampio spazio dell’aria che era ancora tra noi e loro falsificava nell’aspetto sette alberi d’oro; ma quando mi fui avvicinato così a loro, che l’oggetto sensibile comune, che trae in inganno la facoltà sensitiva, non perdeva a causa della distanza nessun suo aspetto, la facoltà che fornisce all’intelletto la materia del discorrere, comprese come essi erano candelabri, e ‘Osanna‘ nelle voci del canto.

“Il bell’ordine dei candelabri risplendeva nella zona soprastante assai più luminoso che la luna nella metà del suo mese nella parte centrale della notte in un cielo sereno. Io mi volsi meravigliato al buon Virgilio, ed egli mi rispose con uno sguardo non meno pieno di stupore. Dopo volsi nuovamente lo sguardo alle mirabili cose che si dirigevano verso di noi così lentamente, che sarebbero state superate da spose novelle.

“La donna mi rimproverò: «Perché ti accendi così soltanto nel desiderio delle vivide fiammelle, e non guardi ciò che le segue?». Io vidi in quel momento figure, come guide dietro a loro, seguire i candelabri, vestite in abito bianco; e in Terra non ci fui mai un tale candore. L’acqua splendeva dal lato sinistro, e rifletteva pure come uno specchio il mio fianco sinistro, se io la guardavo.

“Quando io ebbi raggiunto dalla mia sponda una tale posizione, che solo il fiume mi separava da loro, fermai i miei passi per vedere meglio, e vidi avanzare le luci dei candelabri, lasciandosi dietro il cielo dipinto, e avevano l’aspetto di liste di colore tracciate da pennelli mossi su una tela; sicché lo spazio d’aria sovrastante rimaneva cosparso di sette strisce, tutte di quei colori con cui il Sole forma l’arcobaleno e Delia l’alone”.

© DI SOPRA FIAMMEGGIAVA IL BELLO ARNESE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Mentr’io m’andava tra tante primizie

29^ canto del Purgatorio

Un lustro sùbito e una melodia dolce

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Cantando come una donna innamorata, fece seguire alle sue ultime parole: ‘Beati coloro i cui peccati sono perdonati!’. E come le ninfe che se ne andavano solitarie per le zone d’ombra pertinenti alle selve, desiderando questa di vedere, quella di evitare la luce del sole, così in quel momento si avviò nel senso contrario al fiume, camminando su per la sponda; e io al pari di lei, assecondando un piccolo passo con un mio altrettanto piccolo.

“Non avevamo ancora percorso cinquanta passi, quando le rive mutarono direzione quasi formando uno stesso angolo, in modo che mi volsi di nuovo a oriente. Né anche in questa direzione percorremmo molta strada, quando la donna si volse tutta a me, dicendo: «Fratello mio, guarda e ascolta». Ed ecco uno splendore improvviso e balenante si diffuse da ogni punto per la grande foresta, tale che mi fece dubitare che si trattasse di un lampo.

“Ma poiché il lampo cessa appena è venuto, e quello, persistendo alquanto nel tempo, si avvivava sempre di più, dicevo nel mio pensiero: ‘Quale cosa è questa?’. E una melodia dilettevole si diffondeva per l’aria ricca di luce; per cui un giusto sdegno mi fece biasimare l’atto temerario di Eva, che là dove tutto il creato ubbidiva a Dio, donna, sola e generata poco prima, non sopportò di sottostare a nessun limite; sotto il quale se fosse stata docile, avrei gustato prima e per più lungo tempo quegli inesprimibili godimenti.

“Frattanto che io procedevo tutto intento per stupore tra tanti anticipi del piacere paradisiaco, e ancora desideroso di molte gioie della vista e dell’udito, davanti a noi, tal quale un fuoco rovente, l’aria sotto i verdi rami diventò rosseggiante; e la dilettevole melodia si era già chiarita come un coro di voci cantanti”.

© MENTR’IO M’ANDAVA TRA TANTE PRIMIZIE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

L’acqua che vedi non surge di vena

28^ canto del Purgatorio.

La causa del vento e dell’acqua.

Nel Paradiso terrestre. Il poeta sente dire da Matelda: «Affinché il perturbare che nelle regioni inferiori produce i vapori dell’acqua e della terra, che seguono il calore del sole per quanto possono, non recasse nessun danno all’uomo, questo monte andò su tanto verso il cielo, e ne è immune a partire da quel punto in cui c’è la porta. Ora poiché tutta quanta l’atmosfera ruota con il Primo Mobile, a meno che il moto circolare non sia interrotto in qualche punto, tale movimento urta contro questo culmine del monte che si leva tutto libero nell’aria non turbata dalle alterazioni terrestri, e fa risuonare la selva perché è fitta; e le piante scosse dall’atmosfera tanto possono, che impregnano l’aria della loro energia generativa e l’aria poi, girando, la riversa sulla Terra; e la terra emersa abitata dagli uomini, a seconda di come sia idonea per le sue qualità e per il suo clima, concepisce e produce varie piante da differenti semi.

«Non sembrerebbe poi in Terra una cosa mirabile, udito questo, quando qualche pianta vi attecchisce senza una chiara semina. E devi sapere che il santo terreno pianeggiante dove sei tu, è cosparso di ogni specie vegetale, e ha in sé frutti che in Terra non si colgono. L’acqua che vedi non sgorga da una sorgente che sia alimentata dal vapore umido che il freddo tramuti in pioggia, come il fiume che accresce la propria portata o la diminuisce; ma scaturisce da una fonte perenne e immutabile e durevole, che riacquista tanta acqua dalla volontà di Dio, quanta essa ne riversa dividendosi in due direzioni.

«Discende da questo lato con un potere che priva ognuno del ricordo del peccato; dall’altro lo restituisce per ogni cosa buona fatta. Di qua si chiama Lete; così Eunoè dalla parte opposta, e non opera il suo effetto se dall’una e dall’altra parte prima non se n’è gustato: questo è superiore a tutti gli altri sapori. E sebbene la sete tua possa essere appagata a sufficienza anche se io non ti riveli altro, ti elargirò per liberalità anche un corollario; né penso che le mie parole ti siano meno gradite, se vanno al di là di quanto ti avevo promesso. Quelli che nei tempi antichi narrarono in forma poetica l’età dell’oro e la sua condizione felice, forse intravidero questo luogo nel Parnaso. Qui i progenitori della stirpe umana furono esenti dal peccato originale; qui vi sono un’eterna primavera e ogni frutto; l’acqua di questi fiumi è il nettare di cui parla ciascuno».

© L’ACQUA CHE VEDI NON SURGE DI VENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Tanto ch’io possa intender che tu canti

28^ canto del Purgatorio.

Matelda.

Nel Paradiso terrestre. Dante a Matelda: «Deh, bella donna, che ardi d’amore per Dio, se devo prestare fede al viso che è solito essere testimonianza del cuore, non ti dispiaccia di farti avanti verso questo fiume, tanto che io possa distinguere le parole che tu canti. Tu mi fai ricordare dove e com’era Proserpina nel momento in cui lei perse la madre, e i fiori che ella coglieva».

Matelda è il nome dato dal poeta alla donna incontrata nel Paradiso terrestre, che va e cantando e scegliendo fior da fiore sulla sponda del Lete di fronte a quella dove si trova lui. Figura chiaramente allegorica, da subito ha scatenato dubbi e contese tra gli studiosi nel corso dei secoli, sia per quanto attiene il valore simbolico da attribuire alla stessa sia riguardo alla persona da inserire in un determinato momento storico.

Anzitutto, che cosa rappresenti non è semplice definirlo. Forse la felicità sulla Terra conferita all’uomo al momento della sua creazione nel Paradiso terrestre. Concetto non di certo sconosciuto a Dante. Infatti, egli ne parla nella Monarchia. Quanto alla storicità del personaggio, le ipotesi iniziali (vedi il Lano e Pietro Alighieri su tutti) s’indirizzarono verso la contessa Matilde di Canossa (1046-1115), strenua fautrice della Chiesa durante la cd. ‘lotta delle investiture’, per deviare successivamente sulla monaca benedettina Matilde di Hachenborn, autrice di libelli spirituali, e su Matilde di Magdeburgo, anch’essa autrice di opere a carattere religioso. Dai moderni, invece, si è sempre ritenuto che Matelda fosse una delle fanciulle citate nella Vita Nuova: o “la donna gentile”, o una di quelle facenti parte del seguito di Beatrice.

Tuttavia, secondo i più recenti indirizzi della dottrina, nessuna di queste identificazioni risulta soddisfacente. Pertanto, sarebbe più conveniente concentrarsi sulla figura di questo personaggio pervaso di una grazia poetica impareggiabile, in cui, secondo Benedetto Croce, “il fascino della gioventù, della bellezza, dell’amore e del riso si esalta in ogni immagine”, più che dirigere gli sforzi verso la sua identificazione.

© TANTO CH’IO POSSA INTENDER CHE TU CANTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ed ecco più andar mi tolse un rio

28^ canto del Purgatorio

Sulla sponda del Lete. Dove appare una donna

Nel Paradiso terrestre. Il poeta narra: “Già desideroso di esplorare nella parte interna e in giro la folta e rigogliosa foresta divina, che attenuava alla vista la luce del nuovo giorno, senza indugiare oltre, lasciai il margine esterno, avanzando nella pianura molto lentamente sul terreno che olezzava dappertutto. Un vento leggero e mite, senza avere in sé variazioni e alterazioni, mi colpiva leggermente in faccia con un urto non maggiore che quello di un vento leggero e piacevole; per cui le foglie, vibrando, s’inclinavano tutte quante docili verso la direzione in cui il santo monte proietta la prima ombra; non tuttavia deviate tanto dal loro esser dritte, che gli uccelletti sulle sommità degli alberi interrompessero ogni loro operazione istintiva; ma con piena gioia, facendo versi, percepivano le prime ore diurne tra le foglie, che con lo stormire facevano da accompagnamento ai loro canti, tal quale si percepisce di ramo in ramo nella pineta sulla spiaggia di Classe, ogni volta che Eolo fa uscire fuori lo scirocco liberandolo dai legami.

“I lenti passi mi avevano già portato all’interno della selva antica tanto, che io non potevo vedere di nuovo il punto da dove entrai; ed ecco un fiume m’impedì di proseguire, che con le sue piccole onde faceva inclinare verso sinistra l’erba che spuntava sulle sue rive. Tutti i corsi d’acqua che in Terra sono più limpidi, apparirebbero avere in sé qualche impurità a confronto di quello, che nulla nasconde, sebbene scorra scuro sotto l’ombra perenne, che lì fa’ sì che non penetrino mai i raggi del sole né quelli della luna.

“Mi fermai e passai con gli occhi al di là del fiumicello, per osservare la grande varietà di alberi e rami fioriti; e là mi apparve, come appare all’improvviso una cosa che per meraviglia svia tutti gli altri pensieri, una donna tutta sola che camminava sia cantando sia scegliendo fiori tra i fiori di cui era dipinto tutto il suo percorso”.

© ED ECCO PIÙ ANDAR MI TOLSE UN RIVO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Non aspettar mio dir più né mio cenno

27^ canto del Purgatorio.

Le ultime parole di Virgilio.

Sul limitare del Paradiso terrestre. Il poeta sente dire da Virgilio: «Hai visto le pene transitorie e le eterne, figlio; e sei giunto in un lungo in cui io con le mie sole forze non posso distinguere più avanti. Ti ho condotto qui con l’inventiva e con gli accorgimenti; d’ora innanzi assumi il tuo piacere come guida; sei fuori delle ripide vie, sei fuori delle vie strette.

«Vedi il sole che ti risplende sulla faccia; vedi le erbe tenere e fresche, i fiori e gli alberelli che il terreno genera qui solo spontaneamente. Finché verrà lieta Beatrice che, piangente, mi ingiunse di venire a te, puoi sederti e puoi passeggiare tra essi. Non attendere più le mie parole né i miei consigli; il tuo arbitrio è libero, retto e integro, e sarebbe una colpa non fare a suo piacere; per cui io t’incorono re e pontefice di te stesso».

Secondo il Sapegno, “…nelle parole di Virgilio (e sono le ultime che lo scrittore gli fa pronunciare), la nota malinconica e patetica del congedo è appena accennata, con virile pudicizia. L’accento batte sull’importanza dello sforzo compiuto e sulla grandezza dell’acquisto che ne consegue: il raggiungimento della felicità, invano bramata dagli uomini in terra, la conquista della libertà morale, la promessa di una più alta rivelazione”.

Dunque nel detto di Virgilio si rivela pienamente il suo ultimo momento. Nel punto in cui è giunto Dante, egli non può fare più nulla. La sua funzione, entrata in gioco nel 1^ canto dell’Inferno dopo l’apparizione al poeta delle tre fiere, è terminata. “Il maestro incorona il discepolo come signore di se stesso, affrancato dalla sua custodia, ma non può seguirlo oltre quella franchigia”, scrive al riguardo la Chiavacci Leonardi, per proseguire così: “Il profondo e doloroso tema virgiliano che dominò nei canti di Stazio…torna con tutta la sua forza in questa chiusa, dove la ridente bellezza appena intravista del giardino (l’erbette, i fiori e li arbuscelli) non vale a far dimenticare a Dante – cioè al suo verso – l’angoscia di quel disio sanza speme, di quella vista non appagata; egli è arrivato là, dice infatti Virgilio, dov’io per me più oltre non discerno”.

© NON ASPETTAR MIO DIR PIÙ NÉ MIO CENNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005