Se vuoi saper chi son cotesti due

32^ canto dell’Inferno.

Alessandro e Napoleone degli Alberti.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi dice al poeta: «Perché ci fissi con tanta insistenza come se ti specchiassi in noi? Se vuoi apprendere chi sono questi due, la valle da cui discende il Bisenzio fu del loro padre Alberto e di loro. Nacquero dalla stessa madre; e potrai esplorare tutta la Caina, e non troverai un’ombra più meritevole di essere confitta nel ghiaccio».

Alessandro e Napoleone degli Alberti, posti da Dante nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, furono figli di Alberto degli Alberti, dei conti di Vernio e di Mangona, famiglia padrona di alcuni castelli nella Val di Bisenzio e nella Val di Sieve. L’Anonimo fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, su di loro scrisse: “furono di sì perverso animo che, per torre l’uno all’altro le fortezze che avevano…, vennono a tanta ira e a tanta malvagità d’animo, che l’uno uccise l’altro, e così insieme morirono”.

L’odio reciproco era sì dovuto a ragioni politiche, essendo guelfo Alessandro e ghibellino Napoleone, ma soprattutto dipendeva da mere ragioni di interesse, relative alla divisione dell’eredità del padre. Chiosava il Sapegno a tal proposito: “Napoleone, a cui il padre aveva lasciato solo la decima parte dei suoi beni, già prima del 1259 s’era preso con la violenza parte del retaggio spettante ai fratelli, ma era stato costretto, per l’intervento del comune fiorentino, a restituire il castello di Mangona”.

Circa venti anni dopo, nel 1279, il cardinal Latino convinse i due fratelli a riappacificarsi, ma il suo intervento non servì a molto. Infatti, la contesa tra loro divenne ancora più aspra, fino a raggiungere il suo naturale epilogo. Dopo essere stato estromesso con l’inganno dai possedimenti della Val di Bisenzio ad opera di Napoleone, Alessandro assalì costui a tradimento e durante la lotta i due si uccisero vicendevolmente. Il fatto ebbe grande risonanza a Firenze ed è databile tra il 1282 e il 1286, dunque quando Dante era giovane. Peraltro, il duplice fratricidio non bastò a placare gli animi nella famiglia. Infatti, poco dopo, Orso, figlio di Napoleone, fu ucciso da Alberto, figlio di Alessandro.

@ SE VUOI SAPER CHI SON COTESTI DUE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, 1955

e successive ristampe

Una medesma lingua pria mi morse

Canto 31^ dell’Inferno.

(Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.)

Una medesma lingua pria mi morse, sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, e poi la medicina mi riporse; così od’io che solea far la lancia d’Achille e del suo padre esser cagione prima di trista e poi di buona mancia. Noi demmo il dosso al misero vallone su per la ripa che ‘l cinge dintorno, attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno, sì che ‘l viso m’andava innanzi poco; ma io senti’ sonare un alto corno, tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, che, contra sé la sua via seguitando, dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. Dopo la dolorosa rotta, quando Carlo Magno perdé la santa gesta, non sonò sì terribilmente Orlando. Poco portäi in là volta la testa, che me parve veder molte alte torri; ond’io: «Maestro, dì, che terra è questa».

Ed elli a me: «Però che tu trascorri per le tenebre troppo da la lungi, avvien che poi nel maginare abborri. Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, quanto ‘l senso s’inganna di lontano; però alquanto più te stesso pungi». Poi caramente mi prese per mano e disse: «Pria che noi siam più avanti, acciò che ‘l fatto men ti paia strano, sappi che non son torri, ma giganti, e son nel pozzo intorno da la ripa da l’umbilico in giuso tutti quanti».

Come quando la nebbia si dissipa, lo sguardo a poco a poco raffigura ciò che cela ‘l vapor che l’aere stipa, così forando l’aura grossa e scura, più e più appressando ver’ la sponda, fuggiemi errore e crescémi paura; però che, come su la cerchia tonda Monteriggion di torri si corona, così la proda che ‘l pozzo circonda torreggiavan di mezza la persona li orribili giganti, cui minaccia Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d’alcun la faccia, le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte, e per le coste giù ambo le braccia. Natura certo, quando lasciò l’arte di sì fatti animali, assai fé bene per tòrre tali essecutori a Marte. E s’ella d’elefanti e di balene non si pente, chi guarda sottilmente, più giusta e più discreta la ne tene; ché dove l’argomento de la mente s’aggiugne al mal volere e a la possa, nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma, e a sua proporzione eran l’altre ossa; sì che la ripa, ch’era perizoma dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto di sovra, che di giugnere a la chioma tre Frison s’averien dato mal vanto; però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi dal loco in giù dov’omo affibbia ‘l manto.

«Raphèl maì amècche zabì almi», cominciò a gridar la fiera bocca, cui non si convenia più dolci salmi.

E ‘l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, tienti col corno, e con quel ti disfoga quand’ira o altra passïon ti tocca! Cércati al collo, e troverai la soga che ‘l tien legato, o anima confusa, e vedi lui che ‘l gran petto ti doga». Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; questi è Nembrotto per lo cui mal coto pur un linguaggio nel mondo non s’usa. Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; ché così è a lui ciascun linguaggio come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».

Facemmo adunque più lungo vïaggio, vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro trovammo l’altro assai più fero e maggio. A cigner lui qual che fosse ‘l maestro, non so io dir, ma el tenea soccinto dinanzi l’altro e dietro il braccio destro d’una catena che ‘l tenea avvinto dal collo in giù, sì che ‘n su lo scoperto si ravvolgëa infino al giro quinto.

«Questo superbo volle esser esperto di sua potenza contra ‘l sommo Giove», disse ‘l mio duca, «ond’elli ha cotal merto. Fïalte ha nome, e fece le gran prove quando i giganti fer paura a’ dèi; le braccia ch’el menò, già mai non move».

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei che de lo smisurato Brïareo esperïenza avesser li occhi mei».

Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo presso di qui che parla ed è disciolto, che ne porrà nel fondo d’ogne reo. Quel che tu vuo’ veder, più là è molto ed è legato e fatto come questo, salvo che più feroce par nel volto».

Non fu tremoto già tanto rubesto, che scotesse una torre così forte, come Fïalte a scuotersi fu presto. Allor temett’io più che mai la morte, e non v’era mestier più che la dotta, s’io non avessi viste le ritorte. Noi procedemmo più avante allotta, e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

«O tu che ne la fortunata valle che fece Scipïon di gloria reda, quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle, recasti già mille leon per preda, e che, se fossi stato a l’alta guerra de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda ch’avrebber vinto i figli de la terra: mettine giù, e non ten vegna schifo, dove Cocito la freddura serra. Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: questi può dar di quel che qui si brama; però ti china e non torcer lo grifo. Ancor ti può nel mondo render fama, ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta se ‘nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».

Così disse ‘l maestro; e quelli in fretta le man distese, e prese ‘l duca mio, ond’Ercule sentì già grande stretta. Virgilio, quando prender si sentio, disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; poi fece sì ch’un fascio era elli e io. Qual pare a riguardar la Carisenda sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì, ched ella incontro penda: tal parve Antëo a me che stava a bada di vederlo chinare, e fu tal ora ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. Ma lievemente al fondo che divora Lucifero con Giuda, ci sposò; né, sì chinato, lì fece dimora, e come albero in nave si levò.

@ UNA MEDESMA LINGUA PRIA MI MORSE

O tu che ne la fortunata valle

31^ canto dell’Inferno.

Anteo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «O tu che nell’illustre pianura che rese glorioso Scipione, quando Annibale fuggì coi suoi, portasti già mille leoni come bottino di caccia, e che, se avessi preso parte all’ardua battaglia dei tuoi fratelli, sembra tuttora che si creda che i figli della Terra sarebbero riusciti vincitori: mettici giù dove il freddo rigido stringe in gelo Cocito, e non disdegnare di rendere a noi questo servizio».

Figura del mito classico, Anteo, collocato da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fu figlio della Terra, che lo aveva generato con Nettuno (per alcuni). Viveva nell’attuale Tunisia, nella valle del Bagrada, vicino a Zama, ed era solito adornare la sua dimora con le teste mozzate dei suoi nemici, fin quando incontrò Ercole, il quale lo stritolò con la forza senza limiti delle sue braccia.

Il poeta descrisse la sua fine nel Convivio (III, III 7-8) come segue: “si legge ne le storie d’Ercule, e ne l’Ovidio Maggiore e in Lucano e in altri poeti, che combattendo con lo gigante che si chiamava Anteo, tutte volte che lo gigante era stanco, e elli ponea lo suo corpo sopra la terra disteso o per sua volontà o per forza d’Ercule, forza e vigore interamente de la terra resurgea, ne la quale e de la quale esso era generato. Di che accorgendosi Ercule, a la fine prese lui; e stringendo quello e levatolo da la terra, tanto lo tenne sanza lasciarlo a la terra ricongiugnere, che lo vinse per soperchio e uccise. E questa battaglia fu in Africa, secondo le testimonianze delle scritture”.

Dai primi commentatori della Commedia in poi si è ritenuto che Dante avesse letto questo racconto nella Farsaglia di Lucano (IV, 593-600), del quale il riferimento sopra riportato non è altro che un riassunto. Lucano, peraltro, affermò che fu una fortuna il fatto che il gigante non poté partecipare alla battaglia di Flegra, combattuta dagli altri giganti contro Giove – di qui, egli non ha le braccia incatenate nel luogo dell’Inferno dove si trova, da cui, previa l’efficace captatio benevolentiae virgiliana citata in apertura, farà approdare i due poeti nel nono cerchio.

@ O TU CHE NE LA FORTUNATA VALLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Questi è Nembrotto per lo cui mal coto

31^ canto dell’Inferno.

Nembrot.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio dice a Dante: «Si rivela da sé stesso; questi è Nembrot per il cui cattivo pensiero non si parla fra gli uomini soltanto una lingua. Lascialo stare e non parliamo inutilmente; perché così è per lui ogni lingua come la sua per gli altri, che nessuno intende».

Figura biblica, Nembrot, posto dal poeta intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fondò Babilonia e, secondo la Genesi (10, 8 e 11, 1-9 ) ne fu il primo monarca, indicato quale robustus venator contram Domino. Questi, figlio di Chus, a sua volta figlio di Cam, volle edificare la torre passata alla storia come Torre di Babele a Sennaar, con lo scopo dichiarato di raggiungere la volta celeste. Ma Dio vanificò questo progetto, confondendo il suo linguaggio e di tutti coloro che presero parte all’opera.

Eroe dei primi tempi dopo il diluvio universale, le prime notizie che si ebbero su di lui furono inserite nella cd. tavola etnografica dei popoli, che derivarono dai figli di Noè. E l’appellativo di “gigante” (da qui la sua presenza voluta da Dante tra i giganti del mito) gli venne attribuito nella versione latina della Bibbia detta Vetus o Antiqua, citata da Sant’Agostino (“hic erat gigans venator contra Dominum Deum“), che lo presentò come esempio inarrivabile di superbia contro Dio.

Il poeta lo aveva citato già nel De Vulgari Eloquentia (I, 7-4) come gigans, e da quel passo fu possibile intravedere gli elementi principali per penetrare nel dato allegorico prefigurato da questo personaggio nei tre episodi in cui poi comparve il suo nome nella Commedia: oltre che nell’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso. E tutto ciò fu ritenuto significativo per la verifica della grande conoscenza dantesca sia della tradizione esegetica della Bibbia sia di quella di altre tradizioni di stampo ebraico e musulmano – si legga il Raphèl maì amècche zabì almi gridato da Nembrot alla vista di Dante e Virgilio.

@ QUESTI È NEMBROTTO PER LO CUI MAL COTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sappi che non son torri, ma giganti

31^ canto dell’Inferno.

I giganti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio dice al poeta: «Prima che noi siamo avanzati oltre, affinché la cosa ti sembri meno insolita, sappi che non sono torri, ma giganti, e si trovano tutti quanti intorno alla parete del pozzo dall’ombelico in giù».

Figure del mito classico, i giganti, alcuni di essi collocati da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, furono figli della Terra o Gea, e nati dal sangue di Urano per vendicare i titani trattenuti da Giove nel Tartaro. Dalla forma di uomo e di altezza mirabolante, ricavarono dalla loro immane forza fisica il coraggio di far guerra agli dèi, guidati dal re Eurimedonte, tentando la scalata dell’Olimpo. Giove, con l’aiuto di Ercole, li vinse a Flegra, in Macedonia, in un’epica battaglia, dove li sterminò fulminandoli con le sue saette.

La cd. “gigantomachia” fu uno dei miti verso i quali si rivolse in modo più copioso la letteratura greco-romana. Ma il poeta ne ebbe conoscenza anche attraverso la tradizione biblica, dove il tentativo di scalare l’Olimpo da parte dei giganti fu parallelo a quello che la Bibbia raccontava della torre di Babele e di Nembrot, il re di Babilonia.

Essi rappresentavano per Dante, nella loro potenza fisica manifestatasi nel tentativo di sfidare la divinità, la superbia degli uomini che credevano di diventare uguali a Dio; del resto, la superbia fu il peccato attribuito ai giganti fin dall’antichità. E tra i primi ad evidenziare ciò fu Sant’Agostino, a proposito di Nembrot, nel De civitate Dei: “ergebat ergo cum suis populis turrem contra Deum, qua est impia significata superbia”.

Tornando alla posizione che il poeta assunse nei loro riguardi, la Chiavacci Leonardi ha scritto che questi giganti danteschi “sono infatti degli uomini, sia pure eccezionali, e non mostri, come li aveva figurati il mito… Anzi Dante tiene a precisare che la loro figura umana non ha alcun tratto mostruoso”.

@ SAPPI CHE NON SON TORRI, MA GIGANTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori, 1991

e successive ristampe

Nel tempo che Iunone era crucciata

30^ canto dell’Inferno.

(Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.)

Nel tempo che Iunone era crucciata per Semelè contra ‘l sangue tebano, come mostrò una e altra fïata, Atamante divenne tanto insano, che veggendo la moglie con due figli andar carcata da ciascuna mano, gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli la leonessa e ‘ leoncini al varco»; e poi distese i dispietati artigli, prendendo l’un ch’avea nome Learco, e rotollo e percosselo ad un sasso; e quella s’annegò con l’altro carco.

E quando la fortuna volse in basso l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, sì che ‘nsieme col regno il re fu casso, Ecuba trista, misera e cattiva, poscia che vide Polissena morta, e del suo Polidoro in su la riva del mar si fu la dolorosa accorta, forsennata latrò sì come cane; tanto il dolor le fé la mente torta.

Ma né di Tebe furie né troiane si vider mäi in alcun tanto crude, non punger bestie, nonché membra umane, quant’io vidi in due ombre smorte e nude, che mordendo correvan di quel modo che ‘l porco quando del porcil si schiude. L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo del collo l’assannò, sì che, tirando, grattar li fece il ventre al fondo sodo. E l’Aretin che rimase, tremando mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, e va rabbioso altrui così conciando».

«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi li denti a dosso, non ti sia fatica a dir chi è, pria che di qui si spicchi».

Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica di Mirra scellerata, che divenne al padre, fuor del dritto amore, amica. Questa a peccar con esso così venne, falsificando sé in altrui forma, come l’altro che là sen va, sostenne, per guadagnar la donna de la torma, falsificare in sé Buoso Donati, testando e dando al testamento norma».

E poi che i due rabbiosi fuor passati sovra cu’ io avea l’occhio tenuto, rivolsilo a guardar li altri mal nati. Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto. La grave idropesì, che sì dispaia le membra con l’omor che mal converte, che ‘l viso non risponde a la ventraia, faceva lui tener le labbra aperte come l’etico fa, che per la sete l’un verso ‘l mento e l’altro in sù rinverte.

«O voi che sanz’alcuna pena siete, e non so io perché, nel mondo gramo», diss’elli a noi, «guardate e attendete a la miseria del maestro Adamo; io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. Li ruscelletti che d’i verdi colli del Casentin discendon giuso in Arno, faccendo i lor canali freddi e molli, sempre mi stanno innanzi, e non indarno, ché l’imagine lor vie più m’asciuga che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

«La rigida giustizia che mi fruga tragge cagion del loco ov’io peccai a metter più li miei sospiri in fuga. Ivi è Romena, là dov’io falsai la lega suggellata del Batista; per ch’io il corpo sù arso lasciai. Ma s’io vedessi qui l’anima trista di Guido o d’Alessandro o di lor frate, per Fonte Branda non darei la vista. Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate ombre che vanno intorno dicon vero; ma che mi val, c’ho le membra legate?

«S’io fossi più di tanto ancor leggero ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia, io sarei messo già per lo sentiero, cercando lui tra questa gente sconcia, con tutto ch’ella volge undici miglia, e men d’un mezzo di traverso non ci ha. Io son per lor tra sì fatta famiglia; e’ m’indussero a batter li fiorini ch’avevan tre carati di mondiglia».

E io a lui: «Chi son li due tapini che fumman come man bagnate ‘l verno, giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».

«Qui li trovai – e poi volta non dierno -», rispuose, «quando piovvi in questo greppo, e non credo che dieno in sempiterno. L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia: per la febbre aguta gittan tanto leppo».

E l’un di lor, che si recò a noia forse d’esser nomato sì oscuro, col pugno li percosse l’epa croia. Quella sonò come fosse un tamburo; e mastro Adamo li percosse il volto col braccio suo, che non parve men duro, dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto lo muover per le membra che son gravi, ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

Ond’ei rispuose: «Quando tu andavi al fuoco, non l’avei tu così presto; ma sì e più l’avei quando coniavi».

E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: ma tu non fosti sì ver testimonio là ‘ve del ver fosti a Troia richesto».

«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», disse Sinon; «e son qui per un fallo, e tu per più ch’alcun altro demonio!».

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo», rispuose quel ch’avëa infiata l’epa; «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».

«E te sia rea la sete onde ti crepa», disse ‘l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».

Allora il monetier: «Così si squarcia la bocca tua per tuo mal come suole; ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia, tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole, e per leccar lo specchio di Narcisso, non vorresti a ‘nvitar molte parole».

Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, quando ‘l maestro mi disse: «Or pur mira, che per poco che teco non mi risso!». Quand’io ‘l senti’ a me parlar con ira, volsimi verso lui con tal vergogna, ch’ancor per la memoria mi si gira. Qual è colui che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare, sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, tal mi fec’io, non possendo parlare, che disïava scusarmi, e scusava me tuttavia, e nol mi credea fare.

«Maggior difetto men vergogna lava», disse ‘l maestro, «che ‘l tuo non è stato; però d’ogne trestizia ti disgrava. E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, se più avvien che fortuna t’accoglia dove sien genti in simigliante piato: ché voler ciò udire è bassa voglia».

@ NEL TEMPO CHE IUNONE ERA CRUCCIATA

L’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia

30^ canto dell’Inferno.

Sinone.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Maestro Adamo: «Li incontrai qui – e da allora non si sono più mossi -, quando caddi in questo dirupo, e non credo che potranno muoversi per l’eternità. L’una è la disonesta che incolpò Giuseppe; l’altro è il greco Sinone impostore di Troia: emanano tanto fetore di unto arso a causa della febbre molto alta e violenta».

Figura della letteratura latina, Sinone, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di parole, è un personaggio di un noto episodio dell‘Eneide (II 57-198), in cui la sua grande abilità di mentitore è lungamente descritta. Questi, lasciato sulla spiaggia di Troia dai suoi compagni d’arme, quando costoro fecero credere di rinunciare all’assedio della città che si protraeva da lungo tempo, si fece catturare dai nemici, inducendoli con una falsa scusa a far introdurre dentro le mura cittadine il famigerato cavallo di legno.

Nel leggere la concisa presentazione di costui, che avviene durante il colloquio tra Maestro Adamo e il poeta, fatta dal primo dietro precisa richiesta del secondo, non si può non rilevare un atteggiamento di aperta antipatia del dannato, e quindi di Dante, nei suoi confronti. Sentimento mostrato sia attraverso l’accento posto da Maestro Adamo sulla provenienza geografica di lui, col dire “il greco Sinone” (e qui è il caso di rammentare la nomea dei Greci quanto alla loro furbizia unita alla notevole capacità di mentire, evidenziata proprio da Virgilio nell’episodio sopra citato), sia attraverso l’epiteto di “falso” a significare “impostore”.

Infatti, re Priamo, avendolo accolto con molta benevolenza, fu preso da subitanea commozione alla vista delle finte lacrime di lui, e gli disse che avrebbe desiderato di poterlo considerare come uno dei Troiani. E da ciò si può facilmente arguire la gravità del peccato commesso dal nostro eroe.

@ L’ALTR’È ‘L FALSO SINON GRECO DI TROIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ivi è Romena, là dov’io falsai

30^ canto dell’Inferno.

Maestro Adamo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Maestro Adamo dice a Dante e Virgilio: «La spietata giustizia che mi punge con tormento trae motivo dal luogo dove io peccai per farmi emettere più sospiri. Lì si trova Romena, là dove io falsificai i fiorini che recavano impressa l’immagine del Battista; per cui io lasciai sulla terra il mio corpo arso. Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido o di Alessandro o del loro fratello, non scambierei la vista con Fonte Branda».

Maestro Adamo, collocato dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di monete, fu ritenuto di patria incerta dai primi commentatori della Commedia: se per Bambagliuoli era casentinese, per Benvenuto da Imola veniva da Brescia. Tuttavia, un rilevante contributo per individuare la sua origine fu la scoperta, ad opera del Tarlazzi nel 1869, di un atto rogato a Bologna il 28 Ottobre 1277, in cui veniva citato quale “magistro Adam de Anglia familiare comitum de Romena”. E un “Adam Anglicus” compariva in un altro documento del 1273.

Da ciò si è dedotto non esserci ragioni plausibili per mettere in dubbio se non la sua patria, almeno la provenienza dall’Inghilterra, come magister, qualifica che, per il Contini, indicava “un termine tecnico del mondo universitario, grado sinonimo di dottore”, relativa a una facoltà che “più che medica, ben probabilmente è ancora quella delle Artes, fra le quali vennero classificate le cosiddette scienze naturali”.

Raccontò l’Anonimo Fiorentino, a sostegno di quanto Maestro Adamo diceva ai due poeti: “Fu tirato in Casentino nel castello di Romena, al tempo che i conti di quello lato stavano male col comune di Firenze. Erono allora signori di Romena e d’attorno in quello paese tre fratelli: il conte Aghinolfo, il conte Guido e il conte Alessandro. Il maestro Adamo riduttosi con loro, costoro il missono in sul salto e feciongli battere fiorini sotto il conio del comune di Firenze, ch’erono buoni di peso, ma non di lega, però ch’egli erono di 21 carati dov’elli debbono essere di 24, sì che tre carati v’avea dentro di rame o d’altro metallo… Di questi fiorini e ne spesono assai: ora nel fine, venendo un dì il maestro Adamo a Firenze, spendendo di questi fiorini, furono conosciuti essere falsati; fu preso, e ivi fu arso”. Secondo la cronaca di Paolino Pieri, correva l’anno 1281.

@ IVI È ROMENA, LÀ DOV’IO FALSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

E va rabbioso altrui così conciando

30^ canto dell’Inferno.

Gianni Schicchi.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. L’Aretino dice al poeta: «Quello spirito maligno è Gianni Schicchi, e affetto da rabbia va riducendo gli altri così a mal partito».

Gianni Schicchi, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di persone, fu un membro della famiglia fiorentina dei Cavalcanti. Cavaliere, morì prima del 1280 e riguardo al fatto peccaminoso di cui si rese protagonista in vita, i primi commentatori della Commedia diedero notizie divergenti: da Iacopo, figlio di Dante, al Lana.

Il primo scrisse quanto segue: “… l’altre sue operazioni, alcuna volta, a petizione d’un altro cavaliere di Firenze nominato messer Simone de’ Donati, in un zio del detto messer Simone nominato messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto, falsamente trasformato, il testamento di lui a suo modo fece, lasciando reda della maggior parte del suo il detto messer Simone, nel quale testamento finalmente una sua cavalla di pregio d’alcun suo armento a sé medesimo diede”.

E sul Buoso sopra richiamato, nei secoli si sono succedute diverse opinioni in merito alla sua identità; opinioni risolte alla fine dal Barbi, uno dei più eminenti dantisti moderni, nel senso che egli dimostrò che quel Buoso non doveva essere identificato con il Buoso figlio di Forese e fratello di Simone, ma con un altro Buoso Donati, figlio di Vinciguerra, fratello di Forese e zio di Simone e di Buoso figlio di Forese. Identificazione suffragata dal fatto che Simone, il padre di Corso, di Forese e di Piccarda, aveva tutti i titoli per diventare erede dello zio, che era vedovo e senza prole.

Ma la discriminante maggiore per la tesi del Barbi sembrò essere il dato cronologico: mentre Buoso di Vinciguerra morì verso la metà del XIII^ secolo, il Buoso figlio di Forese figurava tra coloro che nel febbraio del 1280 fu tra i protagonisti della pace del cardinale Latino, quando Gianni Schicchi era già morto; in quell’atto, infatti, comparì un “Bettinus condam domini Iohannis de Cavalcantibus”, figlio del falsatore.

@ E VA RABBIOSO ALTRUI COSÌ CONCIANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

La molta gente e le diverse piaghe

29^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.)

La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie sì inebrïate, che de lo stare a piangere eran vaghe. Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? perché la vista tua pur si soffolge là giù tra l’ombre triste smozzicate? Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; pensa, se tu annoverar le credi, che miglia ventidue la valle volge. E già la luna è sotto i nostri piedi; lo tempo è poco omai che n’è concesso, e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos’io appresso, «atteso a la cagion per ch’io guardava, forse m’avresti ancor lo star dimesso». Parte sen giva, e io retro li andava, lo duca, già faccendo la risposta, e soggiugnendo: «Dentro a quella cava dov’io tenea or li occhi sì a posta, credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse ‘l maestro: «Non si franga lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello. Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; ch’io vidi lui a piè del ponticello mostrarti e minacciar forte col dito, e udi’ ‘l nominar Geri del Bello. Tu eri allor sì del tutto impedito sovra colui che già tenne Altaforte, che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte che non li è vendicata ancor», diss’io, «per alcun che de l’onta sia consorte, fece lui disdegnoso; ond’el sen gio sanza parlarmi, sì com’ïo estimo: e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo che de lo scoglio l’altra valle mostra, se più lume vi fosse, tutto ad imo. Quando noi fummo sor l’ultima chiostra di Malebolge, sì che i suoi conversi potean parere a la veduta nostra, lamenti saettaron a me diversi, che di pietà ferrati avean li strali; ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti ‘nsembre, tal era quivi, e tal puzzo n’usciva qual suol venir de le marcite membre. Noi discendemmo in su l’ultima riva del lungo scoglio, pur da man sinistra; e allor fu la mia vista più viva giù ver’ lo fondo, là ‘ve la ministra de l’alto Sire infallibil giustizia punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo, quando fu l’aere sì pien di malizia, che li animali, infino al picciol vermo, cascaron tutti, e poi le genti antiche, secondo che i poeti hanno per fermo, si ristorar di seme di formiche; ch’era a veder per quella oscura valle languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle l’un de l’altro giacea, e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle. Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. Io vidi due sedere a sé poggiati, com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia, dal capo al piè di schianze macolati; e non vidi già mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso, né a colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de l’unghie sopra sé per la gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso; e sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie», cominciò ‘l duca mio a l’un di loro, «e che fai d’esse tal volta tanaglie, dinne s’alcun Latino è tra costoro che son quinc’entro, se l’unghia ti basti etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti qui ambedue», rispuose l’un piangendo; «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo con questo vivo giù di balzo in balzo, e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo». Allor si ruppe lo comun rincalzo; e tremando ciascuno a me si volse con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse, dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; e io incominciai, poscia ch’ei volse: «Se la vostra memoria non s’imboli nel primo mondo da l’umane menti, ma s’ella viva sotto molti soli, ditemi chi voi siete e di che genti; la vostra sconcia e fastidiosa pena di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo perch’io nol feci Dedalo, mi fece ardere a tal che l’avea per figliuolo. Ma ne l’ultima bolgia de le diece me per l’alchìmia che nel mondo usai dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai gente sì vana come la sanese? Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese, rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca che seppe far le temperate spese, e Niccolò che la costuma ricca del garofano prima discoperse ne l’orto dove tal seme s’appicca; e tra’ne la brigata in che disperse Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, e l’Abbagliato suo senno proferse. Ma perché sappi chi sì ti seconda contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, sì che la faccia mia ben ti risponda: sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, che falsai li metalli con l’alchìmia; e te dee ricordar, se ben t’adocchio, com’io fui di natura buona scimia».

@ LA MOLTA GENTE E LE DIVERSE PIAGHE