E quel medesmo, che si fu accorto

E quel medesmo, che si fu accorto

Canto 14^ dellʼInferno, terzo girone del settimo cerchio. Dove Dante e Virgilio incontrano i violenti contro Dio: i bestemmiatori.

E dove Dante, fermo ai margini della spianata sabbiosa, che forma il girone di cui sopra, ci informa che sulla superficie di quella piovono falde di fuoco, con una lentezza esasperante, senza tregua e senza mai che se ne veda la fine, mentre la sabbia intanto si arroventa in modo esponenziale, similmente alla materia infiammabile che brucia a causa della scintilla della pietra focaia colpita da un acciarino.

La sofferenza dei dannati, in questa situazione, è indicibile, tanto che gli stessi non possono fare altro che muovere di continuo le mani, quando da una parte quando dallʼaltra, nella vana speranza di scacciare le fiamme. E tutto ciò per sempre.

A noi lettori non rimane che immaginare il poeta con lo sguardo sbarrato, nel momento in cui la sua attenzione si sposta su uno di loro dallʼaspetto imponente, che sta sdraiato un poʼ scostato dagli altri, con il tipico atteggiamento del tale che non si cura affatto dello stato in cui si trova e di tutto ciò che lo circonda.

E siccome spesso la curiosità prevale sullo sconcerto che stiamo subendo, anzi è lʼantitodo migliore per eliminarlo, Dante si scuote e chiede a Virgilio: “Maestro, tu che superi tutti gli ostacoli possibili e immaginabili, eccetto i diavoli che abbiamo incontrati al di fuori della città di Dite, chi è quel grande che non sembra curarsi delle falde di fuoco che piovono su di lui e da supino qual è gira tutto attorno il suo sguardo truce, tanto che il fuoco sembra che non gli rechi alcun dolore?”.

E quel medesmo, che si fu accorto che io chiedevo a Virgilio informazioni sul suo conto” – prosegue il poeta – gli risponde in tal modo, con voce metallica: “Come io fui quando ero vivo, così sono da morto. E anche se Giove stancasse Vulcano da cui adirato afferrò il fulmine con cui fui colpito a morte; o sebbene egli sfiancasse i Ciclopi sottoponendoli a snervanti turni di lavori nella buia officina dellʼEtna, gridando ʻVulcano, aiutamiʼ, come fece nella battaglia di Flegra, e lanciasse su di me i fulmini con tutta la la sua forza: non potrebbe goderne pienamente”.

Di chi si tratta? O lettore, non ti far catturare dalla curiosità. Aspetta e lo saprai.

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S’elli avesse potuto creder prima

S'elli avesse potuto creder prima

Una domanda straziante. Questa: “Perché mi strappi un rametto?”, coglie di sorpresa il poeta, che ha appena divelto un ramoscello rinsecchito da un cespuglio ritorto, dietro lʼinvito esplicito del maestro – che poco dopo si scuserà con lʼanima dannata imprigionata nello stesso.

Ci troviamo nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, che funge da secondo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale, mentre nella narrazione siamo giunti al 13^ canto dellʼInferno, parte quasi centrale dello stesso.

Il gesto di Dante faʼ che lʼarboscello diventi scuro a causa del sangue che ne fuoriusce, dopodiché la pianta riprende a parlare, e chiede perché qualcuno lo stia lacerando in tal modo. “In vita fummo uomini, e adesso siamo sterpaglia: comunque, avresti dovuto essere più compassionevole, anche se fossimo state anime di serpenti”.

Così si sente rimbrottare il poeta, che china il capo in atto di contrizione. E commenta: “Come da un pezzo di legno verde che sia bruciato a uno dei due lati, che da quello opposto stilla lʼumore e crepita per lʼaria che scompare, così dal moncone del ramo spezzato venivano fuori parole miste a sangue; per cui lasciai cadere a terra il rametto, e ristetti come chi ha timore”.

Ma Virgilio, il quale non abbandona mai il suo allievo nelle situazioni più scabrose, così risponde allʼarbusto, con voce dolente: “Sʼelli avesse potuto creder prima, anima offesa, ciò che ha letto proprio nei miei versi, non avrebbe distesa la sua mano contro di te; ma la cosa incredibile che dalla pianta sia uscita una voce mi ha spinto a fargli compiere un atto che ripugna anche a me. Ma tu digli chi sei stato nella tua vita terrena, tanto che in cambio di una qualche riparazione allo sgarbo riporti sulla Terra il tuo ricordo, dove gli è consentito di fare ritorno”.

E il tronco ribatte, anchʼesso in tono mesto: “Mi lusinghi con parole così gentili, che mi costringi a non tacere; e non vi dia fastidio per quanto io mi trattenga a discorrere con voi. Io sono quello che ebbe un rapporto di privilegio con lʼimperatore Federico II, e che lo influenzò a tal punto nelle sue decisioni opportune e inadeguate, che allontanai quasi tutti i cortigiani dalla sua confidenza; rispettai la mia carica di alto dignitario che mi era stato assegnata, tanto che per questo persi i sonni e le forze”.

Chi sarà mai questʼanima tormentata?

Io non osava scender de la strada

Io non osava scender de la strada

Il maestro! Colui che negli anni duri della sua adolescenza gli aveva fatto gustare il sapore della cultura, quella vera! Oh, il suo precettore era lì. Non gli sembrava vero al nostro carissimo poeta. E la sorpresa era stata enorme, al di là di ogni immaginazione.

E avutane subitanea conferma, egli si era fermato di colpo, mentre camminava a passo svelto dietro Virgilio sopra uno degli argini di pietra, quasi volesse rivivere con nostalgia quegli anni, scambiando le classiche due parole con ser Brunetto.

Perciò, quando gli era stato detto di non dispiacersi se Brunetto Latino poteva fermarsi, ovviamente non troppo a lungo, come diremo, egli non poteva chiedere di più: gli aveva risposto, infatti, che se non lo avesse chiesto il maestro, sarebbe stato lui a farlo; anzi, si sarebbe messo addirittura a sedere, ammesso chiaramente che Virgilio glielo avesse permesso. E con lʼindice glielo aveva additato.

Continua il canto 15^ dellʼInferno, quello dellʼincontro con Brunetto Latini, e ci troviamo nel settimo cerchio, terzo girone, nella zona riservata ai sodomiti.

Dove il mentore del poeta ribatte così al suo allievo prediletto: “O figliolo, chiunque tra i sodomiti si fermi è destinato poi a stare sdraiato a lungo senza che le mani gli servano a difendersi quando lo colpiscano le falde di fuoco. Per questo motivo vaʼ pure avanti: io ti verrò dietro; e soltanto dopo aver parlato con te, raggiungerò la mia masnada, che si lamenta a causa dei suoi eterni tormenti”.

Io non osava scender de la strada per camminare al suo stesso livello”, precisa il poeta; ed egli continua ad andare a testa bassa, come chi sta in atteggiamento di deferenza verso il proprio interlocutore.

Brunetto Latini allora ne approfitta, per chiedergli con voce colma di affetto: “Quale destino o volontà di Dio ti ha fatto arrivare quaggiù anzitempo? e chi questi che ti accompagna?”.

Durante la mia vita”, Dante gli risponde con tono prima contrito, poi orgoglioso, “mi sono smarrito nella selva del peccato e del dolore, non lontano dalla mezza età. Ma proprio ieri mattina, grazie alla mia guida, me ne sono allontanato: egli mi si è mostrato, mentre stavo di nuovo precipitando verso i meandri oscuri di quella selva, e adesso mi sta riportando sulla giusta via attraverso questo viaggio”. Bene. Il dialogo è appena agli inizi…

Piovean di foco dilatate falde

Piovean di foco dilatate falde

Chi sono quelle anime che Virgilio e Dante hanno davanti ai propri occhi, e che colmano con la loro presenza la superficie sabbiosa di una grande spianata?

Sì, le stanno guardando quasi studiandole – hanno, infatti, uno sguardo acceso dʼinteresse – dal margine del sabbione, che circonda la selva dei suicidi e degli scialacquatori appena visitata, e che rappresenta nellʼordinamento infernale il terzo girone del settimo cerchio.

Dal resoconto che il poeta ne fa a beneficio del lettore, nel 14^ canto dellʼInferno appena iniziato, apprendiamo che alcune di quelle anime stanno distese a terra – e sono i bestemmiatori, tra i quali si distingue Capaneo di cui avremo notizie quanto prima – altre siedono tutte ripiegate su loro stesse – e sono gli usurai – altre ancora camminano senza fermarsi mai – e sono i sodomiti.

Apprendiamo, inoltre, che la schiera che cammina incessantemente è decisamente quella più numerosa, mentre quella supina lo è di meno, ma si lamenta maggiormente.

Ma la descrizione non finisce qui – i dannati avrebbero esultato di ciò: infatti, dovʼè il supplizio?

Eccolo. Sopra tutta lʼestensione della spianata sabbiosa, con estrema lentezza, “piovean di foco dilatate falde”, racconta il poeta, “similmente alla neve che cade sulla cima delle montagne più alte quando non soffia il vento”.

A questo punto Dante si lancia in unʼardita similitudine, per dare lʼidea di quello che vede. Leggiamo: “Come Alessandro Magno nelle zone più calde del sub-continente indiano vide precipitare a terra sopra il suo esercito una pioggia di fuoco, per cui egli ordinò ai suoi soldati di pestare più volte il terreno coi piedi, affinché la materia incandescente si estinguesse intanto che lʼincendio era agli inizi: allo stesso modo scendevano le falde di fuoco senza tregua e senza fine; e la sabbia si arroventava, come la materia infiammabile brucia per la scintilla della pietra focaia colpita dallʼacciarino, ad accrescere la sofferenza dei dannati”.

A seguito della caduta continua delle falde di fuoco, i dannati non possono fare altro che ruotare le mani con un rapido movimento, ora da una parte ora dallʼaltra nellʼillusione di allontanare da loro le fiamme appena cadute. Appunto, nellʼillusione.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi

Eccoli. Ne vediamo a malapena le sagome che si fanno largo tra le piante ritorte della selva dei suicidi e degli scialacquatori – che funge da secondo girone del settimo cerchio del baratro infernale – schivando di qua e di là, chiaramente ciò riguardando soltanto Dante, gli arboscelli e gli sterpi intrecciati e rinsecchiti che la popolano in gran quantità.

Tutto ciò lo troviamo nella parte iniziale del tredicesimo canto dellʼInferno, dove i due poeti, lasciati ai margini della selva dal centauro Nesso, il quale, su ordine perentorio del suo capo Chirone, li ha scortati fin lì, si sono da poco inoltrati negli intricati meandri di quella.

Virgilio non ha perso tempo nel dire a Dante dove essi sono finiti, anticipandogli anche che a breve avrebbe visto delle cose talmente fuori dal comune – sebbene gli scenari che aspettano il poeta di lì in poi non saranno meno straordinari – che se egli gliene avesse fatto cenno, il poeta non gli avrebbe creduto.

Virgilio non finisce di parlare, che lʼudito viene ferito da numerosi lamenti, ma non si vede alcuno che li produca; cosicché Dante, che segue da presso il maestro senza staccarsene mai, si arresta di colpo completamente confuso. “Credʼïo chʼei credette chʼio credesse che quei lamenti provenissero, attraverso quella sterpaglia, da anime che si nascondessero a noi”, egli chiosa.

Perciò Virgilio, accortosi della repentina fermata del compagno, si volta di scatto e con tono indifferente gli dice: “Se tu spezzi un rametto qualunque di una di queste piante, le tue convinzioni si riveleranno false”, ben consapevole di ciò che Dante sta pensando.

Pertanto il poeta, che ligio ai comandi del maestro non se lo fa ripetere, distende la mano un poʼ più in là e spezza un ramoscello da un grosso cespuglio. Ma dal tronco dapprima ode un grido lamentoso, poi, come se provenga da una persona viva, una domanda straziante: “Perché mi strappi un rametto?”.

E dopo che il tronco si fa scuro a causa del sangue fuoriuscito, il cespuglio ricomincia a parlare, chiedendo perché quella mano lo stia lacerando e in quali recessi del cuore sia finita la pietà dellʼautore di quel misfatto.

Poi, una voce salda prorompe così: “Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: tuttavia la tua mano avrebbe dovuto essere più misericordiosa, anche se fossimo state anime di serpenti”.

Così adocchiato da cotal famiglia

Così adocchiato da cotal famiglia

Così adocchiato da cotal famiglia, fui riconosciuto da un dannato, che si aggrappò al bordo della mia veste al grido di: ‘Che meraviglia!’ “.

In tal modo il poeta, nella prosecuzione del 15^ canto dellʼInferno. Dove egli va dietro a Virgilio su uno degli argini di pietra, entro i quali scorre un ruscello di sangue bollente, che delimita la spianata di sabbia – vale a dire il sabbione che segue la selva dei suicidi e degli scialacquatori, costituendo il terzo girone del settimo cerchio, quello che castiga i violenti contro Dio, vale a dire bestemmiatori, sodomiti e usurai.

E a Dante, quando quello che ha parlato distende il suo braccio verso di lui, non resta che guardare con attenzione la sua sembianza consumata dal troppo calore emanato dal luogo; ma quel volto bruciato non “precluse al mio intelletto di riconoscerlo”, egli precisa. Così, stendendo la sua mano sul viso di quegli, chiede con tono di stupore: “Voi siete qui, ser Brunetto?”.

A questo punto Virgilio, rendendosi conto della rilevanza del personaggio che di lì a poco imbastirà con Dante uno dei dialoghi più istruttivi, per il poeta, di tutto il viaggio ultramondano, accelera il passo, distanziandosi quanto basta dai due.

E, mentre sta per allontanarsi, si volta e agli occhi balza lʼimmagine del dannato che si fa scivolare una mano sulla faccia martoriata dal fuoco. Dopodiché, ripreso il cammino, sente replicare con voce mesta: “Dante, non ti dispiaccia se Brunetto Latini torna un poʼ indietro con te e lascia andare avanti i suoi compagni”.

Avuta la conferma della propria intuizione, Dante ha un moto di riso compiaciuto. Chi lo avrebbe mai detto, deve aver pensato di getto, che Brunetto, colui che negli anni adolescenziali è stato il suo mentore, colui che, passeggiando, per le strade di Firenze gli parlava, insegnandogli come lʼuomo potesse innalzarsi fino allʼimmortalità con lo studio e la virtù, si trovi esattamente in quel luogo di dolore a espiare i propri peccati!

Allora, scrutandolo da capo a piedi, Dante prorompe con tono allegro: “Che dite, Brunetto! Per quanto posso, sono io a chiedervi di farlo; anzi, se volete che sia io a sedermi con voi, lo farò volentieri, se va bene a costui con cui mi accompagno”. E con il dito gli indica Virgilio, di poco discosto.

D’anime nude vidi molte gregge

D'anime nude vidi molte gregge

Vediamo una vasta spianata sabbiosa, sulla quale non cresce alcun tipo di verzura. I due poeti sono fermi sul limite della stessa, lʼultima propaggine della selva dei suicidi e degli scialacquatori. E sono intenti a osservarla con molta attenzione – in modo particolare Dante, con la fronte alquanto corrucciata.

Poco prima, caro lettore, Virgilio ha interrogato un dannato, trasformato nella sua pena infernale in un arbusto orrendo a vedersi. Il poeta non ci dice chi sia, ma sembra trattarsi di Lotto degli Agli, in vita un alto magistrato concittadino di Dante, suicidatosi con una corda al collo nella sua dimora, dopo aver sentenziato a favore di una parte, perché indotto a ciò da un atto corruttivo.

Attorno al cespuglio, un mucchio di ramicelli fa bella mostra di sé: essi si trovano lì, perché prima dellʼinterrogatorio di Virgilio, una mezza dozzina di cagne nere, allʼinseguimento di due anime dannate, si era scagliata contro questo cespuglio, provocando la rottura delle frasche e la loro dispersione in terra, al fine di stanare e ridurre a brandelli una delle due, rifugiatasi dietro lo stesso.

Dante, a questo punto, senza chiedere il permesso a Virgilio, si china e raccoglie i rametti sparsi, per sistemarli poi alla base del cespuglio. Ce lo racconta egli stesso nellʼesordio del 14^ canto dellʼInferno in tal modo: “Poiché mi stimolò lʼaffetto che lega le persone verso la propria città, raccolsi i ramoscelli dispersi in terra e li restituì a quel suicida, che oramai era distrutto”.

Per quanto riguarda la spianata sabbiosa, citata in apertura, Dante precisa nel prosieguo che essa è circondata dalla selva dei suicidi e degli scialacquatori, la quale a sua volta lo è dal Flegetonte, il fiume di sangue bollente.

Spianata composta da sabbia densa e secca, “non diversa da quella del deserto che ai suoi tempi fu calpestata dalla schiera dei soldati di Catone Uticense”, chiosa il poeta, il quale, a questo punto, davanti a tale vista, implora: “O giustizia divina, quanto devi essere temuta dai lettori, a causa di quello che vidi!”.

A un tratto, girando appena la testa, la sua attenzione viene attratta da alcune schiere di dannati, poste in punti diversi della distesa di sabbia: “Dʼanime nude vidi molte gregge che si lagnavano tutte insieme con molto dolore, e a esse sembrava imposta una legge diversa”. Bene. Ma chi sono queste anime?

Non fronda verde, ma di color fosco

Non fronda verde, ma di color fosco

La missione è compiuta: il centauro Nesso può ritornare tranquillamente dai suoi compagni, dopo aver eseguito lʼordine di Chirone, il suo capo, come meglio non si può.

Il fatto di aver scortato quei due personaggi fuori dal comune lungo la sponda del Flegetonte e aver descritto loro, fin nei minimi particolari, la situazione del luogo e i dannati che vi sono immersi a vario titolo e grado, fino ad Attila, e ai due Rinieri, da Corneto e dei Pazzi, feroci predoni di strada, lo riempie di soddisfazione.

Bene, “è ora di avviarsi”, avrà pensato il nostro centauro… e così, in men che non si dica, dopo aver effettuata una pronta giravolta, riattraversa quasi correndo il guado del fiume sanguigno, lasciando i due poeti sulla sponda, finché… ora è Dante che racconta:

Nesso non era ancora arrivato sullʼaltra riva, che noi prendemmo via verso una selva che non era tracciata da nessun sentiero. Non fronda verde, ma di color fosco; non rami lisci, ma nodosi e intrecciati; non frutti, ma spine venefiche. Non cʼerano tra cespugli così spinosi, né tanto fitti i serpenti che abbondano nella campagne della Maremma.

Là le Arpie, le stesse che cacciarono gli esuli Troiani dalle isole Strofadi, stanno appollaiate sui rami intricati delle piante e sono in parte nascoste dagli stessi. Esse hanno ali ampie, colli e visi umani, zampe piene di artigli e il grosso ventre piumato; in mezzo a quelle fronde orrende, emettono versi da far paura”.

Tredicesimo canto dellʼInferno, dalle parti dallʼesordio, dove, dopo questo breve ma altrettanto dettagliato resoconto, Virgilio fa fermare il poeta e, con voce salda, gli dice, guardandolo negli occhi: “Prima che vai avanti, devi sapere che ti trovi nel secondo girone del settimo cerchio, e vi resterai fino a quando non avrai raggiunto una terribile pianura sabbiosa. Per questo faʼ attenzione a ciò che vedrai; ti renderai conto di cose che toglierebbero credibilità al mio sermone”.

Udendo ciò, il poeta si guarda attorno con lo sguardo smarrito, perché ode dei lamenti; sembra che provengano da persone, ma…

Già eravam da la selva rimossi

Già eravam da la selva rimossi

Inferno, canto 15^, inizio dello stesso. Virgilio e Dante, camminando nei pressi della selva dei suicidi e degli scialacquatori – che costituisce il secondo girone del settimo cerchio, quello che castiga i violenti contro sé stessi, e che hanno percorso in tutta la sua ampiezza, dopo avervi fatto degli incontri non poco interessanti e istruttivi – raggiungono gli argini di pietra di un rivo dal liquido rosso, che sgorga appena al di fuori di quella.

Qui il poeta mantovano avverte Dante di stare attento e di continuare a seguirlo come sempre, perché di lì in avanti il cammino non sarà per niente agevole – ammesso che fino a quel momento lo sia stato. Questi argini furono costruiti non si sa da chi – ma forse sarà stata la mano di Dio! – per contenere in un alveo sicuro il sangue bollente – è questo il liquido rosso ivi racchiuso. Ora uno di quegli argini permette loro di andarsene da questo luogo, mentre “lʼevaporazione del sangue bollente forma sopra lo stesso una fitta nube”, chiosa il poeta.

Nel seguito di detta descrizione, che, come detto, forma la parte iniziale del canto, egli, nellʼintento di presentare il nuovo ambiente che si staglia loro davanti (si tratta del terzo girone del settimo cerchio), dice: “Come i Fiamminghi nella Fiandre, nel timore che lʼalta marea si riversi su di loro, edificano le dighe per contrastare la forza dʼurto del Mar del Nord; e come i Padovani lungo il Brenta, allo scopo di difendere le loro città e i loro borghi, prima che in Carinzia si sciolgano le nevi, provocando con ciò la piena dei fiumi che scendono nella Pianura Padana; a questa configurazione si ispiravano quegli argini, sebbene non fossero così alti né così grandi”.

Già eravam da la selva rimossi” di quel tanto, che non si può vederla, per quanto sforzo si faccia nel voltarsi, quando una schiera di anime viene avanti lungo lʼargine, e tutte insieme li scrutano come si fa di sera nel guardare un amico con cui si sta parlando alla luce scarsa del plenilunio; e quelle anime strizzano gli occhi nella loro direzione, così come un abile sarto stringe le palpebre e aguzza lo sguardo per infilare il filo nella cruna di un ago.

Così guardato da cotal famiglia…”, ci informa il poeta; ma fermiamoci qui.

Era lo loco ov’a scender la riva

Era lo loco ov'a scender la riva

INFERNO

CANTO XII

Era lo loco ov’a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco, tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del monte, onde si mosse, al piano è sì la roccia discoscesa, ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: cotal di quel burrato era la scesa; e ’n su la punta de la rotta lacca l’infamïa di Creti era distesa che fu concetta ne la falsa vacca; e quando vide noi, sé stesso morse, sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, che sù nel mondo la morte ti porse? Pàrtiti, bestia, ché questi non vene ammaestrato da la tua sorella, ma vassi per veder le vostre pene”.

Qual è quel toro che si slaccia in quella c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, che gir non sa, ma qua e là saltella, vid’io lo Minotauro far cotale; e quello accorto gridò: “Corri al varco; mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale”.

Così prendemmo vià giù per lo scarco di quelle pietre, che spesso moviensi sotto i miei piedi per lo novo carco. Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi forse a questa ruina, ch’è guardata da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi. Or vo’ che sappi che l’altra fïata ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata. Ma certo poco pria, se ben discerno, che venisse colui che la gran preda levò a Dite del cerchio superno, da tutte parti l’alta valle feda tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo sentisse amor, per lo qual è chi creda più volte il mondo in caòsso converso; e in quel punto questa vecchia roccia, qui e altrove, tal fece riverso. Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per vïolenza in altrui noccia”.

***

Oh cieca cupidigia e ira folle, che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta, come quella che tutto ’l piano abbraccia, secondo ch’avea detto la mia scorta; e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia corrien centauri, armati di saette, come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette, e de la schiera tre si dipartiro con archi e asticciuole prima elette; e l’un gridò da lungi: “A qual martiro venite voi che scendete la costa? Ditel costinci; se non, l’arco tiro”.

Lo mio maestro disse: “La risposta farem noi a Chirón costà di presso: mal fu la voglia tua sempre sì tosta”.

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso, che morì per la bella Deianira, e fé di sé la vendetta elli stesso. E quel di mezzo, ch’al petto si mira, è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira. Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue più che sua colpa sortille”.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Chirón prese uno strale, e con la cocca fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, disse a’ compagni: “Siete voi accorti che quel di retro move ciò ch’el tocca? Così non soglion far li piè d’i morti”.

E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, dove le due nature son consorti, rispuose: “Ben è vivo, e sì soletto mostrar li mi convien la valle buia; necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. Tal si partì da cantare alleluia che mi commise quest’officio novo: non è ladron, né io anima fuia. Ma per quella virtù per cu’ io movo li passi miei per sì selvaggia strada, danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, e che ne mostri là dove si guada, e che porti costui in su la groppa, ché non è spirto che per l’aere vada”.

***

Chiròn si volse in su la destra poppa, e disse a Nesso: “Torna. E sì li guida, e fa cansar s’altra schiera v’intoppa”.

Or ci muovemmo con la scorta fida lungo la proda del bollor vermiglio, dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio,

e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni; quivi è Alessandro, e Dïonisio fero che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ’l pel così nero, è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo, è Opizzo da Esti, il qual per vero fu spento dal figliastro sù nel mondo”.

Allor mi volsi al poeta, e quei disse: “Questi ti sia or primo, e io secondo”.

Poco più oltre il centauro s’affisse sovr’una gente che ’nfino a la gola parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola”.

Poi vidi gente che di fuor del rio tenean la testa e ancor tutto ’l casso; e di costoro assai riconobb’io.

Così a più a più si facea basso quel sangue, sì che cocea pur li piedi; e quindi fu del fosso il nostro passo.

Sì come tu da questa parte vedi lo bulicame che sempre si scema”, disse ’l centauro, “voglio che tu credi che da quest’altra a più a più giù prema lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge ove la tirannia convien che gema. La divina giustizia di qua punge quell’Attila che fu flagello in terra, e Pirro e Sesto; e in etterno munge le lagrime, che col bollor diserra, a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, che fecero a le strade tanta guerra”.

Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.