L’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia

30^ canto dell’Inferno.

Sinone.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Là dove il poeta sente dire da Maestro Adamo: «Li incontrai qui – e da allora non si sono più mossi – quando caddi in questo dirupo, e non credo che potranno muoversi per l’eternità. L’una è la disonesta che incolpò Giuseppe; l’altro è il greco Sinone truffatore di Troia: emanano tanto fetore di unto arso a causa della febbre molto alta e violenta».

Sinone, collocato da Dante in questa bolgia tra i falsatori di parole, fu un personaggio di un noto episodio dell‘Eneide (II 57-198), in cui la sua grande abilità di mentitore è lungamente descritta. Questi, lasciato sulla spiaggia di Troia dai suoi compagni d’arme, quando costoro fecero credere di rinunciare all’assedio della città che si protraeva da lungo tempo, si fece catturare dai nemici, inducendoli con una falsa scusa a far introdurre dentro le mura cittadine il famigerato cavallo di legno.

Nel leggere la concisa presentazione di costui, che avviene durante il colloquio tra Maestro Adamo e il poeta, fatta dal primo dietro precisa richiesta del secondo, non si può non rilevare un atteggiamento di aperta antipatia del dannato, e quindi di Dante, nei suoi confronti. Sentimento mostrato sia attraverso l’accento posto da Maestro Adamo sulla provenienza geografica di lui, col dire “il greco Sinone” (e qui è il caso di rammentare la nomea dei Greci quanto alla loro furbizia unita alla notevole capacità di mentire, evidenziata proprio da Virgilio nell’episodio sopra citato), sia attraverso l’epiteto di “falso” a significare “truffatore”.

Infatti, re Priamo, avendolo accolto con molta benevolenza, fu preso da subitanea commozione alla vista delle finte lacrime di lui, e gli disse che avrebbe desiderato di poterlo considerare come uno dei Troiani. E da ciò si può facilmente arguire la gravità del peccato commesso dal nostro eroe.

@ L’ALTR’È ‘L FALSO SINON GRECO DI TROIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ivi è Romena, là dov’io falsai

30^ canto dell’Inferno.

Maestro Adamo.

Nella decima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Maestro Adamo dice a Dante e Virgilio: «La spietata giustizia che mi punge con tormento trae motivo dal luogo in cui io peccai per farmi più sospirare. Lì c’è Romena, là dove io falsificai i fiorini che recavano impressa l’immagine del Battista; per cui io lasciai sulla terra il mio corpo arso. Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido o di Alessandro o del loro fratello, non scambierei la vista con Fonte Branda».

Maestro Adamo, collocato dal poeta in questa bolgia tra i falsatori di monete, dai primi commentatori della Commedia fu ritenuto di patria incerta: se per Bambagliuoli era casentinese, per Benvenuto da Imola veniva da Brescia. Tuttavia, un rilevante contributo per individuare la sua origine fu la scoperta, ad opera del Tarlazzi nel 1869, di un atto rogato a Bologna il 28 Ottobre 1277, in cui veniva citato quale “magistro Adam de Anglia familiare comitum de Romena”. E un “Adam Anglicus” compariva in un altro documento del 1273.

Da ciò si è dedotto non esserci ragioni plausibili per mettere in dubbio se non la sua patria, almeno la provenienza dall’Inghilterra, come magister, qualifica che, per il Contini, indicava “un termine tecnico del mondo universitario, grado sinonimo di dottore”, relativa a una facoltà che “più che medica, ben probabilmente è ancora quella delle Artes, fra le quali vennero classificate le cosiddette scienze naturali”.

Raccontò l’Anonimo Fiorentino, a sostegno di quanto Maestro Adamo diceva ai due poeti: “Fu tirato in Casentino nel castello di Romena, al tempo che i conti di quello lato stavano male col comune di Firenze. Erono allora signori di Romena e d’attorno in quello paese tre fratelli: il conte Aghinolfo, il conte Guido e il conte Alessandro. Il maestro Adamo riduttosi con loro, costoro il missono in sul salto e feciongli battere fiorini sotto il conio del comune di Firenze, ch’erono buoni di peso, ma non di lega, però ch’egli erono di 21 carati dov’elli debbono essere di 24, sì che tre carati v’avea dentro di rame o d’altro metallo… Di questi fiorini e ne spesono assai: ora nel fine, venendo un dì il maestro Adamo a Firenze, spendendo di questi fiorini, furono conosciuti essere falsati; fu preso, e ivi fu arso”. Secondo la cronaca di Paolino Pieri, correva l’anno 1281.

@ IVI È ROMENA, LÀ DOV’IO FALSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

E va rabbioso altrui così conciando

30^ canto dell’Inferno.

Gianni Schicchi.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Decima bolgia. Dove l’Aretino dice al poeta: «Quello spirito maligno è Gianni Schicchi, e affetto da rabbia va così riducendo a mal partito gli altri».

Gianni Schicchi, collocato da Dante in questa bolgia tra i falsatori di persone, fu un membro della famiglia fiorentina dei Cavalcanti. Cavaliere, morì prima del 1280 e riguardo al fatto peccaminoso di cui si rese protagonista in vita, i primi commentatori della Commedia diedero notizie divergenti: da Iacopo, figlio di Dante, al Lana.

Il primo scrisse quanto segue: “… l’altre sue operazioni, alcuna volta, a petizione d’un altro cavaliere di Firenze nominato messer Simone de’ Donati, in un zio del detto messer Simone nominato messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto, falsamente trasformato, il testamento di lui a suo modo fece, lasciando reda della maggior parte del suo il detto messer Simone, nel quale testamento finalmente una sua cavalla di pregio d’alcun suo armento a sé medesimo diede”.

E sul Buoso sopra richiamato, nei secoli si sono succedute diverse opinioni in merito alla sua identità; opinioni risolte alla fine dal Barbi, uno dei più eminenti dantisti moderni, nel senso che egli dimostrò che quel Buoso non doveva essere identificato con il Buoso figlio di Forese e fratello di Simone, ma con un altro Buoso Donati, figlio di Vinciguerra, fratello di Forese e zio di Simone e di Buoso figlio di Forese. Identificazione suffragata dal fatto che Simone, il padre di Corso, di Forese e di Piccarda, aveva tutti i titoli per diventare erede dello zio, che era vedovo e senza prole.

Ma la discriminante maggiore per la tesi del Barbi sembrò essere il dato cronologico: mentre Buoso di Vinciguerra morì verso la metà del XIII^ secolo, il Buoso figlio di Forese figurava tra coloro che nel febbraio del 1280 fu tra i protagonisti della pace del cardinale Latino, quando Gianni Schicchi era già morto; in quell’atto, infatti, comparì un “Bettinus condam domini Iohannis de Cavalcantibus”, figlio del falsatore.

@ E VA RABBIOSO ALTRUI COSÌ CONCIANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

La molta gente e le diverse piaghe

29^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.)

La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie sì inebrïate, che de lo stare a piangere eran vaghe. Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? perché la vista tua pur si soffolge là giù tra l’ombre triste smozzicate? Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; pensa, se tu annoverar le credi, che miglia ventidue la valle volge. E già la luna è sotto i nostri piedi; lo tempo è poco omai che n’è concesso, e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos’io appresso, «atteso a la cagion per ch’io guardava, forse m’avresti ancor lo star dimesso». Parte sen giva, e io retro li andava, lo duca, già faccendo la risposta, e soggiugnendo: «Dentro a quella cava dov’io tenea or li occhi sì a posta, credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse ‘l maestro: «Non si franga lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello. Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; ch’io vidi lui a piè del ponticello mostrarti e minacciar forte col dito, e udi’ ‘l nominar Geri del Bello. Tu eri allor sì del tutto impedito sovra colui che già tenne Altaforte, che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte che non li è vendicata ancor», diss’io, «per alcun che de l’onta sia consorte, fece lui disdegnoso; ond’el sen gio sanza parlarmi, sì com’ïo estimo: e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo che de lo scoglio l’altra valle mostra, se più lume vi fosse, tutto ad imo. Quando noi fummo sor l’ultima chiostra di Malebolge, sì che i suoi conversi potean parere a la veduta nostra, lamenti saettaron a me diversi, che di pietà ferrati avean li strali; ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti ‘nsembre, tal era quivi, e tal puzzo n’usciva qual suol venir de le marcite membre. Noi discendemmo in su l’ultima riva del lungo scoglio, pur da man sinistra; e allor fu la mia vista più viva giù ver’ lo fondo, là ‘ve la ministra de l’alto Sire infallibil giustizia punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo, quando fu l’aere sì pien di malizia, che li animali, infino al picciol vermo, cascaron tutti, e poi le genti antiche, secondo che i poeti hanno per fermo, si ristorar di seme di formiche; ch’era a veder per quella oscura valle languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle l’un de l’altro giacea, e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle. Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. Io vidi due sedere a sé poggiati, com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia, dal capo al piè di schianze macolati; e non vidi già mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso, né a colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de l’unghie sopra sé per la gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso; e sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie», cominciò ‘l duca mio a l’un di loro, «e che fai d’esse tal volta tanaglie, dinne s’alcun Latino è tra costoro che son quinc’entro, se l’unghia ti basti etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti qui ambedue», rispuose l’un piangendo; «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo con questo vivo giù di balzo in balzo, e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo». Allor si ruppe lo comun rincalzo; e tremando ciascuno a me si volse con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse, dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; e io incominciai, poscia ch’ei volse: «Se la vostra memoria non s’imboli nel primo mondo da l’umane menti, ma s’ella viva sotto molti soli, ditemi chi voi siete e di che genti; la vostra sconcia e fastidiosa pena di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo perch’io nol feci Dedalo, mi fece ardere a tal che l’avea per figliuolo. Ma ne l’ultima bolgia de le diece me per l’alchìmia che nel mondo usai dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai gente sì vana come la sanese? Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese, rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca che seppe far le temperate spese, e Niccolò che la costuma ricca del garofano prima discoperse ne l’orto dove tal seme s’appicca; e tra’ne la brigata in che disperse Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, e l’Abbagliato suo senno proferse. Ma perché sappi chi sì ti seconda contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, sì che la faccia mia ben ti risponda: sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, che falsai li metalli con l’alchìmia; e te dee ricordar, se ben t’adocchio, com’io fui di natura buona scimia».

@ LA MOLTA GENTE E LE DIVERSE PIAGHE

Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio

29^ canto dell’Inferno.

Capocchio.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Là dove il poeta sente dire da Capocchio: «Ma affinché tu apprenda chi ti asseconda così contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me, così che il mio volto ti corrisponda distintamente: così vedrai che sono l’ombra di Capocchio, io che falsificai i metalli con l’alchimia; e ti devi ricordare, se ti vedo chiaramente, come io fui un abile imitatore delle cose di natura».

Capocchio, collocato da Dante in questa bolgia tra gli alchimisti o falsatori di metallo, per la quasi totalità dei primi commentatori della Commedia fu fiorentino, nonché compagno di studi del poeta in phisica o in filosofia naturale, forse in uno dei corsi frequentati da Dante per iscriversi all’arte dei medici e degli speziali.

Secondo il Buti, tra i più eminenti di quei commentatori, fu “di grande ingegno, e in filosofia giunse a tanto, che poi si diede all’alchimia credendosi venire alla vera; ma mancando nelle operazioni s’avvenne alla sofistica, cioè si diede a falsificare sottilmente ‘i metalli”.

E l’Anonimo, a seguire, attribuì l’alchimia di questo personaggio alla predisposizione imitatoria “che possedeva in sommo grado, così che sapea contrafare ogni uomo che volea e ogni cosa ed egli parea propriamente la cosa o l’uomo ch’egli contrafacea in ciascun atto… diessi nell’ultimo a contrafare i metalli, come egli facea gli uomini”. E proprio in qualità di alchimista Capocchio fu arso a Siena il 15 Agosto 1293.

@ SÌ VEDRAI CH’IO SON L’OMBRA DI CAPOCCHIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena

29^ canto dell’Inferno.

Griffolino d’Arezzo.

Nella decima bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Griffolino d’Arezzo dice a Dante: «Io fui di Arezzo, e Albero da Siena mi fece mettere al rogo; ma ciò per cui io morii non mi ha fatto arrivare qui».

Griffolino d’Arezzo, collocato dal poeta in questa bolgia tra gli alchimisti o falsatori di metallo, fu bruciato vivo in qualità di eretico prima del 1272. Di lui si occupò il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, il quale scrisse a proposito della sua fine: “Questo Aretino fu una scritturata persona, sottile e sagace, ed ebbe nome maestro Griffolino; sapea e adoperava quella parte d’alchimia che è appellata sofistica, ma facealo sì secretamente che non era saputo per alcuna persona.

“Or questo maestro avea contezza con un Albero, figliuolo secreto del vescovo di Siena, e questo Albero era persona vaga e semplice; ed essendo un die a parlamento collo detto maestro Griffolino, e per modo di treppo lo ditto maestro disse: ‘S’io volessi, io anderei volando per aire come fanno li uccelli e di die e di notte’…

“Questo Albero si mise le parole al cuore, e credettelo; infine strinse lo detto maestro ch’elli li insegnasse volare. Lo maestro pur li dicea di no, come persona che non sapea fare niente. Costui li prese tanto odio addosso, che ‘l padre predetto, cioè il vescovo, li informò una inquisizione addosso e fello ardere per patarino”.

@ IO FUI D’AREZZO, E ALBERO DA SIENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

29^ canto dell’Inferno.

I falsatori.

A Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Decima bolgia. Dove il poeta fa una similitudine. Questa. “Non credo che a vedere in Egina il popolo tutto ammalato fosse un più intenso spettacolo doloroso, quando l’aria fu così impregnata di germi di corruzione pestilenziale, che gli animali, fino al piccolo verme, morirono tutti, e poi gli abitanti antichi, a seconda di quel che i poeti ritengono come cosa sicura, si rigenerarono dalla stirpe delle formiche; di quello che era per veder patire gli spiriti in quella oscura bolgia divisi in orribili mucchi. Chi era sdraiato sopra il ventre e chi sopra le spalle l’uno dell’altro, e chi si trasferiva carponi da un luogo all’altro per il dolente sentiero”.

I falsatori, collocati da Dante in questa bolgia, per il Sapegno, “sono peccatori di natura diversa: gli alchimisti o falsatori di metallo, malati di lebbra o scabbia, i falsatori di persone, malati d’idrofobia, i falsatori di monete, idropici, e i falsatori di parole, tormentati da una febbre ardente”.

Il Fraccaroli, tra i commentatori più recenti della Commedia, ha rilevato, invece, che l’ultimo posto del terzo gruppo dei fraudolenti è quello in cui l’odio si sostituisce all’amore, tale essendo la condizione morale dei consiglieri fraudolenti (ottava bolgia), dei seminatori di discordie e di scismi (nona bolgia) e appunto dei falsari. Ma per questi ultimi, “il loro mal animo verso il prossimo è tale che si avvicina al tradimento”. Infatti, dopo di loro e il pozzo dei giganti, troveremo i traditori. Nel nono e ultimo cerchio dell’Inferno.

@ QUAL SOVRA ‘L VENTRE E QUAL SOVRA LE SPALLE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, 1955

e successive ristampe

Chi poria mai pur con parole sciolte

28^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove lauttore vide punire coloro che commisero scandali, e seminatori di scisma e discordia e dogne realtà altro male operare.)

Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? Ogne lingua per certo verria meno per lo nostro sermone e per la mente c’hanno a tanto comprender poco seno. S’el s’aunasse ancor tutta la gente che già, in su la fortunata terra di Puglia, fu del suo sangue dolente per li Troiani e per la lunga guerra che de l’anella fé sì alte spoglie, come Livïo scrive, che non erra, con quella che sentio di colpi doglie per contastare a Ruberto Guiscardo; e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie a Ceperan, là dove fu bugiardo ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo; e qual forato suo membro e qual mozzo mostrasse, d’aequar sarebbe nulla il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ‘l triste sacco che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco, guardommi e con le man s’aperse il petto, dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco! vedi come storpiato è Mäometto! Dinanzi a me sen va piangendo Alì, fesso nel volto dal mento al ciuffetto. E tutti li altri che tu vedi qui, seminator di scandalo e di scisma fuor vivi, e però son fessi così.

«Un diavolo è qua dietro che n’accisma sì crudelmente, al taglio de la spada rimettendo ciascun di questa risma, quand’avem volta la dolente strada; però che le ferite son richiuse prima ch’altri li rivada. Ma tu chi se’ che ‘n su lo scoglio muse, forse per indugiar d’ire a la pena ch’è giudicata in su le tue accuse?».

«Né morte ‘l giunse ancor, né colpa ‘l mena», rispuose ‘l mio maestro, «a tormentarlo; ma per dar lui esperïenza piena, a me, che morto son, convien menarlo per lo ‘nferno qua giù di giro in giro; e quest’è ver così com’io ti parlo».

Più fuor di cento che, quando l’udiro, s’arrestaron nel fosso a riguardarmi per maraviglia, oblïando il martiro.

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, tu che forse vedra’ il sole in breve, s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch’altrimenti acquistar non saria leve».

Poi che l’un piè per girsene sospese, Mäometto mi disse esta parola; indi a partirsi in terra lo distese. Un altro, che forata avea la gola e tronco ‘l naso infin sotto le ciglia, e non avea mai ch’una orecchia sola, ristato a riguardar per maraviglia con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, e disse: «O tu cui colpa non condanna e cu’ io vidi in su terra latina, se troppa simiglianza non m’inganna, rimembriti di Pier da Medicina, se mai torni a veder lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina.

«E fa sapere a’ due miglior da Fano, a messer Guido e anco ad Angiolello, che, se l’antiveder qui non è vano, gittati saran fuor di lor vasello e mazzerati presso a la Cattolica per tradimento d’un tiranno fello. Tra l’isola di Cipri e di Maiolica non vide mai sì gran fallo Nettuno, non da pirate, non da gente argolica. Quel traditor che vede pur con l’uno, e tien la terra che tale qui meco vorrebbe di veder esser digiuno, farà venirli a parlamento seco; poi farà sì, ch’al vento di Focara non sarà lor mestier voto né preco».

E io a lui: «Dimostrami e dichiara, se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, chi è colui da la veduta amara».

Allor puose la mano a la mascella d’un suo compagno e la bocca li aperse, gridando: «Questi è desso, e non favella. Questi, scacciato, il dubitar sommerse in Cesare, affermando che ‘l fornito sempre con danno l’attender sofferse».

Oh quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata ne la strozza Curïo, ch’a dir fu così ardito! E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, levando i moncherin per l’aura fosca, sì che ‘l sangue facea la faccia sozza, gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, che fu mal seme per la gente tosca».

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; per ch’elli, accumulando duol con duolo, sen gio come persona trista e matta. Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, e vidi cosa ch’io avrei paura, sanza più prova, di contarla solo; se non che coscïenza m’assicura, la buona compagnia che l’uom francheggia sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia, un busto sanza capo andar sì come andavan li altri de la trista greggia; e ‘l capo tronco tenea per le chiome, pesol con mano a guisa di lanterna: e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». Di sé facea a sé stesso lucerna, ed eran due in uno e uno in due; com’esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue, levò ‘l braccio alto con tutta la testa per appressarne le parole sue, che fuoro: «Or vedi la pena molesta, tu che, spirando, vai veggendo i morti: vedi s’alcuna è grande come questa. E perché tu di me novella porti, sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli che diedi al re giovane i ma’ conforti. Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli. Achitofèl non fé più d’Absalone e di Davìd coi malvagi punzelli. Perch’io parti’ così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch’è in questo troncone. Così s’osserva in me lo contrapasso».

@ CHI PORIA MAI PUR CON PAROLE SCIOLTE

E ‘l capo tronco tenea per le chiome

28^ canto dell’Inferno.

Bertran de Born.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Là dove il poeta sente dire da Bertran de Born: «Ora vedi la pena gravosa, tu che, mentre ancora respiri, cammini visitando i morti: vedi se un’altra è grande come questa. E affinché tu possa arrecare notizie di me, sappi che sono Bertran de Born, colui che fornì al re giovane i cattivi consigli».

Bertran de Born, collocato da Dante in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu il signore del castello di Hautefort nel Périgord, e visse nella seconda metà del XII^ secolo. Indiscutibilmente uno dei più importanti trovatori di lingua provenzale, fu ricordato dal poeta sia come “poeta delle armi” (De Vulgari Eloquentia, II, II, 9), sia per la sua grande liberalità e magnificenza nei costumi (Convivio, IV, XI, 14).

Da trovatore di eccellenza quale fu, le sue canzoni trattarono generalmente temi politico-militari e, nella più famosa delle stesse, Be. m platz lo gais temps de pascor, descrisse “la tragica bellezza delle battaglie, con i corpi feriti e mutilati, e i tronconi delle lance ancora confitti nei cadaveri”, secondo la Chiavacci Leonardi, confrontando tutto questo alle delizie primaverili.

Secondo una biografia dell’epoca, da feudatario del Périgord e quindi suddito di Enrico II Plantageneto, re d’Inghilterra, allora anche duca di Aquitania, indusse il figlio primogenito del re, Enrico III detto il re giovane, in quanto già incoronato durante la vita del padre, a ribellarsi contro di lui. Alla morte di lui, Bertran scrisse un’altra celebre canzone, Si tuit li dol. Da parte sua, Dante, pur attenendosi alla biografia di cui sopra, gli volle comunque conservare la dignità che lo distinse nella vita terrena, conclusa da monaco cistercense nell’abbazia di Dalon prima del 1215.

@ E ‘L CAPO TRONCO TENEA PER LE CHIOME

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori, 1991

e successive ristampe

Levando i moncherin per l’aura fosca

28^ canto dell’Inferno.

Mosca de’ Lamberti.

Nella nona bolgia di Malebolge, ottavo cerchio dell’Inferno. Qui Mosca de’ Lamberti dice a Dante: «Ti ricorderai anche del Mosca, che disse, ohimè!, “Cosa fatta capo ha”, che fu causa di male per la gente toscana».

Mosca de’ Lamberti, collocato dal poeta in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu un autorevole uomo politico della prima metà del XIII^ secolo, membro della potente famiglia ghibellina dei Lamberti. Nacque a Firenze in data ignota, ma è presumibile che agli inizi del 1200 avesse circa vent’anni, perché risultò come testimone in un atto di cessione di terre tra Siena e Firenze.

L’episodio certamente più rilevante della vita di questo personaggio, e il motivo per cui il poeta ne tramandò il non felice ricordo, fu l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti nel giorno di Pasqua del 1216, evento da cui si fece risalire la nascita e la conseguente contesa tra due fazioni cittadine, che successivamente presero il nome di Guelfi e Ghibellini.

Dietro suo consiglio, gli Amidei e i loro alleati avevano deciso di vendicarsi dell’offesa ricevuta da Buondelmonte, il quale aveva tradito la promessa di maritarsi con una giovane di quella famiglia, uccidendo l’autore della stessa offesa. Mentre essi erano riuniti per prendere la giusta decisione sul modo di castigare Buondelmonte, “o di batterlo o di ferirlo, il Mosca de’ Lamberti disse la mala parola: ‘cosa fatta capo ha’, cioè che fosse morto: e così fu fatto”, per il Villani (Cronache, I, 2).

@ LEVANDO I MONCHERIN PER L’AURA FOSCA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970