Così ne puose al fondo Gerione

Così ne puose al fondo Gerione

17^ canto dell’Inferno. Conclusione.

Essa se ne va calando a volo molto lentamente; vola tracciando larghe ruote e scende, ma non me ne rendo conto se non per il fatto che lʼaria mi ventila davanti al volto e dal basso. Io sentivo già a destra la cascata fare sotto di noi un terrificante strepito, per cui protendo la testa in giù e guardo. Perciò io fui preso dal timore di saltare, poiché vidi fuochi e sentii lamenti; pertanto io restringo le cosce tremando interamente.

E poi vidi, poiché non lo vedevo prima, il moto lento a larghe spirali verso i grandi tormenti che si avvicinavano ora da una parte ora dall’altra. Come il falcone che ha volato a lungo, che senza aver visto il richiamo o la preda fa dire al falconiere ʻOhimè, tu scendi!ʼ, discende stanco nel luogo in cui è solito muoversi veloce, con numerosi giri lenti, e si mette lontano dal suo addestratore, sdegnoso e afflitto; così Gerione ci depose in fondo rasente la ripida parete rocciosa, e, scaricati i nostri corpi, sparì rapidissimo come la cocca della freccia si distacca dalla corda di un arco. 

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

16^ canto dellʼInferno. Conclusione.

“Però dovrà seguire qualcosa di nuovo”, dicevo fra me stesso, “allo strano segnale che il maestro segue così con gli occhi”. Ahi come devono essere prudenti le persone nei riguardi di coloro che non soltanto vedono gli atti esteriori, ma penetrano con l’intelletto nei pensieri altrui!

Egli mi disse: “A breve salirà dal fondo ciò che io aspetto e che il tuo pensiero immagina in modo confuso; presto dovrà accadere che si renda visibile a tuoi occhi”.

Si deve sempre tacere finché si può quella verità che ha lʼaspetto di un’inverosimile invenzione, poiché ci si vergogna senza colpa; ma a questo punto non la posso tacere; e in nome dei versi della Commedia, lettore, ti giuro, possano essi essere graditi a lungo, che vidi una massa corporea ascendere nuotando attraverso quell’aria densa e tenebrosa, tale da destare meraviglia ad ogni animo coraggioso, come risale in superficie colui che sʼimmerge sott’acqua talvolta a sciogliere lʼancora che è rimasta incagliata o in uno scoglio o ad altre cose che sono racchiuse nel mare, che si tende in alto e ritrae le gambe.

E quinci sian le nostre viste sazie

E or s'accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno. Conclusione.

E lui a sua volta gridò ma con voce di rimbrotto: “Perché tu sei così avido di conoscere più me che gli altri lerci?”. E io a lui: “Perché, se ricordo esattamente, già ti ho visto coi capelli asciutti, e sei Alessio Interminelli  di Lucca; perciò ti guardo bene più che tutti gli altri”.

Ed egli quindi, percuotendosi il capo: “Mi hanno sprofondare quaggiù le adulazioni di cui io non ebbi mai la lingua sazia”.

Dopo di ciò la guida mi disse: “Spingi lo sguardo un poco più avanti, così che tu raggiunga sicuramente con gli occhi il volto di quella immonda e spettinata bagascia che si graffia là con le unghie imbrattate di sterco, e una volta si mette giù piegandosi con le gambe e una volta è ferma in piedi. È Taide, la prostituta che rispose al suo ganzo quando disse ‘Io ho grandi meriti presso di te?’: ‘E per di più a meraviglia!’. E di questo siano appagati i nostri occhi”.  

E con le branche l’aere a sé raccolse

Ella sen va notando lenta lenta

17^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Ma esso, che altre volte mi aveva aiutato in altre situazioni rischiose, non appena io salii mi abbracciò e mi tenne fermo; e disse: “Gerione, vai senza indugio: i volteggi siano ampi, e la discesa lenta; presta attenzione al carico insolito che hai”. 

Come la barca si stacca dalla riva indietreggiando a poco a poco, così si staccò di lì; e dopo che si sentì totalmente a suo agio, là dov’era il petto, diresse la coda, e dopo averla distesa in lungo la scosse, come un’anguilla, e con la zampe fornite di unghie adunche addensò lʼaria intorno a sé”.

Non credo che fosse maggiore la paura quando Fetonte lasciò cadere di mano le redini, e perciò l’atmosfera si incendiò, come appare anche ora; né quando il povero Icaro sentì il dorso perdere le penne per la cera che si era sciolta, mentre il padre gli gridava ‘Segui una strada errata!’, di quella che fu la mia, quando vidi che ero completamente sospeso nel vuoto, e vidi dileguata ogni vista eccetto che della bestia.

Da leggere: Così ne puose al fondo Gerione del 14.01.2020

Io avea una corda intorno cinta

Io avea una corda intorno cinta

16^ canto dellʼInferno. Verso la conclusione.

Come quel fiume che ha il proprio corso per primo dal Monviso verso oriente, dal versante sinistro degli Appennini, che in alto è detto Acquacheta, prima che scenda giù nella pianura, e a Forlì ha già cambiato nome, rimbomba nei pressi del convento di San Benedetto dellʼAlpe per formare un salto laddove doveva essere letto sufficiente per moltissimi fiumi; così, nel fondo di una parete scoscesa, sentimmo cadere con fragore quel ruscello sanguigno, così che in poco tempo ci avrebbe resi sordi. 

Io avevo i fianchi cinti da una corda, e con essa mi ero proposto talora di catturare la lonza dalla pelliccia screziata. Dopo che io la ebbi completamente slegata da me, come la guida mi aveva imposto, gliela tesi raccolta e aggrovigliata. Pertanto essa si rivolse verso destra, e abbastanza distante dall’orlo del cerchio la lanciò giù in quel profondo dirupo.

Da leggere: Ahi quanto cauti li uomini esser dienno del 08.01.2020   

Le ripe eran grommate d’una muffa

Le ripe eran grommate d'una muffa

18^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Già eravamo dove l’angusto passaggio del ponte s’incrocia con il secondo argine, e trasforma quello in appoggio ad un altro arco. Di lì sentimmo dannati che gemono sommessamente nella bolgia successiva e che con la faccia ansimano fragorosamente, e colpiscono loro stessi con le mani. Le coste erano incrostate da una fetida sostanza, per l’esalazione risalente dal fondo che vi si addensa come pasta, che faceva contrasto con la vista e con l’olfatto. 

Il fondo è così profondo, che nessun luogo è sufficiente per vedere se non salendo sul culmine dell’arco, dove il ponte di pietra è più alto. Giungemmo lì; e di lì giù nel fondo vidi dannati immersi in uno sterco che sembrava tolto dalle latrine terrene. E frattanto che io ricerco con gli occhi laggiù, vidi un dannato con la testa così sporca di sterco, che non appariva se era laico o ecclesiastico.

Da leggere: E quinci sian le nostre viste sazie del 02.01.2020

I’ m’assettai in su quelle spallacce

I' m'assettai in su quelle spallacce

17^ canto dell’Inferno. Oltre il centro.

E io, temendo che stare parecchio infastidisse lui che mi ha consigliato di stare poco, me ne tornai indietro allontanandomi dalle anime tormentate. Trovai la mia guida che era montata già sulla schiena della bestia crudele, e mi disse: “Ora sii forte e ardimentoso. D’ora in poi si scenderà con tali mezzi; sali davanti, dal momento che voglio stare in mezzo, così che la coda non possa nuocere”.

Com’è colui che sente avvicinarsi il brivido della febbre quartana, che ha già le unghie pallide, e trema interamente soltanto mirando un luogo ombroso e fresco, così diventai io rispetto alle parole dette; ma mi ammonì il timore di essere rimproverato, che fortifica il servitore davanti al suo valente signore. Mi sistemai sopra quella groppa; bensì volli dire, ma il suono della voce non uscì come io pensai: “Abbracciami”. 

Da leggere: Come la navicella esce di loco del 18.12.2019

Fa che di noi a la gente favelle

Fa che di noi la gente favelle

16^ canto dellʼInferno. Oltre il centro.

“I nuovi abitanti e le ricchezze rapidamente acquisite hanno prodotto alterigia e dissolutezza, Firenze, nei tuoi cittadini, così che tu già te ne duoli”. Così gridai con il volto alzato; e i tre, che compresero ciò come replica, si contemplarono l’un l’altro con l’atteggiamento di chi è convinto di una verità.

Se le altre volte ti costa così poco”, risposero tutti, “dare risposte così soddisfacenti ad altri, beato te se parli così quanto ti paia e piaccia! Perciò, se tu esci sano e salvo da queste tenebre infernali e torni a rivedere le belle stelle, quando ti piacerà dire di essere venuto qui fa in modo che parli di noi alle persone”. Di qui ruppero il cerchio, e ad allontanarsi correndo le loro gambe sembrarono ali tanto furono veloci. Non si sarebbe potuti dire un amen rapidamente così come essi furono scomparsi; per cui al maestro sembrò opportuno allontanarsi. Io gli tenevo dietro, e ci eravamo incamminati da poco, ma lo scroscio del ruscello sanguigno ci era tanto vicino, che se pure avessimo parlato saremmo stati uditi a fatica.

Da leggere: Io avea una corda intorno cinta del 12.12.2019

Ello passò per l’isola di Lenno

Ello passò per l'isola di Lenno

18^ canto dell’Inferno. Oltre il centro.

Dal ponte primordiale rivolgevamo lo sguardo alla fila che si avvicinava a noi dalla parte opposta, e che la frusta fa camminare continuamente e in fretta in modo simile.

E il valente maestro, senza la mia richiesta, mi disse: “Guarda quel grande che incede, e malgrado la sofferenza non sembra che pianga: quanta altera regalità conserva tuttora! Quegli è Giasone, che con coraggio e con senno privò gli abitanti della Colchide del vello d’oro. Esso toccò in un tratto del suo percorso l’isola di Lemno dopo che le animose e crudeli donne avevano ucciso tutti i loro uomini.

“Lì con atti da innamorato e con falsi discorsi trasse in inganno Isifile, la giovanetta che in precedenza aveva tratte in inganno tutte le altre. La fece restare lì, incinta, tutta sola; un peccato così grave lo condanna a un tormento altrettanto grave; e si rende giustizia pure a Medea. Con lui se ne va chi trae in inganno le donne per il proprio piacere; e basti sapere questo della prima bolgia e di coloro che afferra e strazia dentro di sé”.

Da leggere: Le ripe eran grommate d’una muffa del 06.12.2019

Con questi Fiorentin son padoano

Con questi Fiorentin son padoano

17^ canto dell’Inferno. Al centro.

Dopo che guardai alcuni, sui quali precipita la dolorosa pioggia di fuoco, non ne riconobbi nessuno; ma io mi avvidi che dal collo a ognuno pendeva una borsa che aveva un dato colore e un dato blasone, e di qui sembra che i loro occhi si posino compiaciuti. E mentre io guardando con attenzione vengo tra di loro, vidi in una borsa gialla una figura di colore azzurro che aveva l’aspetto e l’atteggiamento di un leone. Poi, guardando oltre, ne vidi una seconda rossa come il sangue, palesando un’oca bianca più che il burro. 

 E un dannato, che aveva disegnata con una scrofa azzurra e pingue la sua borsa bianca, mi disse: “Tu che cosa fai in questa buca? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà qui alla mia sinistra. Sono padovano con questi Fiorentini: molte volte mi rintronano le orecchie gridando: ‘Venga all’Inferno il sommo cavaliere, che porterà con sé la borsa con tre capri!’ “. A questo punto deformò la bocca e tirò fuori la lingua, come il bue che si strofini il naso.

Da leggere: I’ m’assettai in su quelle spallacce del 30.11.2019