Danar si tolse e lasciolli di piano

22^ canto dell’Inferno.

Frate Gomita.

Quinta bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dellʼInferno. A metà del canto, nel contesto del dialogo tra Virgilio e Ciampolo di Navarra, il poeta latino gli chiede se degli altri dannati sotto la pece egli abbia notizia di qualcuno che sia italiano. E questi risponde che si è allontanato, da non molto, da uno che fu di quelle vicinanze, rammaricandosi di non essere ancora riparato con lui.

E Libicocco, dicendo di avere pazientato troppo, gli afferra il braccio col runciglio, così che, lacerando, ne porta via un brandello. Pure Draghignazzo lo vuole afferrare giù nelle gambe; per cui Barbariccia si rivolge in giro con male aspetto del volto.

Quando essi in qualche modo si calmano, a lui, che ancora guarda fissamente la sua ferita, Virgilio domanda senza indugio chi è colui da cui egli dice che ha fatto male ad allontanarsi per approdare. Ed egli risponde che è frate Gomita, quello di Gallura.

Frate della regione di Gallura (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-est, in cui l’isola era stata suddivisa dai Pisani, dopo averla sottratta ai Saraceni nel 1117: Gallura, appunto, Logoduro, Callari e Arborea), Gomita fu vicario del giudice pisano Nino Visconti, quando questi, dal 1275 al 1296, governò quel territorio per conto di Pisa.

I primi commentatori della Commedia, dall’Anonimo fiorentino al Lana, non ci dicono su questo frate più di quanto non riporti Dante, sebbene ci sia qualcosa che potrebbe conferire al personaggio in questione una rilevanza storicamente accertata, vale a dire un paio di atti in quel di Camaldoli del 1278, riguardanti Corrado Malaspina e Branca Doria, in cui si parla di un tale “donno Gomita Matao”.

Nino Visconti avrebbe riposto nei suoi confronti la massima fiducia, malgrado le accuse di baratteria che riguardarono costui, “fino a che avendo frate Gomita lasciato andare per denari alcuni nemici di Nino che gli erano venuti nelle mani, fu fatto chiaro del tutto e fecelo appiccar per la gola”, conferma il Vellutello, un altro degli antichi commentatori, sulle orme dantesche e dei suoi colleghi.

@ DANAR SI TOLSE E LASCIOLLI DI PIANO

Mia madre a servo d’un segnor mi puose

22^ canto dell’Inferno.

Ciampolo di Navarra.

Malebolge, ottavo cerchio dellʼInferno. Quinta bolgia. Quasi alla metà del canto, Dante fa la conoscenza di un dannato, che diventa il protagonista assoluto del canto stesso. Il poeta, dopo averlo visto sull’argine della bolgia dal diavolo Graffiacane afferrato col runciglio per i capelli intrisi di pece ed essere tirato in alto, chiede a Virgilio che apprenda chi sia quell’infelice. Il maestro gli si avvicina a fianco; gli domanda di dove egli sia, e lui a sua volta risponde che nacque nel regno di Navarra.

«Mia madre, che mi aveva procreato da un ribaldo, distruttore di sé e dei suoi beni, mi mise a servizio di un signore. Poi fui membro della numerosa servitù del valente re Tebaldo; lì mi accinsi a esercitare la baratteria, della qual cosa io rendo conto in questo luogo caldo», puntualizza costui.

Il suo nome, Ciampolo o in francese Jean Paul (di recente si è sostenuto che si tratti del trovatore provenzale Rutebeuf, anch’esso cortigiano del re navarrese), che Dante omette, gli viene attribuito dai primi commentatori della Commedia, soprattutto dal Lana, che si rifà proprio al passo su ricordato.

Esposto al continuo scherno dei diavoli, i quali trovano massimo godimento a interrompere il suo dialogo che egli prosegue con Virgilio, riesce prima a contenere la rapace veemenza di costoro, per attrarli, infine, a quello che il poeta definisce “nuovo ludo”: una prova di abilità, dove ha la meglio semplicemente tuffandosi nella pece liquida, scomparendo alla vista.

Se Benvenuto, anche lui tra i primi commentatori dell’opera dantesca, gli dà del “baratarius minor”, confrontandolo ai diavoli, per il Pagliaro, più recentemente, Ciampolo “qualifica la baratteria nel suo tipico aspetto umano di furberia e astuzia faccendiera, di contro alla versione grossolana e animalesca, rappresentata dai diavoli stupidi, crudeli e mentitori a vuoto”, che inseguono “una preda per essi intangibile (Dante e il suo duca) non si sa con quale proposito”.

@ MIA MADRE A SERVO D’UN SEGNOR MI PUOSE

Così di ponte in ponte, altro parlando

21^ canto dell’Inferno.

(Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l’offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.)

Così di ponte in ponte, altro parlando che la mia comedìa cantar non cura, venimmo; e tenavamo ‘l colmo, quando restammo per veder l’altra fessura di Malebolge e li altri pianti vani; e vidila mirabilmente oscura. Quale ne l’arzanà de’ Viniziani bolle l’inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani, ché navicar non ponno – in quella vece chi fa suo legno novo e chi ristoppa le coste a quel che più vïaggi fece; chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte; chi terzeruolo e artimon rintoppa -: tal, non per foco ma per divin’arte, bollia là giuso una pegola spessa, che ‘nviscava la ripa d’ogne parte. I’ vedea lei, ma non vedëa in essa mai che le bolle che ‘l bollor levava, e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io là giù fisamente mirava, lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», mi trasse a sé del loco dov’io stava. Allor mi volsi come l’uom cui tarda di veder quel che li convien fuggire e cui paura sùbita sgagliarda, che, per veder, non indugia ‘l partire: e vidi dietro a noi un diavol nero correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero! e quanto mi parea ne l’atto acerbo, con l’ali aperte e sovra i piè leggero! L’omero suo, ch’era aguto e superbo, carcava un peccator con ambo l’anche, e quei tenea de’ piè ghermito ‘l nerbo.

Del nostro ponte disse: «O Malebranche, ecco un de li anzïan di Santa Zita! Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche a quella terra, che n’è ben fornita: ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; del no, per li denar, vi si fa ita».

Là giù ‘l buttò, e per lo scoglio duro si volse; e mai non fu mastino sciolto con tanta fretta a seguitar lo furo. Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; ma i demon che del ponte avean coperchio, gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto! qui si nota altrimenti che nel Serchio! Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, non far sopra la pegola soverchio».

Poi l’addentar con più di cento raffi, disser: «Coverto convien che qui balli, sì che, se puoi, nascosamente accaffi».

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro «Acciò che non si paia che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta dopo uno scheggio, e per nulla offension che mi sia fatta, non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, per ch’altra volta fui a tal baratta».

Poscia passò di là dal co del ponte; e com’el giunse in su la ripa sesta, mestier li fu d’aver sicura fronte. Con quel furore e con quella tempesta ch’escono i cani a dosso al poverello che di sùbito chiede ove s’arresta, usciron quei di sotto al ponticello, e volser contra lui tutt’i runcigli; ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, traggasi avante l’un di voi che m’oda, e poi d’arruncigliarmi si consigli».

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi – e venne a lui dicendo: «Che li approda?».

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi esser venuto», disse ‘l mio maestro, «sicuro già da tutti vostri schermi, sanza voler divino e fato destro? Lascian’ andar, che nel cielo è voluto ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».

Allor li fu l’orgoglio sì caduto, ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, e disse a li altri: «Omai non sia feruto».

E ‘l duca mio a me: «O tu che siedi tra li scheggion del ponte quatto quatto, sicuramente omai a me ti riedi».

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; e i diavoli si fecer tutti avanti, sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; così vid’ïo già temer li fanti ch’uscivan patteggiati di Caprona, veggendo sé tra nemici cotanti. I’ m’accostai con tutta la persona lungo ‘l mio duca, e non torceva li occhi da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ‘l tocchi», diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi?».

Ma quel demonio che tenea sermone col duca mio, si volse tutto presto e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo iscoglio non si può, però che giace tutto spezzato al fondo l’arco sesto. E se l’andare avante pur vi piace, andavetene su per questa grotta; presso è un altro scoglio che via face. Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta, mille dugento con sessanta sei anni compiè che qui la via fu rotta. Io mando verso là di questi miei a riguardar s’alcun se ne sciorina; gite con lor, che non saranno rei».

«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; e Barbariccia guidi la decina. Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo, Cirïatto sannuto e Graffiacane e Farfarello e Rubicante pazzo. Cercate ‘ntorno le boglienti pane; costor sian salvi infino a l’altro scheggio che tutto intero va sovra le tane».

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli, se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. Se tu se’ sì accorto come suoli, non vedi tu ch’e’ digrignan li denti e con le ciglia ne minaccian duoli?».

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; lasciali digrignar pur a lor senno, ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».

Per l’argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta.

@ COSÌ DI PONTE IN PONTE, ALTRO PARLANDO

Ieri, più oltre cinqu’ore che quest’otta

21^ canto dell’Inferno.

L’inganno di Malacoda e la cronologia del viaggio dantesco.

Ottavo cerchio dellʼInferno, Malebolge. Quinta bolgia. Oltre la metà del canto, Malacoda dice ai due poeti che non si può procedere per quella fila di ponti, perché il sesto ponte è abbattuto sul fondo tutto rotto. Per proseguire così: «E se proprio volete proseguire, salite per questo argine; vicino vi è unʼaltra fila di ponti che permette il passaggio. Ieri, cinque ore più tardi di questʼora, si sono compiuti milleduecentosessantasei anni da quando qui la via fu interrotta».

Orbene, questo inganno verso Virgilio del capo dei Malebranche, ci aiuta a inquadrare nel migliore dei modi la cronologia del viaggio di Dante nei regni ultraterreni. Il tutto, nasce quando egli afferma che il ponte sovrastante la sesta bolgia di Malebolge è venuto giù a seguito della morte di Cristo, e che il giorno prima, “cinque ore più tardi di quest’ora”, si sono compiuti milleduecentosessantasei anni da allora.

A questo punto, fare un passo indietro è doveroso: Virgilio ha chiarito al poeta (se ne ha traccia nel 12^ canto dell’Inferno) che al momento della crocifissione di Cristo ci fu un terremoto, che originò un franamento “qui”, cioè all’entrata del settimo cerchio dell’Inferno, e “altrove”; pertanto, Malacoda non può non riferirsi a questo evento. Ora, dal momento che Dante era della convinzione che Cristo fosse morto a trentaquattro anni (si legga il Convivio, IV, 23), e che, secondo il Vangelo di Luca, ciò fosse avvenuto un venerdì a mezzogiorno, ciò significa che, quando Malacoda si rivolge nel modo suddetto a Virgilio, sono le sette del mattino o quasi del sabato santo del 1300.

Resta ora da dirimere la questione dell’effettiva data d’inizio del viaggio dantesco. Mentre taluni commentatori sostengono che questo ebbe inizio il 25 Marzo 1300, un venerdì, vale a dire l’anniversario storico della morte di Cristo, altri optano per l’8 Aprile 1300, un venerdì santo, venendo la Pasqua il 10 Aprile. Senza prendere partito per l’una o l’altra tesi, non si può non rilevare che i sostenitori della seconda fanno risaltare il passo posto alla fine del 20^ canto dell’Inferno, quando Virgilio dice al poeta, smarritosi nella selva oscura la notte tra un giovedì e un venerdì, “e già ieri notte la luna è stata piena”. Quindi, da sempre venendo la Pasqua dei Cristiani la domenica dopo il primo plenilunio di primavera, la “luna piena” di cui sopra si stagliò nel cielo lunedì 4 Aprile 1300.

@ IER, PIÙ OLTRE CINQU’ORE CHE QUEST’OTTA

Usciron quei di sotto al ponticello

21^ canto dell’Inferno.

I Malebranche.

Quinta bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dellʼInferno. A metà del canto, Dante racconta che con quella furia e con quellʼimpeto violento e improvviso con cui i cani escono contro il mendicante che senza indugiare chiede lʼelemosina nel punto in cui si è fermato, «quelli uscirono di sotto al ponte, e volsero contro di lui tutti i runcigli».

Bene. “Quelli” sono i Malebranche, che secondo Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, furono “posti a tormentare i barattieri che hanno avuto male mani ad uncinare, e pigliare danari e doni di quello che non si dee pigliare”. Tale nome fu scelto dal poeta con lo “stesso procedimento che gli aveva dettato già il nome di Malebolge, un procedimento, cioè, non puramente fantastico, ma intellettualistico, inteso a sottolineare taluni aspetti della… figura e dei… costumi di questi guardiani infernali attraverso la combinazione di precisi elementi lessicali”: Sapegno, qualche secolo dopo.

Questi diavoli, di numero indefinito, hanno aspetto di una ferocia inaudita, e sono totalmente neri e alati. Straziano i dannati con le loro grandi unghie, e con i runcigli, uncini, o raffi che dir si voglia, li mettono all’interno o li tirano fuori dalla pece liquida. Con costoro i Malebranche usano un modo di esprimersi molto sarcastico, e in luogo di parlare urlano. Dante li paragona ai cani, come visto sopra, e, alquanto irosi, litigano di continuo tra di loro. Periodicamente sono scelti dal loro capo Malacoda a gruppi di dieci, e mandati lungo l’orlo sinistro della quinta bolgia, allo scopo di controllare se i barattieri sono usciti, nel frattempo, dalla pace bollente. Ciascuno reca un nome, e il poeta ne cita dodici: il già citato Malacoda, poi Scarmiglione, Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante.

Nomi, peraltro, che sono stati oggetto nel tempo di molteplici elucubrazioni, da parte dei commentatori; per limitarci ai moderni, Torraca è dell’idea che il poeta coniò quei nomi sulla base di nomi, cognomi, soprannomi di suoi contemporanei. Di più, Luiso riporta a Lucca l’origine dei nomi, a iniziare da Malacoda, che “è nome di famiglia lucchese”, continuando con Cagnazzo, Graffiacane, Scarmiglione, tutti nomi che compaiono nei principali atti pubblici della città.

@ USCIRON QUEI DI SOTTO AL PONTICELLO

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

21^ canto dell’Inferno.

Uno degli “anziani” di Lucca.

Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Quinta bolgia. All’inizio del canto, il poeta narra che, frattanto che lui guarda in modo intento laggiù, Virgilio, dicendo: «Stai in guardia, stai in guardia!», lo fa accostare a sé dal punto in cui lui sta. E vede un diavolo nero seguirli correndo su per il ponte. Un peccatore preme con ambedue le anche la sua spalla, che è angolosa e sporgente, e il diavolo a sua volta tiene afferrato con gli artigli il tendine del calcagno. Dal ponte in cui sono i due poeti dice: «O Malebranche, ecco uno dei reggitori del comune di Lucca! Immergetelo, mentre torno per prenderne altri in quella città, che ne è molto provveduta: ognuno vi è barattiere, eccetto che Bonturo; il no, per i denari, vi diventa sì».

Orbene, chi è questo anonimo personaggio, denominato “reggitore del comune di Lucca”, posto da Dante tra i barattieri? Guido da Pisa, e poi Buti, indicarono subito in un certo Martino Bottario il suddetto, con la conferma poi nel tempo da parte di altri commentatori. Di certo si era ancora nel campo delle ipotesi, fino a quando, qualche decennio or sono, se ne ebbe una prova documentale, con il ritrovamento di alcuni atti, tra i quali un estratto dai verbali di adunanza del Consiglio del Capitano e del Consiglio del Podestà di Lucca datato 30 settembre – 1 Ottobre 1295, che testimoniavano l’esistenza in vita, alla fine del 1200, di un tale Martino, in arte bottaio.

Inoltre, secondo Chiari, l’accertamento della data della morte di quel Martino barattiere, avvenuta nell’Aprile del 1300, precisamente nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo, dimostrerebbe che, “l’indicazione dell’ora e del giorno in cui si trovano in quella bolgia Dante e Virgilio, data da Malacoda, determina di preciso di quale Anziano si parli, come dovettero capire i contemporanei di Dante, e come difatti capì Guido da Pisa”.

Tuttavia, prove documentali o no, altri commentatori non meno prestigiosi, tra i quali Pietrobono e Grabher, insistettero nella tesi che il poeta, con la sua indicazione in perifrasi, si fosse riferito alla magistratura lucchese presa nel suo insieme, più che a un magistrato determinato.

@ METTETEL SOTTO, CH’I’ TORNO PER ANCHE

Di nova pena mi conven far versi

20^ canto dell’Inferno.

(Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.)

Di nova pena mi conven far versi e dar matera al ventesimo canto de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. Io era già disposto tutto quanto a riguardar ne lo scoperto fondo, che si bagnava d’angoscioso pianto; e vidi gente per lo vallon tondo venir, tacendo e lagrimando, al passo che fanno le letane in questo mondo.

Come ‘l viso mi scese in lor più basso, mirabilmente apparve esser travolto ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso, ché da le reni era tornato ‘l volto, e in dietro venir li convenia, perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. Forse per forza già di parlasia si travolse così alcun del tutto; ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto di tua lezione, or pensa per te stesso com’io potea tener lo viso asciutto, quando la nostra imagine di presso vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi le natiche bagnava per lo fesso. Certo io piangea poggiato a un de’ rocchi del duro scoglio, sì che la mia scorta mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi? Qui vive la pietà quand’è ben morta; chi è più scellerato che colui che al giudicio divin passion comporta?

“Drizza la testa, drizza, e vedi a cui s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; per ch’ei gridavan tutti: ‘Dove rui, Anfïarao? perché lasci la guerra?’. E non restò di ruinare a valle fino a Minòs che ciascheduno afferra. Mira c’ha fatto petto de le spalle; perché volse veder troppo davante, di retro guarda e fa retroso calle.

“Vedi Tiresia, che mutò sembiante quando di maschio femmina divenne, cangiandosi le membra tutte quante; e prima, poi, ribatter li convenne li duo serpenti avvolti, con la verga, che rïavesse le maschili penne. Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, che ne’ monti di Luni, dove ronca lo Carrarese che di sotto alberga, ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca per sua dimora; onde a guardar le stelle e ‘l mar non li era la veduta tronca.

“E quella che ricuopre le mammelle, che tu non vedi, con le trecce sciolte, e ha di là ogne pilosa pelle, Manto fu, che cercò per terre molte; poscia si puose là dove nacqu’io; onde un poco mi piace che m’ascolte. Poscia che ‘l padre suo di vita uscìo e venne serva la città di Baco, questa gran tempo per lo mondo gio.

“Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. Per mille fonti, credo, e più si bagna tra Garda e Val Canonica e Pennino de l’acqua che nel detto laco stagna. Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino pastore e quel di Brescia e ‘l veronese segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

“Siede Peschiera, bello e forte arnese da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, ove la riva ‘ntorno più discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ciò che ‘n grembo a Benaco star non può, e fassi fiume giù per verdi paschi. Tosto che l’acqua a correr mette co, non più Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po.

“Non molto ha corso, ch’el trova una lama, ne la qual si distende e la ‘mpaluda; e suo di state talor esser grama. Quindi passando la vergine cruda vide terra, nel mezzo del pantano, sanza coltura e d’abitanti nuda. Lì, per fuggire ogne consorzio umano, ristette con suoi servi a far sue arti, e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

“Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti s’accolsero a quel loco, ch’era forte per lo pantan ch’avea da tutte parti. Fer la città sovra quell’ossa morte; e per colei che ‘l loco prima elesse, Mantüa l’appellar sanz’altra sorte. Già fuor le genti sue dentro più spesse, prima che la mattia da Casalodi da Pinamonte inganno ricevesse. Però t’assenno che, se tu mai odi originar la mia terra altrimenti, la verità nulla menzogna frodi”.

E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti mi son sì certi e prendon sì mia fede, che li altri mi sarien carboni spenti. Ma dimmi, de la gente che procede, se tu ne vedi alcun degno di nota; ché solo a ciò la mia mente rifiede”.

Allor mi disse: “Quel che da la gota porge la barba in su le spalle brune, fu – quando Grecia fu di maschi vòta, sì ch’a pena rimaser per le cune – augure, e diede ‘l punto con Calcanta in Aulide a tagliar la prima fune. Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta l’alta mia tragedia in alcun loco: ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

“Quell’altro che ne’ fianchi è così poco, Michele Scotto fu, che veramente de le magiche frode seppe ‘l gioco. Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, ch’avere inteso al cuoio e a lo spago ora vorrebbe, ma tardi si pente. Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine; fecer mali con erbe e con imago. Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine d’amendue li emisferi e tocca l’onda sotto Sobilia Caino e le spine; e già iernotte fu la luna tonda: ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque alcuna volta per la selva fonda”.

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

@ DI NOVA PENA MI CONVEN FAR VERSI

Manto fu, che cercò per terre molte

20^ canto dell’Inferno.

Manto.

“E quella che nasconde le mammelle, che tu non vedi, con i capelli sciolti, e ha ogni parte del corpo coperta di peli dal lato di dietro, fu Manto, che cercò per molte regioni; dopo si fermò nel luogo in cui io nacqui; per cui desidero che mi ascolti un poco. Dopo che il padre suo morì e divenne schiava Tebe, questa andò a lungo per la terra”.

Questa è la presentazione di Manto che Virgilio fa a Dante, nella quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Figlia di Tiresia, l’aruspice tebano posto anch’esso dal poeta nella stessa bolgia, fu indovina come il padre, e più volte citata nei poemi latini: per esempio, nelle Metamorfosi di Ovidio (VI 157-162), Manto è menzionata quando sollecita le donne di Tebe a venerare Latona contro il divieto di Niobe, e nella Tebaide di Stazio (IV 463-585) essa funge da aiutante del padre durante le suppliche alle divinità infernali e le cerimonie per i vaticini.

Da questo personaggio, Dante, per bocca di Virgilio, prende spunto per un’interessante digressione a carattere storico-geografico su Mantova. In breve, Manto, come sopra ricordato, “dopo che il padre suo morì e divenne schiava Tebe, andò a lungo per la terra”. Giunta, infine, nella zona in cui il Mincio incontra una bassura, nella quale acquista maggiore ampiezza e la trasforma in palude, “vide terra, nel mezzo della palude, senza vegetazione e priva di abitanti. In quel luogo, per allontanarsi da ogni convivenza tra uomini, si fermò con i suoi servi a praticare le sue magie, e trascorse la vita, e vi lasciò il suo corpo privo dell’anima.

“Le persone che si erano sparse nei dintorni poi si riunirono in quel luogo, che era sicuro per la palude che aveva tutto intorno. Edificarono la città presso quelle ossa morte; e in onore di colei che in precedenza aveva prescelto il luogo, la chiamarono Mantova senza altre motivazioni del suo nome”.

A questo punto, Virgilio intima al poeta che, se mai avesse sentito raccontare in altro modo l’origine della sua città, nessuna falsa narrazione avrebbe dovuto alterare la verità. E, non caso, diversi commentatori hanno interpretato questo passo come un tentativo, da parte sua, di discolpare la città dall’accusa di essere debitrice a una maga circa la propria origine ed esistenza.

@ MANTO FU, E CERCÒ PER TERRE MOLTE

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

20^ canto dell’Inferno.

Tiresia.

Quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Virgilio dice a Dante: “Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina, mutandosi le membra tutte quante; e prima che ritornasse maschio, poi, gli fu necessario percuotere di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone”.

Di questo personaggio ne parlò già Omero nell’Odissea, definendolo un “profeta glorioso”, cieco e sapiente, nonché interprete delle vicende scabrose che interessarono la famiglia di Edipo. Ma fu il poeta latino Stazio che lo fece assurgere a un ruolo ben più significativo. Nella sua Tebaide, infatti, egli lo ritrasse con la fisionomia di aruspice in un episodio di evocazione infernale, puro horror, in tutti i sensi.

Tornando al ritratto che ne fece Omero, la cecità e la facoltà divinatoria di Tiresia, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, ebbero origine dal giudizio che egli diede in una diatriba fra Giove e Giunone su quale sesso provasse maggior piacere nell’atto d’amore. Egli, infatti, fu chiamato a deliberare come arbitro, in qualità di esperto, perché mutato in femmina per aver percosso con un bastone i due serpenti sopra citati, recuperando la natura originaria soltanto dopo sette anni, ripetendo lo stesso gesto.

Tiresia diede ragione al re degli dèi, il quale lo ricompensò conferendogli il dono della profezia, mentre la dea, vendicandosi del verdetto a lei sfavorevole, lo rese cieco. E così Dante lo porrà all’Inferno tra gli indovini della quarta bolgia di Malebolge, definendolo, per bocca di Virgilio, “colui che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina”, si conforma così alla tesi di Ovidio.

A tal proposito, si rileva da parte di qualche commentatore, che la condanna dantesca di Tiresia all’Inferno è giustificata dalla inquietanti caratteristiche di negromante che Stazio gli attribuisce nella Tebaide; ma qualcun altro osserva, invece, che Dante si basa sulla metamorfosi che Ovidio porta a un momento anteriore rispetto alla sua effettiva attività di indovino, che inizia grazie a Giove.

@ VEDI TIRESIA, CHE MUTÒ SEMBIANTE

E non restò di ruinare a valle

20^ canto dell’Inferno.

Anfiarao.

“Alza la testa, alza, e vedi colui al quale si aprì la terra davanti agli occhi dei Tebani; per cui essi gridavano tutti: ‘Dove rovini, Anfiarao? perché abbandoni la battaglia?’. E non cessò di precipitare giù fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda come ha trasformato il dorso in petto; poiché pretese vedere troppo davanti, rivolge lo sguardo verso la parte posteriore e cammina all’indietro”.

Così Virgilio invita Dante a vedere Anfiarao, nella quarta bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Dunque Anfiarao. Chi fu costui? Poeta e indovino, sposò Erifile, sorella del re di Argo, Adrasto, da cui ebbe due figli, Alcmeone e Anfiloco. Non volendo prendere parte alla guerra contro Tebe, detta “dei Sette Re”, poiché era sicuro che vi avrebbe perso la vita, si nascose in un luogo conosciuto solo dalla moglie.

Ma costei lo disse a Polinice, corrotto dalla collana di Armonia, apportatrice di sventure a chi ne fosse venuto in possesso, di proprietà della moglie di Polinice, Argia. Così scoperto, Anfiarao dovette partecipare giocoforza alla guerra contro Tebe, nella quale, dopo varie schermaglie preliminari, fu inghiottito dalla terra, d’un tratto apertasi in una profondissima fenditura, giungendo pertanto ancora vivo nell’Ade. In seguito fu vendicato dal figlio, che uccise la propria madre.

Il mito di Anfiarao e di Erifile ha goduto di grande fortuna nell’antichità greca e romana. Il poeta lo conobbe grazie alla Tebaide di Stazio, della cui opera è uno dei personaggi principali. E per la sua attività di augure, cui si fa cenno nel poema, Dante lo pone tra i dannati della bolgia citata in apertura.

Il poeta ne ricorda la fine, seguendo il racconto di Stazio, come risulta dall’accenno all’incontro con Minosse, il giudice dei dannati. Di questo personaggio, il poeta ne parla indirettamente, attraverso la figura del figlio matricida, anche nel 12^ canto del Purgatorio e nel 4^ canto del Paradiso.

@ E NON RESTÒ DI RUINARE A VALLE